1 maggio, cioè…

articoli di Ascanio Celestini e Franco Lorenzoni

Una “scordata”? Forse no  ma bisogna (oggi più che mai) avere le idee chiare

UN 1° MAGGIO ANTIFASCISTA

di Ascanio Celestini (*)

Ci sono parole e concetti che ogni tanto dovremmo riscoprire e al tempo stesso mettere sottosopra. In questa splendida pagina di storia e di libertà, Ascanio Celestini lo fa partendo dalla relazione, spesso sottovalutata, tra antifascismo e primo maggio e mettendo al centro i lavoratori e non il lavoro. “Il maggio non si celebra solo il lavoro, ma anche un’idea della società che rispettando il lavoratore intende rispettare l’essere umano in generale. Un giorno nel quale si fa una scelta di libertà. Una libertà che deve essere condivisa con tutti – scrive Ascanio – Una festa del lavoro per tutti i lavoratori, quelli col passaporto italiano e quelli senza. Quelli bianchi (un po’ rosa) e quelli neri (marroncini)… Il lavoro è una tortura se non si accompagna a una forte tutela della libertà. La libertà di tutti…

Hanno scritto quelli di Movimento Pavia: “Grazie a ZeroCalcare per aver trovato il tempo per esprimere con questo disegno la sua solidarietà!”. Questo l’adesivo utilizzato nei primi giorni di marzo a Pavia

:

Il primo maggio del 1925 Benedetto Croce insieme a un gruppo di intellettuali italiani pubblica il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”. È la risposta al manifesto fascista che Gentile fa pubblicare il 21 aprile. Si contrappongono due visioni della società. Una contrapposizione che viene evidenziata nei giorni che fascisti e antifascisti individuano per celebrare il valore del lavoro. Infatti il fascismo aveva scelto il 21 aprile (Natale di Roma) come Festa del lavoro e non il Primo maggio. Oggi non va di moda parlare di antifascismo. Chi lo fa si rende ridicolo. Ti dicono che non c’è più nemmeno la destra e la sinistra. Che è una sciocchezza parlare di fascismo e antifascismo quando in Sicilia gli agricoltori sono in difficoltà perché in Italia si vendono i pomodori pachino che arrivano dal Camerun.Questa ultima notizia, come tante altre dichiarazioni eclatanti, pare che sia una bufala (nel senso di “scemenza” non che qualcuno abbia dichiarato che anche le mozzarelle sono fatte in Africa).

Ci sono ancora politici che appena possono si mettono a dire che il fascismo ha fatto cose buone. L’ha detto Salvini. Lo diceva pure mia nonna anche se votava per il Pci. Si tratta di un ritornello vecchio almeno quanto il fascismo. Ma la stessa cosa si diceva dei Savoia che condannavano a morte i repubblicani e poi gli dedicavano le piazze quando la morte li aveva resi innocui.

È consolatorio ripetersi che che non c’è più la destra e la sinistra, che fascismo e antifascismo sono categorie d’antiquariato. Soprattutto perché il passo successivo è dichiarare che la vera differenza è tra onesti e disonesti, tra buoni e cattivi. E arrivati a quel punto fai contenti tutti, guadagni consensi e vendi il tuo prodotto: ascolti in tv, visite sul tuo spazio virtuale in rete e anche voti. Gaber diceva che gli statunitensi hanno le idee chiare su chi sono i buoni e i cattivi perché i buoni sono loro. Con noi funziona ancora così. Se ci mettiamo a parlare di fascismo e antifascismo finiamo per accorgerci che sono due maniere di vivere e di vedere il mondo completamente diverse. Invece se parliamo di buoni e cattivi ci pare di trovarci tutti dalla stessa parte. Buoni come gli americani di Gaber.

E invece una differenza ci sta. Ce ne sono molte, ma io ne segnalo una sola: quella che mette a confronto i concetti di sicurezza e di libertà. Per una persona di destra (onesta, sincera, non un criminale nazista) la sicurezza deve essere tutelata anche se si diminuiscono spazi di libertà. Una persona onesta di destra immagina che sia possibile che la libertà non venga limitata troppo o che la sua limitazione sia accettabile. È un po’ come accade nelle nostre case quando mettiamo le sbarre alle finestre, l’allarme perimetrale e quello volumetrico, alziamo il muretto del giardino e magari ci mettiamo anche il cane che abbaia. La vita si complica, ci sentiamo un po’ reclusi, ma abbiamo alzato una barriera sostanziosa tra noi e i ladri.

Per una persona di sinistra (onesta, sincera, non fricchettona) la libertà deve essere tutelata anche se la sicurezza è considerata di meno. Una persona onesta di sinistra immagina che sia possibile che la sicurezza non venga limitata troppo o che la sua limitazione sia accettabile. È un po’ come accade nelle nostre città quando i vigili urbani rifiutano di girare armati. Ritengono che mostrare le armi non inibisca il crimine, ma spinga i malintenzionati ad armarsi e a diventare più pericolosi. È una scelta fatta anche dalle Ong che non vogliono gente armata sulle navi con le quali recuperano gli stranieri in mezzo al mare o negli ospedali in cui curano i feriti delle guerre. Corrono un rischio? Forse sì, ma fanno una scelta chiara tra la pace e la guerra, la violenza e la non-violenza, tra la sicurezza e la libertà.

Il primo maggio non si celebra solo il lavoro, ma anche un’idea della società che rispettando il lavoratore intende rispettare l’essere umano in generale. Un giorno nel quale si fa una scelta di libertà. Una libertà che deve essere condivisa con tutti. Una festa del lavoro per tutti i lavoratori, quelli col passaporto italiano e quelli senza. Quelli bianchi (un po’ rosa) e quelli neri (marroncini).

Se il figlio dell’immigrato etiope è uno studente migliore del mio chi avrà la possibilità di studiare Medicina in una facoltà per la quale l’accesso è limitato dal numero chiuso? Lasciare l’etiope e la sua famiglia nell’indigenza e nella clandestinità favorisce mio figlio. Una persona di destra ritiene che gli italiani debbano avere una corsia preferenziale perché l’Università italiana nasce da un impegno che ha radici nelle generazioni passate. E non è giusto che i nostri padri abbiano faticato per noi e poi il frutto del loro sacrificio vada a uno straniero. Una persona di sinistra ritiene che il paese diventi migliore se al posto di mio figlio c’è un medico etiope perché, a parità di possibilità, ha dimostrato di essere un medico migliore.

Il lavoro è una tortura se non si accompagna a una forte tutela della libertà. La libertà di tutti i lavoratori, italiani e stranieri. Nel 1925 gli intellettuali firmatari del manifesto antifascista lo avevano capito tredici anni prima delle leggi razziali di Mussolini e avevano scelto il primo maggio per dichiararsi. Un primo maggio antifascista e antirazzista da quasi cent’anni.

(*) è apparso sul fattoquotidiano.it e poi su Comune-info da dove lo riprendiamo

NARRARE IL 1° MAGGIO E LE ALTRE FESTE
FRANCO LORENZONI

di Franco Lorenzoni (*)

Il primo maggio è l’unica festa laica comune a quasi tutti i paesi del mondo. I modi con cui lo si festeggia sono stati tuttavia sempre assai diversi: ci sono paesi (fascisti) in cui a festeggiarlo si rischiava la galera, e altri paesi (comunisti) in cui si è trasformato in occasione per parate di regime. Ci sono poi paesi (smemorati), in cui non si ha alcuna cognizione della sua origine e gli Stati Uniti, che sono tra le pochissime nazioni in cui il primo maggio è un giorno come tutti gli altri, nonostante fu proprio nelle strade di Chicago, nel maggio del 1886, che prese fuoco la dura e lunga lotta per la riduzione dell’orario di lavoro.

Otto ore in fabbrica, otto ore di riposo e otto ore per noi”, chiedevano gli operai, e ci furono scontri con la polizia, una bomba e sparatorie su una manifestazione di lavoratori. Un attivista anarchico, prima d’essere impiccato gridò:

Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!”

Quel silenzio è difficile ora ascoltarlo, perché nessuno racconta di quei giorni.

È stato certo un abbaglio discutere di “fine della storia”, ma la storia come struttura portante nell’organizzazione delle conoscenze e nella trasmissione di valori di riferimento da condividere, si è drasticamente affievolita e a scuola facciamo un grande sforzo, non tanto nel proporre lo studio della storia, quanto nel rintracciarne il senso.

Da oltre trent’anni la fatica della memoria, che è poi lo sforzo della cultura che colloca e approfondisce le narrazioni dei fatti, è spesso irrisa e la memoria collettiva, la memoria che si tramanda di generazione in generazione, si è conseguentemente avvilita. Siamo di fronte ad una diffusa afasia familiare riguardo al racconto di storie del passato.

Difficilmente oggi i genitori pensano che nell’educazione dei figli sia utile fare rifermento alla storia e che date come il 1° maggio, il 25 aprile o il 2 giugno abbiano a che vedere con il modo in cui è organizzata la società oggi, di cui molti lamentano a ragione le insufficienze, ma pochi ricordano le fondamentali conquiste su cui si fonda.

    Per provare a contrastare questa tendenza alla semplificazione e all’oblio, negli anni in cui la nostra scuola è stata guidata da un dirigente illuminato, abbiamo redatto un Diario scolastico in cui le pagine delle feste, invece d’esser vuote o assenti, raccoglievano racconti e narrazioni che illustravano la loro origine e la loro importanza. Sia le feste laiche che quelle cristiane e di altre religioni, costituiscono infatti un repertorio antropologico stratificatosi nel tempo, che molto racconta del bisogno umano di dare senso e spessore alla storia, alla storia lunga, alla storia grande dentro la quale viviamo spesso senza accorgercene.

Vale la pena non dimenticarci mai di raccontare ai bambini perché in certi giorni si resta a casa da scuola, perché quelle narrazioni, oltre a essere spesso molto belle, ci raccontano cose importanti di noi.

(*) pubblicato nell’inserto culturale domenicale del quotidiano “Sole 24 ore” il 30 aprile 2017 e ripreso in questi giorni da Comune-info

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

6 commenti

  • sergio falcone

    Il mio primo di maggio è stato e rimarrà sempre una giornata di sciopero e di lotta contro il lavoro sotto padrone e contro la società che lo genera. Altro che concertone dei sindacati di Stato a Piazza San Giovanni… In quella piazza, si svolgevano i comizi politici.
    Quello che segue è l’editoriale del primo maggio 1971 de il manifesto, quotidiano comunista. Un quotidiano molto diverso da come oggi l’hanno ridotto. L’autore è, molto probabilmente, Lucio Magri.
    Prima di avvicinarmi al movimento anarchico, ero un cane sciolto dell’area dei gruppi della Sinistra rivoluzionaria e di quel giornale diffusi oltre cento copie. Un successone.
    I mezzi pubblici non circolavano, perché il primo di maggio non si lavorava e feci chilometri a piedi. Il guadagno andò tutto al quotidiano e all’edicolante di Pontelungo, al quale avevano consegnato le copie. Per me non trattenni nulla.

    *

    CONTRO IL LAVORO
    il manifesto

    Il primo maggio non è la festa del lavoro, come dice e vuole la liturgia del movimento operaio riformista o clericale. È la festa contro il lavoro: contro il lavoro per ciò che esso è e sarà sempre in una società capitalistica, in una società divisa in classi, in una società mercantile.
    Questo i proletari non ci mettono molto a capirlo. E infatti, il solo modo che hanno di celebrare la loro giornata è quello di non lavorare. Il primo maggio è nato ed è vissuto per lunghi anni come uno sciopero, come uno scontro.
    Non è una distinzione formale, una sottigliezza ideologica. Il problema del lavoro e dell’atteggiamento verso di esso è sempre stato il nodo profondo del marxismo: la vera discriminazione tra marxismo rivoluzionario e revisionismo.
    Qual’è il problema per i revisionisti? Quello di dare al lavoro la giusta remunerazione e di fondare una nuova civiltà del lavoro: chi non lavora non mangia. Qual’è il problema per i rivoluzionari? Quello di abolire il lavoro salariato, cioè, oggi, il lavoro stesso, per costruire una civiltà fondata sulla libera e collettiva attività creatrice e su rapporti non mercificati fra gli uomini: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità. Qui sta tutta la differenza tra socialismo come società capitalistica meno diseguale e più opulenta, e socialismo come rovesciamento del capitalismo dalle fondamenta.
    Non si tratta, per il marxismo, di una ingenuità anarchica, del mito del buon selvaggio. Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro motore della storia, l’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro. Ma proprio col suo lavoro l’uomo ha dominato la natura, ne ha decifrato le leggi, ha trasformato se stesso fino al punto in cui può rovesciare la storia e liberarsi dal lavoro come prima e ultima schiavitù, come qualcosa di estraneo a lui, di accettato per la necessità della sopravvivenza.
    Il capitalismo è il momento storico in cui questa contraddizione e la possibilità di superarla maturano insieme. Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e contenuti, una alienazione insopportabile; dall’altro esso ha ormai prodotto un livello di forze produttive, prima fra tutte la capacità razionale dell’uomo, che consente il salto ad un ordine sociale in cui il lavoro, per ciò che è stato fin qui, sia soppresso. Soppresso non per lasciar posto ad un ozio stupido e al faticoso `tempo libero’ — che è solo l’altra faccia del lavoro alienato — ma ad un complesso di libera attività collettiva e di riposo creativo di una nuova capacità. Di tale attività, la produzione materiale dei mezzi di sussistenza può diventare un sottoprodotto naturale, progressivamente affidato alle macchine, che non giustifica assolutamente più né lo sfruttamento economico né la dominazione politica. Questa è l’essenza della rivoluzione comunista, della soppressione della proprietà privata, delle classi e dello stato. Ribellione alla condanna biblica: tu lavorerai con fatica.
    Non è un caso che questo nucleo radicale del marxismo sia stato dimenticato o sia rimasto minoritario nel movimento operaio. Gli operai, come tutti gli uomini, possono porsi solo i problemi che sono effettivamente in grado di risolvere. Solo nella nostra epoca, della piena maturità del capitalismo e della sua degenerazione imperialistica, le grandi masse dell’occidente che hanno avuto dallo sviluppo capitalistico tutto ciò che potevano avere pagandolo con lo sfruttamento, e le grandi masse dell’oriente che dal capitalismo potrebbero avere solo fame e guerra, possono porsi realmente il problema del comunismo. Cioè il problema non solo di maggiore consumo e di lavoro sicuro, ma di un diverso significato del lavoro e del consumo. Qual è, se non questo, il senso profondo delle lotte di massa di operai, studenti, intellettuali degli ultimi anni? Qual’è, se non questo, il significato universale della rivoluzione culturale cinese?
    Certo, tutto ciò può anche alimentare spinte ingenuamente neoanarchiche, l’illusione che si possa abolire il capitalismo d’un colpo; ribellarsi alla logica della produzione e `rifiutare il lavoro’ con un atto di ribellione soggettivistica e distruttiva; o usare delle macchine e degli uomini così come sono per una organizzazione comunista della società, senza una lunga e faticosa trasformazione delle une e degli altri, senza una società di transizione, e dunque senza organizzazione, violenza, sacrificio, invenzione, educazione. Ma ciò che oggi importa, come importava per Lenin, è cogliere in queste spinte `ingenue’ il nucleo di verità che oggi è maggiore di ieri, e senza del quale non è più possibile sfuggire all’egemonia ideale del capitalismo.
    Questo vogliamo ricordare il primo maggio: per riscoprirne fino in fondo il significato di festa politica, di festa rivoluzionaria.

  • sergio falcone

    Ritroverò sempre per la bandiera rossa, spoglia di sigle e di emblemi, lo sguardo che ho avuto a diciassette anni, quando, nel corso di una manifestazione popolare, alla vigilia dell’altra guerra, l’ho vista dispiegarsi a migliaia nel cielo basso di Pré Saint-Gervais. E tuttavia – sento che, razionalmente non posso evitarlo – continuerò a fremere ancora di più evocando il momento in cui, quel mare fiammeggiante in punti poco numerosi e ben circoscritti, è stato forato dal volo delle bandiere nere.

    André Breton

    Arcane 17 (1944), Sagittaire, Paris 1947, p. 20

    • (da Parigi, maggio 2019) E’ doveroso ricordare che ha scritto anche il Breton, nell’ott. 1949 :

      Non dimenticherò mai il sollievo, l’esaltazione e l’intima soddisfazione suscitati in me, una delle prime volte in cui da bambino fui accompagnato in un cimitero -tra tanti monumenti funebri deprimenti e ridicoli- dalla scoperta di una semplice lastra di granito dov’era inciso in lettere maiuscole rosse il superbo motto : NE’ DIO NE’ PADRONE.

  • sergio falcone

    Continuità

    Da li tempi che Pasquino
    scriveva,
    da li tempi immemorabili
    de Targhini e de Montanari
    e de li papi crimminali,
    nun è cambiato gnente.

    Certo,
    c’erano la miseria,
    er coprifoco e la galera,
    la ghigliottina e la sant’Inquisizzione
    e li finti processi ne li tribbunali,
    ma oggi è tutto più sofisticato.
    Virtualmente virtualizzato.

    Altre catene c’avemo
    che ce pesano sur groppone,
    da la povertà costretti,
    come semo,
    a lavora’ sott’an padrone.

    Oggi, è pure peggio.

    Sopportamo quella grande ipocrisia
    che le anime bbelle s’ostineno a chiama’:
    “Democrazia”.

    sergio falcone

  • La Bottega del Barbieri

    Accaduto il Primo Maggio, senza commento
    di Franco Astengo

    A conferma di quanto scritto poche ore fa, scusandomi del reiterato disturbo. I sindacati non possono parlare di “tristezza e dolore” debbono agire e parlare per abolire lo sfruttamento e far capire che dal punto di vista della condizione di classe nulla più cambiare dentro la gestione eternamente feroce del ciclo capitalistico:

    Piacenza, muratore muore nel giorno della Festa del lavoro: colpito da un blocco di cemento

    Dipendente di una ditta in appalto, 50 anni, era rimasto gravemente ferito ieri in un’azienda agricola a Cortemaggiore. Trasportato d’urgenza all’ospedale di Parma è deceduto nella notte. I sindacati: “Tristezza e dolore, non si può morire di lavoro”.

  • domenico stimolo

    Giornata di festa e di lutto, il primo maggio.
    Oltre ad Alessandro Ziliani, il muratore bergamasco morto a Piacenza, a Gragnano ( Napoli) due operai edili sono caduti dall’edificio che stavano ristrutturando –quinto paino -, sono rimasti feriti. Inoltre, a Forlì, un operaio è stato travolto da un muletto nell’area aeroportuale, ricoverato in prognosi riservata.

    Purtroppo, un altro incidente mortale si è verificato il giorno dopo a PETRALIA SOTTANA ( Palermo). Un muratore, Salvatore Cammarata di 62 anni, è caduto da un balcone, nel corso dei lavori di ristrutturazione dell’edifico.

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