11 settembre 1599: Beatrice Cenci al patibolo

di Daniela Pia (*)

Padre padrone” Francesco Cenci non lo fu solo per la figlia Beatrice: uomo iracondo e violento era temuto da tutti i figli e dalla moglie Lucrezia.

Famoso per l’attaccamento al danaro e incapace di trasmettere affetto: così lo descrivono le cronache del tempo. Il suo amore più grande furono i beni materiali che gli derivavano dalla casata nobiliare cui apparteneva. Ciononostante contrasse molti debiti. Così per sfuggire ai creditori e a coloro che ne biasimavano la dubbia moralità, fuggì da Roma trascinando con sè la famiglia, per rinchiudersi nella fortezza di Petrello Salto, fra Rieti e Avezzano. 

Già vedovo di Ersilia Santacroce costrinse la seconda moglie Lucrezia e la figlia Beatrice a vivere da recluse nel castello, sorvegliate dai servi che ne impedivano qualsiasi contatto sociale.

Dopo aver rotto i ponti con i figli maggiori che avevano fatto causa vincendola, per ottenere il mantenimento, il nobile Francesco Cenci fu processato nel 1594 per sodomia, un’accusa che al tempo era assai disonorevole che gli costò la reclusione per tre mesi e il pagamento di una multa salata.

Fu feroce aguzzino della moglie e in particolare della figlia Beatrice. Una delle più grandi preoccupazioni del Cenci fu quella di scongiurare un eventuale matrimonio di Beatrice, la quale se si fosse sposata avrebbe necessitato di una dote, “intaccando il patrimonio”.

Rinchiusa nella Rocca di famiglia la giovane donna, isolata dal mondo, prigioniera dentro stanze dalle porte sprangate, viveva come una condannata, nutrita attraverso un pertugio della porta, picchiata dal padre (che pretendeva di essere servito) e probabile vittima di abusi sessuali.

Disperata, per i giorni bui che le si stendevano innanzi, Beatrice progettò la morte del suo aguzzino grazie alla complicità del fratello Giacomo, della matrigna e di due servitori. 

Il 9 settembre 1598 mentre il padre dormiva gli fu somministrato dell’oppio: venne ammazzato a martellate e, per simulare un incidente, il suo cadavere fu scaraventato dalla balaustra. I funerali furono svolti in tutta fretta ma le troppe incongruenze non convinsero i giudici, tanto da indurli a far riesumare il corpo. 

Intervennero i tribunali papali. Il papa Clemente VIII era interessato soprattutto a mettere le mani sulle proprietà del defunto e per questo reclamò il diritto di indagine, con il pretesto che la famiglia era di nobili origini romane. I due servitori furono i primi a confessare, seguirono (dopo ripetute torture) il fratello e la matrigna.

Beatrice continuò a negare fino a quando, prostrata dalle torture, confessò il parricidio. L’11 settembre 1599, vicino a Castel Sant’Angelo, una piazza gremita assistette all’esecuzione. Beatrice morì assieme al fratello e alla matrigna. Sulla sua tomba nessun nome, come prevedeva la legge per i congiurati.

Eppure intorno alla sua figura di donna, vittima di abusi continui, fiorirono tante storie. La sua vicenda umana assurse a esempio di ciò che le donne erano e sono costrette a subire. A soli 22 anni fu capace di smuovere le coscienze: ricorrendo a misure estreme per combattere i soprusi, finì per essere vittima due volte, prima di un padre perverso e poi di una giustizia che non sentì ragioni.

La fine terribile e una vita tormentata furono motivo di ispirazione per numerosi artisti, alcuni dei quali – come Caravaggio e Orazio Gentileschi in compagnia della figlia Artemisia – assistettero all’esecuzione .

Caravaggio pare abbia preso spunto da quei fatti cruenti per la realizzazione, nel 1602, di «Giuditta e Oloferne»: soggetto ripreso qualche anno più tardi anche da Artemisia Gentileschi, donna e artista che conobbe anch’essa l’orrore dello stupro.

C’è chi ha accostato Beatrice Cenci a Giordano Bruno. Non solo perchè l’uccisione della ragazza e quella del filosofo avvennero a distanza di pochi mesi, per ordine di Clemente VIII, ma perchè la rivolta di Beatrice Cenci contro un padre violento e quella di Giordano Bruno contro la Chiesa “padrona” forse sembrarono a Santa Romana Chiesa due facce della stessa medaglia. Questa interpretazione è nell’opera teatrale «Addio amore» di Franco Cuomo, che è andata in scena a Roma nel 1994.

La lapide che ricorda il luogo di prigionia di Beatrice Cenci

(*) Per questa “scor-data” sono stati utilizzati, fra l’altro, Wikipedia, www.ereticopedia.org, www.romasegreta.it e «Beatrice Cenci: parricidio, processo e tragico epilogo di una nobildonna del Cinquecento» di Deborah Gressani (su www.artspecialday.com)

«Ritratto di Beatrice Cenci in carcere» (1852) di Achille Leonardi

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

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