17 aprile e oltre

     A un mese dal voto riflessioni di un vecchio “estremista” intorno a un referendum, anzi due, alla famosa frase «’so tutti eguali, è la casta» e a Settis che dice «ma a che serve votare?»…

MauroBiani-suffragio

Rigirandomi nel letto, anzi più che altro strisciandoci (dolori a un ginocchio, schiena, crampi … insomma quasi come Attilio Regolo nella famosa botte) si affollano nella mia capoccia strani pensieri, da vecchio militante o forse solo da “vecchietto”.

Pensavo. Il 17 aprile servirà votare – un convinto sì – al referendum? In generale è utile andare alle urne? Lunedì 14 marzo «Il fatto quotidiano» intervista Salvatore Settis e titola così: «Ma a che serve votare?» con un occhiello chiarissimo e desolante: «Riforme, Costituzione, acqua: i cittadini dicono una cosa, il governo la ribalta».

Mi presento per chi non mi conosce: sono, dalla più tenera età, un extraparlamentare convinto, come molte/i della mia generazione: facemmo “il Sessantotto” e lui, l’onda lunga, di quell’anno “ci fece” ovvero ci formò a una visione critica del mondo, ci abituò a indagare dietro le cortine fumogene. Extraparlamentare in che senso? Intendo dire che in una democrazia “classica” – “borghese” se preferite – contano i rapporti di forza fuori dalle istituzioni, l’economia e il lavoro prima di tutto, e dunque sarebbe un’illusione dare troppo peso al voto e/o a ciò che accade nelle istituzioni; chi vuole dare una mano a cambiare la società deve impegnarsi soprattutto altrove, un un lavoro sociale e/o politico e/o culturale fuori dalla “rappresentanza” o forse rappresentazione (cioè spettacolo) che sia. Non per questo mio essere extra-parlamentare convinto e spero coerente, ero/sono incapace di fare distinzioni: spesso il voto significa qualcosa, sia pure come specchio “distorto” dei sunnominati rapporti di forza. Ne derivava tanti anni fa che il Pci era diverso non soltanto perché partito di massa (anche la Dc lo era) ma per molti altri motivi. Aveva un progetto riformista, aveva pratiche abbastanza coerenti con questa sua anima, aveva una base “viva” eccetera. Le contraddizioni attraversavano l’allora Pci al punto che in Parlamento dovette lasciar spazio a molti “indipendenti” che spesso furono… molto a sinistra del partito.

Così ho quasi sempre votato, senza troppa convinzione ma andavo a votare: cercando il meno peggio, dunque quasi mai il Pci ma forze alternative a sinistra, con tutti i loro evidenti limiti… Non mi dilungo su questo, comunque altri tempi.

Ribadisco: il Pci non mi è mai piaciuto, ha avuto un mio mezzo voto una sola volta (e ancora me ne pento). Nella storia italiana il Pci si è identificato con la macchina statale e con quella democrazia limitata. Io la vedevo e ancora la vedo come Albert Einstein che diceva, all’incirca: «Una democrazia politica senza democrazia economica è una bufala».

Però riformista il Pci lo era, quello sì. Troppo poco per me e per parte della “mia generazione” che voleva molto di più ma con quelle riforme bisognò fare i conti: tanto per dire il sindaco di Roma, Luigi Petroselli non a caso dimenticato mentre tutti i presunti opinionisti ricordano il suo assessore Renato Nicolini, l’uomo della spettacolare “Estate romana” e teorico dell’effimero.

Riformista con limiti. Fu incapace il Pci di anticipare le migliore spinte di radicali e cani sciolti – sull’aborto per dire – e arrancante, costretto a forza quasi, nel seguire l’onda di quelli che si chiameranno “diritti civili” (persino il divorzio non fu accettato a cuor leggero dal Pci, troppo preoccupato del Vaticano). Neppure su questo mi dilungo e forse sbaglio… ma se no questo diventa un libro

Se timide, incerte mutazioni nel “corpaccione” del Pci si avvertirono grazie all’onda lunga del Sessantotto, quando in Italia il movimento si avvita (dopo un agitato ma ricco 77 i gruppi armati conquistano la scena) il gruppo dirigente sceglie – in coerenza con la sua storia – di stare con lo Stato. Senza il minimo dubbio, anche sostenendo leggi speciali che limitarono la democrazia.

Si parla molto oggi – effetto vintage? – dell’onesto Enrico Berlinguer capace di vedere la corruzione e finalmente, con un ritardo di molti decenni, di capire/dire che in Urss si era esaurita la spinta propulsiva del socialismo (versione formicaio, aggiungo io) ma senza chiedersi se la spinta propulsiva della democrazia c’era ancora, lui che se n’era uscito con l’idea di un “compromesso storico” dopo il golpe in Cile – non per caso – per poi concludere persino che la Nato non era così malaccio.

Pensieri da “vecchietto” che mi si ripropongono – e che forse ha senso scrivere qui – in vista di un referendum, anzi due perché c’è quello “costituzionale” a ottobre.

Andrò a votare al referendum convinto che sia utile mentre alle elezioni politiche faticherò a trovare un “meno peggio”. A pesare su disastro italiano non è solo il quadro internazionale ma le sinistre da tempo auto-cancellatesi. Restano in Italia movimenti organizzati (quasi solamente a livello locale o settoriale) importanti ma senza la forza per condizionare il quadro della politica “politicante”. Per almeno due motivi. Il primo perché nessuna forza partitica ha intenzione di farsi condizionare; io avevo sperato che i 5 Stelle si liberassero dal “grillo-centrismo” ma così non è andata e dunque poco ci si può contare come sponda. Il secondo motivo perché – come spiegano i/le costituzionalist* – esiste ormai una camicia di ferro di regole europee e di piccoli colpi di Stato (come il pareggio del bilancio) che impediscono quasi su tutto una politica diversa. Si è ben visto in Grecia… E allora? Certo resistenza, ci mancherebbe. Resilienza. Generatività …. per usare due termini abbastanza nuovi ma utili. Però prepariamoci a un lungo periodo scuro e duro. Senza illusioni.

Certo “agire localmente pensare globalmente” come sempre.

Però restano l’urgenza, l’angoscia. Il mio abituale pessottimismo (ho rubato la definizione al palestinese Emile Habibi) si sfalda come un castello di sabbia dopo le ondate che ormai sembrano quasi tsunami.

Voi che mi dite? Vale sempre la pena discutere insieme?

Però … mi sto impegnando ogni giorno – qui in “bottega” e fuori – per informare dei due referendum (un pignolo direbbe: referenda) e portare più gente possibile al voto; tanto più che ieri Renzi ha reso esplicito quel che già si sapeva, lui mira a evitare il quorum… unica speranza di sfangarla.

Faccio bene a impegnarmi? O sono incoerente rispetto a quel che ho scritto sopra? Se vinceremo i due referendum (referenda) servirà a qualcosa? O sarà solo la miserabile soddisfazione del “mazziato” cioè la famosa frase «ce ne hanno date tante ma quante gliene abbiamo dette».

Voi che ne pensate? Se fra qui e ottobre vincessimo i due referendum (referenda) potrebbe essere un buon ricostituente?

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

15 commenti

  • Giorgio Chelidonio

    Semplicemente (si fa presto a dirlo) bisogna essere consequenziali con l’affermazione di Settis prima citata: se «Riforme, Costituzione, acqua: i cittadini dicono una cosa, il governo la ribalta» bisogna ribaltare questo tipo di governi cerchiobottisti. Che fare? Votare e far votare e, anche nel passaparola, inchiodare amici e conoscenti a questa constatazione: ogni popolo (o almeno la sua maggioranza) ha il governo che si merita !

  • angelo maddalena

    mi fa piacere che Daniele abbia tirato in ballo alcune questioni importanti del nostro vivere agire e pensare quotidiano, troppo veloce, troppo veloce, e già qui ci sarebbe da dire…che la velocità non aiuta la democrazia, o la partecipazione profonda, l’azione diretta, per dirla con linguaggio “vivo”. Non c’è alternativa, ma solo insurrezione viva, insurrezione semplice, insurrezione anche veloce, insurrezione magari lenta, l’importante è che c’è chi racconta; sono parole della mia canzone (e non mi vergogno di autocitarmi) Insurrezione semplice. Piace a Chiara di Torino, ma anche ad altri e altre, e piace a me! ma al di là di questo: nelle riflessioni scritte da Daniele c’è tanta carne al fuoco…che meriterebbe un libro! io ho votato tre o quattro volte nella mia vita: DC nel 1990 e andò al governo locale uno che poi fu arrestato per mafia e attualmente è in carcere perché condannato all’ergastolo! poi votai Orlando o Pippo Fava della Rete (1994), poi (2001) e per l’utlima volta: Bertinotti al Senato e Lucia Giunta (Democrazia europea, il partito di D’Antona, ex CISL)….da allora…vivo in verità, giustizia e cristoreggenza! sinceramente, i referendum disattesi (non ho votato quello del 2011 per l’Acqua e il nucleare perché già cosciente della beffa) sono una dimostrazione lampante della truffa della democrazia, che già a fine ‘800, mi pare Baudelaire, la definiva così: una clava che il popolo ha “scoperto” per automartellarsi i coglioni. le lotte Notriv e Notav (queste ultime le ho conosciute meglio dal di dentro) hanno dimostrato di un abbassamento e di un indietreggiamento della soglia di repressione (e soprattutto di autorepressione) con la retorica della nonviolenza al ribasso tra il dogmatico e il legalitarista. Purtroppo credo che rimane una lotta individuale che si comunica e diventa collettiva nella coscienza e nella comunicazione, forse è stato sempre così: l’individualismo anarchico e libertario e che rievoca Thoreau con la disoddebienza civile è vecchia e antica come il mondo, da Socrate a Gesù ecc. ecc… Io ho una formazione cattolica sociale, sono un poeta e in quanto tale…scettico e solitario, anche se molto “comunitario”. Io troverei più interessante sviluppare e scrivere un libro, come “accennava”, trattenendosi, il prode Barbieri (Daniele magico!), insistere sulla lotta dal basso, “raccontare il male raccontare il bene, non dimenticare le pene, raccontare le lotte raccontare i conflitti non fare come i derelitti, non nascondersi e scappare, a volteo scoperto mettersi a cantare, a volto coperto tirare i sassi, contro le zone rosse e i gradassi, per concludere con…Insurrezione semplice! e Renzi in questo contesto spiaccicato sta aggiungengo obbrobrio e abominio, staccando la data del referendum per le trivelle dalle elezioni amministrative (se non sbaglio), e allora mambo!

  • domenico stimolo

    Urca, quanti pensieri pesanti tutti d’un colpo! Il titolo è quasi un elegante espediente per costringere a scavare nella memoria. Per fare quasi un “telegramma” di vademecum politico, sociale ( quindi personale) del proprio percorso. Forse è colpa dei “malanni” accennati. Infatti…la mente vola. La peculiarità è forse più forte nei “vecchietti”. Capita anche a me in certe occasioni. Giustappunto, con la sua venuta a Catania di poco più di un mese addietro, abbiamo scoperto che abbiamo proprio lo stesso peso degli anni. Gli acciacchi, i pensieri, i bilanci, si intrecciano. Chissà dove realmente portano. Alfine planano, dopo il volo nella mente.
    Certo, nel corso dei decenni tante cose sono profondamente mutate nell’essenza dei riferimenti ideologici e nei loghi delle rappresentazioni politiche. Ma, nei processi sociali, vale la vecchia formulazione chimica recitante che “ nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”?
    Da un certo angolo di lettura la “frase” si può considerare valida riferita alle fondamenta che hanno caratterizzato l’evoluzione delle strutture umane. La ricerca dell’uguaglianza ( nei diritti e nei doveri verso gli altri), la pratica della democrazia contro i poteri assolutisti e verticisti, della solidarietà, il contrasto ai potenti che vogliono sempre più accumulare, la difesa della madre natura, sono sempre stati i principali motori di ricerca nel cambiamento sociale. Anche nelle fasi più oscure dell’era considerata moderna ( almeno dall’invenzione della scrittura). La disgregazione, l’analfabetismo, la credenza a riferimenti “sacrali”, hanno sempre determinato i peggiori asservimenti.
    Per tutta una certa fase sembrava quasi che le teorie marxiste avessero trovato la formula magica per creare un mondo nuovo. La realtà evolutiva delle vicende ha dimostrato che le contraddizioni interne possono risultare sempre più forti, distruggendo il tentativo concreto di sperimentazione. Mancava il prioritario aspetto libertario. Però, nulla si distrugge, tutto cova. Un dato sembra certo. Con l’attuale struttura di sfruttamento economico, finanziario ed ambientale, che mira a costruire sempre più guerre, si corre il rischio di mandare a gambe in aria la Gaia Terra e i suoi residenti umanoidi e di altro genere.
    Un altro dato è certo. Senza la ricerca e l’incentivazione alla partecipazione delle persone, in veste di lavoratori e cittadini, il motore del cambiamento ( nelle piccole e grandi questioni), prima si inceppa e poi si rompe.
    L’ esperienza diretta insegna che la pratica dell’aggregazione ( partecipazione) e l’individuazione di obiettivi comuni condivisi, perseguiti in maniera organizzata, permettono la potenziale possibilità di raggiungere risultati, o almeno di fare muro.
    Tanti sono gli esempi. In particolare lo insegna il movimento di rivendicazione dei lavoratori, organizzati in sindacati. Sono stati uno strumento fondamentale negli ultimi centocinquant’anni per determinare cambiamenti sostanziali nel mondo del lavoro, e anche nella società.
    Tornando al titolo dello scritto di Barbieri: il referendum del 17 aprile e gli altri che a breve verranno ( difesa della Costituzione……).
    Proprio sulla base di quanto scritto nelle righe immediatamente precedenti condivido l’aspetto propositivo. Ogni referendum vinto è pane vitale per tutti coloro che credono che i cambiamenti si possono determinare solo con la spinta risolutiva dal basso.
    Certo, il referendum antitrivelle che bucano il mare non ha avuto la pressione propulsiva della raccolta delle firme, e la formazione quindi di estesi comitati su tutti i territori, come nelle vicende dell’acqua. pubblica. Il tempo è molto breve. Pero, importanti strutture associative, ambientali, sociali e politiche ne sostengono le ragioni. Il PD sembra proprio la vecchia DC, non disturbare mai i manovratori.
    Forza e coraggio. Il QUORUM può essere raggiunto. Grazie, in particolare, all’impegno di tutti di coloro che con l’impegno attivo considerano la partecipazione strumento fondamentale, motore del mondo.

  • Questi tuoi dolori, mio caro DB sono i nostri dolori. Anche io andrò a votare, eccome se ci vado. Consapevole che il/i governi che stiamo vedendo barano con la democrazia. Farò la mia parte; sarà utile? Senz’altro per me. Per il mare che amo. Per la terra che lo sfiora. Settis dice una verità ma mi sarebbe piaciuto che trapelasse la speranza oltre la radiografia del presente. Essere “extra” è un progetto. Fare l’advertisseur è necessario anche se non sempre paga. Per fortuna i soldi, oltre al necessario per vivere dignitosamente, non sono la nostra priorità. Prenditi cura di te e di questo Blog così Extra.

  • Francesco Masala

    capisco la delusione di Settis (e di tutti noi), comunque vada ci fregano sempre, e allo stesso tempo mi piace quello che dice Paco Taibo II: “Tanto qui non si gioca più a vincere. Si gioca a sopravvivere e a continuare a dare fastidio”.

    partecipare ai referendum, per quanto di portata limitata, che se perdono se ne fregano, è un piccolo, ma importante modo per resistere, in attesa di Godot, o di qualche forma di resistenza organizzata, una qualche “occupy” planetaria (per l’Italia da sola la vedo male) alla quale unirci, per vincere dopo una vita a fare catenaccio e perdere tutte (o quasi) le partite.

  • Se Daniele è pessottimista io sono pessimista. Soprattutto sul referendum del 17 aprile la vedo dura raggiungere il quorum e, in ogni caso, finisce che anche le conquiste raggiunte vengono cancellate. Se penso al referendum sull’acqua pubblica mi sembrano passati milioni di anni, e invece stiamo parlando solo di qualche anno fa.
    Concordo con la frase di Taibo II citata da Francesco. Per il resto, purtroppo, mi sembra un po’ un deserto, anche a sinistra (dal punto di vista politico, ma anche, sotto alcuni aspetti movimentista) poiché c’è la difficoltà a costruire dei progetti duraturi e di ampia portata nel tempo, oltre ad avere una visione realistica sul futuro. Bisognerebbe condurre, uniti, lotte di lunga durata con estrema pazienza, penso ai Sem Terra brasiliani o alla caparbietà dei movimenti per i beni comuni cileni, brasiliani o argentini, solo per fare qualche esempio.
    Speriamo in un nuovo ciclo di lotte sociali condivise come ai tempi del grande movimento contro la guerra, ma in questi ultimi anni, per tornare un termine di moda quando i movimenti extraparlamentari avevano esaurito la loro spinta, siamo di nuovo al cosiddetto”riflusso”.

  • Andrò a votare con convizione al referendum, anche il solo dare fastidio a Renzi & co. è già una soddisfazione seppur apparentemente inutile. Una vittoria contro le trivelle comunque ritarderebbe, questo sì, non si darebbe vita facile ai trapanatori e ai logo galoppini. Interessante la valutazione sul PCI da parte del Barbieri, io penso che Berlinguer non sia stato proprio un così bell’esempio, ma ormai nell’abiura generalizzata del Comunismo, fa meno paura alle proprie (false) coscienze ricordare solo gli “addomesticati”. Il movimento 5 stelle ha indubbiamento portato al centro del discorso delle istanze interessanti, è l’unico movimento in Italia che parla di “nazionalizzazione delle banche”. Tutta fuffa? Può essere. I numerosi voltagabbana e dilettanti allo sbaraglio sembrano dar ragione ai detrattori. Non credo che un’azione extraparlamentare (nel senso sessantottino del termine, e non nel senso dell’allegra società civile impegnata) abbia senso se non mirata ad uno scopo rivoluzionario, ovvero il cambiamento violento dello status quo. Se non si mira a questo, allora tanto vale impegnarsi in un progetto culturale riformista come il vecchio PCI pre-Berlinguer.
    Ma è proprio la cultura del ’68 e del ’77 che ha contribuito più di tutte alla distruzione del vecchio modello Novecentesco, è andata a braccetto con lo “yuppismo” degli anni ’80 e ’90. Chi oggi (da Seattle in poi) fa Movimento ha nel DNA il rifiuto dei partiti in quanto tali, delle procedure, delle liturgie, dimenticando che spesso la libertà è fatta di procedure noiose e non dalla loro distruzione.

  • il titolo è: ma perché il pd ha paura di questo referendum?
    Non mi resta altro che aggiungere un paio di cose a quante ne sono già state scritte.
    Votare e far votare questo referendum (che come tutti è tutelato per indizione e svolgimento, nonché esiti, dall’art. 75 della nostra Costituzione) è essenziale per due motivi:
    – smascherare le bugie che vengono propalate dagli sgherri di regime circa disoccupazione e rifornimenti energetici, dimenticando di dire che questo referendum chiede solo di bloccare le proroghe di estrazione e che sono lavoratori anche i pescatori, gli operatori turistici e non ultimi gli abitanti delle coste, inoltre che il nostro patrimonio culturale è composto anche da quello marino e sottomarino e che le estrazioni nei nostri mare non sono di proprietà dello Stato, ma delle società che hanno licenza di farlo;
    – preparare il terreno, dissodandolo e bonificandolo, per l’altro referendum, quello costituzionale, perché la nostra Carta non può essere continuamente sfregiata con il vetriolo; è l’unica che abbiamo ed è rimasta purtroppo l’unico baluardo contro la restaurazione borbonica messa in atto da questo governo, non trovando più nel Quirinale il naturale suo difensore; a questo proposito sarebbe necessario per lorsignori leggere (se non l’hanno mai fatto) ed applicare l’art. 54 della Costituzione: e se non lo fanno, si accomodino, quella è la porta, anche se dovremo condurli con in mano un’unica possibilità: una matita.
    Una piccola nota di orgoglioso ottimismo:
    ci ricordiamo, vero? quale fu il risultato che ottenne Bettino Craxi (unicamente segretario del psi) quando invitò gli italiani ad andare al mare invece di andare a votare al referendum?
    E per finire: inoltrerò ai miei contatti il racconto di Savina Dolores Massa “La Sirenetta, Moby Dick e le trivelle” che trovate su questo blog. Il mondo salvato dalla poesia.
    Hasta siempre la victoria.

  • Gian Marco Martignoni

    Loris Caruso su Il Manifesto del 15 Marzo ha ben fotografato le problematiche che dilaniano l odierno contesto politico, segnalando come “un nuovo soggetto politico che abbia capacità espansiova non nascerà se non sarà preceduto da una mobilitazione sociale” Pertanto, condividendo le considerazioni di Domenico Stimolo sulla genesi istituzionale di questo referendum – al di là delle generose mobilitazioni dei territori interessati alle trivellazioni- , sono convito che dobbiamo fare il possibile per votare e far votare il 17 Aprile, nella consapevolezza di quanto scrive Daniele a proposito delle sinistre auto- cancellatesi da tempo Altresi l’ efficacia di uno strumento di democrazia diretta qual’ è il referendum deve sempre essere contestualizzata rispetto ai rapporti di forza sul piano politico. Per intenderci, un conto ‘fu la vicenda dei referendum sul nucleare, un conto quella sull’ acqua pubblica, dato che siamo all’estinzione della sinistra nel nostro paese. Detto che i 5 Stelle sono l’ espressione del disorientamento di massa generato da questa estinzione della sinistra, e pertanto, eufemisticamente, per nulla affidabili, quel che srive Paco Taibo II ci dà la forza di onorare con dignità la nostra comune storia politica.

  • Sì sono d’accordo. Votare non serve più a nulla. Se è mai servito a qualcosa.
    Non serve a niente se come ci è presentato dalla cultura dominante come la panacea per tutti i mali della società. Voto quindi sono democratico. Paese dove ci sono elezioni democratiche vuol dire paese evoluto, democratico, benestante.
    Votare porta a risultati interessanti quando è il risultato di una attività politica, culturale e sociale di massa, quando il paese entra in subbuglio, che si discute a tutti i livelli ci si confronta poi si arriva a un referendum. Come è stato per il referendum per il divorzio. O altri di questo tipo.
    Qualche anno fa ero inquilino di due gentili signore piemontesi di 88 e 93 anni. Molto cattoliche, ma anche molto ragionevoli. Dicevano: “noi abbiamo votato per il divorzio perché abbiamo capito che se due non vogliono più stare insieme, non è lo stato che li deve costringere e abbiamo votato per l’aborto legale perché le signore ricche vanno ad abortire in svizzera nelle cliniche di lusso. Mentre le povere devono andare a farsi macellare di nascosto nelle cantine”. E io mi dicevo: ecco una riforma che è entrata nella mente della gente.
    E questo risultato non è merito della votazione ma di tutto il lavoro che c’è stato.
    Un lavoro simile non agli stessi livelli. Ma un po’ nello stesso spirito è stato fatto per l’acqua pubblica, contro il nucleare….
    Ma è illusione credere che vinto il referendum si può tornare a casa a riposare e le cose rimangono così. Mentre l’interesse di tutti non è vigilato da nessuno gli interessi di pochi sono vigilatissimi. I lobisti sono in aguato continuo. Assediano la politica, con pressioni, suggerimenti, consigli, “aiuti”, spinte, spintarelle, buste e bustarelle.
    Insomma io a votare contro le trivelle ci andrò il 17. Se servirà a fermarle sarà una buona cosa. Se non servirà non ci avrò perso niente. Ma rimango convinto che non risolveremo le cose rimanendo così ad aspettare i referendum, e andando alle elezioni a votare il meno peggio, che è sempre peggio del meno peggio della volta precedente.

  • Votare. Assolutamente. Sempre

  • Ciao !
    Io voglio votare dall’estero. Non so come si fa, devo contattare l’ambasciata, non ho il tempo ma lo devo trovare, anche se sono esausto. Questo è un sintomo.
    Cioè in generale condivido la tua analisi Daniele. Qui osservo una decisa tendenza verso il tribalismo, il razzismo, il neonazismo e il disimpegno (tanto vale divertirsi). Chi cerca di opporsi e resistere è soffocat* o uccis* dai problemi concreti della sopravvivenza economica. Io cerco di utilizzare la mia piccola fortuna per poter diventare un buon insegnante di scuola e poter generare criticità e quindi resistenza (generatività è una parola che mi piace molto). È cruciale evitare il tribalismo. È altrettanto cruciale imparare a collaborare meglio per poter generare alternative concrete. Il sistema è insostenibile. Temo sempre di più che sia irriformabile. Allora è cruciale ripeto imparare a generare alternative concrete, attraverso cui chi resiste possa continuare a resistere e generare. Altrimenti la resistenza diventerà un lusso che pochi possono permettersi, e ciò sarebbe una tragedia. Perché la tendenza che osservo nel mio quotidiano è una decisa tendenza verso il neofascismo e il neonazismo.
    Abbracci
    Ago

  • Ho appena votato: Sì.
    Imbuco la busta domani mattina.
    Abbracci
    Ago

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