1820: fermenti di libertà nella rivoluzione siciliana

di Natale Musarra ripreso dalla rivista «Sicilia libertaria» (luglio-agosto 2020)

Tutte le rivolte di una certa consistenza e tutte le rivoluzioni, anche le più ambigue, hanno ospitato delle correnti che premevano per realizzare forme di democrazia diretta, autogoverno e giustizia sociale, sempre più radicali in ragione dei successi ma anche degli ostacoli che incontravano.

In Sicilia non era penetrata la rivoluzione francese, ma numerose logge massoniche erano presenti alla fine del ‘700, e molti siciliani ne erano entrati in contatto o simpatizzavano con gli ideali repubblicani più avanzati.

La carboneria è la prima società segreta dove questi ideali (derivazione dal grande ceppo dell’illuminismo) ebbero modo di svilupparsi fino ad assumere intonazioni decisamente libertarie. Giunta in Sicilia dalla Calabria almeno dal 1815, la carboneria aveva assorbito in un primo tempo i resti delle antiche logge massoniche (il cui radicalismo e antistatalismo è testimoniato dai contatti intessuti con gli “illuminati” di Baviera), scioltesi a causa della repressione filo borbonica o delle contaminazioni con logge imperiali francesi e inglesi; e successivamente, nelle carceri, nelle università e tra le maestranze delle grandi città, aveva assunto un aspetto sempre più popolare, che in Sicilia contrastava col carattere militare ed élitario di analoghe organizzazioni del continente. 

Quando il 17 luglio 1820 scoppiò finalmente l’insurrezione antiborbonica, la carboneria vi assunse un ruolo di primo piano, sia nel campo militare, dove troviamo al comando il colonnello Requisenz e, durante l’insurrezione di settembre, il generale Rosenheim; sia in quello politico-sociale, con la presenza di Gaetano Abela e di Giovanni d’Aceto, portatori di istanze democratiche avanzate, e col controllo della città di Palermo assunto da maestranze, in particolare quella dei conciapelli, i cui principali esponenti erano di simpatie carbonare.

Per la prima volta in Sicilia un popolo compatto aveva avuto ragione, mano armata, di un esercito agguerrito e numeroso,  quale quello borbonico, valutato in 12.000 uomini, e questo, oltre a costituire un precedente per le successive insorgenze popolari, aprì un ampio ventaglio di possibilità realizzative.

Mentre le idee dei capi politici della rivoluzione variavano dalle monarchiche alle repubblicano-costituzionali, quelle dei popolani vicini o aderenti alle vendite carbonare erano più prettamente socialiste, vagheggiando una parità di diritti con le classi borghesi e nobiliari, il controllo diretto dell’azione di governo, l’abolizione o la riduzione di tasse che gravavano sul popolo minuto, la requisizione o il prelievo forzoso dalle ricchezze dei possidenti,  istituzioni cittadine di democrazia diretta in tutti quei territori (i 2/3 dell’Isola) aderenti alla rivoluzione. Lo svolgersi degli eventi, il tentativo di restaurazione moderata operato dalla Giunta di governo, le trattative con l’esercito borbonico, il loro rifiuto da parte del popolo culminato nell’insurrezione del 25 settembre 1820, porteranno ad una accentuazione di questi aspetti ma anche alla immatura fine della rivoluzione.

Abbiamo raccolto qui alcuni spezzoni di documenti, scelti tra quelli che più riescono a cogliere il fermento che animava i protagonisti della rivoluzione del 1820, per finire con un accenno alla sua eredità ideale, riportando un brano del Catechismo della setta «Repubblica» del 1824-26, evoluzione degli ideali carbonari degli anni precedenti.

LE RIVENDICAZIONI DEL POPOLO

Per meglio comprendere cosa “bolliva in pentola” alla vigilia della rivoluzione del 1820 occorre stranamente affidarsi agli stessi documenti ufficiali prodotti da quella rivoluzione. Con lodevole lungimiranza, tra i primi decreti della Giunta provvisoria palermitana vi fu la nomina di un comitato “storiografico”, che cioè fissasse “l’occorso” per i posteri. Nel “rapporto” del comitato, reso pubblico nemmeno quindici giorni dopo l’insurrezione, si può leggere:

Appena riacquistato dal re nostro il Regno di Napoli … la ferita, di cui più sentimmo il dolore, fu l’unione di questo nostro Regno e quello di Napoli, e tanto più viva, ed insanabile fu quella piaga nel cuore di tutti, quanto più conoscevamo, che in gran parte la ricchezza, e la prosperità Nazionale era in noi derivata dalla totale divisione della Sicilia da Napoli. Più sventuratamente successero a tanto disastro insopportabili dazj, e quindi deperimento di Agricoltura e Commercio, e sistema amministrativo complicato e gravosissimo, e registro, e bollo, e carta bollata, e leva forzosa, duro provvedimento, di cui tutti i Governi di Europa pocanzi incolpavano l’Imperatore dei Francesi. In questo deplorabile stato eravamo, quando il 14 luglio del 1820 giunse da Napoli a Palermo un legno, il quale avvisandone la rivoluzione militare di Napoli, che avea dato a quel Regno la Costituzione di Spagna dal Re stesso giurata, ritornò, all’entusiasmo primiero, sopito sì ma non ispento, gl’intelletti Siciliani; i quali tanto più fortemente rilevandosi dall’oppressione, quanto più era stata quella pesante, proruppero in dimostrazioni di gioja ardentissima; e lo stesso giorno si vide il segnale della libertà, il nastro tricolore dei Carbonari sul cappello di tutti, ed alle donne nel petto (…)

Se tutti i Cittadini si erano entusiastati per il sostegno della loro Indipendenza, e per iscuotere il giogo pesantissimo dei Ministri di Napoli come causa dei loro mali, sembrava, che il principale espediente era quello di accordar loro quanto concordemente voleasi; ciò che potea restituire solamente la calma. Che il publico risentimento avea di mira tutte le istituzioni di nuova data, Carta bollata, Registro, Intendenza, e perciò che doveansi queste abbolire, e la loro soppressione proclamarsi per tutto il Regno, all’oggetto d’impedire negli altri Paesi disordini somiglianti (…)

Parrà sicuramente incredibile, a chi non ne fu testimonio oculare, il sentire, che tutto un Popolo in arme, senza capo, senza legge, fuorché quella della propria saggezza, e moderazione, si sia astenuto dagli urti, e reazioni furiose dell’Anarchia, mentre non chiede altro nel cuore, che Indipendenza e Libertà”. 

(Dal Rapporto fatto alla Giunta provvisoria dal Comitato eletto a raccogliere gli avvenimenti de’ giorni 14, 15, 16, e 17 luglio, in «GIORNALE LA FENICE», n. 1, Palermo 31 luglio 1820)

Questo documento, legando l’usuale lettura indipendentista, o peggio “nazionalista”, alla libertà dall’oppressione, sia politica che fiscale, fa emergere una caratterizzazione socialista e libertaria della rivoluzione del 1820, sovente sottaciuta. Il 3 agosto, Giovanni d’Aceto, incaricato dalla Giunta provvisoria di redigere una risposta ad alcune avventate affermazioni dell’erede al trono di Napoli, riprendeva gli stessi concetti per un documento altrettanto e forse più importante del precedente (essendo specificatamente “programmatico”):

Per la prima volta si videro le madri strappati i giovani figli, non per la difesa della Patria, ma per popolare le schiere Napoletane ne’ lontani lidi della Puglia; la carta bollata, il registro, e tant’altri dazii non men pesanti arbitrariamente imposti, facendo giornalmente passare in Napoli le ricchezze del paese, avean fatto da per tutto succedere alla prosperità e all’opulenza la più squallida miseria. Una mania di sistemi, e di organizzazioni novelle manteneva la vertigine, e il disordine in tutte le Amministrazioni, la incertezza in tutti gli spiriti. Falangi d’impiegati, scelti da ciò che la Sicilia avea di più abjetto in ogni classe, inondaron la Sicilia per esaurirne le ultime risorse. Il desidderio d’impieghi avea già guadagnato tutte le classi dei Cittadini, e a gara eran da tutti abbandonate le utili professioni, le arti, la industria, altronde avvilite, per la carriera degli impieghi, che si riguardava come l’unica, ed estrema risorsa. Da’ più piccioli a’ più gravi interessi tutto si definiva in Napoli. Migliaja d’infelici ogni giorno astretti erano a varcare il mare, e popolando le scale, ed anticamere di Ministri invisibili, presentavano il più degradante spettacolo della nostra umiliazione.(…)

Tutti son convinti, cher senza indipendenza non v’ha libertà, e tutti son decisi a difenderle entrambe sino all’ultima stilla di sangue”

(Dalla Risposta dei palermitani al proclama di S.A.R. il Principe Vicario Generale, in «Il Giornale patriottico di Sicilia», numero speciale, 3 agosto 1820)

Tra i primi atti della Giunta provvisoria assunsero infatti un posto di rilievo quelli di carattere sociale. Il 18 luglio venne ordinato al Principe di Torrebruna, Pretore di Palermo, di far aprire tutti i forni “e farli panizzare sollecitamente, e nel caso in cui non si trovassero pronti o non bastassero li detti forni, allora Ella di unita ai senatori disporrà, che i forni de’ Conventi panizzino al più presto possibile, onde nelle Piazze non manchi affatto il bisognevole e tutti li generi di comestibile”; il 20 luglio fu diminuito il prezzo del pane; nei giorni seguenti, il Senato riuscirà nel miracolo di far “fiorire l’abbondanza” e tenere le botteghe “ricolme di viveri” (ASP, Reale Segreteria, Incartamenti, b. 5038, elogio al Pretore di Palermo firmato da 26 Consoli il 5 settembre 1820). Il 26 luglio vennero abolite le gabelle del macino, sulla carne di agnello e sui capretti, sull’immissione del vino e del carbone, e del pesce fresco, quest’ultima “in remunerazione dei servigj resi dalla Classe dei Pescatori di questa Città”. Il 2 e il 17 agosto, il comitato delle Finanze, “purtroppo convinto che lo Stato non può sussistere senza occorrere alle spese necessarie per la sua conservazione, spese che non possono ritrarsi se non per mezzo delle imposte, e contribuzioni”, riformava il sistema fiscale mantenendo in vigore solo la Fondiaria ed il dazio sul Macino, ed abolendo i dazi sulla casa e sulla carne, le imposte di registro, le conservazioni d’ipoteche, la carta bollata, le licenze di Pesca e Caccia. La fondiaria sulle terre passerà dal 12½ al 7 ½ per cento; quella imposta dai Consigli Distrettuali e Provinciali rimarrà abolita. Anche il dazio sul macino diminuirà, da tarì 13 e grana 16 alla salma a tarì 6 e grana 8 alla salma. Saranno però soppresse tutte le altre imposizioni sul macino, civiche, distrettuali, o provinciali, e soprattutto verranno resi esenti “tutti gl’inquilinaggi, chiuse, ed altre tenute di terre che siano di una estensione minore di salme due.”

Si provvederà a reperire le ulteriori risorse finanziarie attraverso la confisca, la vendita di oggetti e la messa in produzione delle numerose proprietà regie sparse sul territorio palermitano; l’esproprio delle rendite della mensa vescovile di Agrigento; l’accensione di mutui prima volontari e poi forzosi presso i cittadini più facoltosi, ponendo a garanzia la Contea di Mascali, di proprietà regia. Quella del mutuo forzoso può essere considerata una forma di espropriazione delle ricchezze, non molto dissimile da quella operata da alcuni Consoli nei confronti di diversi mercanti nei primi giorni della rivoluzione (fu calcolato che D. Gaetano Leone, collaboratore del Console dei conciapelli, abbia da solo preso in mutuo una somma di ben 1963.6.15 onze).

UN MODELLO ORIGINALE DI RICOSTRUZIONE SOCIALE

La rivoluzione del 1820 produsse un modello del tutto nuovo di ricostruzione sociale, che esportò nei Comuni aderenti. Esso faceva capo alle maestranze cittadine, alle quali spettava il merito maggiore della Rivoluzione e che avevano un largo seguito nel basso popolo. Le 80 maestranze del 1820 stavano trasformandosi in moderne società di mestiere: avevano allentato l’esclusivismo associativo e si stavano velocemente democratizzando (molti Consoli e Consiglieri venivano ora eletti direttamente, per acclamazione, in pubbliche assemblee, e potevano essere revocati se non più graditi) e radicalizzando (un certo numero degli associati aderiva alle vendite carbonare). 

Le maestranze scelsero i membri della “Giunta provvisoria di pubblica sicurezza, e tranquillità”, per la più parte nobili e borghesi, in base a capacità, competenza ed esperienza di governo. A costoro si aggiunsero successivamente alcuni rappresentanti dei Comuni dell’Isola. La Giunta trattava i suoi affari pubblicamente, sotto il diretto controllo dei Consoli, quattro dei quali partecipavano a turno alle sue sedute; le risoluzioni venivano prese con il loro accordo, così come le nomine degli ufficiali delle guerriglie e dell’esercito. 

Il lavoro legislativo era facilitato da una pletora di Comitati e/o Commissioni (ne abbiamo contato all’incirca 60), con una forte presenza di esponenti delle maestranze, ai quali venivano smistate le richieste dei cittadini e le varie pratiche di legge che, una volta trattate, venivano tradotte in proposte di decreti che la Giunta provvedeva a emanare. 

L’intero sistema impegnava pertanto un gran numero di cittadini (decine di membri della Giunta provvisoria e da 4 a 12 membri per ciascun comitato) ed era totalmente gratuito: il 14 agosto infatti si decretò che a nessuno dei componenti della Giunta o dei comitati, e nemmeno ai Consoli, fosse consentito di domandare “cariche, impieghi, o qualunque altra incombenza di lucro, e qualora l’avessero ottenuto, vi rinunziassero”.

La città di Palermo era governata pressoché allo stesso modo: al Pretore e a 6 senatori – come in passato – si erano aggiunti 24 cittadini d’ogni classe, di cui 8 erano Consoli, 4 nobili, 4 legali, 4 possidenti gentiluomini, 2 negozianti e 2 borgesi. Con circolare del 26 luglio, tutti i Comuni dell’Isola furono invitati ad adottare il medesimo sistema, ed in mancanza di maestranze ad eleggere in pubblica assemblea una Deputazione alla quale competeva la nomina della Giunta provvisoria locale. 

Il verbale inedito che pubblichiamo qui sotto, estratto tra i tanti più o meno simili conservati tra le carte della Giunta palermitana, dà un’immagine chiara di come, anche in tal modo, si procedette ad “esportare” la rivoluzione in gran parte dell’Isola.

In Santa Croce li Venticinque Agosto 1820

Furono congregati nella Sala Comunale di questo Comune di Santa Croce d’ordine del Sig.r Barone D.n Gaetano Aliotta di Terranova Incaricato dalla Giunta Provvisoria di Palermo tutti i Ceti delle Maestranze componenti questo Comune, a seconda si prescrive nel Sopracitato foglio d’incarico. Si poserto in azzione con la mia assisternza, e coll’intervento del detto Signor Rinzivillo tutte le debite formalità ed ammessi tutti l’infrascritti Ceti dal sudetto Sig.r Rinzivillo si tenne il seguente discorso:

Cittadini, e fratelli. Voi siete qui radunati, perché in Voi risiede la maggior parte della Rappresentanza di questo Comune, ogni affare deve definirsi dagli Abitanti, e come l’unirli tutti si rende difficoltoso, così ad esempio delle grandi Popolazioni bisogna per la celere spedizione degli affari che si eliggessero i Consoli, costoro rappresentano ogniuno il Suo ceto, ed ogniuno è in obligo di vuotare [sic] a nome di esso, da ciò ne dedurrete che l’Eligendo dev’essere dotato di lumi, e di buona opinione ed a lui, ed alle sue dimande deve il rispettivo Ceto essere e confidente, e pronto, come l’Eletto deve in ogni punto essere pronto alle incombenze che occorrono. Tenendo presenti questi Salutari riflessi Io v’invito all’elezzione”.

In  seguito si passò all’Elezione di tré Consoli dal Corpo unito delle Maestranze tutte di questo Comune che a voto unanime elessero D. Antonino Occhipinti, D. Rosolino Mauro, e M.to Guglielmo Zira; li Borgesi a voto Comune: Massaro Antonino Fiorilla, Massaro Guglielmo Fontana; li Giornalieri a maggioranza d iVoti:Massaro Luigi Miranda, Michaelangelo Vasile; li Bordonari a maggioranza di Voti: Nunzio Gulino, Paolo Aquila.

Fattasi tali elezioni, e licenziatosi tutti l’Individui, menocché i Consoli eletti, furono l’istessi da me Cancelliere, d’ordine di d.° Rinzivillo Commiss.(iona)to invitati per intervenire dimani alle ore tredici in questa Casa Comunale per passarsi all’ulteriori elezioni.

Nicolò Pernice Cancelliere” (AS Palermo, Real Segreteria, Incartamenti, b. 5035)

L’indomani, 26 agosto 1820, anche a Santa Croce Camerina fu eletta una Giunta provvisoria formata da alcune “persone distinte” del paese (il presidente, tre deputati, quattro collaboratori, e il cancelliere nella persona dello stesso Pernice). La sera stessa, alle ore 24, la Giunta neo-eletta, con l’intervento dei Consoli, eleggeva il Giudice Civile, quello Criminale e le guardie municipali col loro Capo.

Molte di queste Giunte paesane mantennero una certa autonomia da quella palermitana (in alcuni Comuni, come a Butera, la Giunta di Palermo fu costretta a ordinare l’arresto del Sindaco precedentemente in carica, che, con la tolleranza della Giunta locale, non si era ancora dimesso). Un certo dissenso serpeggiò quando si trattò di applicare i nuovi dazi. Nei Comuni in cui vi erano già state delle rivolte popolari, tra i primi provvedimenti delle Giunte vi fu quello di ratificare l’abolizione della tassa sul macinato, la più odiata. Perciò, quando la Giunta di Palermo trasmise il suo Piano di riforma fiscale, che ripristinava, seppure dimezzato, il dazio sul macino, vi furono delle forti resistenze. La Giunta di Valle d’Olmo, ad esempio, ritenne pericoloso informarne la popolazione che “s’è creduta sgravata da tal peso: da poiché la stessa si contenta più tosto d’una Tassa testatica per quella somma, che la Sup.(re)ma Giunta vorrebbe con moderatezza imporvi, perché non si veda più vessata dal nome di Macino, né vi saranno persone, che assumeranno l’impiego di Custodi del Macino, sapendone la comune volontà, e risoluzione, perché sarebbe lo stesso, che esporvi la vita”. A Collesano, e in altri Comuni, le rivolte avevano portato all’incendio della casa del Pro Segreto con all’interno i riveli, i piani, ecc., per cui si sostenne che fosse impossibile l’esazione. A Gratteri il rifiuto fu netto: “Con tutto il piacere accettarono questi naturali la detta Riforma ad esclusione del dazio sul macino, non perché gli sembra forse gravato, ma per le prepotenze ed assassinj, che ha sofferto questo popolo dai Gabelloti di detto dazio. Pensa ancora questo Comune le violenze di detti Gabelloti, le ingiustizie de’ Segreti, e Prosegreti, che favorendoli sempre decidevano sempre in favore de’ gabelloti senza prestare orecchio alle grida di tanti miserabili. Non mancano famiglie in questo Comune desolate, ed impoverite per tali ingiuste controvenzioni” (AS Palermo, Real Segreteria, Incartamenti, b. 5038).

LA LIBERTÀ DEI CARBONARI SICILIANI

È di una estrema difficoltà reperire statuti e scritti dei carbonari siciliani perché, con la restaurazione borbonica, si pensò bene di distruggerli per evitarsi anni di carcere, relegazione nelle isole o esilio. D’altronde, per la sola Palermo – ma la carboneria era estesa in tutta l’Isola e massimamente a Messina – esiste un notamento di polizia, piuttosto attendibile, che elenca ben 1263 dignitari carbonari (soltanto Maestri e Gran Maestri!), suddivisi in 33 vendite

Non potevamo perciò concludere senza accennare alla diffusione delle idee più radicali – all’epoca quelle di repubblica e di federazione -, ma anche all’aspirazione alla libertà degli anarchici, di cui i carbonari, principali artefici della rivoluzione del ’20 – si fecero diffusori presso il popolo minuto.

Non vi è dubbio che l’uomo nasce libero, ed a questa libertà alza i suoi vanni. Se dure ligacce annodassero il suo piede, colla più oculatezza disciogliersi tenta.

Un mortale ragionevole non è nel dritto dominare un altro simile, mentre tutti dallo stesso principio abbiamo l’origine, ed ognuno di se stesso è padrone. Ma l’ambizioso destrugge volendo dell’umanità i pregi, non solo che (di) natura usurpa un dominio assoluto, abusando di quella fortuna, che il cieco caso concede.

Conoscendo noi questa verità, colla sparsione del sangue difendiamo l’innata libertà. Così inculchiamo ai nostri Officiali rigorosa vigilanza sul novello cittadino ricevuto sotto l’Aquila nostra”.

(Dal Catechismo della setta “Repubblica”, anni 1824-1826, trascritto da Valentino Labate in Un decennio di carboneria in Sicilia, vol. II, Roma-Milano, 1904)

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

 

La Bottega del Barbieri

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