2019, nuova odissea nello spazio

di Daniele Barbieri (*)

Arrivano gli astronati “privati”

Se in queste notti estive alzate gli occhi al cielo e siete in vena scientifica-filosofica (più che romantica) potete fare gli auguri a questi 9 futuri astronauti: Eric Boe, Chris Ferguson, Nicole Aunapu Mann, Bob Behnken, Dough Hurley, Josh Cassada, Suni Williams, Victor Glover e Mike Hopkins. Che hanno di speciale rispetto ai “colleghi” vecchi e nuovi? Saranno i primi a volare nello spazio con capsule prodotte da privati, sia pure in collaborazione con la Nasa, la storica agenzia spaziale statunitense.

Perchè è così importante che siano astronauti “privatizzati”? Per capirlo è necessario un riepilogo di cosa noi umani abbiamo fatto (molto) nello spazio e cosa resta da fare (quasi tutto).

Il 1959 fu un anno chiave. Il 14 settembre la sonda sovietica «Luna 2» toccò il nostro satellite: più che uno sbarco fu uno schianto, all’epoca i sovietici (gli statunitensi erano ancora a naso in su) non erano in grado di realizzare «atteraggi morbidi». Però era la prima volta che un manufatto umano volava oltre il cielo. Pochi giorni dopo, il 4 ottobre 1959, altra impresa dell’Urss: «Luna 3» entra nell’orbita lunare e ne fotografa “la faccia nascosta”.

Come si sa 10 anni dopo, il 10 luglio 1969, gli Usa vinsero la gara per sbarcare sulla Luna. Da allora (checchè dicano certi complottisti ignoranti) 12 astronauti statunitensi “allunarono” mentre le nostre sonde hanno «toccato» (o costeggiato) tutti i pianeti del sistema solare. E 5 viaggiano oltre il Sole.

Senza retorica è una nuova era nella storia umana. Sulla quale pesa un gigantesco “però”: dal 1972 a oggi nessun essere unano è uscito dal campo gravitazionale terrestre. Centinaia di astronauti (di molte nazionalità) hanno volato e alcuni hanno soggiornato nella Stazione Spaziale Internazionale (che per la cronaca è vicina: meno della distanza fra Roma e Milano). La ricerca non si è fermata: robot – o meglio laboratori mobili come il celebre Curiosity – sono al lavoro su Marte; una sonda è arrivata nella “impenetrabile” atmosfera di Venere e un’altra (europea) il 14 gennaio 2005 è atterrata su Titano mentre la sonda Rosetta (pure europea) è sbarcata su 67P/Churyumov-Gerasimenko, una cometa. Grandi successi ma i progetti più ambiziosi – portare esseri umani su Marte – vengono sempre rimandati.

Mancanza di soldi certo. E fattori politici (fors’anche emotivi) difficili da riassumere in poche righe. Fatto è che siamo tornati un po’ troppo “terrestri”.

Negli ultimi anni però la corsa allo spazio sta ripartendo con nuovi, inattesi protagonisti: dopo Russia, Usa e Europa (che spesso collaborano) anche Cina, India, Giappone, Kenia. E soprattutto i privati. Questa è la grande novità.

Dal 1967 infatti l’Outer Space Teatry impedisce «il possesso di oggetti celesti per scopi commerciali». Saggia decisione che i “privati” stanno tentando di aggirare .Alla fine del 2015 l’amministrazione Obama ha presentato una legge che consente a imprese Usa di «impegnarsi nell’esplorazione e nello sfruttamento commerciale delle risorse spaziali, a partire da acqua e minerali». Una nuova “corsa all’oro”? Qualcuno ci crede e i privati – a partire dal multimiliardario Elon Musk – stanno investendo e progettando. Con ogni evidenza in questa novità ci sono aspetti positivi e rischi.

Se aspettando il 2019 volete documentarvi vi consiglio «Le rivoluzioni dell’universo» di Giovanni Bignami, un grande fisico che purtroppo è morto l’anno scorso. Il sottotitolo riassume così la grande questione: «noi umani tra corpi celesti e spazi cosmici».

(*) Questo mio articolo è uscito – al solito: parola più, parola meno – qualche giorno fa sul quotidiano «L’unione sarda». Mi spiace non aver avuto spazio per aggiungere (dal BELLISSIMO libro di Bignami) almeno una frase della Risoluzione #451 del Congresso americano, per esempio là dove dice: «La nostra piccola Terra non è la prigione dell’umanità, non è una risorsa chiusa su se stessa e in diminuzione ma è parte di un più vasto sistema, ricco di opportunità». Commento di Giovanni Bignami: «le risorse andiamole a cercare fuori dalla Terra, là dove ci sono, abbondantissime e intatte. Per esempio individuando gli asteroidi giusti da sfruttare». Insomma un buon modo per aggirare l’Outer Space Teatry. Ogni volta che scopro come gli Usa siano capaci di bellezze quanto di infamie ripenso a uno di quei discorsi “infantili” – anche se eravamo grandicelli – fatti (tante volte, anche prima che morisse) con Riccardo Mancini. Tipo: «ma se tu potessi scegliere preferiresti vivere in Italia o negli Usa?» chiesi una volta io, chissà in che contesto. Neanche un batter di ciglia e Rik rispose: «Meglio gli Stati Uniti: perchè lì c’è l’orrenda Amerika ma anche un’altra America che cova, scava, sogna e lotta».

LE IMMAGINI: la prima è di Mauro Biani, questa sopra è ripresa da homolaicus (ricordo che l’8 “sdraiato” è il simbolo dell’infinito).

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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