3 aprile 1944: fucilati 72 prigionieri a Opicina

Il racconto di Stevo Rodic, l’unico che si salvò (*)

Il 2 aprile 1944 un commando del Fronte di Liberazione pone in un cinema di Opicina una bomba ad orologeria. Lo scoppio provoca la morte di sette militari tedeschi. La reazione è immediata: viene promesso un premio di 50 mila lire a chi avesse fornito informazioni utili sugli attentatori e inizia un rastrellamento nella zona.

Vengono scelte 72 persone da fucilare, le vittime sono per la maggior parte di origine istriana. I candannati sono prelevati dal Coroneo, il carcere di Trieste. Tra questi anche Stevo Rodic, di Drvar, che sarà l’unico sopravvissuto: allora partigiano ventenne, catturato nel ’42 dalle truppe italiane, condannato a dodici anni di reclusione dal tribunale speciale fascista, dopo essere passato nelle carceri di Knin, Sebenico, Firenze, Susak, finisce nelle mani delle SS e quindi al Coroneo.

La mattina del 3 aprile 1944 i condannati sono riuniti nel cortile e poi caricati su due camion.

Dalla testimonianza di Rodic:
«Non sapevo dove ci conducevano. Nel camion parlavamo, ma quando giungemmo all’Obelisco, l’avvocato Sergej Galovic mi disse che stavamo andando al Poligono dove ci avrebbero fucilati. Io risposi: “Non è possibile”. Da quel momento l’atmosfera diventò più tesa».

Intanto i camion entrano nel Poligono e ai primi dieci, tra cui Stevo, è intimato di scendere mentre soldati della marina tedesca si dispongono in cerchio chiudendo tutti i passaggi.
Continua il suo racconto:
«Ho visto qualche civile lontano che lavorava nei campi e ci osservava. Nell’attesa del fuoco  abbiamo gridato “Morte al fascismo”, “Libertà ai popoli”, li abbiamo insultati: “Boia, pagherete anche voi!”. Volevamo dimostrare che avevamo coraggio, sia per noi stessi, ma anche per quelli intorno che vedevano quello che stava succedendo.
Avevo del sangue e sulla mia testa c’era un pezzo di cervello. Ho aperto la bocca per capire che cosa fosse successo, per capire se la testa funzionava. Mentre l’ufficiale passava per dare il colpo di grazia, la pallottola destinata al mio vicino, si è conficcata nella mia gamba. Sono rimasto immobile, ma ero vivo».

A dieci a dieci i prigionieri sono fucilati e i corpi continuavano a cadere e a coprirlo. Ormai l’unico pensiero, martellante, di Stevo Rodic, era come non farsi scoprire e come salvarsi. Il buio ormai sopraggiunto può essere un buon alleato. Le sentinelle intanto erano state sostituite.

«Le tenevo d’occhio. Appena si allontanavano scivolavo sotto i corpi cercando di avvicinarmi al recinto di filo spinato. A un certo punto la luna fu coperta dalle nuvole e i soldati si girarono, allora mi gettai in una dolina allontanandomi. Mi sono strappato la manica della camicia per fasciarmi la gamba e per tre giorni ho vagato arrivando a Rupinpiccolo».

Qui Stevo trova una famiglia che gli offre i primi aiuti. Dopo qualche giorno arriva a Komen, dove è ricoverato in un ospedale clandestino partigiano. In seguito è trasferito nella brigata Basovizza e prende parte alla liberazione di Trieste.

Questi 71 cadaveri furono i primi ad essere bruciati nel forno crematorio della risiera di San Sabba a Trieste, unico campo di sterminio esistente in Italia.

(*) ripreso da storiedimenticate.wordpress.com

Quello che segue è il testo dell’intervento dello storico Sergio Zilli alla commemorazione del 7 aprile 2013. E’ ripreso da www.cnj.it/PARTIGIANI.

Il 3 aprile di sessantanove anni fa qui accanto, all’interno del Poligono, settantauno persone venivano fucilate come ritorsione per l’uccisione in un attentato di sette soldati dell’esercito tedesco, dopo che da qualche mese questo aveva trasformato, con il sostegno convinto di moltissimi italiani, i nostri territori in una zona di occupazione alle dirette dipendenze dal Reich nazista. Come dieci giorni prima a Roma, alle Fosse Ardeatine, per ogni soldato morto era stato deciso che fossero condannati a morte dieci prigionieri, e anche qui, come a Roma, la moltiplicazione venne arrotondata per eccesso e furono qui portati in 72.

Uno di loro riuscì a salvarsi, ma quello diventò l’eccidio di maggiori dimensioni compiuto in questa parte d’Italia dall’esercito nazista, che nell’occasione inaugurò con i corpi dei morti il forno crematorio della Risiera di San Sabba, l’unico campo di morte organizzata presente nel nostro Paese.

Celebrare l’anniversario di questa triste vicenda è per noi ricordare quel periodo, le dimensioni della ferocia dei nazisti tedeschi e dei loro collaboratori fascisti, mettere a confronto le posizioni in campo, e riconoscere chi stava dalla parte della ragione e chi dalla parte del torto.

Significa ricordare le violenze che le genti di questi territori subirono a partire dagli inizi degli anni Venti, per motivi di contrapposizione politica, nazionale, sociale ed economica; violenze proseguite per oltre un ventennio e concluse soltanto dopo cinque anni di guerra, di cui due di guerra civile.

Significa non dimenticare che una parte non ridotta degli italiani era d’accordo con quanto tedeschi e fascisti facevano.

Significa riconoscere che coloro i quali si opposero e combatterono contro il regime e gli occupatori costruirono le basi della Repubblica “democratica, fondata sul lavoro” in cui oggi viviamo.

Per questi motivi questa giornata dovrebbe vedere la presenza di tutte le autorità politiche, civili e militari, nessuna esclusa.

Per questi motivi il luogo in cui celebriamo la ricorrenza di quella fucilazione è quello in cui le persone sono cadute davanti al plotone di esecuzione, mentre ciò è precluso per il ricordo dei fucilati del 1941 e il Poligono, dove quei cinque morirono, ancora oggi continua ad essere un posto dove gli spari continuano a risuonare.

E invece siamo qui, in un luogo che non ha neanche una indicazione stradale che consenta di identificarlo, ma, in compenso, ha davanti a sé un deposito di rifiuti, ovvero l’attestazione che il valore di testimonianza che noi riconosciamo a questa celebrazione non è un patrimonio condiviso.

Ma se ciò accade non possiamo dare la colpa al rarefarsi, anche per ragioni anagrafiche, delle testimonianze, o alle motivazioni politiche che hanno portato negli anni a privilegiare altre visioni e altri monumenti. Non possiamo neanche incolpare il fatto che nelle scuole si parli poco e niente di lotta di Liberazione, di fascismo e di nazismo, o che amministratori e politici più o meno nuovi abbiano le idee quanto meno confuse sulla storia del Paese.

Se ciò accade è perché è venuto meno lo spirito che ha portato alla rinascita dell’Italia con la scelta repubblicana del 1946 e l’approvazione della Costituzione nel 1948.

È perché è venuta meno l’idea che questo Paese sia una repubblica democratica e fondata sul lavoro;

che la solidarietà politica, economica e sociale ne costituiscano le fondamenta;

che tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale e siano uguali davanti alla legge;

che gli ostacoli di ordine sociale ed economico che limitano la libertà e

l’uguaglianza dei cittadini debbano essere rimossi;

che il lavoro sia un diritto e serve al progresso materiale e spirituale della società;

che lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e la tutela del paesaggio siano determinanti nello sviluppo della nostra società;

che la guerra debba essere ripudiata, anche come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Si sono scordati questi princìpi fondamentali, che sono tra quelli che aprono la nostra Costituzione, sui quali la nostra Repubblica è stata fondata e dovrebbe continuare a fondarsi, mentre troppe volte in questi anni, in questi mesi e anche in questi giorni siamo costretti a vedere persone che arrivano a uccidersi perché è loro negato il diritto a un lavoro dignitoso, altre che non riescono ad arrivare alla fine del mese, altre che distruggono la solidarietà sociale approfittando delle loro posizioni; altre che antepongono gli interessi propri e dei loro gruppi di riferimento al bene collettivo; altri ancora che negano il diritto alle libertà fondamentali.

I settantuno fucilati di sessantanove anni fa non potevano conoscere le parole che aprono la nostra Costituzione, ma lottavano per un qualcosa che ad esse somigliasse e furono uccisi proprio per impedire che il loro sogno si avverasse.

Essere qui oggi quindi non è soltanto per ricordare loro e le ragioni che li portarono assieme a tanti altri e altre a fare delle scelte, a schierarsi da una parte contro l’altra. Non è neanche soltanto riaffermare le ragioni della Resistenza e dell’Antifascismo.

Vuol dire affermare che i princìpi di solidarietà, di diritto al lavoro, di progresso civile e spirituale sono ancora validi e che è necessario lottare con ogni mezzo possibile per far sì che questi principi non rimangano splendide parole scritte, ma diventino fatti reali, pratiche diffuse e quotidiane.

Come scrive una compagna «la strage viene ricordata ogni anno con una cerimonia solenne ma quest’anno, a causa del coronavirus, non potremo rendere omaggio ai nostri compagni antifascisti».

Per aggiungere vergogna all’infamia nazifascista ecco cosa si legge nella relazione giornaliera del Comando dei Vigili urbani di Trieste alla Prefettura del 4/4/44: «Ho il pregio di comunicarvi che di nessun fatto o avvenimento degno di nota i vigili urbani sono venuti a conoscenza nelle ultime ventiquattro ore, all’infuori della fucilazione avvenuta ieri ad Opicina di 71 individui tolti dalle carceri del Coroneo». 

LE VIGNETTE – scelte dalla “bottega” – SONO DI MAURO BIANI.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

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La Bottega del Barbieri

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