Clelia Farris? Minimo un brindisi

La prefazione di Daniele Barbieri all’antologia “La consistenza delle idee” (Future Fiction): 180 pagine per 7 splendidi racconti di fantascienza, dìfantastico e dintorni

Chissà se la Sardegna è davvero la perduta Atlantide. Certo nell’Isola qualcosa di strano c’è. Possibile allora che una nave spaziale, dopo un guasto, sia rimasta bloccata lì: in questo caso giurerei che Clelia Farris come la piccola Damkina (del suo racconto «La consistenza delle idee») ogni tanto entri nella Stiva della Nave, si tuffi e mangi i «puntaspilli» e così germoglino pensieri nuovi… come le storie di questa bellissima antologia.

Un puntaspilli ed ecco il bel mestiere di aggiustare ricordi in altrui teste (e torna buono persino Caravaggio) in «Un giorno da ricordare» dove tutto è diventato mare; se dopo 40 anni senza pioggia ecco arrivare cascate più che gocce, l’artista del racconto può copiare “La persistenza della memoria” – familiarmente noto come “gli orologi squagliati” – di Salvador Dalì, tanto nessuno lo conosce più.

Altro puntaspilli e arriva «Rebecca» con il contorno di una sigaretta che brucia da un anno ma senza Hitchcock (o forse solo un pizzico del film omonimo di Alfred). Chissà se si tratta di leggende: la prima sentenzia che i fisici dopo i 30 anni non hanno più idee; la seconda che occorre un prigioniero per far funzionare una macchina del tempo. Indagherò.

Torna un prigioniero – una vita «salubre, onesta e infelice» – in «Nemico segreto» fra specchi, ikebana e un «vaccaro» al quale piacciono solo gli inizi. Ma vince – si sa – chi conosce l’arte del finale.

Ed ecco “Damkina-Farris” con «La consistenza delle idee» che è anche una grande storia d’amore senza (lieto) fine. «Sembra, a volte, che le storie le porti il vento», invece gnam sono i puntaspilli.

Tombaroli, poker e vendita di abilità creative sono alcuni fra gli indizi necessari a capire perché «Gabola» rimandi al suo significato ufficiale ma sia anche nome proprio: del resto tutto è consentito nell’eterna lotta fra il nuovo (o presunto tale) e l’antico.

Un paio di puntaspilli e nasce il lungo racconto «Chirurgia creativa»: c’è il riconoscitore (umano) di «gente che conta» ma anche il criminale grimaldello osteoarticolare (dalla fessura sbucano dita scheletriche, unite da un collante cartilagineo) e soprattutto i neo-cani.

Per capire «Buchi» ci vogliono occhi, orecchie e…. pori. Alla fine rimbomba la domanda numero uno: chi è umano? Quesito tanto necessario quanto ambiguo che avrà – è ovvio – una risposta diversa se lo rivolgete a una divinità patriarcale o a Clelia Farris.

Sospetto (forse so… a malincuore) che i «puntaspilli» non esistono e dunque temo che anche “Damkina-Farris” per arrivare alle sue storie si sottoponga a un duro lavoro, intramezzato da lampi e una sorta di brainstorming permanente autoinflitto. Del resto la buona fantascienza è il mix tormento-gioia di chiedersi sempre “e se?” oppure “proviamo un altro punto di vista, un mondo sottosopra, un tempo alieno, un xy ancora senza nome”.

Nel 2016, quando Clelia Farris era arrivata in finale al Premio Urania, l’avevo intervistata (per il quotidiano «L’unione sarda»). A una domanda sul suo legame d’amore con la fantascienza aveva risposto così: «Continueremo a vivere insieme per i prossimi mille anni. Ci faremo ibernare e lascerò scritto nel testamento che, qualora l’umanità decida di abbandonare questo sovraffollato pianeta, ci porti su Marte ma anche più in là. Non si può viaggiare nello spazio senza la fantascienza appresso». Eppure – forse per il diritto a contraddirsi – non sempre “Farris-Damkina” si aggira dalle parti della science fiction (o della Sardegna, per dire). Proviamo a fare due conti? Dall’albero del fantastico attinge spesso un 33 per cento di horror, un 33 di favole, un 5 per cento di fantasy, a volte un 50% di altro Egitto (in gergo: ucronia) e poi un 33% di «descrivere l’umanità con i toni surreali, umoristici e drammatici della Bizzarro Fiction, in modo da poter dire quello che voglio dire con più leggerezza» (così Clelia in una intervista a Vincent Spasaro)… oltre che – ve l’ho già detto – un 70 per cento di puntaspilli. Se il totale supera i previsti e noiosi 100 non storcete il naso: siamo fuori dalle regole, permanentemente altrove.

Quando ho recensito – era il 2010 – il primo romanzo (pubblicato) di Clelia Farris cioè «Nessun uomo è mio fratello» ho scritto: «Se fosse statunitense probabilmente qualche critico letterario griderebbe al “miracolo” ma essendo sarda faticherà a farsi leggere. Peccato perché questo è uno dei romanzi più interessanti degli ultimi anni e se Clelia Farris continuerà così…. finalmente avremo un Valerio Evangelisti al femminile, cioè la capacità di declinare il meglio di un genere (la fantascienza) rompendone le gabbie e le pigrizie per arrivare a creare nuovi magazzini di mondi e di scritture». Ha continuato così: nel frattempo sono passati 8 anni e posso ripetere – sulla base di altri romanzi e racconti – che con “Farris-Damkina” la fantascienza italiana ha finalmente una grande scrittrice. Minimo un brindisi?

PS – Saper suonare come John Coltrane? E’ una vita che lo sogno. Sono disposto a trattare con te, “Gabola Farris”. Sentiamoci fuori da questa prefazione, in quel “mondo reale” che fiancheggia – ho sentito dire – questi altri universi del nostro immaginare.

NOTA SUL CONFLITTO DI INTERESSI

Avendo scritto la prefazione ed essendo innamorato della scrittura di Clelia Farris non sono la persona adatta a fare la recensione. E allora chi si offre di farla? (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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