Cosplay

Cosplay 1 – di Mauro Antonio Miglieruolo

Questa è una richiesta di aiuto, non un articolo sul fenomeno del cosplay.
La prima volta che ne vidi, nel 2009, Fiera di Roma, dove ero stato chiamato per un dibattito che poi non si è tenuto, meravigliai alquanto. E ammirai. Ero a conoscenza a malapena dell’esistenza di quel termine, non ne sapevo il significato (come ancora per tanti altri).

Appresi in quell’occasione che con il termine “cosplay” si definiva una sorta di strana “moda”, alla quale volli attribuire, piuttosto che la vacuità che ordinariamente la parola “moda” richiama, una aspirazione colletiva al sogno, alla fuga dalla realtà, per assumerne una nuova e diversa più confacente alle propria personalità e aspirazioni, forse anche alle proprie caratteristiche. La tendenza insomma a sperimentare vie diverse dell’essere. Che purtroppo espone a accentuate illusione sul possibilità di essere quel che si vuole.
Da una parte meravigliavo e ammiravo, dall’altro mi ponevo domande e lasciavo spazio a dubbi.
Tuttavia, per quanto di formazione antica, per quante critiche la troppa matura età potessero suggerirmi di opporre, essendo che il bello non è ancora del tutto sottratto alla mie capacità di valutazione, lasciando che l’ammirazione traboccasse, mi abbandonai al gioco, mi felicitai con le protagoniste e i protagonisti che tanto a buon mercato potevano acquisire una supplemento di finta vita nuova, che permetteva loro di allontanarsi sia pure per alcune ore dal tritume quotidiano. Impossibile inoltre, con tutte quelle belle ragazze, rese ancora più belle dai costumi indossati, impossibile non lasciarsi affascinare. Ne ricordo una specialmente, calzoncini corti, fisico strepitoso, non molto alta ma bellissima, in costume da Lara Croft, ci lasciai gli occhi addosso, trascinato insieme a lei nel mondo magico dell’avventura, del possibile situato ben di là dal probabile.
Altri travestimenti però mi lasciavano perplesso. Non solo per gli eccessi, ma per l’assenza di un vero viaggio nell’immaginario. Astrusità più che fantasia.
Ne ho incontrato per caso su un blog alcuni che hanno rinfocolato le pregresse perplessità (a meno che non si tratti di mere preoccupazioni). Come l’immagine che presento a corredo di questo scritto.
C’è qualcuno che saprebbe dirmi perché una gradevolissima creatura, quale quella fotografata, avverta il bisogno (o solo il vantaggio) di munirsi di un simile minaccioso, esagerato strumento di intimidazione? In più delle armi micidiali, di cui la natura l’ha generosamente fornita, con le quali combattere vittoriosamente le faticose battaglie della vita?
Gli occhioni belli li ha coperti, tutto il resto è esposto o lasciato intuire. Forse allora lo schiaffo in faccia di uno strumento tanto più grande di lei (e tanto meno efficace di lei), è solo un allusione. O solo un annuncio. Tipo quello che segue:

Sono molto arrabbiata con voi. Basta con le stupidaggini. La vita è una cosa seria. IO SONO UNA COSA SERIA. Molto seria. Meglio ve ne convinciate per tempo, prima di non essere più in tempo di guadagnarmi.

Non saprei dare spiegazione diversa.

Redazione
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