Schwanengesang D744

ovvero “Canto del cigno”

di Susanna Sinigaglia

La soprano entra in scena in tailleur, saluta il pubblico e il pianista. Inizia a cantare vari lieder di Schubert l’uno dopo l’altro come se fossimo a un concerto. Resto perplessa, non era questo che mi aspettavo ma poiché la voce è bella e anche la musica, mi adatto e “rassegno” a quella variante inaspettata;l’unico segnale dell’intervento del regista è il materiale translucido che ricopre il palco, che si scoprirà in seguito essere di plastica nera. I lieder sono cantati in lingua originale e sovratitolati in italiano: sono versi struggenti, parlano di gioia e profonda tristezza, dolore; beatitudine e disperazione, amore e perdita irreparabile, speranza e rassegnazione.

All’improvviso la soprano si trasforma in performer: interrompe il canto e, con un gesto imperioso del braccio, anche l’esecuzione del pianista che invano tenterà di riprendere a suonare. Poi inizia a piangere, a singhiozzare, come se non potesse più reggere le parole strazianti dei lieder; come se quei versi parlassero di lei e nello stesso tempo fossero espressione di tutta la sofferenza del mondo. Si allontana lentamente dal proscenio e si dirige verso la parte posteriore del palco. Quando vi arriva, comincia una specie di esplorazione del fondo costituito da una pesante tenda marrone e lei, vestita di beige, sembra mimetizzarvisi. Poi inizia a percorrere la lunghezza della tenda continuando a esplorarla con le mani.

Nell’atmosfera buia e densa, di attesa, irrompe un lampo accompagnato da un intenso fragore che illumina la performer, arrivata nel frattempo alla fine del suo percorso, seduta a terra in un angolo del palco come una fuggiasca. Mi rievoca la scena ritratta nel famoso dipinto di Giorgione, La tempesta, in cui una giovane donna seminuda e dallo sguardo spaurito sta seduta in un angolo del prato allattando un neonato, guardata a vista da un uomo armato di lancia,mentre un lampo squarcia il cielo gonfio di nuvole scure.

Ci spiega Castellucci in un interessante intervista che i lieder di Schubert ci parlano di abbandono e la performance s’impernia sul tema dell’abbandono, in particolare di come abbandonare la scena. E come abbandona la scena la nostra performer? Afferrando il telo di plastica nera che ricopre l’impiantito e trascinandolo con sé verso il fondo del palco dove va a disegnare, nel gioco di forme create dal suo corpo seminascosto sotto la materia così ammassata, il profilo di una paesaggio collinare dietro al quale s’intravede il filo di luce lasciato da un folgorante tramonto[1].

http://www.triennale.org/teatro/romeo-castellucci-schwanengesang-d744/

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[1]Purtroppo, non sono disponibili foto della performance rappresentata al Teatro della Triennale di Milano. Sono così dovuta ricorrere a immagini di spettacoli precedenti per cui certi particolari – come l’abito dell’interprete, i sovratitoli e lo sfondo – non corrispondono alla mia descrizione [nda].

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