Dal “cibo spazzatura” al cibo nella spazzatura

Spreco alimentare ma non solo

di Marco Caldiroli (*)

In questi giorni si parla di spreco alimentare, è sicuramente importante e positivo che se ne parli e che si cerchino delle soluzioni, ma ridurre la questione a una azione soggettiva individuale (ripetuta per tanti siamo in particolare nei paesi a maggior sviluppo) è fuorviante.
Come per altre merci quello che finisce nella spazzatura parte dal modo di produzione (e di estrazione delle materie dall’ambiente) e non solo dal singolo atto del “consumatore” … rinunciatario (anziché consumare una merce ancora disponibile la butta in tutto o in parte).
Abbiamo cercato di affrontare il problema alcuni mesi fa nel numero dedicato all’agroindustria (n. 235-236).
Qui l’incipit dell’articolo dedicato al tema.

L’attuale modello agroalimentare industriale prevalente, per sua natura, comporta un’elevata produzione di eccedenze e sprechi, ciò si accompagna a iniziative di condizionamento dei comportamenti dei consumatori e sul tentativo di buttare “fuori dal mercato” i piccoli produttori (fatte salve linee di prodotto “etiche”, “biologiche” o “tradizionali” proposte per i consumatori più “esigenti”). La cornice (e il risultato) è la seguente evidenza “Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) un terzo di tutti i prodotti alimentari a livello mondiale (1,3 miliardi di tonnellate edibili) vengono perduti o sprecati ogni anno lungo l’intera catena di approvvigionamento, per un valore di 750 miliardi di dollari.” (1)
La definizione “sistemica” di spreco che è stata proposta per individuare le iniziative di contrasto è la seguente : “In un sistema alimentare lo spreco è la parte di produzione che eccede i fabbisogni nutrizionali e le capacità ecologiche. L’obiettivo di questo approccio è la tutela dei sistemi socioecologici congiunti, non solo l’uso efficiente di risorse e la sicurezza alimentare. Oltre ai convenzionali sprechi/perdite dalla produzione al consumo, vanno considerati: le “non rese” e le perdite edibili pre-raccolto; gli usi di prodotti edibili per alimentazione animale e per fini non alimentari; la sovralimentazione umana; la perdita qualitativa nutrizionale; gli sprechi di acqua potabile o potabilizzabile.”(2)
L’approccio corretto, su cui stanno convergendo le valutazioni e le proposte, è analogo a quello, da tempo proposto per i rifiuti (tema incluso in quello di spreco più generale) ovvero prevenzione e riduzione.
In estrema sintesi la coscienza di tale situazione trova una risposta ottimale nelle tesi della “decrescita felice”: è evidente che la filiera agroindustriale produce occupazione e distruzione di territorio per una sovrapproduzione (e una “malproduzione”) per i paesi capitalistici avanzati che determina ulteriore impatti sul nostro pianeta nel “malconsumo” degli alimenti con relativa produzione di rifiuti spesso “malgestiti” senza neppure modificare, anzi approfondendo, le iniquità esistenti tra popolazioni obese (di capitali e lipidi) e quelle malnutrite (fornitori di materie prime cui non hanno accesso).
Con queste note non si ha la pretesa di fornire una visione completa ed esaustiva del tema quanto di soffermarsi su alcuni aspetti correlati alla produzione e alla gestione dei rifiuti nella filiera agroalimentare di produzione e di consumo.
Quindi uno degli “approcci” che gli studi di settore stanno prendendo in considerazione.

Qui l’articolo completo
PAG 65 – 75 DOSSIER CALDIROLI

(*) articolo tratto da Medicina democratica

Redazione
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