8 settembre 1943: la resa, lo sbandamento, la scelta…

e il riscatto per liberare l’Italia dal nazifascismo

di Domenico Stimolo

La memoria è determinante per riflettere sul presente e per preparare il domani: per questo la rievocazione di ciò che accade quell’8 settembre 1943 è accompagnato da una premessa sull’oggi.

 

Questo intervento è dedicato alla memoria di Nunzio Di Francesco, giovane soldato diciannovenne in Piemonte, di Linguaglossa (Catania) che, nei giorni successivi all’armistizio del’8 settembre, decise di scegliere. Fu partigiano nelle formazioni garibaldine guidate dal siciliano Pompeo Colajanni, ex ufficiale di cavalleria, il mitico “Barbato” comandante dell’8° zona militare della Resistenza in Piemonte. Di Francesco fu poi catturato e deportato dai nazisti ma sopravvisse al lager di Mauthausen. Deceduto nel luglio 2011, dopo avere dedicato la vita alla diffusione della memoria sulla Resistenza e sulla deportazione nazista; ex presidente dell’Anpi di Catania; nel suo percorso di vita ha incontrato nei luoghi scolastici migliaia di giovani, per diffondere i valori di libertà, democrazia e solidarietà.

In occasione della ricorrenza del 75° anniversario del’8 settembre 1943, l’armistizio a Cassibile (Siracusa) fra ‘Italia e le forze Alleate, di fatto la resa del nostro Paese dopo 39 mesi di guerra, è bene ribadire in premessa che la memoria civile e democratica deve essere sempre un valore fondamentale, assolutamente prioritario tra i cittadini. Memoria, da praticare in maniera dinamica e coinvolgente, non solamente sul piano didattico storiografico, del semplice ricordo; pur nel processo del tempo che ha determinato la scomparsa dei protagonisti diretti, si impone sempre la riflessione e l’insegnamento.

Commemorando le recenti vicende storiche e le connessioni con le rilevanti ed incisive partecipazioni popolari – che hanno contribuito in maniera determinante alla sconfitta del nazifascismo e della monarchia strettamente collusa con la dittatura (approvò tutte le perfide decisioni) e quindi alla costruzione della nuova Italia repubblicana – si deve cercare sempre di trasmet tere un incisivo pubblico messaggio, specie alle nuove generazioni.

Una Memoria organizzata, com’è quella strutturata e diffusa dall’Anpi e dal’Aned, ma non solo. Fondamentale è il ruolo educativo e operativo svolto dalle scuole, dalle istituzioni tutte, e dalle associazioni rappresentanti la società civile. Specie nell’odierno periodo storico caratterizzato da grandi e allarmanti incongruenze, per contribuire in maniera importante a riflettere sull’oggi, per preparare il domani.

Prima la sconfitta delle libertà fondamentali con l’imposizione violenta della dittatura fascista e quindi i vent’anni della dittatura scellerata con la soppressione di tutte le forme e delle strutture per l’esercizio della democrazia, la distruzione dei partiti, delle organizzazioni sindacali e associative (laiche e cattoliche); con il Tribunale speciale per incarcerare e inviare al confino un gran numero di antifascisti, con le infami leggi razziali del 5 settembre 1938 e la persecuzione dei cittadini di religione ebraica, con le vessazioni nei riguardi degli omosessuali, inviati al confino (molteplici nel catanese), con l’Impero assassino nei Paesi africani e con il varo di nefande leggi discriminatorie razziste contro le popolazioni delle colonie in “difesa della purezza” della razza italica”; con l’alleanza organica con la peggiore feccia razzista dell’Europa e lo scatenamento della guerra distruttrice più grande nella storia umana.

Poi l’inizio del riscatto con tre date di riferimento che rappresentano lo snodo fondamentale, tutte in un arco temporale di due anni: l’implosione della dittatura il 25 luglio 1943, poi l’armistizio – quaranta giorno dopo – del’8 settembre, quindi, dopo venti duri mesi di lotta, la Liberazione definitiva, il venticinque aprile di due anni dopo.

Venne subito dopo la soppressione della monarchia, con il referendum, la nascita della Costituzione generata dai martiri partigiani e da tutti gli italiani che si batterono fino all’aprile del 1945, veri padri costituenti assieme agli estensori materiali dei princìpi fondativi che la reggono.

Quindi, la ricostruzione del Paese distrutto e martoriato, nei corpi, nei sentimenti e nei beni materiali. Finalmente il voto alle donne ma anche l’inizio della guerra fredda in un mondo spaccato sotto la minaccia costante di una imminente disintegrazione nucleare e la dialettica democratica nazionale molte volte fortemente conflittuale e tormentata; con forze conservatrici e padronali potenti sempre in agguato in combutta con Stati che agivano come padroni del mondo. E poi ancora la strategia della tensione, i tentativi di colpo di stato, il terrorismo e lo stragismo nefando ma anche il riscatto dei lavoratori, dei contadini prima – i più miseri sfruttati da sempre -, specie nel sud, poi degli operai e degli impiegati con la conquista di una retribuzione più giusta e dei diritti fondamentali nei luoghi di lavoro. Dunque la conquista di diritti sociali e civili per lungo tempo vietati ma anche la caduta internazionale, in maniera passiva, dei presunti “paradisi” realizzati nell’Est dell’Europa. E ancora le contraddizioni grandi, politiche e sociali, che caratterizzano il nostro Paese, in maniera sempre crescente, con l’aggiunta della crisi e del rimescolamento strutturale delle forze politiche organizzate. E’ venuto meno, con un ruolo considerevolmente ridimensionato, il riferimento e l’azione delle grandi strutture plurali (associative, sociali, sindacali e politiche) che furono il perno della democrazia italiana per tanti decenni.

E oggi l’innovazione tecnologica prorompente, che scorrettamente applicata diventa distruttrice di grandi energie lavoratrici; le devastazioni ambientali; la globalizzazione intesa come sfruttamento intensivo delle risorse naturali e dei lavoratori, specie nelle aree povere del mondo; un neo liberismo rampante diventato assoluto vincitore nello scenario mondiale; un processo di finanziarizzazione e di speculazione dominante le economie primarie, assunte ormai come verità incondizionate di riferimento; una distribuzione delle ricchezze sempre più ineguale e deflagrante.

Già da tempo, con un processo di grande e veloce dirompenza, siamo entrati in una fase storica oscura che suscita grande allarme in tutte le coscienze democratiche. In questo ultimo contesto temporale molte “verità” culturali e concettuali di analisi che sembravano acclarate e consolidate sono venute meno. In questo contesto si sono accresciuti in Italia, in maniera travolgente, modelli e pratiche di stampo chiaramente razzista, di forte contrasto ai valori portanti della democrazia così come determinati e applicati dalla sconfitta del nazifascismo. Sul riconoscimento dei diritti in generale e sull’uguaglianza degli umani, specie quelli rivolti ai profughi-rifugiati, quindi sulla solidarietà, sull’accoglienza, sull’equità delle persone, cardini portanti della nostra Costituzione e della nostra civiltà democratica.

Mentre in Italia crescono in maniera prorompente precarietà e sfruttamenti al nero nei luoghi di lavoro, povertà, diseguaglianze e squilibri ambientali, si è artatamente modificato il concetto di sicurezza sociale e di vita. Forze politiche, che tra l’altro hanno assunto l’onere a governare, esperti nel disseminare becero qualunquismo, paura, odio, speculando sui tanti problemi concreti, sono costantemente in azione.

Come avvenuto negli anni trenta si stanno creando le nuove categorie dei “diversi”, da perseguire e discriminare: profughi, migranti, chi fugge da guerre, dittature e fame; rom e le “specie” umane catalogate a priori da respingere ed emarginare. Sta avvenendo una subdola manipolazione delle coscienze!

Non entro nell’analisi politica di merito, però è necessario affermare che una ventata distruttrice, abilmente manovrata, complice anche un modello informativo complessivamente robotizzato e statico, con specifiche aree che svolgono premeditato ruolo di complicità, si aggira perverso fra i cittadini da diversi anni, caratterizzato da novello nazionalismo, revanscismo e revisionismo storico, intriso di discriminazioni fra i cittadini. E’ come se si volessero recidere le colonne portanti che fino ad ora hanno retto, pur impregnate da contraddizioni, la nostra Repubblica.

Tutto questo avviene proprio quando il processo degli sbarchi in Italia si manifesta con condizioni numeriche fortemente ridimensionate, specie negli ultimi 15 mesi. E tutto questo pervade l’Italia in maniera molto allarmante, per la tenuta democratica e per la coesione sociale. Per quanto manifestazioni similari siano consistenti negli ultimi anni in altri Paesi europei, sembra proprio che in Italia si abbia il primato riguardo la declamazione violenta e il tentativo di pratica settaria, fomentando le disparità.

Una furia demolitrice è presente in maniera ampia in rilevanti settori della rappresentazione politica in tutti gli Stati europei. Un’Europa – artefice delle grandi contraddizioni in essere, specie nel continente africano con le azioni colonialiste diffusamente praticate – che vuole diventare “fortezza”, respingendo, barricando i confini degli Stati con muraglie, filo spinato e tutte le diavoleri del respingimento. Un’Europa che non riesce e non vuole nella volontà delle varie realtà costituenti definire politiche e azioni di accettazioni e di distribuzioni paritarie. Questo, in particolare, diventa l’atto principale che distilla veleno negli animi dei cittadini e distrugge le democrazie.

Pur in questo contesto di grande pericolosità (si vedano le manifestazioni di grande violenza effettuate giorni fa in una città dell’est Germania da numerosi gruppi fascisti e razzisti contro cittadini migranti) bisogna registrare che nel corso degli ultimi cinque anni diversi milioni di profughi, in specie provenienti da aree di guerra hanno trovato rifugio in molti Paesi dell’Europa, particolarmente in Germania. Una situazione complessiva degli accessi diventata drammatica. Negli ultimi 25 anni sono morti annegati 34.361 migranti.

Nel 2017diversamente dalla perversa propaganda falsificatrice – in rapporto percentuale al numero di abitanti, l’Italia si trova al 13° posto nella graduatoria dei 32 Paesi Ue. In maniera subdola si vuole fare credere che l’Italia sia l’epicentro dell’evento migratorio che riguarda l’Europa e che è una dinamica mondiale: i dati più recenti, quelli del 2017, fanno emergere che i fuggiaschi sono 68 milioni!

Il dato molto negativo che caratterizza l’Italia è rappresentato dalla strutturale incapacità e non volontà di tutti i governi – fin da quando è iniziato il fenomeno migratorio – di realizzare nei riguardi dei profughi-migranti intenzionati a rimanere nel nostro Paese concrete ed efficaci azioni di integrazione, così come operate in altri Paesi europei. L’accoglienza è stata precaria, raffazzonata, con grandi dispersioni di energie economiche, senza realizzare diffuse ed efficaci azioni di inserimento sociale.

In Italia e in Europa le farneticazioni razziste si stanno estendendo con una enorme velocizzazione. Innumerevoli sono stati i i fatti violenti, di stampo razzista, molti sanguinari, che si sono consumati in questi ultimi mesi in Italia contro profughi-migranti, diversi particolarmente efferati, anche in Sicilia.

Le tragedie della storia non ritornano mai con le stesse sembianze e modalità distruttive!

I politologi e la narrazione dei mass-media lo chiamano populismo o sovranismo, di fatto è un ritorno al nazionalismo estremo più infausto. All’esaltazione delle cosiddette differenze “ereditarie” e quindi dei confini territoriali. Un linguaggio e una pratica che creano contrapposizioni artificiose, facendo schierare i soggetti più vulnerabili della griglia sociale, più facili preda delle strumentalizzazioni, (purtroppo, sono ormai tantissimi) contro gli ultimi e i “diversi” creati ad arte.

Eventi già drammaticamente ben presenti nella memoria recente, per restare alla storia che ha attraversato l’Europa nei primi quattro decenni del Novecento. L’Europasconvolta da due guerre mondiali promosse dai nazionalisti guerrafondai e dagli esaltatori della “razza eletta” – si regge sulle enormi pile che reggono i milioni di morti, di feriti e di mutilati che hanno provocato.

L’ Europa Unita, figlia dei grandi massacri delle due guerre, rappresenta un modello che non ha alternative. Bisogna, però, modificare in maniera importante gli strumenti e le volontà operative di gestione. Servono innovazioni di grande rilievo sul piano politico: Costituzione, governo reale, ridimensionamento del potere finanziario e lobbistico. Un’Europa realmente unita e federale, con decisivi interventi necessariamente condivisi sugli ambiti economici, fiscali e sociali tutti. A maggior ragione un programma certo sull’accoglienza. Il processo migratorio in atto non è transitorio: ha sempre costituito la base della storia umana, in tutto il suo percorso.

Bisogna recidere le basi dei nuovi nazionalismi e razzismi.

I recenti eventi che hanno riguardato i 174 profughi salvati dalla nave Diciotti (e rimasti prigionieri per dieci giorni, metà dei quali nel porto di Catania, con azioni che hanno violato le norme fondamentali vigenti in Italia) costituiscono un atto di grandissimo allarme. Proprio su una nave militare dello Stato italiano, della guardia costiera che negli ultimi anni assieme alle navi delle ONG ha effettuato il salvataggio a mare di decine di migliaia di uomini, donne e bambini.

Un fatto inaudito e gravissimo, conclusosi positivamente grazie alla mobilitazione di tanti cittadini catanesi e siciliani, all’intervento decisivo di strutture che amministrano la giustizia, ma che si aggiunge alle molteplici vicende che si sono consumate negli ultimi mesi con il respingimento di diverse navi dopo i salvataggi a mare.

Eventi che assomigliano alle vicende che si consumarono nel 1939, riguardanti la St Louis. La nave trasportava 937 ebrei, in gran parte tedeschi fuggiti dalla furia nazista. Partiti da Aversa, dopo il lungo viaggio furono respinti da Cuba (27 maggio) e dagli Stati Uniti. Non avendo mete di salvezza, ritornarono in Europa….verso la morte.

In un importante documento del 30 agosto – «Per un percorso unitario contro il razzismo e la cultura della violenza» (promosso da: ANPI, Arci, Articolo 21, Aoi, Beati i Costruttori di Pace, Cgil, Cipsi, Legambiente, Libera, Rete della Pace, Tavola della Pace) – viene riaffermato tra l’altro il principio «»che tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». E’ il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948. Il presupposto citato della Dichiarazione è oggi più che mai da riattivare nelle coscienze e nella pratica di uomini e donne, chiamando alla mobilitazione tutti i cittadini democratici, antifascisti e antirazzisti.

Questa enunciazione racchiude l’eredità fondamentale, etica e civile, della vittoria sul nazifascismo nell’aprile-maggio del 1945.

Fatta questa lunga digressione (necessaria nella tragica fase storica che viviamo) torno agli eventi che caratterizzarono l’armistizio del’8 settembre.

La Sicilia, nel corso del 1943, fu l’epicentro dei due eventi principali che accompagnarono la disfatta della dittatura fascista in Italia. Quindi, l’inizio del riscatto etico, politico e di lotta, la Resistenza nei successivi 20 mesi necessari per liberare definitivamente l’Italia dalle truppe naziste e dalle bande fasciste riorganizzate che svolsero un esclusivo ruolo di sudditanza ai tedeschi, di pratica del terrore diffuso contro il popolo italiano e i partigiani.

  • Lo sbarco degli Alleati il 10 luglio, con il definitivo e rapido spappolamento e sbandamento delle truppe italiane, che ormai avevano ben compreso lo stato di disfatta certa e di assoluta inconsistenza militare, servi di fatto dei nazisti. Dopo 15 giorni cadde la dittatura, con l’arresto di Mussolini. Gli oltre tre anni di guerra, le lancinanti sconfitte, la perdita del cosiddetto impero in Africa, avevano scavato nella gran parte delle strutture militari un grande fossato, una rottura di fatto rispetto ai dettami e ai proclami del fascismo. In poco più di un mese la Sicilia fu interamente liberata. Molti militari, in specie siciliani (costituenti la maggioranza degli organici presenti nell’isola), abbandonarono le armi e i luoghi dei combattimenti, ritornando semplicemente a casa: era grande ormai il sentimento di pace, orrore e ripulsa della guerra fascista. Infatti, tra le truppe italiane dislocate in Sicilia, con una struttura composta da circa 252.000 militari – affiancati da 68.000 tedeschi –(fonte: Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito) – furono ben 36.000 i dispersi, 117.000 i prigionieri, 4700 i morti, 32000 i feriti. Il 17 agosto i militari italiani del regio esercito trasportati sulla costa calabra furono 62.000, un quarto dell’organico iniziale. La popolazione siciliana, in gran parte sfollata nelle campagne – abbandonate di fatto tutte le città che nel corso della guerra erano state demolite dai bombardamenti -, priva di cibo e di qualsiasi forma di assistenza sanitaria, accolse con grandi manifestazioni di giubilo le truppe Alleate. Fu questo lo schiaffo più rabbioso dato al fascismo.

  • Con la firma dell’armistizio a Cassibile, 43 giorni dopo il disfacimento della dittatura l’Italia usciva distrutta dall’avventura guerresca di aggressione ai popoli europei scatenata dal fascismo, all’ insegna della declamata “razza eletta”. La popolazione – tutta, dal nord al sud – era stremata e ridotta alla fame.

La gestione dell’armistizio, firmato il 3 settembre ma reso pubblico l’8, fu un atto ignobile! Si consumò un’enorme tragedia. Principali responsabili: la casa regnante di Vittorio Emanuele 3°, il maresciallo Badoglio, capo del Governo e le alte gerarchie dell’esercito. Certamente il momento più tragico di tutta la storia nazionale a partire dall’Unità.

Infatti, all’annunzio ufficiale – diramato per radio da Badoglio la sera dell’8 settembre – fuggirono da Roma il re, il governo e tutto il comando supremo dell’esercito, per raggiungere Pescara e poi Brindisi.

Gli organici dell’esercito – fanteria, marina, aviazione – erano ancora numerosissimi: 1.090.000 unità in Italia, 900.000 fuori dai confini (Francia, Croazia, Grecia, Albania, Jugoslavia) mentre piccoli reparti italiani, terrestri e navali, erano presenti in Germania, Romania, Crimea, Malesia, Indie olandesi, Cina, Giappone.

Furono abbandonati, prima con la dichiarazione fortemente sfuggente di Badoglio – «ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza» – poi con il successivo ordine, totalmente generico, del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Roatta che declamava «»ad atti di forza reagire con atti di forza».

I tedeschi, ben coscienti della situazione di sbandamento che si era determinata nell’esercito italiano, iniziarono subito le azioni militari per l’immediata occupazione del Paese, con un’azione a largo raggio, su tutto il territorio nazionale. Nell’ area romana e nella capitale, già nel corso della notte del’8 settembre, pur di fronte all’indescrivibile caos, iniziarono con grande generosità le azioni di resistenza alle truppe tedesche. Nei combattimenti, furiosi, che si svolsero in diverse zone della città, parteciparono consistenti reparti militari affiancati da numerosi civili, di fatto i primi nuclei di partigiani. Gli scontri – specie a Porta S. Paolo, Porta S. Giovanni, la Montagnola – durarono fino alla sera del 10 settembre. La resistenza ai tedeschi ebbe un alto costo umano: oltre mille morti: 659 militari, 121 civili (51 donne), 250 persone non identificate. Il 9 settembre si costituì a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): sono presenti tutti i partiti dell’antifascismo, messi fuori legge dalla dittatura e altre organizzazioni costituitosi in clandestinità. L’11 settembre diventa operativo a Milano il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, affiancato dalla struttura militare del Corpo dei Volontari della Libertà (CVL).

Molti altri atti di resistenza ai tedeschi – sparsi nel territorio nazionale, più che altro spontanei, senza una regia centrale – si svilupparono da parte di strutture dell’esercito in parecchie aree. Complessivamente brevi, senza una coordinazione globale.

La situazione di sbandamento delle truppe italiane fu generalizzata. Nel quadro generale che si determinò nelle settimane successive, in Italia e fuori, ci furono comportamenti molto diversificati: la resa passiva, la capitolazione dopo tenaci combattimenti, la resistenza prolungata organizzata fino alla Liberazione. Un aspetto è molto significativo, in Italia, dopo l’annunzio dell’armistizio, nei giorni e nelle settimane successive nuclei consistenti di militari del disciolto esercito iniziarono a costituire le prime strutture della Resistenza in Italia. Nei giorni immediatamente dopo l’8 settembre molti casi di resistenza ai tedeschi da parte dei militari affiancati da importanti gruppi di civili si concretizzarono in tutto il Paese, dal nord, al centro al sud. Particolarmente importanti sono gli eventi che si misero immediatamente in moto in Piemonte, promossi da ex militari, in prima fila il siciliano Pompeo Colaianni (Barbato) ufficiale di cavalleria. Migliaia degli ex militari meridionali che si trovavano dislocati in quelle aree all’atto dell’armistizio – o che provenivano dall’armata che si ritirava dal sud della Francia – parteciparono alla Resistenza in Piemonte. Compreso i partigiani nativi del Sud, che lavoravano in Piemonte: complessivamente i meridionali nelle formazioni partigiane sono stati seimila (2192 i siciliani).

L’8 settembre – con il periodo immediatamente successivo – fu il momento della scelta! Assunta come un libero atto di volontà nel corso della drammaticità degli eventi che in maniera dirompente erano scoppiati all’improvviso, specie per i numerosi giovani che erano cresciuti sotto la pressione assillante dell’indottrinamento fascista.

Nei Balcani e in Grecia, come ben noto, avvennero gli eventi di resistenza ai tedeschi più significativi. La divisione Acqui (12000 uomini) stanziata nelle isole di Cefalonia e Corfù, dopo una strenua resistenza durata fino al 28 settembre, fu distrutta. Alla fine migliaia di soldati e ufficiali vennero fucilati. A Rodi per tre giorni le truppe italiane combatterono contro i tedeschi. All’inizio di ottobre i tedeschi piegano la resistenza italiana nell’isola di Kos. Novanta ufficiali furono fucilati. Nell’isola di Leros i tedeschi assumono il controllo dell’isola a metà novembre, fucilando 12 ufficiali. In Tessaglia dopo l’armistizio la divisione Pinerolo inizia la collaborazione con la Resistenza greca, poi, insorte grandi incomprensioni, gli italiani vengono internati dai greci in appositi campi.

All’atto dell’armistizio gli italiani erano presenti in Grecia con dieci divisioni più altri reparti. Complessivamente i tedeschi disarmarono 265mila soldati, facendoli prigionieri.

In Macedonia vari gruppi di soldati italiani si aggregarono alle formazioni della Resistenza locale, fino alla sconfitta dei nazisti in quelle zone.

In Albania: la divisione Arezzo si sbanda, le truppe vengono fatte prigioniere, subito dopo l’armistizio, e il 17 settembre 20 militari vengono fucilati dai tedeschi; la divisione Firenze combatte strenuamente contro i tedeschi, poi collabora con la Resistenza albanese, successivamente a seguito dei disaccordi insorti con i partigiani locali, inizia a sbandarsi. La divisione Perugia – in Kosovo – cercando di raggiungere il mare Adriatico si scontra ripetutamente con le truppe tedesche, all’inizio di ottobre inizia il disgregamento e circa 130 ufficiali dopo essere stati assassinati vengono buttati a mare; poi 170 militari della divisione, assieme a parecchi soldati di altre unità italiane, costituiscono la brigata Gramsci (poi divisione), contribuendo alla lotta contro i tedeschi fino alla liberazione di Tirana.

In Jugoslavia all’8 settembre si trovano dislocate 14 divisioni italiane con 194.000 uomini in organico fra Slovenia, Dalmazia, Croazia, Erzegovina, Montenegro. Alcune divisioni si arresero all’atto dell’armistizio. Nelle altre unità si cercò di combattere, ma in maniera molto disomogenea. Una parte significativa resiste ai tedeschi, collaborando con le formazioni partigiane jugoslave. Il più importante è il battaglione Garibaldi (con uomini della divisione Bergamo) che parteciperà alla liberazione di Belgrado nell’ottobre 1944. Altri soldati della divisione Bergamo costituirono il battaglione Matteotti. Successivamente i due battaglioni assieme ad altre due formazioni italiane si fonderanno, diventando la Divisione Italia. Il 30 settembre 1943, dopo una resistenza durata diversi giorni, 50 ufficiali della Bergamo furono fucilati dai tedeschi nella zona di Spalato. Le divisioni Messina e Marche, posizionate in Croazia, dopo diverse azioni di resistenza, vengono sopraffatte. In Montenegro, dopo la resa della divisione Ferrara, resistono ai tedeschi le divisioni Taurinense, Emilia e Venezia; dopo alterne e confuse vicende diversi reparti si aggregano formando la Divisione Garibaldi, combattendo assieme alla resistenza jugoslava fino al febbraio 1945. All’atto del rimpatrio gli organici sono costituti da 3800 unità combattenti.

In un documento redatto a cura del Ministero della Difesa – aprile 2013 – viene testualmente riportato: «Un numero molto rilevante di militari italiani (fra i 30.000 e i 40.000) riuscì però a sottrarsi alla cattura e a raggiungere le zone controllate dai partigiani jugoslavi, dove venne inquadrato in unità di lavoratori e in agguerrite formazioni combattenti, che operarono fino al termine della guerra» .

Nella parte sud della Francia e in Corsica all’atto dell’armistizio sono schierati consistenti organici militari italiani. Il VII corpo d’armata dislocato nell’isola riesce a tornare in Italia, mentre numerosi gruppi delle Divisioni Friuli e Cremona parteciperanno alla Resistenza. In Provenza c’era la IV armata (nove divisioni con 140.000 uomini): dopo alcuni iniziali tentativi di resistenza, subentra lo sbandamento; il 12 settembre viene proclamato lo scioglimento dell’armata e nel disfacimento subentrato molti rientrano in Piemonte, costituendo i primi gruppi organizzati della Resistenza italiana, mentre altri si aggregano alla Resistenza francese.

E’ questo il quadro sintetico più importante degli eventi che si determinarono fuori dell’Italia.

Nel richiamato documento prima citato si aggiunge : «Un dato approssimativo è che, complessivamente, nel periodo fra l’8 settembre 1943 ed il 7 maggio 1945 i militari del legittimo Governo italiano morti per cause belliche furono 60/86.000, dei quali 30.000/40.000 perirono per malattia o denutrizione durante la prigionia in Germania o Polonia o dopo la guerra in conseguenza di questa, 8.000/13.000 nei disastri navali seguiti alla capitolazione italiana nell’Egeo, 4.000/7.000 nel corso dei combattimenti e delle rappresaglie immediatamente seguenti l’Armistizio, ed i rimanenti caduti per malattia o in combattimento nel corso dei venti mesi di guerra sui fronti italiano e balcanico» .

I soldati italiani pagarono duramente la drammatica situazione gestionale dell’armistizio. Nelle aree nazionali ed estere 800.000 militari furono catturati dai tedeschi. 650.000 furono deportati nei campi di concentramento (STALAG) in Germania, Austria e paesi dell’Pst europeo. Sono catalogati come IMI – Internati Militari Italiani – quindi non prigionieri di guerra e privati delle garanzie della Convenzione di Ginevra. Durante questo lungo travaglio di sofferenze la stragrande maggioranza degli internati, soldati e ufficiali, rifiutò l’inserimento nelle forze armate naziste e della RSI. Decine di migliaia morirono nei lager dove erano stati rinchiusi.

Concludendo questo ricordo, ritengo importante richiamare alle memoria le sanguinarie operazioni che i tedeschi condussero nella fase finale della ritirata in Sicilia contro le popolazioni civili.

Ormai in rotta, cercarono tutti i mezzi per raggiungere Messina, sfogando sui civili la rabbia della sconfitta. Per essere meno visibili agli attacchi delle truppe Alleate, invece di utilizzare la strada costiera, in gran numero si sparsero a raggiera nell’area interna, per diverse decine di chilometri. Molti tedeschi si misero a depredare, con metodiche razzie, perseguitando uomini, donne, ragazzi. Prendendo gli autoveicoli, i cavalli e i muli. Il ladrocinio era rivolto anche verso le strutture pubbliche. Il 20 luglio i soldati tedeschi, dopo avere rapinato tutto il motorizzato che era rimasto a Catania (compresi i carri funebri), assalirono la Questura della città per impossessarsi degli automezzi; e lo stesso giorno rubarono, armi in mano, la macchina al Prefetto a al Podestà. Questo era il clima del disfacimento in atto.

Gli eventi più gravi e drammatici si consumarono nell’area pedemontana etnea tra il 3 e il 12 agosto. La violentissima battaglia della Piana di Catania era finita. I luoghi degli eccidi più efferati furono Mascalucia e Castiglione di Sicilia, ove fu fatta una vera e propria metodica strage. Randazzo, Adrano, Biancavilla, Calatabiano, Pedara, Belpasso, Valverde, Trecastagni, tutte le aree di campagna circostanti furono direttamente interessate dalla furia omicida e ladresca dei nazisti. Le località si trovano tutte in provincia di Catania.

Il 3 agosto, Mascalucia (3000 i residenti, oltre 5000 gli sfollati) divenne un vero e proprio campo di battaglia. Centinaia di civili armati, supportati dai pochi soldati italiani presenti nel paese (due postazioni del genio), dai vigili del fuoco militarizzati e dai carabinieri, si scontrarono con le truppe tedesche. Nel corso dei combattimenti rimasero uccisi 14 tedeschi; tre morti fra i civili, diversi i feriti. Nella stessa giornata altri tragici eventi a Pedara. A seguito del tentativo di razzia di animali, i civili reagirono. In circa duecento, con armi proprie o prese nella caserma dei carabinieri, circondarono i tedeschi, che si allontanarono. Ritornati in forze nel pomeriggio presero dieci ostaggi. Tre giorni prima nelle campagne di Pedara i tedeschi avevano ucciso un giovane contadino. Il 5 agosto a Valverde depredarono l’eremo di S. Anna, ammazzando un frate. All’inizio di Agosto a Randazzo avevano ucciso due inermi cittadini.

Il 12 agosto a Castiglione di Sicilia – comune montano con settemila abitanti – si scatenò la furia nazista. Quella mattina un contingente tedesco entrò nel paese preceduto da un carro armato. Senza ragione, solo per sfizio omicida, si iniziò a sparare contro le case e le persone che per strada. Una vera e propria attività di perverso assassinio e di ladrocinio di massa. Moltissime case furono colpite dal fuoco delle mitragliatrici e dei fucili. Tantissime abitazioni furono devastate, depredate di tutti gli oggetti di valore. Pur di fronte all’enorme furore, un contingente di truppe italiane presenti a Castiglione rimase inerte. Sedici cittadini rimasero uccisi dalla furia nazista.

Molte altre persone, in gran parte contadini, furono uccise dai tedeschi nella prima settimana di agosto nelle aree territoriali pedemontane dell’altro versante dell’Etna: Adrano, Biancavilla, Calatabiano, Belpasso.

Altri atti di violenza e assassinio furono effettuati nelle aree di Messina e Caltanissetta.

Nel rapporto della “Commissione storica italo-tedesca” insediata dai ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale Tedesca – nominata il 28 marzo 2009, con Atti compiuti nel 2012 – riguardo il mese di agosto 1943 testualmente si legge: «26 episodi, tutti realizzati nel mese di agosto, sono invece segnalati per la Sicilia. In particolare 11 episodi sono compiuti a Messina, 1 a Caltanissetta e 14 a Catania… 47 gli uccisi».

Infine è bene ricordare la strage che fu perpetrata dai tedeschi il 6 settembre a Rizziconi nella piana di Gioia Tauro. Gli Alleati erano sbarcati a Reggio Calabria il 3 settembre. Le truppe naziste ormai in fuga, per sadica rappresaglia, spararono per molte ore con i cannoni sul paese dove non erano allocati schieramenti alleati. Fu una strage. Diciassette i morti, cinquantasei i feriti. Consistenti gruppi di militari italiani erano posizionati a poca distanza, ignobilmente non intervennero.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

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Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Daniele Barbieri

    FACCIO MIE QUESTE CONSIDERAZIONI di Franco Astengo, a proposito dell’8 settembre e della ignoranza di governo

    SUPERFICIALITA’ E INSIPIENZA
    “Oggi è l’8 settembre. Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell’estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell’Italia a una terribile guerra. Con l’8 settembre, inizia un periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese. Un periodo che è stato chiamato, con la giusta enfasi, miracolo economico”
    Questo è l’accenno che il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana ha dedicato alla memoria dell’8 settembre in un suo discorso pronunciato all’inaugurazione della Fiera del Levante a Bari.
    Appare un monumento alla superficialità e all’insipienza di questa classe politica che pretende di governare il Paese nell’espressione di una immediata rispondenza alla volontà popolare.
    Si tratta di un segnale gravissimo di superficialità sul piano culturale che va stigmatizzato con forza.
    Nelle parole pronunciate dal Presidente del Consiglio non si rinviene la parola “fascismo” (edulcorato con “periodo buio”), non vi è cenno alla fuga ignominiosa della Casa Regnante in allora e del Governo, dello sbandamento totale dell’esercito, dell’invasione nazista durata al Nord fino al 25 aprile 1945, e soprattutto non vi è cenno della Resistenza fattore decisivo della Liberazione del Paese e della costruzione dell’Italia repubblicana.
    La collocazione storica, nel contesto del discorso del Presidente del Consiglio, al riguardo del “miracolo economico” poi si commenta da sé.
    Penso che l’antifascismo italiano debba esprimersi con grande chiarezza su questo tipo di situazione che appare del tutto al di fuori da qualsiasi plausibile riferimento storico e politico e di conseguenza inaccettabile perché pronunciata da chi ricopre un incarico di così grande delicatezza e importanza.
    C’è da riflettere considerando anche che il Movimento cui fa politicamente riferimento il presidente del Consiglio , ai suoi vertici immagina la fine della democrazia rappresentativa e del Parlamento, sostituendo questi strumenti costituzionali, cuore della democrazia repubblicana, con una forma ignota di “democrazia diretta” nella quale sarebbero smarrite identità e memoria.
    Personalmente ho provveduto a far presente direttamente alla Presidenza del Consiglio queste valutazioni, ma ritengo occorra una iniziativa ben più vasta che si unisca a quelle già in atto rivolte a contrastare l’ondata razzista propugnata anch’essa da esponenti di questo Governo i quali (pur tra frettolose retromarce) ritengono di collocarsi addirittura al di sopra della legge.

  • domenico stimolo

    Sgomento! Stante questi signori l’Italia non ha più storia recente. Tutto si perde nella vaghezza e nella generica “confusione”.

    Giustappunto si tratta della storia costituente la Repubblica italiana, nelle strutture istituzionali e nei valori istitutivi portanti le fondamenta operative dello Stato e della Società. Gli elementi fondativi della formazione culturale e civile dei cittadini.

    La Repubblica nata dalle macerie e dagli orrori costruiti dal fascismo. Molte persone ancora portano nelle carni e nei sentimenti, nel vissuto delle famiglie e dei parenti, i postumi delle ripugnanze vissute.

    Una gigantesca tragedia politica, umana e sociale … scambiata per “miracolo economico”. Quello che iniziò a realizzarsi oltre quindici anni dopo.
    Prima ci furono molte tappe “miracolose”: la guerra che continuò per 20 mesi, le assassine deportazioni nei lager nazisti, la Lotta di Liberazione e la vittoria sul nazi-fascismo, la libertà riconquistata, il sapore e la pratica della democrazia, la soppressione della monarchia, la nascita della Costituzione…………. Tutte cose dimenticate nell’eloquio !

    Eppure i palazzi del governo si trovano a poca distanza dai luoghi di combattimento che si svolsero a Roma nei giorni successivi alla firma dell’armistizio.

    Un ringraziamento al Presidente della Repubblica. Giorno 8 settembre recandosi a Porta S. Paolo commemorando i martiri e gli eroi, militari e civili che si batterono contro i tedeschi, ha mantenuto alto l’onore civile e democratica dell’Italia.

    Giorno 8 settembre a Palermo nell’aula consiliare in un convegno indetto dall’Anpi è stato dignitosamente onorato Peppino Benincasa, ancora vivente, ex militare italiano, novantaseienne, sopravvissuto alla strage di Cefalonia.

    E’ lui, resistente ( assieme a tanti altri) , un vero “miracolo”, dimostrazione di ciò che costituisce la vera Italia.

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