Lettera al ministro degli Esteri

a proposito degli articoli di Valentina Furlanetto, di Giorgio Barba Navaretti e Tommaso Frattini, di Franca Giansoldati

LETTERA AL MINISTRO DEGLI ESTERI

Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito

Signor ministro degli Esteri, chiunque Lei sia, saprà che il suo ruolo non è di fare vacanze spesato di tutto e anche di più.

Ancora qualche giorno fa, riporta l’Ansa, il Ministro degli Esteri diceva che l’Italia faceva sbarcare i migranti della Ocean Viking “solo perché la Ue prende i migranti” (da qui), non per evitare di far soffrire ancora quei poveri cristi sulla nave.

Mi permetto, da cittadino, di chiederLe di leggere gli articoli allegati: due sono del Sole 24 ore, uno del Messaggero, giornali non proprio estremisti, e l’altro ripreso dall’agenzia Dire.

Potrà, forse, capire, come dice un articolo, che nessuno lascia casa se sta bene a casa sua.

E magari facendosi aiutare al ministero – dove tanti saranno bravi in storia, geografia e diplomazia – cerchi di non parlare a braccio; per il bene dell’Italia, dico.

E poi c’è la vergognosa storia dei migranti economici, prendiamo solo migranti con il diritto d’asilo, ma pochi e maltrattati, i migranti economici ci fanno schifo.

Signor Ministro (e Governo tutto), chi dice a diversi milioni di italiane e italiane che le badanti dell’Est Europa, dell’Asia Centrale, dell’Africa se ne devono andare, e d’ora in poi per fare le/i badanti occorrono almeno tre generazioni di italianità?

E se mi permette, Signor Ministro, quando andrà in viaggio negli Usa, e in Brasile, e in Argentina, cito solo alcuni paesi, non parli di migranti economici, ci sarebbe il rischio che transatlantici di prima, di seconda e di terza classe, per non parlare delle stive, vengano rimessi in moto, e viaggino verso l’Italia pieni di tanti Señor Di Maio, tanti Senhor Conte, tantissimi Mister Esposito, et cetera.

Non vorrei che in tv, a reti unificate, Signor Ministro, chiedesse scusa per l’immensa cazzata dei migranti economici, in lacrime, dicendo che lei pensava a quelli che arrivano, ma mai avrebbe pensato che nel mondo ce ne sono tanti italiani, con tutti i loro figli, nipoti, bisnipoti, bisbisnipoti et cetera.

Un’ultima cosa, perché non istituire una Commissione d’Inchiesta, alla Farnesina, per capire, in tutti i paesi di provenienza dei migranti, quel è stato e qual è il ruolo delle imprese italiane ed europee, e dei vari governi europei, se in quei paesi sono state vendute armi italiane ed europee, se esistono degli accordi economici con i paesi europei, compresa l’Italia, che danneggiano le economie di quei paesi, e costringono tanti a venire in Europa?

Signor Ministro degli Esteri, chiunque Lei sia, saprà che ha una responsabilità da far tremare i polsi, e non è certo il medico che Le ha dato quell’incarico.

Buon lavoro, e buona fortuna, e prudenza, mi raccomando, per Lei e per tutti noi.

il cittadino Francesco Masala

 

 

Perché i migranti scappano da casa loro – Valentina Furlanetto

Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.

Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell’Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c’è un’economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Nessuno lascia casa se sta bene a casa sua. Nessun quattordicenne si mette nella giacca una pagella e affronta il deserto, le carceri libiche, il rischio concreto di affogare se sta bene a casa sua. Allora perché alcuni scappano? Il continente africano è composto da 54 paesi. Molti non li sentiamo mai nominare perché da quei paesi nessuno arriva sotto casa nostra. Altri paesi attraversano crisi profonde umanitarie, politiche, economiche, climatiche o nella sfera dei diritti umani. Ed è da questi e per queste ragioni che si creano i flussi migratori.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c’è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi 190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l’Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l’ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all’esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l’emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l’Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l’attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c’è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l’estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all’estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un’ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent’anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all’ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all’ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018 gli sfollati erano 1,2

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell’area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent’anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c’è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.

Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l’instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione – il 77% – vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l’Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N’Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell’Oim, la ripresa dell’emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un’intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l’incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

I paesi di provenienza non-africani: Pakistan e Bangladesh
Ci sono poi due nazionalità, non africane, che sono sempre più presenti negli sbarchi e fra gli arrivi via terra: Pakistan e Bangladesh.
Il Pakistan è il secondo paese per provenienza in Italia nel 2019 dopo la Tunisia (dati Viminale). Nel 2018 secondo Eurostat la principale nazionalità dei richiedenti protezione internazionale in Italia è stata quella pakistana (15 per cento del totale), seguita da quella nigeriana (10 per cento) e da quella bangladese (8 per cento). Anche qui bisognerebbe cercare di capire perché partono. I migranti che arrivano dal Bangladesh per lo più fuggono dalla povertà. Molti dei bangladesi che stanno arrivando sulle coste italiane negli ultimi mesi lavoravano nelle imprese di costruzione, negli alberghi e nella ristorazione in Libia. Prima della caduta di Muammar Gheddafi la Libia era un paese d’elezione per i bangladesi che volevano lavorare qualche anno all’estero per mettere da parte un po’ di soldi.

Tuttavia negli ultimi mesi la situazione sta peggiorando per questo gruppo di immigrati: i gruppi criminali li rapiscono, li rinchiudono in luoghi isolati dove li picchiano e li torturano. Quindi scappano in Italia.
La situazione in Pakistan è piuttosto complicata. È un paese musulmano moderno, che fa parte delle Nazioni Unite e del Commonwealth, è una potenza nucleare a tutti gli effetti e uno stato solido finanziariamente parlando perché la Cina fa grandi investimenti. Eppure la disoccupazione è un problema enorme tanto quanto gli investimenti. Così come la paura degli attentati che colpiscono la popolazione civile perchè il paese ha serissimi e gravi conflitti ai suoi confini. Ad Ovest c’è il confine meridionale dell’Afghanistan, in mano ai talebani che hanno da tempo cominciato a penetrare anche oltre il confine pakistano, assieme a altri gruppi terroristici come Al Qaida e Isis.

E proprio dall’Afghanistan c’è il costante flusso di profughi in fuga dall’Afghanistan meridionale in mano ai talebani. Il governo di Islamabad è in crisi sulla gestione dell’accoglienza anche considerando il fatto che il Pakistan è il quinto stato più popolato del mondo. Per arrivare nel nostro paese i profughi pakistani sono costretti a viaggi durissimi via terra che passa dall’Iran e la Turchia, dove si imbarcano. E poi c’è la strada che passa attraverso i Balcani: Bulgaria e Servia, poi la Bosnia ed infine la Croazia dalla quale riescono ad arrivare in Italia. Chissà quanti di questi ragazzini hanno la pagella cucita nella giacca.

da qui

 

 

I «migranti economici» di cui l’Italia ha ancora bisogno – Giorgio Barba Navaretti e Tommaso Frattini

L’immigrato economico è oggi considerato un individuo residuale da scartare. Il nostro Paese sembra avere deciso di non averne bisogno. Il dibattito pubblico e politico ha fatto emergere una dicotomia tra immigrati considerati “meritevoli”, perché fuggono da guerre o persecuzioni, ai quali viene concessa protezione umanitaria e quelli considerati “non meritevoli” perché sbarcano in Europa “solo” per trovare un lavoro migliore di quello che avevano a casa, e la cui domanda di asilo viene rigettata.

Questi ultimi rappresentano oltre il 50% delle circa 173mila richieste d’asilo esaminate in prima istanza dalle Commissioni territoriali competenti tra il 2016 e il 2017. Se non otterranno protezione umanitaria neanche nei successivi gradi di giudizio, dovrebbero tornare al loro Paese. Sono circa 100mila persone il cui destino ufficiale è il rimpatrio, quello reale la clandestinità.

Invece di provare a rimpatriarli, notoriamente missione impossibile, il governo dovrebbe permettere una loro integrazione nella nostra economia, esattamente come farà per coloro a cui è riconosciuto lo status di rifugiato. Non solo, dovrebbe anche riaprire le quote di accesso per motivi di lavoro.

Questo per almeno tre ragioni. La prima è che un irregolare costa al Paese molto più di uno straniero regolarizzato: lavora in nero; ha una maggiore propensione a delinquere; non paga contributi, pur avendo accesso a servizi come istruzione e sanità. Solo attraverso la regolarizzazione un immigrato ha la possibilità di diventare, nelle parole di Salvini, «immigrazione positiva, pulita, che porta idee, energie e rispetto».

La seconda è che gli immigrati economici utilizzano oggi impropriamente il canale dell’asilo anche perché il canale dell’ingresso per lavoro è praticamente chiuso. Nel decreto flussi 2007 erano previsti 158mila nuovi permessi per lavoro subordinato e 80mila stagionali. Il decreto flussi 2017 prevedeva solo 17mila permessi stagionali e nessuno per lavoro subordinato. Questo crea grande confusione. Il Paese dovrebbe invece dotarsi di politiche esplicite per l’afflusso di immigrati per lavoro, che comunque continueranno sempre ad arrivare. Sarebbe molto più efficiente avere regole che permettano a che vorrebbe emigrare di selezionare ex ante il canale con cui provare ad arrivare in Europa, sulla base delle proprie motivazioni.

La terza è che l’Italia continua ad avere bisogno degli immigrati economici. La crisi dei rifugiati ha reso il dibattito politico miope. I 6 milioni di immigrati regolari che vivono nel nostro Paese, lavorano e pagano tasse e contributi sono in maggioranza immigrati economici. Anch’essi sono spesso arrivati in condizioni di irregolarità e sono poi stati negli anni regolarizzati attraverso sequenze di sanatorie.

Fa molto bene Tito Boeri a ricordare l’importanza della popolazione straniera per la nostra economia. Il tema demografico e dei contributi previdenziali è ovviamente cruciale in un Paese che invecchia inesorabilmente. L’impatto dei migranti, circa il 15% della forza lavoro è cruciale in senso lato. Confindustria ha stimato che il Pil a fine 2015 sarebbe stato di 124 miliardi inferiore a quello effettivo se non ci fossero stati gli immigrati. Quante famiglie beneficiano direttamente o indirettamente del lavoro delle badanti straniere? Quante aziende industriali e agricole chiuderebbero se non avessero operai stranieri? Come potrebbe sopravvivere l’industria del turismo senza immigrati che lavorano negli alberghi, nei ristoranti? E come farebbero gli ospedali senza infermieri?

Nonostante l’esistenza di intollerabili situazioni di sfruttamento, non stiamo parlando di immigrati che guadagnano 3 euro all’ora. A parità di competenze e tipo di lavoro, gli immigrati guadagnano meno dei nativi, ma la differenza è solo di circa il 7% secondo il rapporto del Migration observatory del Centro studi Luca d’Agliano e del Collegio Carlo Alberto (www.dagliano.unimi.it). Il punto è che gli immigrati offrono servizi in aree dove c’è carenza di offerta di lavoro nazionale. Si pensi ad esempio agli infermieri negli ospedali, dove i salari sono spesso determinati da concorsi pubblici e uguali per tutti. Se il 10% degli infermieri sono stranieri, questo non è certo perché lavorano a un salario inferiore agli italiani.

Dunque, sia nella prospettiva di lungo termine, sia per i fabbisogni immediati l’Italia deve avere una politica migratoria per motivi di lavoro attiva. Le opzioni sono molte e sarebbe utile un dibattito su queste pagine che provi in modo costruttivo a mettere in fila delle proposte.

Dovrebbe essere una politica europea, certamente. Ma intanto l’Italia dovrebbe muoversi ed essere proattiva nell’Unione: una migliore gestione dei flussi lavorativi, unita a delle politiche comuni di frontiera rigorose ed efficienti potrebbe essere un mezzo per ridurre gli sbarchi sulle nostre coste. Per quanto ostile all’immigrazione, il Governo farebbe bene ad accettare che il Paese ha ancora un fabbisogno strutturale di lavoratori immigrati. Chi continua a negarlo per rincorrere consensi di breve periodo, lui sì, vive davvero su Marte.

da qui

 

 

Contro l’emigrazione in Europa una donna in Senegal crea una rete con le ong italiane – Franca Giansoldati

Una donna senegalese, coraggiosa attivista per i diritti umani, sta dimostrando con i fatti che se si aiutano i ragazzi africani in loco, si scoraggia la loro emigrazione in Europa. Finora ha salvato 1500 giovani dal rischio di morire in mare o nei lager libici.

Una sfida che Yay Bayam Diouf, fondatrice per la lotta all’emigrazione clandestina (Coflec), ha raccolto anni fa, dopo la morte nel Mediterraneo del suo unico figlio. Oggi ha dato vita ad un circuito alternativo per trattenerli, cercando di dare loro alternative, facendo nascere micro imprese, preoccupata non solo per l’alto tasso di emigrazione nazionale ma perchè i viaggi dei ragazzi sono ormai pericolosi oltre ogni immaginazione.

Nei sobborghi che circondano la capitale Dakar, in Senegal, dove la disoccupazione e il disagio sociale sono alla base delle partenze Yayi Bayam Diouf, ha iniziato a creare una sorta di rete con tante ong italiane. Recentemente è stato presentato ‘Ponti’, un progetto per prevenire le migrazioni ideato da Arcs-Culture solidali, e realizzato in Senegal ed Etiopia da oltre 20 ong italiane.

Diouf spiega all’agenzia Dire che si tratta di creare opportunità di impiego per dare modo ai ragazzi di non correre dietro sogni che possono diventare incubi e vere e proprie traettorie di morte. «Ci occupiamo di sensibilizzare sui pericoli delle migrazioni irregolari, ma cerchiamo anche di creare opportunità di impiego per i candidati alle migrazioni. Vogliamo che credano di più nelle proprie potenzialità e in quelle del nostro Paese, per vivere dignitosamente».

Yayi Bayam Diouf è originaria di Thiaroye su Mer, un villaggio che un tempo era popolato prevalentemente da pescatori nell’interland di Dakar. Qui, come in molte altre zone del Senegal, la pesca industriale dei pescherecci stranieri ha messo in ginocchio quella tradizionale, creando povertà e limitando le prospettive per il futuro. Anche l’unico figlio di Diouf è emigrato e nella rotta del Mediterraneo ha trovato la morte: «Qualche hanno fa mio figlio è annegato in mare, dopo che insieme a degli amici ha tentato di raggiungere l’Europa a bordo di una piroga, per trovare lavoro e dignità».

Da qui la decisione di fondare Coflec: «Mi è scattato qualcosa dentro e ho trovato le energie per parlare con le comunità tradizionali e patriarcali, per convincerle che la donna può portare un cambiamento ed essere una risposta al problema dell’emigrazione irregolare. Se una donna lavora può mandare i figli a scuola, garantendo loro un’istruzione di qualità e quindi alternative alle migrazioni irregolari».

Naturalmente non è facile far cambiare mentalità. L’organizzazione patriarcale è profondamente radicata. Finora il coraggio e l’iniziativa di questa donna ha impedito ad almeno 1500 giovani di non partire e restare.

«Siamo riuscite a sensibilizzare persino i trafficanti. Siamo andate a casa loro, ci abbiamo parlato. Sono giovani come tanti. Alcuni comprendono, e cambiano idea: ora alcuni fanno parte dell’associazione e si occupano di sensibilizzazione».

da qui

IN BOTTEGA: su Yayi Bayam Diouf cfr 8 marzo, risonanze dal Senegal, Scor-date: dal 28 novembre al 1 dicembre 1944 e Sen(z)’eg(u)al: istruzioni per innamorarsi

 

 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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