Cosa accade in Ecuador? Genealogie e prospettive della rivolta indigena e popolare

di Francesco Martone (*)

Nella cultura e nella tradizione dei popoli indigeni dell’Ecuador, la “minka” – o minga – è un esercizio collettivo, di lavoro in comune per rimettere a posto, pulire, riordinare lo spazio nel quale si vive e che si condivide. È un rito festoso di rigenerazione. È con una minga che le migliaia di indigeni e indigene accorse a Quito nella prima settimana di ottobre hanno voluto pulire assieme agli abitanti della capitale una città che giorni prima aveva sofferto le tragiche conseguenze della repressione contro le loro mobilitazioni in opposizione alle misure di austerità annunciate dal governo sotto dettatura del Fondo Monetario Internazionale.  E che il governo stesso aveva sospeso, aprendo un tavolo di dialogo con il movimento indigeno.

Non sarà però questa minga, atto di rispetto e riconoscimento per gli abitanti di Quito (città ribelle da sempre abituata a veder rotolare teste di presidenti) che sono scesi in piazza con loro, li hanno curati, hanno dato loro da bere e da mangiare, a cancellare d’un tratto le ragioni di una protesta e voltare pagina. Anche perché dopo un’iniziale possibilità di soluzione negoziale, sussiste l’eventualità di una nuova mobilitazione a fronte dell’assenza di disponibilità del governo a rivedere radicalmente le sue posizioni, mentre contemporaneamente venivano criminalizzati i leader della protesta.

Quello di ottobre è stato un vero levantamento, una rivolta popolare, durata oltre dieci giorni, innescata dall’emanazione da parte del governo del presidente Lenin Moreno del decreto 883 (il “paquetazo”) che prevedeva la rimozione dei sussidi sui carburanti (i cui prezzi sarebbero aumentati di una media del 123%), il licenziamento di 10mila dipendenti del pubblico impiego, il taglio drastico dei loro giorni di ferie, la destinazione di un mese di stipendio al risanamento del debito e misure di agevolazione per importazioni di macchinari per l’industria e il settore agricolo. Queste le condizioni poste dal Fondo Monetario Internazionale per la concessione di un prestito necessario per ripianare i debiti del paese, e che seguono l’accordo concluso nel febbraio 2019.

L’anno precedente il presidente Moreno aveva assicurato l’esenzione fiscale per banche e per le 50 più grandi imprese del paese che rappresentavano l’80% delle entrate per le casse dello stato. L’evasione fiscale aveva raggiunto i 4600 milioni di dollari e il debito estero ad aprile 2018 quasi 59 miliardi di dollari.Il pacchetto di riforme concordato con l’FMI prevede anche la privatizzazione di imprese pubbliche, misure classiche di austerità che hanno caratterizzato la gestione delle crisi finanziarie in America Latina dei decenni passati.

Misure che hanno portato a un aumento esponenziale del tasso di povertà nel paese: nel dicembre 2014 i poveri in Ecuador rappresentavano il 35,3 della popolazione, nel giugno di quest’anno il 43,8%, equivalenti a 7,6 milioni su 17,3 milioni di abitanti.

La rimozione dei sussidi sui carburanti avrebbe colpito duramente proprio loro, le classi più povere del paese, gli indigeni che vivono nelle zone urbane e che si muovono con i mezzi pubblici, i contadini che avrebbero visto aumentare il costo del diesel e quindi il prezzo dei loro prodotti, con conseguente aumento del costo della vita. Mentre le classi più agiate non avrebbero sofferto alcuna conseguenza. Chi pensasse che la rimozione dei sussidi potesse essere una scelta di green economy, si sbaglia di grosso.

La decisione in questo caso nulla aveva a che vedere con politiche di decarbonizzazione dell’economia, ma solo con l’obiettivo di socializzare i costi del pagamento del debito sulle classi che storicamente ne pagano le conseguenze. A riprova di ciò vale la pena ricordare che Moreno non è intenzionato a ridurre la dipendenza del paese dal petrolio e dall’estrattivismo. Anzi intende, uscendo dall’OPEC, aumentarne la produzione, espandendo concessioni in territori indigeni, miscela che preannuncia nuove tensioni nel paese, mentre sono coloro che sarebbero stati più colpiti dalla misura, a opporsi con forza alle nuove concessioni minerarie e petrolifere.

Il due ottobre scorso, all’indomani dell’annuncio del decreto i trasportatori – da sempre vicini alle destre – annunciarono uno sciopero nazionale, il 3 il presidente Moreno decretò lo stato di emergenza in tutto il paese per 60 giorni, poi ridotti a 30 da un pronunciamento della Corte Costituzionale.

Il 4 ottobre i trasportatori decisero la fine della loro mobilitazione avendo raggiunto un accordo che ritoccava al ribasso l’aumento del costo dei biglietti dei bus. Ma ormai la miccia era innescata. Studenti, sindacati e CONAIE (Confederazione delle Organizzazioni Indigene dell’Ecuador) annunciarono uno sciopero generale e mobilitazioni di piazza con blocchi stradali che in un lampo moltiplicarono in tutto il paese. La scesa in campo del movimento indigeno assicurò la radicalizzazione della rivolta nelle periferie dell’Ecuador, mentre per la prima volta la protesta attraversò le strade di Guayaquil, storico bastione della destra bianca e delle élite economiche e commerciali del paese. Nelle provincie di Loja ed Azuay si costituirono Assemblee Popolari Autonome. A migliaia presero il cammino, con le loro famiglie dai territori in resistenza all’estrattivismo in Amazzonia alle comunità delle Ande, della Sierra, dal Cotopaxi al Chimborazo, da sempre roccaforti del “contropotere” indigeno.

Non è la prima volta che il paese assiste a un levantamento indigeno. Negli anni ’90  la rivolta contro l’FMI e per il diritto alla terra rappresentò una tappa storica nelle mobilitazioni in tutto il continente.

Fu nel 1999 che un levantamento indigeno portò – grazie all’accordo con le forze armate – alla fuga dell’allora presidente Jamil Mahuad, in piena dollarizzazione dell’economia e conseguente perdita della sovranità monetaria del paese. Poi fu il tempo del colonello Gutierrez, quello del golpe contro Mahuad e della partecipazione al suo governo, una scelta pagata cara e che rappresentò un punto di grande crisi del movimento e delle sue rappresentanze politiche.

Le modalità sono sempre le stesse, si prende la via delle montagne e delle foreste, si attraversano i chaquiñan, con tutte le vettovaglie necessarie per ricostruire comunità a pochi passi dai centri del potere politico mestizo e si arriva a Quito, mentre nei territori di origine altri restano a presidiare le strade e in questo caso occupare infrastrutture petrolifere e sedi delle prefetture locali. Arrivano e si accampano nel parco del Ejido e nella Casa della Cultura, o nelle università che al culmine della repressione vennero dichiarate zone di pace, aperte al popolo.  Invano, visto che anche lì la polizia ha colpito duro donne e bambini.

Sono state le donne a essere in prima linea ovunque, nella marcia del 12 ottobre che ricordava la conquista delle Americhe, in prima fila a fronteggiare i robocop inviati dal governo, o nelle barricate che bloccavano le principali arterie del paese, pronte a proteggere i loro territori fino alla morte.

Una volta insediatasi nel centro della polis, la moltitudine si mosse verso i palazzi del potere, da cingere in un assedio simbolico, quello di una potenza mite e determinata, che ne mette a nudo contraddizioni e vulnerabilità. Per capire le ragioni di questa rivolta e provare a delinearne gli scenari futuri occorre fare un passo indietro a circa un decennio prima, quando dopo una serie di governi neoliberali e conservatori arriva al potere Rafael Correa, sostenuto da indigeni e movimenti sociali di sinistra.

Correa inaugura una fase senza precedenti nella storia dell’Ecuador, quella della Revolución Ciudadana, ancorata alla Costituzione di Montecristi, atto costituente estremamente innovativo. Riconosce ad esempio lo stato ecuadoriano come stato plurietnico, riconosce i diritti della natura e il diritto alla ribellione, legittimamente invocato da chi è sceso nelle piazze le scorse settimane. Si apre una fase di rinnovo delle infrastrutture politiche e amministrative del paese, aumentano le entrate dalla vendita di petrolio, il vero ed eterno convitato di pietra della storia del paese, si declama sulla carta la «trasformazione della matrice produttiva».

Si offre una possibilità di riscatto a chi per decenni era stato escluso. Il primo mandato presidenziale di Correa rappresentò un cambio di passo notevole. Fu dopo un tentato golpe, perpetrato in circostanze mai chiarite, e il concomitante crollo del prezzo del petrolio che il quadro cambiò drasticamente, Da una parte Correa e i suoi si lanciarono in una campagna di criminalizzazione dei movimenti ambientalisti eindigeni, con molti dei leader indigeni incarcerati con l’accusa di terrorismo. Dall’altra la necessità di continuare a investire in programmi sociali e infrastrutturali e quindi di assicurarsi l’afflusso di valuta, portò alla decisione di vendere in anticipo alla Cina la produzione petrolifera di un decennio a venire, ipotecando così il futuro del paese.

Nel contempo l’alleanza con le élite della costa, rappresentata dal vice presidente Glas (oggi in carcere condannato per corruzione) si materializzò nella riapertura dei canali di comunicazione con l’FMI, chiusi nel corso della prima presidenza, caratterizzata anche da una coraggiosa politica di delegittimazione del debito estero del paese. E con il negoziato per un accordo di libero scambio (TLC) con l’Unione Europea che avrebbe favorito l’esportazione di prodotti delle coltivazioni industriali di palma da olio, ananas, banane, a discapito dell’agricoltura rurale. Alla fine del suo mandato Correa e il correismo officialista decisero di candidare alla presidenza l’ex-vicepresidente Lenin Moreno, che avrebbe dovuto incarnare la continuità con un approccio più “soft”.

Moreno fin dai primi mesi si caratterizzò con un linguaggio decisamente meno aggressivo, più dialogante, anche se in contemporanea stava lavorando a una netta inversione a U rispetto al suo predecessore.

Iniziò con la politica estera, annunciando l’uscita del paese dall’ALBA e allineandosi nella condanna senza appello a Maduro, per poi riaprire i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale; infinecedendo alle pressioni degli Stati Uniti per pagare i danni alla multinazionale Chevron, che clamorosamente vinse un giudizio di arbitrato in una causa mossa dalle vittime delle sue attività inquinanti nell’Amazzonia ecuadoriana. Alcuni osservatori sostengono che parte del prestito dell’FMI servirebbe per ripagare la salatissima multa alla multinazionale petrolifera statunitense, mentre per altri andrebbe a compensare i mancati gettiti fiscali derivanti dal mancato pagamento delle imposte del settore privato.

Fatto sta che  Moreno si è progressivamente allontanato dalle premesse politiche che lo avevano portato al potere, mentre il paese si avvitava in una crisi debitoria di difficile gestione.

Mentre l’uso spregiudicato della legge come una clava giustizialista – una classica caccia alle streghe – nei confronti di chiunque fosse stato vicino all’ex-presidente Correa e contro Correa stesso dimostravano la assoluta incapacità di costruire una base politica nuova, piuttosto che una fondata sulla criminalizzazione e delegittimazione dell’avversario. Già perché nel frattempo si era consumata la frattura all’interno del movimento Alianza País, con la parte vicina a Moreno da una parte e i correisti dall’altra. Con il loro leader in Belgio per sfuggire alla cattura per reato di corruzione e altri alti esponenti all’estero con asilo politico prima e nel corso della rivolta. Giustizialismo che – come nelle classiche ipotesi di studio – crea le premesse per un ritorno della destra reazionaria, a maggior ragione in un paese dove neanche la Revolución Ciudadana è riuscita – e gli eventi recenti lo dimostrano appieno – a scalfire le vecchie strutture di potere delle oligarchie, a uscire dal modello capitalista estrattivistae a costruire uno stato plurinazionale, oltre la tradizionale “colonialità” del potere.

L’accordo con l’FMI è stato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, e portato alla luce le crepe del modello e della struttura di governo e di sviluppo del paese. Va infatti sottolineato come la rivolta indigena non sia nata dal nulla.

Già nel corso delle ultime elezioni amministrative il partito indigeno Pachakutik aveva conquistato importanti province e municipi, tra cui la provincia dell’Azuay con il leader Yaku Perez, perseguitato ai tempi di Correa per il suo impegno a protezione dei diritti indigeni e della terra.  Un contropotere territoriale al quale si è affiancata un’importante serie di “vittorie”.

I Waorani ad esempio hanno vinto un giudizio contro le imprese petrolifere presso un tribunale locale, che ha condannato tali imprese a pagare i danni inferti alla popolazione indigena e a non entrare nei loro territori.

O la sentenza sul caso del Rio Piagua che blocca di fatto la costruzione di una centrale idroelettrica. Sul campo la resistenza delle comunità all’espansione della frontiera estrattiva ha portato varie imprese, tra cui AGIP, a lasciare il paese, mentre in alcune provincie si sono svolte consultazioni popolari che hanno messo al bando le attività minerarie. Un movimento indigeno maturo, quindi con nuovi leadered emancipato dalla morsa della politica di palazzo, determinato a non farsi cooptare da nessuno, neanche da Correa e dai suoi fedeli che pure hanno tentato, invano, di cavalcare la rivolta per provare a detronizzare Moreno e andare a elezioni anticipate. Se una cosa i movimenti indigeni non volevano era proprio quella di far cadere il presidente, consapevoli che ciò avrebbe portato a due scenari per loro inaccettabili: o il ritorno della destra oltranzista o il ritorno di Correa.

Le giornate di Quito resteranno nella storia del paese e di tutta l’America Latina, per la violenza inedita e inaudita della repressione e per la determinazione di chi è sceso in piazza.

Hanno svelato un lato oscuro che si pensava fosse stato rimosso, quello del razzismo verso gli indigeni considerati dalle classi urbane più agiate, e anche da settori della sinistra più ideologica, come incapaci, immaturi, facilmente manipolabili a scopi politici, o indegni di sfilare nelle strade delle città come dichiarò Jaime Nebot (sindaco di Guayaquil) alla vigilia della marcia a Guayaquil. “Restatevene nel páramo (l’altopiano andino), se verrete qua sarà la guerra” –disse.

La stampa nazionale non fu da meno, oscurando le proteste e trattandole come un cancro da estirpare, gli indigeni come dei parassiti, un’infezione da combattere ed espellere. Dall’altra parte, invece, la grande solidarietà degli esclusi in tutto il paese, quelli di oggi e quelli di ieri, che hanno visto nella mobilitazione indigena la loro mobilitazione per dignità e giustizia. L’Ecuador di oggi è tutto questo, un paese in bilico, tra quello che avrebbe potuto essere e quello che non sarà. O quello che potrebbe essere.

Intanto gli accordi raggiunti tra governo e dirigenti della CONAIE sono ancora in fase di stallo, mentre i sindacati, invitati a un tavolo di negoziato separato da Moreno, annunciano una nuova grande mobilitazione per il 30 ottobre, visto che una volta incassato l’accordo iniziale con gli indigeni Moreno ha pensato bene di non presentarsi all’appuntamento con i rappresentanti dei lavoratori. Ma proprio ieri sera la mobilitazione annunciata è stata revocata.

Nel frattempo la luna di miele di Moreno è ormai terminata: i leader indigeni della protesta ora sono tutti a rischio di condanna per sedizione e sequestro di persona (alla dichiarazione dello stato di emergenza e l’imposizione de coprifuoco gli indigeni avevano risposto con il loro stato di emergenza e il “trattenimento” di decine di agenti di polizia). Si cerca di ricostruire la catena di comando degli eventi drammatici che hanno causato la morte di 8 dimostranti, il ferimento di un migliaio e l’arresto di altrettanti dimostranti per chiedere giustizia, verità e riparazione per le gravissime violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

L’ostinatezza del governo di Moreno nel perseguire penalmente i leader della rivolta accanto alla inesistente volontà di rimettere in discussione i fondamenti dell’accordo con l’FMI potrebbero riportare gli indigeni nelle piazze. Del resto lo avevano detto, il levantamento è solo sospeso in attesa di definire i termini di un accordo con il governo

Un movimento indigeno, che come in Brasile riesce a portare al cuore della “polis” le sue rivendicazioni, esce rafforzato e con nuove leadership, fortemente connesso e in empatia con la gran maggioranza della popolazione più povera del paese. Ritorna sulla scena politica il sindacato, dopo anni di declino, sfiancato dalle strategie di delegittimazione di Correa, assai allergico, se non apertamente ostile al rafforzamento di ogni corpo intermedio emancipato e critico, convinto di poter continuare a fare una Rivoluzione dei Cittadini senza cittadini. Sconfitti Moreno e la destra di ispirazione liberista e lo stesso FMI, mentre si riducono le chance di Rafael Correa e dei suoi di ritornare al timone del paese.

Tra due anni si svolgeranno le elezioni presidenziali e tutto può accadere: o il ritorno della destra che tutti sembrano ormai ritenere ineluttabile, o il rafforzamento di un fronte popolare, indigeno e contadino, che apre una crepa importante tra le due narrazioni dominanti in America Latina.

Quella neoliberista e quella del Socialismo del XXI Secolo, o dell’estrattivismo progressista, ambedue contestate alla radice da una pluralità di soggetti sociali e politici che si sono incontrati per le strade e le piazze del paese, costruendo “comune”, resistendo e offrendo al paese e al continente un’utopia possibile e concreta.

In Ecuador e in tutta l’America Latina, continente che appare di nuovo in grande sommovimento, dal Cile, all’Argentina, alla Colombia, al Perù, alla stessa Bolivia. Si aprono scenari nuovi con gli spettri del passato che incombono, ma che potrebbero portare con sé il dolore del parto, di una fase nuova in tutto il continente. Popolare, indigena, femminista, ecologista, che resiste alla repressione e al capitalismo estrattivista di ogni colore. Una pluralità di altri mondi possibili.

Foto di Coop Docs Cooperativa Audivisual – Ecuador

(*) Tratto da https://www.dinamopress.it.

alexik

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