«A House in Asia»

Apre la nuova stagione della Triennale – Teatro dell’arte

di Susanna Sinigaglia   

 

Si presenta in veste completamente rinnovata la stagione del Teatro dell’arte di Milano ormai incorporato da qualche tempo nell’edificio della Triennale (in precedenza era adiacente). Dopo alcuni anni d’incertezza, il suo progetto artistico è stato affidato a Umberto Angelini, il direttore del festival Uovo1, affiancato dal suo team storico e da un comitato artistico composto da Valeria Cantoni, Davide Giannella, Alina Marazzi, Massimo Torrigiani. Il programma, almeno per la prima metà del 2017, promette bene e fa presagire interessanti sviluppi.

Aperta da una lectio magistralis di Romeo Castellucci intitolata «Vedersi vedere» sulla relazione fra teatro e spettatore, la stagione vera e propria è stata inaugurata dagli artisti dell’Agrupación Señor Serrano, compagnia catalana che si è aggiudicata il Leone d’argento per l’innovazione alla Biennale di Venezia 2015. Il loro stile è sorprendente, frutto di una ricerca che non arretra davanti all’uso – forse si potrebbe dire rivoluzionario e comunque spregiudicato – di tutti, o quasi, i linguaggi della performing art per affrontare tematiche scomode e spigolose della contemporaneità. Lo spettacolo, un progetto di Zona K e Triennale Teatro dell’arte, s’intitola

A House in Asia

C’era una volta il West”, verrebbe da dire durante la visione della performance parafrasando il celebre film di Sergio Leone2. Dopodiché è arrivato…

l’11 settembre

quando il grottesco, il paradossale, l’arcaico macabro hanno cominciato a irrompere attraverso vari mezzi audiovisivi nella nostra vita e nella storia, proiettandola nel surreale; per esempio, dello schermo che ci spalancano i performer davanti agli occhi dove vediamo un paesaggio in movimento come dall’interno di un aereo che lo sta sorvolando, l’aereo dell’11 settembre ovviamente, poco prima del suo impatto contro le torri gemelle fino al momento in cui la carlinga si raddrizza e punta dritta contro le costruzioni: broomsbadabam! Un’allegoria, una premonizione da incubo che si materializza?

Già prima dell’elezione del patetico-mortifero George W. Bush alla presidenza, l’istituzione e la sua autorevolezza avevano subìto un duro colpo con la caduta di Clinton nel ben noto B-movie a luci rosse. Poi, dopo la parentesi ingannevole di Obama, pare non ci sia più freno al precipizio lungo la china rovinosa che ha portato la presidenza a incarnarsi nell’attuale spaventoso personaggio che ci restituisce l’esatta misura dello spessore culturale di chi vorrebbe decidere le sorti del mondo.

L’immagine in bianco e nero di Gregory Peck che interpreta Achab con la sua folle furia allampanata nel famoso film del ’56 diretto da John Huston – “Moby Dick, la balena bianca” – e che compare inquadrata da una cornice dorata all’interno di un museo su cui domina il rosso, sembra incarnare alla perfezione la piega che hanno preso gli eventi. Lui è lo sceriffo, alias presidente americano, che dichiara una guerra senza quartiere agli apache, i terroristi capeggiati da Geronimo-Bin Laden (entra in scena sullo schermo, sempre in bianco e nero e con la testa piumata, Antony Quinn, che in realtà interpreta Cavallo Pazzo della tribù degli Oglala Lakota in “La storia del generale Custer”).

 

Immagini per dirci: è sempre la vecchia storia delle giacche blu contro gli indiani, di indiani e cowboy, bim bum bam. Appare in scena – questa volta è un performer in carne e ossa – il cowboyguerriero, ora Navy Seal, seduto sul margine del palco col cappello calato sulla fronte e l’aria meditabonda/disincantata di chi le ha viste tutte ed è rotto a tutto. Sullo schermo campeggia un pick up rosso, che poi ci appare di nuovo inquadrato con la sagoma del cowboy di spalle al posto di guida, l’andamento un po’ sbandato di chi va verso il nulla dei deserti americani.

 

Il malinconico cowboy recita testi in inglese fra luoghi comuni e riflessioni profonde, riflessi luminosi che gli arrivano citando il famoso monologo dell’androide Roy Batty – cioè Rutger Hauer – nel finale di “Blade Runner”.

Il racconto si srotola intorno alla costruzione di 3 case perfettamente uguali. Una in Pakistan (quella vera di Geronimo-Osama Bin Laden), l’altra nel North Carolina per l’addestramento dei Navy Seal e una in Giordania per le riprese del film “mimetico” di Katherine Bigelow “Zero Dark Thirty”.

 

La costruzione della casa di Bin Laden in Asia (con le sue gemelle), considerata l’evento-punto zero, è sarcasticamente collocata al termine di una lunga serie di accadimenti della storia illustrati sullo schermo mentre scorrono nella loro cronologia (dall’impero romano alle crociate, fino alla conquista delle terre americane, e non molto altro) la cui data non prende più come riferimento la nascita di Cristo ma la dicitura a. C. e d. C. viene sbrigativamente sostituita da “prima della costruzione della casa”: “pCC”.

 

Nella didascalia la data è seguita da aCC perché, in spagnolo, “prima” corrisponde a “ante”.

È continuo il riferimento a personaggi reali e fittizi che si sovrappongono e si scambiano in una ridda di immagini cinematografiche o riprese in diretta di scene in miniatura sistemate sul palco, e proiettate ingigantite sullo schermo, che ricordano gli interni intagliati delle casette di legno per bambini, opere artigianali di un tempo, o le scenografie del Bauhaus. Così le giubbe blu, gli indiani e i cowboy appaiono sia negli spezzoni dei film d’epoca sia nella proiezione di figurine di plastica che sullo schermo assumono una consistenza di cera. Gli elicotteri che volteggiano a grandezza naturale durante “l’operazione Geronimo” sembrano davvero parte di un materiale documentario ma si rivelano modellini manipolati da Alex Serrano e il suo partner.

Gli accostamenti sono tanto più efficaci quanto più improbabili. In quest’orgia d’immagini, alla stregua di un triplo salto mortale fa all’improvviso capolino un filmato di Groucho Marx, che si esibisce davanti allo specchio in una delle sue formidabili, esilaranti interpretazioni.

E non poteva mancare la danza, nella fattispecie il “balletto del cowboy” eseguito in modo impeccabile da 5 ragazze che indossano rigorosamente camicia a scacchi, jeans, cinturone e cappello calato sulla fronte, le mani infilate nelle strette tasche dei pantaloni.

Uno spettacolo dunque che stupisce, spaventa, diverte. Sarà allora, forse, ancora possibile sperare in “una risata” che li “seppellirà”?

Per ulteriori materiali, vedi ai link:

https://www.youtube.com/watch?v=fiZnwvg7Qlg

https://www.srserrano.com/a-house-in-asia/

http://www.triennale.org/teatro/

 

1 Ormai sospeso da un anno.

2 Per capire il perché di quest’affermazione, continuate a leggere l’articolo e vi sarà chiaro.

Redazione
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