«A morte i razzisti»

db vi invita alla lettura dello spiazzante romanzo di Alessandro Ghebreigziabiher

Il romanzo «A morte i razzisti» di Alessandro Ghebreigziabiher – Oakmond Publishing: 220 pagine per 12,50 euri – mi ha completamente spiazzato. Dall’inizio alla fine. Non so se capita a voi ma per me è un fatto davvero raro rimanere di sasso. Così questa recensione gronda fatica (soprattutto perchè pochissimo posso dire sulla trama) almeno pari al mio entusiasmo.

Se andate di corsa accontentatevi di una estrema sintesi: sostantivi, aggettivi, virgole, verbi e subordinate ruoteranno intorno al concetto “vi consiglio, anzi quasi vi imploro, di leggerlo”. Se avete tempo, provo a dirvi di più.

Inizia così. «Mi chiamo Malick Ferrara, ho 20 anni e sì, sono negro. Non prendiamoci in giro […] Io sono negro perchè questa è la parola che pensate quando mi vedete». Le persone che in Italia usano apertamente una definizione offensiva «non sono altro che la punta di un diamante marcio».

Qui in “bottega” scommetterei che il 99 per cento di chi sta leggendo non si sente razzista (e magari il 90 per cento è disposto ad agire contro la minoranza violenza e a rompere l’omertà della maggioranza che tace). Lo preciso perchè l’atteggiamento di chi legge questo romanzo è fondamentale. Già il titolo è un colpo al cuore ma Alessandro Ghebreigziabiher non ci gira intorno: alla terza pagina Malick ha ucciso il primo razzista. Non se ne pente, non invoca una “legittima difesa”… semmai esige il diritto alla vendetta. Ed ecco lo spiazzamento. Io capisco le ragioni e i dolori di Malick Ferrara eppure non sarò solidale con lui: sono contro la pena di morte in ogni forma e non credo in chi si fa giustizia da solo.

Riflette molto Malick e noi lo seguiamo nei suoi pensieri ma ciò che lo turba ci appare inaccetabile: «quanti razzisti devo ammazzare prima di ritenermi soddisfatto?».

Così iniziamo a seguire Malick nei suoi delitti, nelle riflessioni su insulti e aggressioni che ha subìto, «sintomi di un’epidemia assai più profonda che si chiama struttura, dalla quale dipende anche il nostro sistema educativo». Su questo è impossibile dagli torto.

Ecco la difficile storia d’amore con Marika, il tormentato rapporto con la madre adottiva. Le radici della sua scelta assassina: «Perchè uccido? Semplice. Perchè ho provato in tutti i modi a proiettare il mio grido d’aiuto nel cielo ma nessuno si è mai degnato di venire in soccorso».

Per caricarsi al «punto giusto» quando va a uccidere i razzisti Malick si tuffa nei «video razzisti, esplicitamente tali o solo involontariamente». Chi è lo «spettatore mediamente qualunquista» dei social grondanti odio? «Mi riferisco all’utente terzo, se vogliamo chiamarlo così, fra l’intollerante aggressore e le creature dalle origini scomode». La “zona grigia” avrebbe detto Primo Levi: gli omertosi. Cerca di capire Malick – e con lui chi sta leggendo – «come mai sono pochi coloro i quali fanno proprie le lotte dei più deboli».

E intanto Malick continua a uccidere. Mentre intorno a lui la rete inevitabilmente si stringe, il ragazzo trova le sue giustificazioni ma io non mi faccio convincere dai suoi ragionamenti alla «monsieur Verdoux» (*).

Ci avviamo verso la fine. Penso che molte/i fra coloro che stanno leggendo si sentiranno – come è accaduto a me – vicini a Malick per quello che gli hanno fatto e lontano da lui per quel che sta facendo. Nessuna infamia darà mai alle vittime il diritto di trasformarsi in carnefici.

Prima della conclusione c’è tempo di incrociare Chekra («anagramma di Hacker, come ho fatto a non pensarci prima?») il quale spiega, con grande efficacia, a Malick cosa significhi davvero spionaggio di massa e quali siano i meccanismi per cui certi video diventano virali fra gli utenti, anzi fra gli «utonti».

Incontreremo anche Michele, un «pervertito» che vuol fare carriera politica. Quando tende a Malick una trappola lui pensa di uscirne minacciando di rendere pubbliche le sue infamie. Ed è con sua – e nostra? – sorpresa che Michele gli ride in faccia perchè per gran parte dell’opinione pubblica ormai le schifezze fanno curriculum, dunque non teme di essere smascherato. Si è andati oltre l’arguzia di George Bernard Shaw: «un uomo è tanto più rispettabile quante più sono le cose di cui si vergogna».

Non ha vie d’uscita Malick? Il colpo di scena finale è imprevedibile eppure, in un certo senso, antico come il mondo. L’autore spiazza, costringe a ripensare tutto. Chi legge tira un sospiro (anzi: un uragano) di sollievo. E di certo non vi svelerò il perchè.

Ho scritto: “ripensare tutto”. Tutto … forse no. Perchè resta urgente una domanda che gronda da ogni pagina di questo romanzo: cosa occorre fare contro il razzismo di sistema? E come bisogna muoversi contro i razzisti H, K e Y (persone precise non astrazioni statistiche) quando li incontriamo in azione?

(*) mi riferisco a «Monsieur Verdoux», il film di Charlie Chaplin. In particolare alla sua “autodifesa” in tribunale quando afferma: « Non vedo perché io dovrei essere condannato per aver ucciso qualche vedova quando lo Stato ne crea migliaia ogni giorno».

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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