A proposito di «Il demone sterminatore», un testo…

temporaneamente disperso di Vincent Spasaro     

Una narra-recensione di Johnny Sheetmetal o di qualcuno che pericolosamente gli somiglia [*]

In un lontano futuro io vagherò ramingo tra le ceneri di questo mondo. Sarò tra i pochi sopravvissuti, perché, come sapete, la mia natura è pura virtualità. Per questo motivo, e solo per questo, sarò ancora lì.

Camminando tra le brune macerie, meditando sul mio gramo destino, m’imbatterò in un fuoco crepitante. Davanti al fuoco un vecchio, tra le mani un cumulo di carte, nell’atto di gettarle per alimentare la fiamma. Mi arresterò a guardarlo fisso, preso da improvvisa ispirazione.

– Fermati, in nome del divino! – urlerò al vecchio.

– Perché mai dovrei fermarmi? – dirà il vecchio al mio indirizzo, però bloccandosi infastidito.

– Sento che tra quelle carte si cela la risposta che vado cercando.

– Quali domande ti agitano, essere invisibile e senza corpo? – chiederà lui.

– Il mondo sta finendo, compagno – gli spiegherò allora. – Gli edifici distrutti. Il deserto incontrastato. Le donne rese sterili, gli uomini regrediti a scimmie. Ebbene, nonostante questo, lui è ancora lì che attende.

– Lui chi? – domanderà, incuriosito, le mani ferme a mezz’aria.

– db cioè Daniele Barbieri.

– Daniele Barbieri? Chi era costui?

– Trattasi del mio aguzzino, e la bottega è la sua camera delle torture.

– Torture? Come si può torturare un essere senza ombra come te?

– Mi ha chiesto una narra-recensione per il prossimo Marte-dì e io non so che pesci pigliare.

– Narra-recensione… per me è puro arabo. Come posso aiutarti, di grazia?

– Porgimi quelle carte, per favore.

– Queste carte? Ma sono scritture! Che te ne fai? – … Eppure, mosso da pietà, le getterà di fianco al fuoco. Mi fionderò su di esse, cominciando a frugare. E, come previsto dalle mie facoltà medianiche, rinverrò con esultanza uno scritto anonimo adatto allo scopo.

– Come ti chiami, vecchio?

– Perché t’impicci dei miei dati anagrafici?

– Voglio ringraziarti come si deve.

– Il mio nome l’ho dimenticato. Puoi chiamarmi Magico.

– Magico? Che significa?

– Magico. Solo chi tra le sillabe saprà leggere, l’arcano potrà svelare. – E una luce ghignante balenerà improvvisa dietro le lenti degli occhiali, dalla montatura fine e corrosa dalla ruggine.

M’incamminerò scuotendo il capo di fronte a tanta idiozia; comincerò a rileggere il foglio di carta.

Il nome dell’editore sarà stato cancellato da una lingua di fuoco pietosa e salvifica. Ai posteri arriveranno solo il titolo e l’autore. E la bella descrizione di quanto il libro evocava (oh! voi fortunati che vivete nel passato e che forse potete ancora avere la ventura di trovarne copia, e di leggerlo… sappiate che vi invidio).

Di seguito riporto fedelmente il contenuto del manoscritto.

Titolo: IL DEMONE STERMINATORE

Autore: VINCENT SPASARO

Editore: (ILLEGGIBILE)

Quante definizioni si potrebbero trovare per un romanzo come “Il demone sterminatore” [**] ? Tante. Un’opera fantastica? Fantasy? Horror? Di tutto un po’, verrebbe da dire. Le invenzioni e le storie che s’intrecciano richiamano il fantastico classico de “Le Mille e Una Notte” (o dei magnifici racconti di Karen Blixen, che a esse si ispirava). La creazione di un mondo con le sue regole e i suoi riti è tipicamente fantasy; l’uccisione del Dio è un tema portante della filosofia e fa da sfondo a molte opere di fantascienza; le tante creature mostruose, il sangue che scorre a fiumi, le atmosfere dark di alcune scene, fanno pensare all’horror; e infine il filo conduttore del romanzo stesso, che mette in scena una caccia, ci riporta all’avventura classica. “Dark fantasy” è la definizione che ne dà la copertina. Se proprio è necessario affidarsi a poche parole che diano dei riferimenti, delle coordinate, potremmo anche accettarle.

Il demone sterminatore” è soprattutto la creazione di un mondo. Un mondo dominato dal “fiume senza rive”, specie di mare che scorre placido in un’unica direzione, apparentemente privo di fondo, e sul quale navigano isole di ogni forma e dimensione. Un mondo abitato da genti accomunate dall’appartenenza a esso, e per questo simili nella loro varietà. Un mondo sospeso tra profondità senza fine e altezze arboree intricate e lussureggianti, che spesso si uniscono a formare paludi maleodoranti e abitate da presenze misteriose. Questo mondo sembra non possedere un nome proprio. Ci si riferisce a esso come “appartenente ai mondi interni” (o anche “fiume senza rive”, per una sorta di metonimia), mentre attraversando la “Porta degli Alberi” si accede ai cosiddetti “vasti mondi”, da cui – scopriamo subito – provengono i cacciatori del “demone”. Un mondo che forse è qualcosa di più di un semplice pianeta.

A proposito del “fiume senza rive”: il mistero delle acque, la loro profondità, l’inaccessibilità delle sponde, vengono resi con rara capacità evocativa. I “canti” che scandiscono la narrazione ci raccontano di acque torbide, oscure, di pozzi senza fondo. La scena più significativa è la discesa da parte di Onnau il centauro e di Iwah il silenzioso nella cosiddetta “torre di guardia”, colonna che affonda nel fiume per decine di metri, aprendo finestre su profondità oscure abitate da esseri che paiono usciti dalle visioni di un Lovecraft “umanista”. Fin troppo trasparente il riferimento all’inconscio e ai suoi misteri che ci portiamo dentro.

Il tema dell’uccisione del Dio innerva il romanzo e lo si percepisce pulsare inquietante sotto la superficie. Lo stesso mondo attraversato dai cacciatori del “demone” appare come svuotato di significato, abbandonato alle sue pulsioni ancestrali, privo di una luce che lo sollevi definitivamente dalla barbarie. I popoli e le genti sono come privi di coscienza. Il dio ucciso è in realtà dimenticato, se non addirittura sbeffeggiato o travisato. Per quale motivo il demone, colui che si è macchiato del delitto innominabile, è venuto a rifugiarsi su un mondo come questo?

Alcuni personaggi mi paiono particolarmente riusciti. Onnau il centauro personifica il lato solare, razionale, positivo, ma non privo di contraddizioni, di dubbi – si pensi al suo passato, ai sensi di colpa verso le compagne di viaggio, all’esitazione finale. Lluach, l’alto prete, è l’aspetto meschino che dietro la facciata del potere religioso, nasconde solo debolezza, tormento, sconfitta. La sua rappresentazione in forma di bambino accentua, per contrasto, le forti pulsioni ossessive che lo animano. E’ un bambino perennemente triste e immusonito. Iwah, che ne rappresenta un po’ il contraltare, è invece l’innocenza, l’incoscienza, l’energia pura della gioventù. Mentre questi tre sono personaggi a tutto tondo altri, come Tukiniat, lo stesso demone sterminatore, o il “mutaforma”, pur con le dovute sfumature, risultano più figli dell’ambiente e della circostanza. Quel che stupisce è che ogni personaggio si porta dietro le sue storie da raccontare. Segreti, avventure, vicende che rivelano il carattere, s’intrecciano al tema portante del romanzo, in un gioco di rimandi e di scatole cinesi. Il libro diviene così simile a una pianta inestricabile, che si eleva dalle radici immerse nelle acque fino a lambire il cielo più alto con gli ultimi rami, proprio come le isole-albero che scorrono sul “fiume senza rive”.

Lo stile è fluente ma dettagliato, e ha una sua “musicalità”; non a caso i capitoli sono intitolati “Canti”. Anche i dialoghi spesso appaiono come dei recitati. L’uso voluto e ripetuto della congiunzione «e» all’inizio dei periodi crea un senso di implacabile accumularsi di eventi, e dà un tono “biblico” alla narrazione, distanziandola dal lettore, come fosse avvenuta in un lontano passato. Eppure con l’intreccio delle storie e la forza dei personaggi, questa distanza non raffredda, ma rende più solido il plot, dandogli una prospettiva da narrazione mitica. E’ come un testo religioso, in cui protagonisti non sono le divinità, ma esseri mortali alle prese con eventi inconcepibili. Non per niente il libro inizia con una “presentazione”, in cui si dichiara che il testo che segue è l’edizione completa del “Lei ven rah”, misterioso manoscritto non meglio specificato. Ciò che andremo a leggere è avvenuto in tempi imprecisati e in mondi lontani, sembra avvertirci, ma attenzione: è qualcosa vivo, la cui portata cosmica si riverbera ancora su di noi.

Un libro originale – di storie nelle storie, di personaggi oscuri e limpidi, di mondi lontani e inospitali, di avventure e carneficine, di misteri insondabili e delitti inconcepibili, di tradimenti e mutazioni – che mantiene le sue promesse. E lo fa con coerenza interna, rimanendo fedele a un’immagine complessiva che mai si sfalda o ha smagliature, neanche dopo l’ultima pagina. Un libro che consiglio a tutti coloro che amano le storie, il meraviglioso, il fantastico e il mito.

Il mio aguzzino avrà di che pascersi, perché la recensione sarà buona. Ma io finirò i miei giorni gettando me stesso in pasto a quelle fiamme. Le fiamme del rimpianto, del rimorso. Oh, dov’ero io, quando tal libro frequentava gli scaffali delle librerie? Perché me lo perdetti, perché non lo lessi? Perché non potei farne una narra-recensione in grande stile, come avrebbe certamente meritato?

E, in nome del cielo, chi eri tu, anonimo estensore di quel foglietto volante salvato dalle fiamme? Se ancora esisterai, palesarti dovrai, come avrebbe detto Yoda (o forse anche quel Magico). Sarò lì ad aspettarti, per omaggiarti della mia invidia, e per porgerti i più sentiti ringraziamenti per avermi aiutato a scampare dalle ire barbieresche.

Grazie a te sarò salvo (forse, in quel lontano giorno di un lontano futuro…).

[*] Come qualcuna/o saprà da precedenti post, «Johnny Sheetmetal» è lo pseudonimo scelto da un collaboratore della “bottega” Marte-diana. Nel 2016 ogni mese era qui, nel 2017 meno, nel 2018 lo davano a Sanremo – luogo quantomai improbabile, forse inesistente – a leggere George RR Martin e raccontarne. Come annotai in quella occasione, ricordo che Riccardo Mancini si arrabbiò scoprendo che George RR aveva smesso di scrivere fantascienza. Foooooorse per quello una volta l’anno Rik Mancini ,andava al casinò di Sanremo giocando una consistene cifra, una sola volta su un solo numero… poi, vinto o perso, prendeva un caffè e tornava a Roma (o a Frascati, a Grottaferrata, dipende). Ho sempre sospettato che c’entrasse George RR; una roba tipo che se Rik avesse vinto i soldi sarebbero finiti come anticipo per un romanzo di fantascienza. Quella di Riccardo Mancini e del gioco “d’azzardo” però è un’altra storia, ve la racconterò fooooooooooooooooooooooooorse nei prossimi mesi. [db]

[**] Qui in “bottega” gli xeno-crono-archeologi più tosti si imbatteranno in un post titolato Arriva in libreria (ed era ora) «Il demone sterminatore»: potrebbe essere un altro singolare caso di omonimia multipla. Che caos “signora mia”. Qu ci vorrebbe un linguaggio scientifico e/o un’anagrafe ineccepibile. E se ve lo dico io che mi chiamo Danny Albert Zumbart Martieri e che, quando db dorme metto dappertutto asterischi e altre sciocchezze…

L’ILLUSTRAZIONE è di Jacek Yerka, creatura con molti Marte-dì nel suo arco.

Redazione
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Un commento

  • Una recensione magnifica per un altrettanto magnifico romanzo. Se l’editore merita davvero la damnatio memoriae, che le sabbie del tempo possano almeno restituire il manoscritto, in tutto il suo tenebroso splendore, a questo mondo e ai suoi strani abitanti…

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