A scuola non suona più la campanella

e meno male che c’è Internet

articoli di Marco Meotto, Chiara Ludovisi, Sonia Coluccelli, Elvira Zaccagnino, Angela Pesce, Dario Missaglia, Leone Grotti, Maurizio Boldrini, Anna Stefi e un gruppo di educatrici (ripresi da Comune-info, Doppiozero, Redattore sociale, Vita.it, Edscuola.eu, Infoaut, Zic.it, Strisciarossa)

con alcuni consigli filmici e Isaac Asimov “dulcis in fundo”

 

Scuola e insegnamento a distanza ai tempi dell’emergenza – Marco Meotto

Nessuno si senta escluso. Questa potrebbe essere, a un primo sguardo, la chiave di lettura della situazione del tutto straordinaria che si sta delineando per il diffondersi del contagio del virus Covid-19. Quale aspetto della nostra esistenza non è infatti toccato dalle drastiche misure, proprie di uno stato d’eccezione, che il governo sta aggiornando quasi di ora in ora?

Tra le risoluzioni che, da subito, hanno suscitato maggior scalpore e che, ancora, stanno stimolando la discussione vi è l’interruzione delle normali attività didattiche nelle scuole “di ogni ordine e grado”.

La sospensione della didattica è stata immediatamente accompagnata dall’invito a sostituire le lezioni tradizionali con forme di apprendimento a distanza. Nel giro di pochi giorni l’invito si è trasformato in obbligo. Non è superfluo segnalarne il fondamento normativo. Nelle prime disposizioni urgenti si leggeva l’espressione “i dirigenti scolastici […] possono attivare, sentito il collegio docenti […] modalità di didattica a distanza”. Il DPCM del 4 marzo 2020 recita semplicemente: “i dirigenti scolastici attivano modalità di didattica a distanza”. Dalla possibilità si passa alla perentorietà, eliminando il coinvolgimento degli organi collegiali che sarebbero gli unici titolari del sovrano potere deliberativo in termini di scelte didattiche.

 

La disposizione ha, indubbiamente, alcuni scopi espliciti: salvaguardare un’apparenza di normalità nell’eccezionalità (insomma, la scuola non si ferma) e fare in modo che l’anno scolastico conservi la sua validità. Ciò che si sta dibattendo sui mezzi di informazione sono però le conseguenze implicite del provvedimento. Quella a cui stiamo assistendo per la scuola è una misura straordinaria o è invece lo scorcio che permette di intravedere il futuro dell’istituzione scolastica?

 

Un’accelerazione senza precedenti

L’emergenza ha raggiunto un obiettivo che tutte le precedenti (e contestate) riforme della scuola avevano mancato: esautorare il collegio docenti dal ruolo sovrano sulle scelte didattiche. È bene sottolinearlo, perché, prima o poi, alla normalità si tornerà. Ed è giusto chiedersi quanto l’eccezionale sia in grado di influenzare la normalità di domani.

Non si può certo dire che la discussione sugli orizzonti pedagogici e sulle pratiche didattiche sia, allo stato attuale, particolarmente articolata, anzi su questo tema non esiste un vero dibattito a livello nazionale. Eppure è una questione centrale attorno cui si articola il presupposto della libertà d’insegnamento. L’emergenza ci sta mostrando che specifiche modalità di far lezione possono essere decise in forma “decretizia” e poi declinate attraverso le disposizioni dei dirigenti scolastici.

Potrebbe essere questo il prossimo banco di prova per valutare lo stato di salute della democrazia nella scuola.

Che sia in corso un’accelerazione senza precedenti è però evidente agli occhi di tutti. La Regione Piemonte, ad esempio, a quanto si legge, stanzierà 33 milioni di euro per potenziare i servizi digitali delle scuole. Non sono un’inezia, in un territorio in cui l’amministrazione voleva, fino a pochi mesi fa, dimezzare le borse di studio. In tempi di normalità, a fronte di un investimento del genere, ci sarebbe stata una discussione approfondita, in tempi eccezionali nessuno batte ciglio.

Sulle testate giornalistiche si leggono quotidianamente resoconti di esperienze di apprendimento a distanza. Le critiche e gli entusiasmi si alternano, ma c’è anche chi non riesce a trattenere sentenze di taglio quasi darwinistico. È il caso di Sara Roversi sul “Sole24ore”: «Naturalmente non tutti si sono fatti trovare pronti e chi arranca per mettere in piedi un sistema di “classi virtuali” come cita il decreto ministeriale di questi ultimi giorni, lascia indietro il futuro e certifica di non saper cogliere alcuna opportunità, nella difficoltà

I toni più sfacciati hanno talora il merito di svelare pienamente quale si pensa sia la posta in gioco: il futuro sarà davvero fatto di classi virtuali e di istituti scolastici in gara tra loro nell’innovazione come se fossero start-up?

 

Riscrivere la normalità

Foucault ci ha descritto la storia della modernità occidentale come un continuo esperimento, in cui il rincorrersi degli stati di eccezione ha permesso di riscrivere continuamente la “grammatica della normalità”. Anche l’accelerazione imposta dall’emergenza alla questione della didattica a distanza e dell’uso del digitale nella scuola potrebbe avere conseguenze sulla riscrittura della normalità.

Vale allora la pena interrogarsi seriamente, senza cedere al misoneismo, sulle implicazioni pedagogiche e sulla ricaduta didattica del digitale. Si fatica a ricordare un ministro – tra i sette che si sono susseguiti negli ultimi otto anni – che abbia affiancato qualche blanda critica alla continua celebrazione dell’innovazione tecnologica in ambito educativo. Non stupisce. È sufficiente un’occhiata ai protocolli degli accordi che il ministero ha siglato negli ultimi anni per accorgersi quali sono gli interessi lobbistici in campo: Microsoft, Google, Samsung, Epson, Hp, Fastweb, Tim. E l’elenco potrebbe continuare.

Se davvero la crisi fosse un evento rivelatore o addirittura un’opportunità per ripensare il nostro modo di vivere, come molti autorevolmente affermano, allora potrebbe essere anche il caso di sollevare il problema dell’invisibile, ma pervasivo, processo di privatizzazione della scuola pubblica. Qualcuno la definisce una privatizzazione molecolare: istituto dopo istituto, le grandi imprese private entrano nella scuola italiana per trarne profitto.

 

In molti si affannano a dirci che non esiste alcuna prospettiva di “dematerializzazione” della scuola così come la conosciamo: il rapporto umano tra docente e allievo non è, almeno per ora, in discussione. Sussiste però la retorica del “mito digitale”, secondo la quale qualunque innovazione informatica non può che far bene all’apprendimento. Eppure gli studi che si occupano della questione da qualche anno ci stanno mostrando il lato oscuro del digitale, come fanno, con prospettive e punti di osservazione diversi, il neuropsichiatra M. Spitzer nel suo Demenza digitale (2013) o lo storico della scuola A. Scotto Di Luzio in Senza educazione. I rischi della scuola 2.0.

Che poi la maggior parte dei tools della scuola digitale siano funzionali a un’idea ben precisa dell’istruzione – quella fondata sul paradigma intoccabile delle “competenze” e sul desolante concetto di “capitale umano” – è stato discusso in molte sedi. È facile scorgere in questo ciò che Roberta Calvano ha individuato come “l’opera di surrettizio svuotamento e torsione del contenuto dell’istruzione conducendolo in una direzione diversa da quella immaginata dai costituenti” (R. Calvano, Scuola e Costituzione, tra autonomie e mercato, Ediesse, 2019 p. 165).

L’introduzione di “ambienti di apprendimento virtuali” standardizzati potrebbe essere un limite cogente alla possibilità di adottare approcci pedagogici diversificati all’interno del corpo docente di una scuola. Ciò che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione e dalle norme che ne derivano diventerebbe impossibile tecnicamente, perché si scontrerebbe con le rigidità del dispositivo adottato.

 

Divari di classe e divari digitali

In una recente e preziosa pubblicazione, intitolata Più scuola per tutte e tutti (Edizioni Gruppo Abele, 2019)Chiara Acciarini e Alba Sasso hanno ricordato che, dati alla mano, la scuola pubblica italiana continua ad avere un enorme problema relativo alle divisioni di classe. L’ambiente sociale di appartenenza continua a pregiudicare in maniera significativa le possibilità di successo scolastico. In sostanza chi proviene da un contesto culturale più povero difficilmente trova a scuola il modo di emanciparsi. L’istruzione cessa di essere uno strumento di emancipazione, ma replica la struttura sociale esistente.

Bisogna tenere a mente che la scuola in cui si vorrebbe procedere speditamente con la digitalizzazione è quella in cui esiste una crescente divaricazione dei livelli di apprendimento. Negli istituti del primo ciclo, il gap si modula sulla base della dislocazione geografica, nella secondaria di secondo grado si definisce spesso a seconda dell’indirizzo di studio. Siamo sicuri che la digitalizzazione, sempre che non si riduca a un semplice vernissage informatico, non inciderebbe ulteriormente in questa divaricazione? Ma anche ammesso che l’innovazione tecnologica e i modelli di apprendimento a trazione digitale possano davvero ridurre, in astratto, questi gap – possibilità che alcuni, come Marco Gui (Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio?, Il Mulino, 2019), mettono in discussione – esiste comunque il digital divide degli strumenti materiali

 

Lo stiamo vedendo in questi giorni di eccezionalità: la scuola 2.0 agisce in linea con quanto, in altri settori, fa il capitalismo dell’era digitale. Scarica sul lavoratore, sull’utente e ora sullo studente i costi intermedi: come il rider che consegna il cibo a domicilio è costretto a utilizzare il proprio personale dispositivo, così lo studente che usufruisce della didattica a distanza deve servirsi del proprio smartphone o del proprio computer (sempre che ne abbia uno tutto suo). Come può garantire l’uguaglianza una scuola che si lava le mani delle possibilità che gli studenti possano davvero avere accesso al servizio erogato? La qualità della connessione a internet, il livello tecnologico dei singoli dispositivi e le possibilità di avvalersi di specifiche app o software evidenzieranno le fratture tra le classi sociali e spingeranno le marginalità nell’angolo. Dopo tanto parlare di inclusione a scuola, benvenuti nella scuola dell’esclusione.

 

Moriremo tutti googleiani?

Senza che si sia mai combattuta una reale battaglia, il lascito più perverso dell’emergenza potrebbe essere la resa senza condizioni della scuola all’economia dei big data. In generale, la consapevolezza dei docenti riguardo alla questione è piuttosto scarsa. Non vi è una diffusa coscienza che la maggior parte delle piattaforme on line che ogni giorno utilizziamo estraggono valore profilando i nostri comportamenti. Ciò che ci appare gratuito ha il prezzo di miliardi e miliardi di gigabite che cediamo affinché si affini la progettazione di algoritmi, app e pervasivi dispositivi che fanno il profitto dei grandi colossi economici del pianeta. Non è certo incidentale che siano questi stessi dispositivi a normalizzare, disciplinare e sorvegliare i nostri comportamenti.

Da tempo molte scuole hanno imposto a docenti e ad allievi di dotarsi di un account Google per poter accedere ai servizi digitali come la Suite di Google for Educations. Oggi, in nome dell’emergenza molti altri istituti stanno facendo lo stesso, per di più senza che sia possibile, per le eccezionali misure di precauzione sanitaria in atto, convocare i collegi docenti o le riunioni con i genitori. Nulla che non accadesse già, potrebbe obiettare qualcuno. La differenza è che ora sta succedendo in modo massivo, improvviso e, spesso, senza minimamente badare a quanto è previsto dal GDPR del 2018 riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati (per di più di soggetti minori). Vogliamo davvero che siano Google o altri colossi a tracciare le future linee guida della scuola italiana? Bisognerebbe almeno essere consapevoli che stiamo vendendo la profilazione dei comportamenti digitali degli studenti alle più ricche aziende del pianeta. Su questo tema alcuni Länder tedeschi hanno posto severi vincoli ai sistemi d’istruzione della propria amministrazione: gli istituti non possono servirsi di Google e di Microsoft perché i loro applicativi non rispettano gli standard di sicurezza dei dati.

 

C’è chi continua ad affermare che gli strumenti tecnologici sono neutri e che tutto dipende dall’uso che se ne fa. Se non fossero bastati decenni di convergenza filosofica sul tema che la tecnica non è mai neutra in sé, si potrebbero spendere due parole per riflettere su cos’è Google.

Lo “google-sfera” non è certo neutra: la spiccata attitudine da panopticon pervasivo che connota il più grande colosso della rete dovrebbe inquietare i sonni anche dei più arditi sostenitori dell’innovazione. Non possono essere neutre nemmeno le piattaforme di apprendimento digitale che condividono il paradigma dell’uomo e della donna a una dimensione, da formare sulle esigenze dell’unica razionalità che pare possibile a chi le ha progettate, quella del mercato. Non sono strumenti neutri perché colonizzano il nostro immaginario rendendoci prigionieri di una realtà che non ammette altro che la riproduzione di se stessa.

Se passasse davvero una resa senza condizioni a questo processo di privatizzazione molecolare della scuola, ciò che da anni, finanziando progetti pilota detti “di eccellenza”, hanno fatto le Fondazioni Bancarie – cioè promuovere una didattica funzionale ad assecondare l’ordine del discorso dominante – decollerebbe in modo massiccio su tutto il territorio. Non è un’allarmistica esagerazione. È l’abbandono dell’uso pubblico della ragione a vantaggio dell’interesse privato. Tutto questo potrebbe avvenire senza annunci eclatanti, ma scuola per scuola, oggi con in testa l’elmetto dell’emergenza, domani cantando il peana dell’innovazione.

Viene da chiedersi se, superata la cornice dell’eccezionalità, gli insegnanti riusciranno a riappropriarsi delle prerogative di autonomia, libertà e funzione sociale indispensabili per essere protagonisti delle trasformazioni che ci attendono.

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La didattica a distanza peggiora le diseguaglianze: 5 modi per renderla inclusiva – Chiara Ludovisi

Nelle ore in cui tanti docenti volenterosi si attrezzano per non perdere il contatto con i propri studenti e mettono in piedi aule virtuali e materiale didattico digitale, non manca chi lancia l’allarme: “La didattica a distanza aumenta le diseguaglianze. Va bene per tamponare un’emergenza, ma la scuola non è solo apprendimento, è sopratutto relazione. E l’inclusione degli studenti disabili, soprattutto, ha bisogno di questa relazione”. Dario Ianes ci risponde così, quando gli chiediamo cosa pensi di questa improvvisa “accelerata” sulla didattica a distanza, resa necessaria dall’altrettanto improvvisa sospensione dell’attività didattica in classe.

“A casa faccio i quiz per la patente, ma imparo a guidare solo in strada”

“Ripeto: la didattica a distanza peggiora le diseguaglianze, perché carica sul contesto familiare una serie di incombenze, facendo affidamento sulle possibilità dei genitori. E’ evidente che in questo momento restano indietro, se non del tutto escluse, le fasce più vulnerabili: non solo gli studenti disabili, ma anche gli stranieri, i Dsa, quelli che vivono in contesti sociali disagiati…”. Se quindi da un lato, in una situazione di emergenza come questa, la didattica a distanza permette di non interrompere l’attività di apprendimento, “è bene ricordare che la scuola non è solo addestramento apprenditivo: se devo solo imparare nozioni, mi basta accendere il computer e studiare il materiale messo a disposizione dall’insegnante”. Un esempio aiuta a riflettere: “I quiz per la patente posso farli anche a casa – osserva Ianes – ma per imparare a guidare devo andare in macchina, con l’istruttore accanto e il traffico vero intorno a me. La vera competenza – ribadisce Ianes – si costruisce solo nei contesti reali”:

Didattica a distanza e inclusione. Le 5 strategie

Particolarmente complicato è poi il rapporto tra didattica a distanza e disabilità. “Per chi ha una disabilità, inclusione significa anche relazione con i compagni: c’è forte contenuto relazionale nel processo inclusivo – afferma Ianes – Gli apprendimenti di un ragazzo con disabilità sono sociali: nella didattica a distanza, si perde la componente di relazione e comunicazione con i compagni e con i docenti di cui uno studente con disabilità o bisogni speciali ha maggiormente bisogno”. Come fare, allora, per rendere più inclusiva quella “scuola virtuale” che oggi tanti stanno sperimentando?

Assistenti a domicilio

Un primo modo, secondo Ianes, potrebbe essere “quello suggerito da un gruppo di genitori di ragazzi con autismo e dal Ciis: il personale di assistenza alla comunicazione e all’autonomia potrebbe andare a domicilio, per svolgere attività domiciliari ma anche esterne”.

Piccoli gruppi

Il secondo suggerimento di Ianes è rivolto agli insegnanti, perché “costruiscano piccole coppie o terne di ragazzi che stiano intorno al ragazzo con disabilità e lo aiutino a studiare, senza caricare questa incombenza sui genitori. Diverse ricerche ci dicono infatti che a scuola i ragazzi riescono a collaborare, in un processo inclusivo governato dal docente. Fuori da scuola invece, come nelle feste, nelle attività del tempo libero, nei semplici incontri tra compagni, i ragazzi non mostrano la stessa capacità inclusiva. In altre parole, quella collaborazione che in classe si genera spesso spontaneamente, fuori dalla scuola può azzerarsi e quindi va costruita e accompagnata”:

Il ponte con le famiglie

Un’altra indicazione va agli insegnanti di sostegno: “Se fossi un dirigente – spiega Ianes – chiederei a tutti i docenti di sostegno di telefonare alle famiglie degli studenti disabili, o meglio ancora di andarle a trovare, per esaminare insieme il Pei, fare il punto della situazione e pensare a come attuarlo. In questo modo, questa può diventare l’occasione per approfondire la conoscenza e la collaborazione, rinforzando il ponte necessario tra scuola e famiglia”.

Materiale personalizzato

La quarta indicazione riguardai il materiale della didattica a distanza: “Immagino che gli insegnanti curricolare, tutti presi da questo nuovo impegno di produrre materiale per i loro alunni, dimenticheranno quelli che hanno bisogni speciali. É necessario che, con l’aiuto dell’insegnante di sostegno, mettano a punto materiale personalizzato. Noi di Erickson metteremo a disposizione una piattaforma per la scuola primaria, in cui sarà possibile reperire gratuitamente materiale per la didattica a distanza individualizzata”.

Il feedback

L’ultimo suggerimento si chiama feedback. “Per gli studenti disabili, è importante il feedback continuo: e in questo la didattica a distanza può essere perfino d’aiuto. Suggerisco quindi agli insegnanti di trovare un modo per dare tempestivo riscontro agli studenti con bisogni speciali,dal momento che gli altri studenti non hanno la necessità di un feedback immediato”.

Un’ultima considerazione conclusiva, che è anche una raccomandazione: “Inclusione vuole dire apprendimento e partecipazione: è un binomio inscindibile, come la doppia elica del Dna. La partecipazione ci può essere solo a scuola, accanto ai compagni. Bene quindi la didattica a distanza, con tutte le accortezze per renderla inclusiva. Ma non dimentichiamoci che la scuola è molto più di questo”. (cl)

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Fermarsi, almeno un attimo – Sonia Coluccelli

I media non hanno dubbi: in questi giorni a grande velocità è decollata la didattica a distanza. Ma come fare in questo scenario a mettere al centro la cura della relazione e il sapere come strumento in grado di favorire la comprensione e la trasformazione del mondo? Quali sono le difficoltà dei bambini e dei ragazzi? E quali i disorientamenti degli insegnanti? “C’è grande confusione e fragilità emotiva, fatichiamo a trovare un centro di gravità in questa giostra di stimoli e frustrazioni che si alternano nell’arco di poche ore – scrive Sonia Coluccelli, maestra – Allora forse vale la pena prendersi una pausa e tornare lì, a quando abbiamo scelto questo lavoro e al suo orizzonte, a dove stia il nord sulla nostra bussola, alla necessità di averla in tasca, quella bussola”

Sono passate le prime tre settimane. Giorni che hanno cambiato volto e umore tante volte, spingendo sempre un po’ più in alto l’asticella da saltare per ritrovarci ancora noi, maestre e maestri dei nostri bambini sempre più stretti nelle loro case, sempre più lontani perché progressivamente più indistinta diventa la scadenza del limbo in cui siamo finiti.

Pochi giorni ma interminabili in cui questa tastiera ha inviato mail e avviato collegamenti skype, esplorato le risorse in rete e attivato la registrazione di video in cui trovare le parole e leggere storie immaginando un cerchio che non c’è.

Un lavoro che cambia forma e orizzonte ogni giorno, a ogni confronto con chi si interroga con me e come me, a ogni risposta che arriva dai bambini, a ogni silenzio. Un giorno per volta, da ventuno giorni, cerco di mettere a fuoco con occhi stanchi quello che mi sembra importante, la continuità tra oggi e il mese scorso, la coerenza tra il presente e i miei anni passati a osservare i bambini con cui ho fatto un pezzo di strada.

Guardo dentro anche alle mie domande, per vedere meglio, sono le lenti migliori che conosco. Nei primi giorni mi chiedevo dove dovesse stare la scuola in tempi di complessità e di esposizione di bambini e ragazzi a categorie del sapere di fatto sconosciute. Oggi allargo il raggio della ricerca di significato e, come molti prima di me già hanno scritto, voglio prendere questo tempo come un dono grande della vita, l’occasione per inciampare nelle fragilità delle categorie consuete per abbozzarne altre, per allenarmi alla pluralità degli scenari e delle possibilità e soprattutto per ritrovarmi ancora con la facoltà di scegliere.

Proprio in questo tempo di apparente limitazione della libertà personale sento di avere, come ciascuno, una grande libertà di definire me stessa in questo spazio inedito. Di definirmi come individuo e come parte di una comunità, come madre, compagna e come maestra, come formatrice, come compagna di strada di tante persone ora fisicamente lontane da queste mura. E nel ridefinirmi trovare l’unità di me stessa declinata nell’ordinarietà della vita in tutte quelle relazioni e contesti.

Torno però ora a questa tastiera per dire della Sonia maestra oggi e di quello che mi pare di aver capito in queste ore, a forza di guardare e ascoltare.

Leggiamo ovunque di soluzioni creative di insegnanti appassionati, di percorsi sperimentali per gli inesperti di digitale e piattaforme, di idee per andare oltre lo schermo e raggiungere i nostri alunni e dare loro, se serve, strumenti di lavoro o almeno parole di affetto, un sorriso, un bacio che vola con le mani. C’è grande confusione e fragilità emotiva, fatichiamo a trovare un centro di gravità in questa giostra di stimoli e frustrazioni che si alternano nell’arco di poche ore. Allora forse vale la pena prendersi una pausa e tornare lì, a quando abbiamo scelto questo lavoro e al suo orizzonte, a dove stia il nord sulla nostra bussola, alla necessità di averla in tasca, quella bussola.

Mi pare che fare scuola, sin da quella dell’infanzia, abbia senso, sempre e quindi oggi, se continuiamo a muoverci in un’incessante dialettica tra tre piani tra loro complementari: il primo è quello della cura della relazione tra tutte le parti coinvolte nella relazione educativa, il secondo è quello della responsabilità affinché il sapere diventi strumento di comprensione del mondo reale e di esercizio di cittadinanza all’interno di esso, il terzo è la formazione culturale in senso più ampio per poter interpretare alfabeti diversi, evolvere in senso completo come individui e poter progettare il proprio futuro con competenza e consapevolezza. A questo serve la scuola e senza uno di questi tre piani è più che zoppa, è altro: una festa tra amici o al contrario una caserma dove addestrarsi alla ripetizione.

Oggi nel pensare ai miei bambini lontani cerco di camminare su questo filo teso, in precario equilibrio e tengo fissi gli occhi su quel punto, quello dell’intenzionalità educativa, unico vero criterio di qualità del nostro fare scuola: come faccio per tenere viva la relazione tra me e loro e tra loro tutti, per dare strumenti di comprensione di questo tempo straordinario e per continuare a offrire loro strumenti per crescere, imparare, nutrire il loro spirito e la loro mente? E, ancora, come faccio a farlo in modo coerente con una visione dell’apprendimento che segna non solo il perché ma anche il come si fa scuola? La mano strumento dell’intelligenza, le astrazioni materializzate, il bambino costruttore del suo sapere, la motivazione interiore, l’autenticità del sapere… la risposta per orientarci tra le infinite soluzioni esplorate in questi giorni è qui dentro: nel perché e nel come. Nelle domande che continuo a farmi e in qualche risposta che mi pare di aver trovato.

Perché se io fossi la maestra delle schede e dei compiti, del libro di testo e delle domande di comprensione dopo la lettura sarebbe facilissimo stare davanti a questo schermo.

Invece no. Allora inizio a mettere lì i miei occhi stanchi e la mia voce, offro loro qualcosa di bello, ma bello proprio perché io ne ho tanto bisogno e penso anche loro, i bambini che da quattro anni viaggiano con me. E poi qualche progetto ambizioso, tra scrittura collettiva e un giornale che sia diario del nostro sguardo su questo pezzo di Storia, perché so che ”i bambini pensano grande, se li ascoltiamo, se creiamo lo spazio perché le loro parole ci arrivino con il valore e la dignità che hanno” (le parole sono di Franco Lorenzoni, il cui sguardo sulla vita e sui bambini è un altro regalo immeritato di questo mio tempo).

La scommessa più grande e quella dall’esito più incerto però non ce la giochiamo io e i bambini ma è tutta nell’alleanza educativa con le famiglie, che so in affanno come me e forse anche confuse nel collocarsi in un ruolo di accompagnamento che non hanno mai sperimentato, proprio perché da quattro anni i loro figli frequentano una scuola dove non sono assegnati compiti per le vacanze né per i fine settimana. Ora sono loro gli intermediari necessari tra la scuola, tra me e le mie colleghe e i bambini. Non è poco e non è affatto scontato in una fase in cui i copioni sono saltati e a ciascuno è richiesto di mettersi velocemente in viaggio senza l’attrezzatura necessaria. Le resistenze sono molte, spesso inconsapevoli. Riusciremo, ancora e tutti, a pensarci e quindi agire davvero come una comunità educante? Riusciremo noi maestre a sostenerli dalle nostre case in questo processo di consapevolezza con il massimo rispetto possibile e a trovare lo spazio per rinnovare un’alleanza su cui poggia il successo di ciò su cui stiamo ragionando?

Proviamo a fermarci qui, smettiamo di scambiarci link e risorse, percorsi e strumenti, video e storielle, almeno per un giorno o due; guardiamo dentro ciò che stiamo facendo o ci viene offerto tra le miriadi di stimoli in circolazione. Relazione, cittadinanza, alfabetizzazione culturale e una visione pedagogica e didattica consapevole, questa è scuola in presenza o a distanza. Ogni nostro atto educativo e formativo deve tenerle insieme. Anche oggi, soprattutto oggi.

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La scuola “fuori dalla classe” ai tempi del Coronavirus – Elvira Zaccagnino

In questi giorni di Coronavirus gli alunni sono tutti fuori dalle classi. Nelle scuole italiane, in realtà, ci sono molti alunni così, in ogni giorno dell’anno scolastico. Sono dei “fuoriclasse”, per usare un termine coniato da Lucia Suriano, docente di sostegno della scuola media inferiore, nel suo ultimo libro Lasciarsi ribaltare. La scuola è aperta a tutti. Nel senso letterale della parola perché stanno “fuori dalla classe”. Il che significa anche dal gruppo classe.Se negli anni Settanta la fine delle classi speciali e l’inizio di quelle differenziali era stata pensata per una integrazione e inclusione maggiore di ragazzi con disabilità fisiche e cognitive nella scuola, e quindi nella società, oggi – con buona pace di ogni pedagogia dell’inclusione – i corridoi sono lo spazio dove l’inclusione misura il suo fallimento e la didattica per questi ragazzi è affidata alla creatività e buona volontà dei docenti di sostegno. Sperando, ovviamente, che i ragazzi trovino nel loro percorso docenti di sostegno in grado di accompagnarli in maniera adeguata al loro diverso bisogno di scuola.

Si è accettato, con il passare del tempo e per buona pace dello svolgimento dei programmi, che l’aula – per chi riesce e può seguire – e il corridoio – per quelli che fanno fatica – fosse il modo pacifico perché tutti stessero a scuola adempiendo all’obbligo scolastico. Ma i ragazzi con maggiori difficoltà di apprendimento sfidano il sistema scuola che non può e deve essere un luogo di transito o parcheggio, ma il luogo e il tempo dove ciascuno impara a stare e a collocarsi nel mondo non per le etichette o le diagnosi che accompagnano il suo inserimento scolastico.

 

La scuola, come diritto all’istruzione secondo la nostra Costituzione è aperta a tutti, anche quando è chiusa per il bene di tutti

Già ben prima di Covid19 i “fuoriclasse” hanno sfidato la lezione classica, i programmi, le valutazioni, i tempi frenetici della scuola. Per questo, la sospensione delle attività didattiche pone più a rischio questi ragazzi che tutti gli altri. La scuola, come diritto all’istruzione secondo la nostra Costituzione è aperta a tutti, anche quando è chiusa per il bene di tutti. Se il corridoio, quando la scuola è aperta, è il luogo dell’esclusione dalla classe, la lezione on line rischia di esserlo altrettanto. E nelle ore dell’ubriacatura della lezione on line e della didattica on line (ma è possibile una didattica on line?), dei “fuoriclasse” nessuno parla.

Nella scuola, lo spazio e il tempo, il rapporto con gli adulti educatori e i compagni sono determinanti per l’apprendimento di contenuti e modelli di vita. La sospensione della scuola, quindi, ci interroga tutti. Ci chiede di trovare risposte adeguate e sperimentare soluzioni creative che siano inclusive di tutti gli studenti e non lascino nessuno indietro. Di questo si deve occupare chi fa didattica. A questo, chi si occupa di educazione, non può derogare. Cosa dobbiamo fare in questi giorni lo sappiamo: non andare a scuola. Cosa possiamo fare per educare chi ha la connessione internet e adulti accanto che lo sostengono e seguono, e chi invece non è seguito, non ha internet o non ce la fa da solo, dobbiamo scoprirlo.

I bambini e i ragazzi sono a casa. Lo sono anche i bambini e i ragazzi che a scuola fanno più fatica. Covid19 è l’opportunità che la scuola può darsi per trasformarsi e fare un salto di qualità verso i ragazzi/e, tutti/e, e bisogni speciali di ciascuno/a. Per provare a capire come essere più inclusiva e centrata sugli studenti e non sui programmi da terminare in vista delle prove INVALSI e degli esami. Riaccendere il desiderio e il piacere della scoperta. Che poi è la leva per conoscere e meravigliarsi ogni volta di ciò che si apprende. Un bel compito di realtà per gli insegnanti. E per la scuola.

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Dove non arriva la didattica web? – Angela Pesce

 

La scuola non c’è, nella nostra regione, l’Emilia Romagna, non c’è da due settimane. Non c’è per nessuno, per i piccolissimi degli asili nido, per i bambini della scuola dell’infanzia, per quelli della primaria e delle medie e per i grandi delle scuole superiori.

Le scuole si stanno organizzando: alcuni insegnanti mandano compiti e suggerimenti ai propri studenti, si va dai consigli di lettura, agli esercizi di recupero e rinforzo, dalle indicazioni di ripasso e studio e di scrittura.

Alcuni insegnanti hanno attivato classi on line e diverse forme di e-learning: insegnanti davanti ai propri pc, studenti davanti al pc, o più probabilmente davanti al tablet e alcuni ai telefoni, per provare a ricomporre una situazione di classe.

Non è semplice, ma in tanti ci stanno provando e alcuni colleghi mi raccontano anche di collaborazioni positive tra compagni, tra chi non ha accesso a internet e altri che mettono a disposizione le proprie abitazioni e i propri strumenti.

Eppure la scuola continua a non esserci, nella misura in cui scuola significa incontrarsi in uno spazio comune e condiviso che si costruisce insieme come spazio di tutti, dove si impara a conoscersi e a riconoscersi secondo un patto educativo, che lega anche i più diversi, per estrazione sociale, per storia personale, per carattere, aspettative ed esperienze. La scuola continua a non esserci come spazio di un noi, in cui ogni io trova il proprio posto e cresce.

La scuola continua a non esserci per gli alunni in situazione di difficoltà, primi fra tutti i compagni in situazione di disabilità, che in questi giorni sono ritornati ad esistere solo dentro le loro famiglie, più o meno forti, allargate, sostenute, a volte molto sole.

Per gli alunni in situazione di disabilità la didattica on line non è possibile nella maggior parte dei casi: molti non leggono, non parlano, non sanno scrivere. Questi ragazzi sono irraggiungibili a distanza, per loro è necessario il contatto fisico, sentire la voce della maestra e della compagna di classe e contemporaneamente tenerla per mano, accarezzarla o semplicemente starle seduta a fianco.

Per loro scuola è costruzione di autonomie sociali e non si può fare in altro modo che a scuola. Per loro scuola è l’unica occasione di trascorrere del tempo insieme ai coetanei, prendere insieme a loro posto al banco, aprire insieme la cartella, fare merenda, rispondere all’appello, colorare, suonare uno strumento, correre in palestra, e non si può fare in altro modo che a scuola.

Alcuni studenti in situazione di disabilità attraverso tablet e applicazioni specifiche riescono a comunicare, a scrivere e a leggere, ma anche per loro la motivazione nasce nell’incontro quotidiano con i compagni e con gli insegnanti. La motivazione a partecipare tutti insieme, a partire dalle diversità, nasce dentro la classe e grazie all’operato di bravi insegnanti ed educatori che sanno lavorare per costruirla e rafforzarla. E non si può fare in altro modo che a scuola.

Allora cosa si fa? So di alcuni insegnanti di sostegno e educatori che hanno telefonato agli alunni, altri li hanno incontrati, altri ancora hanno inviato fotografie, altri ancora hanno preparato lavori, spesso anche su quaderni cartacei, a quadretti grossi, quelli di 1 centimentro, e li hanno consegnati a mano.

Cosa c’è dietro a queste scelte? C’è la consapevolezza che la didattica forse in parte si può fare on line, ma che il lavoro didattico e il lavoro educativo, soprattutto per i più piccoli, soprattutto per gli alunni in situazione di difficoltà, sono tutt’uno, sono una costruzione faticosa e quotidiana, fatta di studio, ascolto, osservazione, attenzione, cura, e non si può fare in altro modo che a scuola. C’è la consapevolezza che per tutti i ragazzi, ma soprattutto, ancora una volta, per i più piccoli e per quelli in situazione di difficoltà occorre costruire delle classi, in cui si apprende perché si è insieme, si apprende dalle domande dell’altro, dai tempi dell’altro, dagli errori dell’altro, dalle curiosità dell’altro, dalle lingue dell’altro e dai silenzi dell’altro, dalla diversità dell’altro, che diventa qualcosa che riguarda tutti, che obbliga tutti a guardarsi e a vedersi da nuovi punti di vista, e le classi, queste classi non possono essere virtuali.

Allora affrontiamo l’emergenza e andiamo avanti, costruiamo comunque le classi virtuali e spediamo i compiti via mail, whatsapp e in tutti i modi a nostra disposizione, scarichiamo app e facciamo tutti del nostro meglio.

Io, da parte mia, cerco di muovermi in queste classi virtuali, carico il materiale per gli alunni in situazione di maggiore difficoltà, cerco di guidare quelli che lontani dalla scuola, rischiano davvero di perdersi, prendo contatti con qualche famiglia e ad alcuni telefono, per sentire le voci, per raccontare la cura che sostiene e motiva.

Io, da parte mia, continuo a provare a svolgere il mio lavoro che è insegnamento ed educazione, e lo faccio, esattamente come a scuola, insieme alle educatrici e agli educatori che lavorano in classe con me. Condividiamo idee, progetti, scambiamo osservazioni, confrontiamo punti di vista e costruiamo lavori, pagine, giochi, letture possibili, ascolti possibili. Dal confronto quotidiano, dal reciproco aiuto, dalle conoscenze e dalle esperienze messe in comune facciamo scuola ogni giorno, e stiamo continuando a farlo anche in questi giorni senza scuola. Eppure le educatrici e gli educatori in questi giorni senza scuola non sono pagati, il loro contratto prevede questo: che se la scuola è chiusa non siano pagati. Come se il loro lavoro non prevedesse anche momenti di programmazione, di riflessione di costruzione, di confronto e scambio, di studio e progettazione.

Pensiamoci ogni volta che accettiamo che i lavoratori più deboli contrattualmente paghino i tagli alla scuola pubblica, i tagli ai servizi e al welfare, paghino sulla loro pelle dovendo accettare contratti senza garanzie, come se non fossero necessari per fare scuola, anche quando la scuola non c’è. Pensiamoci e facciamocene carico, oggi che la scuola non c’è e domani quando la scuola tornerà dentro le classi.

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LA SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS – Dario Missaglia

Siamo in presenza di una situazione molto delicata. Sul piano sanitario certo, perché è del tutto evidente che se il virus si diffonderà ulteriormente, soprattutto nelle regioni del Sud, accentuando il bisogno di unità di terapia intensiva, il sistema sanitario entrerà in difficoltà malgrado un impegno straordinario del personale delle strutture sanitarie pubbliche. Rischia inoltre di aumentare la paura, continuamente alimentata da una informazione inevitabilmente crescente e invasiva, ma talvolta troppo ansiogena. Soprattutto siamo già dentro una crisi economica gravissima, dalle conseguenze incalcolabili, verosimilmente molto più devastante, anche dal punto di vista sociale, degli effetti ad oggi più visibili della epidemia in corso.

Abbiamo un governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente capaci di gestire con forza ed efficacia questa crisi? Non è tempo di polemiche, ma i tifosi della autonomia differenziata, solo per fare un esempio, credo abbiano molto su cui riflettere; il coordinamento istituzionale ha mostrato tutte le sue debolezze al punto che per mettere a tacere una situazione persino imbarazzante (e drammatica per i suoi effetti verso i Paesi esteri) ha dovuto prendere la parola il Presidente Mattarella che ancora una volta si è confermato come la vera e autentica sicurezza di questo nostro Paese.

In tutto questo, la chiusura per un breve periodo della scuola di ogni ordine e grado ha costituito una misura inevitabile nel tentativo di ridurre i fenomeni di contagio. Misura delicatissima sul piano sociale non perché questo produca, almeno nelle proporzioni attuali, un danno irreparabile nella preparazione dei nostri studenti, ma perché evidenzia, molto più di qualsiasi messaggio, la gravità complessiva della situazione.

D’improvviso, in questo contesto inedito, ci è stato presentato il volto di una scuola che “a distanza” risolve ogni problema e realizza la migliore delle didattiche possibili, superando i limiti dello spazio e del tempo. Chi conosce la situazione concreta dei nostri edifici scolastici e delle loro dotazioni tecnologiche, avrà provato qualche brivido, ma non è questo il vero problema. Come non lo è la polemica contro la supposta forza della didattica a distanza, vista come una strategia (se pensata) o come una deriva (se solo acriticamente praticata) per sminuire il ruolo della scuola pubblica e la sua insostituibilità. Tecnologie e didattiche digitali possono benissimo concorrere a migliorare la capacità della scuola, dei docenti, ma non potranno mai sostituire la ricchezza della relazione educativa che si realizza nelle aule di scuola alla presenza di docenti e studenti. Una scuola chiusa non è solo un edificio chiuso.

È una comunità che viene improvvisamente a mancare in quel territorio; è quel luogo dove ogni mattina i bambini delle materne ed elementari si ritrovano per passare una giornata insieme con le loro maestre mentre i genitori si incontrano, si confidano, raccontano. È quel luogo in cui gli studenti delle medie e delle superiori si incontrano ogni mattina per commentare la giornata, confidare timori e speranze, parlare delle loro passioni e interessi. È quel luogo, unico e irripetibile, dove ogni mattino le vecchie e le nuove generazioni si incontrano.

Tutto questo mondo non si può riprodurre “a distanza” ed è la ricchezza che dobbiamo preservare.

La polemica pertanto non ci serve perché mette in ombra il fatto più importante che sta accadendo. Larga parte del personale, dirigenti, docenti, tecnici, si è mobilitata per dare un segnale ai ragazzi, agli studenti, per comunicare innanzitutto la loro vicinanza, per far sapere che non si sono messi in vacanza, ma cercano in ogni modo di dare continuità al lavoro interrotto con la speranza di riprenderlo presto.

A me, lo confesso, non interessa molto il livello delle tecnologie utilizzate e neppure i contenuti delle offerte didattiche, anche se immagino che ciascuno avrà cercato di dare il meglio. Mi interessa, e apprezzo infinitamente, il messaggio che le scuole comunicano a un Paese impaurito e smarrito: l’empatia che arriva, questa sì, anche a distanza; il senso di una responsabilità e di una solidarietà educativa che non si ferma di fronte al virus e rilancia un messaggio di fiducia senza attendere le istruzioni ministeriali.

Di fronte a questo io provo un profondo senso di gratitudine verso tutti gli attori della nostra scuola pubblica: è una straordinaria risorsa malgrado tutti i problemi, vecchi e nuovi che ben conosciamo e attendono risposta. Una ragione in più per rimotivare il nostro impegno al loro fianco.

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La scuola al tempo del coronavirus

L’istituzione scolastica in questi tempi di emergenza non fa che acuire le numerose contraddizioni di cui già questo sistema soffre sotto un regime di “normalità”.

Le criticità riguardano tutte le componenti della scuola, dal personale ai mezzi a disposizione, dalle tipologie contrattuali alle forme di relazione intrattenute dai vari attori che la attraversano. Specularmente, se il malfunzionamento abituale viene disvelato con forza dalla crisi causata dall’epidemia, la normalizzazione dei dispositivi e delle pratiche per far fronte all’emergenza potrebbe essere un orizzonte verso il quale iniziare ad attrezzarci. Le innumerevoli situazioni che l’eccezionalità del momento sta collezionando si aggravano proprio perchè è la normalità  ad esser fatta di precarietà, zero garanzie, nessun riconoscimento, in cambio della pretesa che tutto vada avanti, nonostante le limitazioni imposte.

Proviamo a dare una breve panoramica del fenomeno a partire dai racconti di lavoratori e lavoratrici della scuola.

A seguito dell’ultimo decreto sulla sospensione delle attività didattiche, molti dirigenti scolastici, usufruendo dell’autonomia decisionale che la legge 107 del governo Renzi gli ha concesso, ne mettono in atto un’interpretazione arbitraria. Riunioni del personale negli edifici scolastici, collegi docenti e quant’altro vengono chiamati a discapito della salvaguardia dei lavoratori. Agli insegnanti viene richiesto, nonostante la sospensione delle lezioni, di svolgere le ore di programmazione a scuola e in vari casi di recarsi nelle proprie aule per lavori di pulizia e riordino, nonostante non rientri nelle loro mansioni. Chi è precari* e non usufruisce della supplenza annuale in questo momento rischia di non vedersi rinnovare il contratto. Il personale Ata, da quando è stata prolungata la sospensione della didattica, è costretto a recarsi a scuola per disinfestare i locali dal virus, ma senza essere messo nelle condizioni di farlo con tutti i crismi: per effettuare un’effettiva sanificazione occorrerebbero infatti prodotti adeguati, competenze tecniche, precauzioni per tutelarsi.

 

Un discorso ulteriore è quello relativo alla “didattica a distanza”. In un contesto scolastico che segue un trend aziendalistico, negli ultimi anni sono stati investiti centinaia di migliaia di euro per il cosiddetto PNSD (Piano nazionale per la scuola digitale), meritevole di aver portato risorse tecnologiche di alto livello in scuole che cadono a pezzi. Si vedano le Lavagne Interattive Multimediali, appese sui muri scrostati, magari a coprire le macchie di umidità. In barba alla formazione del personale, la maggior parte degli insegnanti ignora quali siano le risorse utili a scopo didattico in questo momento di emergenza.

L’altro volto della questione riguarda l’efficacia della comunicazione rivolta a famiglie che in molti casi non hanno la possibilità di connettersi ad un pc o non possono permettersi il lusso di seguire i propri figli nei compiti. Mentre i giornali regalano ampia visibilità a scuole “di serie A”, attraverso articoli corredati da foto di bambini in videoconferenza con le maestre, la stragrande maggioranza delle scuole di ogni ordine e grado annaspa per trovare delle soluzioni sensate e che raggiungano davvero gli studenti. E’ il paradosso di una scuola-azienda che riempie le aule di strumenti digitali, richiede agli alunni prestazioni sofisticate, senza poi rendere la tecnologia una risorsa effettiva che rientri nelle possibilità di ogni famiglia di accedervi. Tali questioni, che si pongono con più forza nella contingenza, possono diventare occasione di riflessione rispetto all’organizzazione sistemica di determinate risorse e alle ricadute che comportano sulla formazione, soprattutto vista la possibilità che la sospensione della didattica si prolunghi fino ad Aprile. Per investire sulla formazione, non basta la vetrina dell’“innovazione”, occorre fornire agli alunni ambienti sicuri, dare ai docenti strumenti adeguati che favoriscano la relazione, anche a distanza, coi loro alunni.

Come si può vedere nel video qui sotto, nel mondo della scuola lavorano figure che quotidianamente devono fare i conti con una condizione di precarietà: educatori professionali, educatrici comunali dei nidi, lavoratrici delle cooperative esterne, assistenti educativi, che al momento, vista la sospensione delle attività non vengono pagati, rischiando oltretutto di perdere il posto.

La situazione è tale da permettere di sperimentare nuove forme e pratiche di sfruttamento, di isolamento e individualizzazione di chi lavora, il quale viene messo a rischio dal punto di vista sanitario e economico. In ogni contesto è difficile dunque mettere in atto o anche solo immaginarsi forme di solidarietà e mutualismo, le quali sarebbero armi indispensabili per fare fronte ad una crisi che non si limita al fattore del contagio, ma sta penalizzando interi settori legati al lavoro produttivo e riproduttivo e soprattutto all’intreccio tra i due, così come abbiamo visto essere con il caso della scuola. La questione non si esaurisce nel richiamo ad un’applicazione corretta dei decreti, soprattutto qualora essi vengano intesi come forma di tutela risolutiva ad una crisi di natura invece politica e sociale, la quale non è solo frutto di emergenza, ma semmai esasperata da essa.

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La scuola al tempo del coronavirus. «Abbiamo riscoperto un tesoro» – Leone Grotti

«Il coronavirus ci ha fatto riscoprire che non basta trasmettere nozioni per potersi chiamare scuola e che questa è un tesoro prezioso da custodire». Chi l’avrebbe mai detto che dopo due settimane passate a casa, a causa delle direttive regionali che in Lombardia hanno ordinato la chiusura degli istituti per frenare l’epidemia, gli studenti avrebbero cominciato a rimpiangere le lezioni? Per Daniele Gomarasca, coordinatore didattico della Zolla a Milano (che comprende scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado) e direttore delle medie nel polo di via Carcano, è stata una scoperta «commovente»: «Ho letto tanti interventi preventivi di presidi e direttori che profetizzavano questo esito, ma io non ho voluto darlo per scontato: ora posso dire che è vero», dichiara a tempi.it.

LA LETTERA: «MI MANCA LA SCUOLA»

A Gomarasca è appena arrivata la lettera di un’alunna: «Mi scrive che dopo la gioia iniziale per la vacanza inaspettata e per la possibilità di alzarsi alle 10 del mattino, ora le mancano gli amici, gli insegnanti, la scuola tutta. È felice però di come stiamo riuscendo a farci compagnia a distanza, continuando a camminare insieme».

Gomarasca non ha voluto proporre «ricette presuntuose o ipocrite per riempire a tutti i costi il tempo libero dei ragazzi», anche perché non basta mettersi davanti a uno schermo per «fare scuola»: «Un insegnante davanti a una telecamera che trasmette nozioni a ragazzi che ascoltano è un po’ poco per chiamarsi scuola», spiega. «Per qualche docente l’idea di parlare ininterrottamente può essere un sogno, ma per noi l’interlocuzione dei ragazzi è fondamentale. Non si può far lezione senza convocare la loro intelligenza».

LA CREATIVITÀ DEI DOCENTI

Per il momento, continua il coordinatore didattico della Zolla, «abbiamo voluto confidare nell’intelligenza e nella libertà dei ragazzi e delle famiglie, perché ognuno approfondisse nel tempo libero le proprie inclinazioni e talenti. Del resto, la speranza è di averli educati a questo tutti i giorni a scuola». Allo stesso tempo attraverso il portale della scuola «molti docenti hanno deciso di accompagnare i ragazzi nei modi più disparati». Ci sono le maestre che, per i più piccoli, «si sono filmate mentre leggevano storie nuove ai bambini». Ci sono poi i professori delle medie che hanno lasciato spazio alla fantasia: chi ha creato una playlist di Spotify scegliendo le canzoni «con i testi che sottolineano alcuni passaggi cruciali della storia del Novecento», chi ha scritto per l’occasione un racconto di fantascienza «dando vita con i ragazzi a un circolo letterario che animasse al meglio la loro intelligenza».

Se la chiusura delle scuole verrà prolungata, prosegue Gomarasca, «dovremo per forza inventarci una modalità adeguata per garantire le lezioni e un’interlocuzione reale con gli studenti». Intanto, «la nostalgia dei ragazzi per il nostro metodo di lavoro in classe ci fa capire che la nostra impostazione, centrata sul valore della relazione, è giusta e va migliorata. Puntare sulla convocazione incessante del pensiero dei ragazzi, nell’ambito di un cammino che insegnanti e alunni fanno insieme, è la natura della nostra scuola. Il coronavirus ci ha aiutato a capire che deve essere custodita e approfondita ancora di più».

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Educatrici tra “normale prassi e prestazioni alternative nell’emergenza”

 

La normale “prassi” dei capitolati d’appalto

La questione del coronavirus 19 impone a tutte/i noi una riflessione collettiva sulle nostre condotte di salute in rispetto della comunità. I vari decreti sanciscono limitazioni e regole comportamentali, al fine di arginare la diffusione del contagio; queste creano inevitabilmente enormi difficoltà nella gestione di vita di intere popolazioni. Al di là della fatica di dover riorganizzare le proprie vite in assenza di tutti i servizi e delle agenzie sociali, pensiamo che l’emergenza più importante in questo momento sia senza dubbio quella del lavoro e dei salari di tutte/i noi che non viviamo di profitti e di rendite. Questo aspetto è tanto più critico per le famiglie con persone in situazione di disabilità per le quali, alla quotidiana gestione, si aggiunge la necessità di continuità riabilitativa ed educativa. Nello specifico delle educatrici dell’integrazione scolastica e dei servizi socio/sanitari, questa emergenza sanitaria ha semplicemente riproposto in modo drammatico la normale prassi stabilita dai capitolati d’appalto, secondo i quali si legittima il lavoro a cottimo in totale contraddizione con quanto previsto dal contratto delle cooperative sociali (sia pure pessimo).

Per quello che riguarda l’educatore scolastico, lo stipendio viene infatti pagato, fino a prova contraria, solo ed esclusivamente per le ore svolte frontalmente in orario scolastico, eccezion fatta per i gruppi operativi e rare ore di formazione (che vanno comunque recuperate dalle assenze delle alunne/i), oltre che per i giorni festivi (per gentile concessione dei giorni rossi del calendario). Nessuna ora di programmazione retribuita è prevista e la chiusura estiva delle scuole è compensata dal lavoro presso i centri estivi che garantiscono lavoro solo ad una minima parte di lavoratrici/tori; in alternativa subentra la FIS (fondo integrazione salariale, che arriva in busta paga all’80% mediamente dopo 6 mesi), oppure viene caldeggiata l’aspettativa. Ed eccoci ora alla ciliegina sulla torta: se la scuola chiude per “emergenza”, come nel caso di queste ultime settimane, le garanzie sono zero, catapultando migliaia di lavoratrici/tori in condizioni di indigenza in quanto lo stipendio non c’è.
Allo stesso modo vi sono le educatrici/tori appaltati a servizi sanitari che pur essendo dipendenti delle cooperative, devono attenersi a regole di impiego e disposizioni simili ai loro colleghi del pubblico, a fronte delle aberranti differenze per ciò che riguarda le tutele contrattuali ed operative.

Ad oggi sono incerti i destini di migliaia di lavoratrici e lavoratori dei servizi in appalto: Fis e riprogrammazione degli interventi riabilitativi sono gli argomenti che vano per la maggiore. Il Fondo di Integrazione Salariale copre lo stipendio per l’80%, arriva a distanza di molti mesi dalla sua attuazione; il recupero delle ore di servizio chiuso è impresa impossibile alla luce dell’enorme quantità di ore perse. Ad oggi il Fondo di Integrazione Salariale non è garantito. Per gli educatori in appalto al servizio sanitario di cui ancora non sono chiare le sorti.

É necessario maturare la convinzione che ogni soluzione palliativa ed estemporanea, ci riporta sempre e comunque al grosso problema di partenza: un welfare ridotto al lumicino e basato in massima parte sul lavoro precario delle esternalizzazioni.

Ci sono esternalizzazioni ed Esternalizzazioni come mostra ancora una volta il dramma coronavirus: la sanità privata che ha rimpinguato le proprie casse a discapito di un brutale de finanziamento del servizio sanitario nazionale, ora viene chiamata a dare aiuto nell’emergenza, pensiamo forse che lo farà gratuitamente? E così anche per imprenditori e multinazionali che di questa emergenza faranno occasione di profitto – basti pensare alla questione apparentemente banale come la distribuzione e la speculazione dei dispositivi di base, disinfettanti e mascherine.

Siamo noi che in buona sostanza pagheremo il più alto prezzo di questo disastro sanitario, lavoratrici e lavoratori precari. É importante ricordare chi sono i nostri nemici reali; non è il momento di fare la guerra tra poveri; le/gli insegnanti e tutt* i/le lavoratrici/tori dell’impiego pubblico NON SONO i nostri nemici; è il momento in cui giungere ad una chiarezza collettiva e definita sulla nostra identità e dignità professionale.

Prestazioni educative alternative in situazioni di emergenza

Sono emerse in questi giorni delle proposte da parte di associazioni di familiari che chiedono alle istituzioni competenti, di poter impiegare gli educatori in prestazioni extrascolastiche in questo periodo di chiusura. Accogliamo positivamente alcuni aspetti di questa proposta, che ben si concilia con la nostra funzione professionale che non si riduce solo alle attività didattiche ma comprende ampi spazi della vita quotidiana delle persone a cui ci dedichiamo. Noi pensiamo che l’intervento domiciliare presenta aspetti positivi per quello che riguarda la progettazione di un intervento educativo focalizzato su obiettivi di autonomia personale, ma lascia ampi spazi di discrezionalità.

Evidenziamo due perplessità riguardo agli interventi educativi domiciliari:
– la prima riguarda le forti resistenze burocratico- amministrative che incontriamo durante lo svolgimento regolare dell’anno scolastico riguardante la possibilità di soddisfare gli obiettivi del Piano Educativo Individualizzato con i nostri alunni, fuori dalle quattro mura scolastiche. Vertenza di cui ci siamo fatte carico, in ottemperanza agli Accordi di Programma della città Metropolitana per l’inclusione scolastica, nei quali si chiede di rendere più flessibile l’impiego delle educatrici scolastiche per coprire bisogni complessi fuori da schemi rigidi di puro affiancamento alle attività didattiche letteralmente intese. Numerose le occasioni in cui abbiamo prestato servizio per svolgere l’intervento educativo con modalità differenti da quella frontale in orario/edificio scolastico, come esempio le situazioni di ospedalizzazione o di lunghe degenze domiciliari dei nostri alunni.

– La seconda perplessità riguarda invece, la possibilità di dare equo trattamento alle migliaia di educatori/educatrici coinvolti in questa situazione di chiusura delle scuole voluta dalle istituzioni con la conseguente indeterminatezza salariale.

1) La possibilità di recuperare le ore svolgendo il servizio domiciliare non è garantita a tutti dato che non tutti gli alunni e/o famiglie sono nella condizione di poter o voler recepire questo tipo di servizio.
2) Nuovamente il riconoscimento professionale si riduce a “tappare dei buchi” in assenza di un programma chiaro di intervento. La scuola interviene in termini di continuità del progetto educativo individualizzato già in atto? si possono predisporre i G.O di lavoro? l’ente locale dispone di un chiaro progetto generale di intervento in questo senso? Allo stato attuale rimane una manciata di operatrici che contattate a diverso modo chi dalle insegnanti di sostegno, chi dalle famiglie, chi dalle cooperative, deve dichiarare una disponibilità tanto indefinita quanto improbabile.
3) La situazione paradossale e grave in termini di omissione di responsabilità istituzionale, come si concilia con il ferreo dispositivo governativo sulla sicurezza sanitaria e il contenimento del contagio? La contraddizione più evidente oggi, ma ne potremmo elencare tante altre che riguardano il nostro agire lavorativo quotidiano, riguarda: da chi dipende la valutazione del rischio rispetto all’attivazione di interventi educativi  domiciliari e sanitari? Chi si assume la responsabilità della nostra salute? La cooperativa da cui dipendiamo? Forse l’Albo degli educatori a cui ci hanno costretto ad iscriverci? L’albo non serve forse a tutelare una categoria? Le Istituzioni presso cui (sub)lavoriamo, le istituzioni presso cui a parità di doveri e mansioni, il trattamento economico è diverso? Pensiamo agli insegnanti ed ai tecnici della riabilitazione sanitaria ad esempio.

La nostra proposta

Allo stato attuale pensiamo che l’unica soluzione accettabile sia quella del riconoscimento del salario pieno a tutte le lavoratrici e i lavoratori in quanto soci/dipendente da cooperative. Lo statuto dei lavoratori prevede che il lavoratore sia remunerato in forza del suo contratto, e l’attuale stato di forza maggiore non sembra sminuire il dettato della legge. Non si capisce infatti perché debba essere il lavoratore a sopportare l’eventuale passivo economico derivante da cause non attribuibili alla sua volontà. Inoltre le settimane di salario garantito senza aver prestato servizio, non sono che una piccola parte del riconoscimento di tutto il lavoro volontario che nostro malgrado prestiamo da decenni perché le gite scolastiche, la preparazione dei materiali di lavoro, la realizzazione di progetti documentati e la formazione continua e autogestita e tanto altro ancora, sono parte imprescindibile del nostro lavoro.

Questa emergenza sembra essere l’occasione dolorosa ma inevitabile, per far ascoltare la nostra voce e maturare una riflessione costruttiva su come migliorare la qualità del welfare. Allo stato attuale ne usciamo tutti perdenti, famiglie in primis, educatori e servizi ed è proprio questo il momento di essere consapevoli e coesi.

La nostra proposta operativa alternativa in situazione di emergenza è la seguente: chiediamo che i luoghi del nostro agire lavorativo siano i luoghi istituzionali in cui tutti i giorni lavoriamo in condizione protette e tutelate, con la possibilità di utilizzare materiali e strumenti utili alla programmazione .

Si allega protocollo per la sicurezza delle lavoratrici/lavoratori e alunni in caso di richiesta di intervento educativo domiciliare e intervento educativo ambulatoriale:
– per avere valore formale la proposta deve pervenire in forma scritta e non telefonicamente;
– si ha il diritto di richiedere preventivamente una valutazione dell’intervento che viene proposta alla luce del PEI: l’intervento educativo deve essere in linea con i bisogni effettivi del minore e degli obiettivi educativi (ai sensi della L.N.328/2000)
– il datore di lavoro deve essere in grado di garantire per iscritto il pieno rispetto della normativa sulla sicurezza e salute sul posto di lavoro: non solo deve aver fatto un’adeguata valutazione del rischio, ma deve essere in grado di formare PREVENTIVAMENTE l’operatore rispetto alle caratteristiche dell’intervento, ai rischi connessi e ai comportamenti da tenere;
– il datore di lavoro come da indicazioni AUSL deve fornire al lavoratore tutto ciò che è necessario alla tutela individuale a partire dal gel igienizzante;
– l’educatore deve essere messo in condizioni di poter svolgere la sua mansione SENZA trasformarsi in veicolo di diffusione, quindi fornito di tutti i e dispositivi di protezione;
– il datore di lavoro deve fornire precise e documentate indicazioni quanto al provvedimento che autorizza o richiede l’assistenza domiciliare o l’intervento educativo ambulatoriale da parte degli enti competenti;
– il datore di lavoro deve essere in grado garantire per iscritto e a fronte di precisa nostra domanda, la salubrità del luogo nel quale si svolge l’intervento individuale e la sua sanificazione (come da indicazioni fornite dai Sindacati).

Un gruppo di educatrici

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Professori e studenti alla prova più difficile – Maurizio Boldrini

Mi sentite? Mi vedete? Domande che non avresti certo formulato se ti fossi trovato davanti al solito gruppo di studenti. Volti noti, in molti casi e comunque giovanili. Li avresti guardati in faccia e saresti partito di buona lena a dir loro ciò che sapevi di dover dire. Provo, invece, un certo imbarazzo nel trovarmi qui solo nell’aula zeppa di computer su banchi vuoti. Tranquillo, mi dice una cordiale assistente, Valentina Canu, che comunque ci tiene a rispettare i margini di distanza: gli studenti ascolteranno con attenzione e, con lo streaming, riusciranno anche a dialogare con noi.  Sarà, penso tra me e me. Sul tavolo ho solo i libri e i quadernini neri con gli appunti, quelli che uso abitualmente.

Non ho preparato immagini; non mi sento pronto a gestire, con tranquillità, questa nuova era del digitale, dove le immagini se non tutto sono una buona parte. Ho mal digerito, a suo tempo, anche le lezioni fatte con le comode slide. Che cosa comporterà – mi chiedo – iniziando questa esperienza del tutto nuova, fare lezione in questo modo sconosciuto. Capisco che siamo in una fase durante la quale dobbiamo far prevalere la responsabilità e cacciar via i cattivi pensieri anarchici che ci spingerebbero verso la rottura di questi nuovi comportamenti. L’etica torna contare, in particolar modo quella della responsabilità: mettiamoci tutti alla prova, dunque.

 

Correre verso l’innovazione

Dal palazzo del Rettorato dell’ateneo senese arrivano utili indicazioni: si potrà usare una specifica piattaforma, Moodle; altri stanno scegliendo la via di Skype.  Lunedì i direttori dei dipartimenti discuteranno, con la struttura predisposta, come operare nel concreto mentre tanti professori stanno già preparando, in forme diverse, le lezioni che saranno disponibili nella piattaforma. In alcuni atenei milanesi, più preparati d’altri, l’operazione didattica in rete è scattata non appena s’è saputo della chiusura degli atenei. Tutti gli atenei siciliani si riuniranno per decidere una strategia congiunta. Ateneo che vai, soluzione che trovi.

L’ epidemia  costringe tutti a correre più velocemente sul fronte dell’innovazione anche nella didattica, che è qualcosa di molto diverso dalle già sperimentate forme di teledidattica. Era già accaduto in altri settori che la crisi imponesse svolte consistenti. Nel giornalismo, ad esempio, quando nel volger di pochi mesi si passò dalla lavorazione a caldo (cara vecchia linotype) a quella a freddo, con i computer che presero il posto delle amate Olivetti.  Era già accaduto anche nelle Università, nei primi anni Ottanta, quando i giganteschi computer avevano sostituito, nella pratica di avanzare le domande di finanziamento per Piani della Ricerca al Ministero, le antiche forme cartacee. Ci fu il panico, ma poi lentamente, anche le resistenze burocratiche furono superate e si crearono le primordiali forme di vita digitale.  Venne poi l’era delle email e, ancora, quella del veloce web 2.0 e delle reti ad alta velocità. Queste evoluzioni, nelle sue forme più alte, hanno riguardato il più delle volte ristrette cerchie di cittadini, mentre dilagava l’uso dei social.

Le crisi spesso determinano accelerazioni nella vita delle persone e nelle pratiche sociali.  Andremo da queste settimane in poi sempre più verso forme integrate d’insegnamento: la vasta gamma di tecnologie che ci sono offerte dalla sfera digitale permetterà di affiancare alle lezioni frontali, forme inedite d’insegnamento. Il contatto diretto tra maestri e allievi rimane e rimarrà, comunque, la forma più alta e nobile dell’insegnamento universitario. Forma che è quindi insostituibile.  Così come l’apertura degli atenei al mondo e alla vita delle comunità territoriali.  Basta guardare l’affresco del Buongoverno del Lorenzetti dove il docente in toga rossa fa lezione agli studenti con gli archi che si aprono sulla via. Un manifesto.

 

La via della sperimentazione

Al Master in Comunicazione  d’Impresa di Siena, il giorno dopo l’annuncio della chiusura, è sta scelta la via della sperimentazione ed io vi sono cascato dentro come cavia. Hanno scelto di utilizzare, dopo svariati tentativi, il programma MEET di Google. I ragazzi e le ragazze del master sono più attratti da quest’opportunità più del vecchio docente: hanno immediatamente lanciato un hashtag (# Il Master non si ferma) potendo così formulare domande via chat. E’ stata dura parlare per ore e ore davanti a tre monitor, con le facce delle studentesse e degli studenti che, di tanto in tanto, facevano capolino sullo schermo.  Loro riusciranno a seguire, con la massima attenzione, i complessi ragionamenti sul rapporto tra media e opinione pubblica, sul newsmaking o sull’agenda setting o sugli stereotipi di Lippmann? Mi sembra un mistero.  Poi arriva, appena finita la lezione, una loro nota che mi tranquillizza: <<Oggi con il professore abbiamo parlato di “Teorie dell’opinione pubblica e newsmaking”. Non c’era argomento più appropriato in questo momento storico in cui i media stanno giocando un ruolo almeno decisivo nella gestione dell’emergenza Coronavirus in Italia. 30 collegamenti in contemporanea, cinque ore di lezione interattiva, studenti e docenti che accettano la sfida dell’e-learning. Sul profilo Instagram mciunisi trovate uno stralcio della lezione>>. Altre sfide attendono docenti e studenti, sfide impegnative.  Tutto conviene fare, in questo momento, tranne che dividersi tra esaltatori acritici dei nuovi metodi o passatisti nostalgici del tempo che fu. E’ la crisi che ci costringe a cambiare: le università dovrebbero esser in prima linea nella voglia di dare risposte adeguate risposte a questa delicata fase.

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Diario di un’insegnante on-line – Anna Stefi

Insegno.

Il lavoro, quando può, se può, continua. In qualche modo.

Le lezioni sono online. Si moltiplicano le piattaforme. Su Argo è necessario controllare l’uscita di nuove circolari, tutorial per classroom, per google meet, tutorial pure per avviare la mail istituzionale. E poi ogni consiglio di classe una mail. Provare a organizzarci, un file excel per scandire le lezioni on line.

“Ragazzi magari iniziamo con Skype, che dite? E forse sarebbe meglio che facessimo una chat whatsapp, così vi comunico i codici di accesso per il materiale di classroom in modo piuttosto veloce”.

Sono giorni, insomma, di iperconnessione, dove alcuni argini non tengono più: “vi mando un vocale altrimenti non riesco a tenere più il ritmo delle comunicazioni”.

La cattedra: mi viene da ridere, a pensarci.

Altro che cattedra: qui vedono la mia foto profilo whatsapp. E io entro nelle loro stanze da letto, tra i loro poster. Vedo i mobili, intuisco il resto della casa. Mi commuove, la loro vita. Guardarli appena svegli, seduti a un tavolo che non è il banco e con un volto che non riesco più ad associare in maniera così non mediata al loro posto sull’elenco del registro.

– Lezione finita, mi dite come state?

– Bene prof. Cioè, è strano.

E tutto questo avviene mentre in un tondo skype Silvia si accende una sigaretta – e mica posso dirle “hey, è vietato”, al più le dico “Ma santocielo! sono le dieci del mattino” – e in un altro tondo skype Carlotta inizia a mettersi lo smalto sulle unghie.

Abbiamo tutti del tempo in più. E stiamo lì. Ora mi scrivono che vorrebbero fare delle lezioni per parlare di cose generali: “Prof., vuole?”. Anche io faccio gli aperitivi in Skype con le amiche, la sera, mi stanno domandando qualcosa di molto simile – okay, forse non mi aprirò una birra davanti a loro – e io credo che in questo momento il mio lavoro possa essere anche questo. Non lo so. Tutti lavoriamo in un’incertezza e tutti ci muoviamo con modalità diverse. Non ce n’è una migliore dell’altra, sono tentativi: si tratta di cogliere l’inatteso.

C’è anche un aspetto, in più.

Non tutto “funziona”: intanto non siamo certi che tutti avranno un dispositivo, una connessione adeguata. Ma non è solo questo: è proprio che anche nel dispiegarsi della lezione un attimo siamo in video, poi qualcuno scompare, la conversazione si fa singhiozzo, tizio entra, tizio esce, tizio riesce di nuovo. Cosa ci sta dicendo tutto questo? Se vogliamo passare solo delle informazioni ci sono dei mezzi probabilmente migliori, più efficaci. E, dunque, l’insegnamento non è un passaggio di informazioni. Ma non è nemmeno un fatto di competenze, non è della trita immagine della testa ben fatta e non solo ben piena che qui si parla.

 

In campo, in questo tempo difficile, mi pare essere il tema della relazione.

Alcuni tra noi docenti sono in difficoltà con le tecnologie, altri sono in difficoltà con i vissuti emotivi. Alcuni scelgono la lezione on line, altri costruiscono mappe preziose, che affiancano a materiali caricati su classroom. Quasi tutti, attorno a me, sono in un qualche contatto; cambia poco che sia via mail o via telefono o via schermo. Si tratta, io credo, di non accomodarsi, di non restare nell’isolamento, di usare quel che abbiamo a disposizione per ritrovare qualcosa dei corpi, in modo nuovo. Qualcuno ha più paura di altri, qualcuno fa più fatica di altri. Non è così semplice il video, non è così semplice, in video, tenere quella posizione che l’entrare in classe, così collaudato, rende più facile. Trovo che il nostro compito, ora, sia testimoniare la nostra presenza, e la presenza della scuola, in questo tempo di inciampo. Scandire la giornata con le lezioni e conservare alcuni aspetti della cornice istituzionale: la lezione, i contenuti, quel che resta di un programma. Interrogheremo? Vediamo. Qualcosa si sfalda e non accorgersene o provare a fingere che non sia così ho idea che ci farebbe perdere una grande opportunità. Trovo importante mandare i miei appunti scritti a Francesca, che seguo come insegnante di sostegno, fotografandoli in tempo reale su whatsapp, mentre l’insegnante di matematica prova a inquadrare il foglio con la penna e intanto parla, anche se l’immagine si fa sfocata.

 

Chiamare Francesca in Skype, aspettare che la mamma le posizioni la videocamera e poi fare una versione di latino con lei. Questo non è il mio lavoro di insegnante di sostegno, ma in questo momento ho idea che quest’ora in più possa dire a Francesca che la scuola è qualcosa che risponde all’emergenza con modalità inedite. Imprecise. Diverse per tutti. Alcuni ragazzini come li raggiungi? Non tutti sono Francesca, non tutti hanno una madre che posiziona la videocamera. Si tratta, io credo, di provare a tenere una posizione in un’incertezza radicale, incertezza nella quale, in alcuni momenti, il loro sapere può venire in soccorso al nostro: “Prof.! Giri il tablet”; “Guardi che Google meet funziona meglio di Skype”. Forse dovremmo ricordarlo anche in classe che c’è un loro sapere – e non è solo il sapere informatico – che può venire in soccorso al nostro: non lo facciamo nell’abitudine di un operare, che è l’abitudine di un funzionare.

Quando il procedere abituale delle cose si interrompe vediamo elementi impensati prima: ognuno mantiene il proprio ruolo ma si apprende qualcosa di nuovo. Emergono, in questi giorni, elementi che credo di avere un po’ imparato occupando la posizione dell’insegnante di sostegno. Se dipendesse da me renderei obbligatorio l’insegnamento del sostegno per qualsiasi insegnante di materia: un anno, non serve molto di più. Un anno di questo stesso non-funzionare, un anno di imprevisti, di un sapere più o meno clinico che viene in soccorso molto poco, un anno in cui incontri l’uno a uno delle vite individuali degli studenti. Un anno in cui il tuo corpo è in mezzo alla classe, non in cattedra. In cui nulla fa barriera, con tutti i lati positivi e negativi che questo implica. Magari faremo tesoro della prospettiva diversa occupata in questo stato di eccezione, e non servirà nessuna dislocazione obbligatoria: questo tempo che stiamo attraversando insieme si rivelerà sufficiente. Sarebbe bello.

 

Credo, insomma, che qualcosa stia insegnando a noi insegnanti il peso della relazione all’interno di un’aula scolastica. Quale è il nostro compito, ora, ora che nemmeno sapremo se e quando torneremo in classe? Quale è l’impatto con l’onda dell’imprevisto per le istituzioni? Cosa resta della scuola nella rottura degli automatismi?

Io non so se faremo l’esame di maturità, ragazzi. Non so nemmeno quando rientreremo a scuola, a dire il vero. Vi dico con certezza che la gita non ci sarà, questo sì. Per il resto capiremo giorno per giorno. Ma ditemi come state, prima di tutto.

 

E intanto, là fuori, in uno stesso non-funzionare, facciamo esperienza di una polis-pianeta in cui scopriamo che tutto è legato: anche di questo ce ne accorgiamo solo ora, e in modo ancora troppo confuso. Per chi ha la fortuna di avere una casa, e di poterci stare in questo momento, sono giorni in cui si prende contatto con un nuovo modo dello spazio e del tempo, o così mi sembra. Oggi guardavo i boccioli in fiore sul mio balcone e pensavo che sembra quasi uno scherzo che tutto questo accada mentre là fuori la primavera esplode, come se qualcosa ci dicesse che non è vero che si sta fermando tutto, ma che anzi, semplicemente, non siamo noi i protagonisti. Dobbiamo solo stare a guardare e, paradossalmente, la responsabilità grande cui siamo chiamati come specie sembra essere quella di stare fermi. Con i familiari, nel tempo domestico. Fatta eccezione, ovviamente, per chi, tra noi non è affatto nella propria casa e nell’attesa, ma, anzi, lavora senza nemmeno poter interrogare lo smarrimento per salvare più vite possibili.

 

Noi, tutti gli altri, invece, sembra che: facciamo bene se non facciamo nulla. E quasi, allo stesso tempo, nessuno può fare a meno dello stare fermo degli altri. Sembra un messaggio – ovviamente è una lettura un po’ forzata – che prende in giro il come ci siamo pensati fino a qui.

E in quegli spazi dove il tempo può continuare a scorrere allo stesso modo, negli spazi virtuali dell’informazione, le notizie, il ritmo, e il rumore, sembrano quasi aver subito un’accelerata, o solo ce ne accorgiamo di più, per contrasto. O, ancora, moltiplichiamo il dire per timore, saturiamo il vuoto. La scuola, per fortuna, inciampa e accoglie il rallentare. Insieme allo stare fermi potremmo pensare forse allo stare zitti. Un po’ di quel silenzio di cui parla Chandra Livia Candiani. Scrive che imparare a stare e assaggiare l’assenza è un dono. Fingere che non chiami, riempire ogni attimo con distrazione, è, invece, farsi a pezzi. Sappiamo prendere sul serio questo tempo fragile? Candiani scrive: “Ti prego, morte, non lasciarti addomesticare, continua a farmi assoluto male”.

da qui

 

un film al giorno, nei giorni di non scuola

in questi giorni di coronavirus ai miei alunni sto mandando (oltre agli argomenti da recuperare e ripassare) un film al giorno, non obbligatorio.

il 30% ha aderito a questa iniziativa, mando i link dei film da Raiplay o da Youtube.

dal 6 marzo a oggi ho mandato White dog, Fiore, 14 chilometri, La antena, La santa,

L’arbitro, Re della terra selvaggia, Il ragazzo invisibile, L’uomo caffelatte, Salvo, Latcho Drom, Banana. Baraka.

mi mandano poi i voti dei film, a volte con qualche commento.

nessuno si è mai lamentato, finora.

andremo avanti molti giorni, temo, e potremo continuare anche dopo.

buone visioni a tutti.

da qui

 

 

Quanto si divertivano – Isaac Asimov

Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!” Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta

– Mamma mia, che spreco – disse Tommy. – Quando uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?

– Lo stesso vale per il mio – disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici.

– Dove l’hai trovato? – gli domandò,

– In casa. – Indicò lui senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. – In solaio.

– Di cosa parla?

– Di scuola.

– Di scuola? – Il tono di Margie era sprezzante.

– Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io la scuola la odio.

Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea. Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa. L’ispettore aveva sorriso una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto:

– Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente. – E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.

Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino. Così, disse a Tommy: – Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?

Tommy la squadrò con aria di superiorità. – Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa. – Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. – Secoli fa.

Margie era offesa. – Be’ io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa. – Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: – In ogni modo, avevano un maestro?

– Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.

– Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?

– Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.

– Un uomo non è abbastanza in gamba.

– Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.

– Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro.

– Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto. Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse. – Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi. Tommy rise a più non posso. – Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.

– E imparavano tutti la stessa cosa?

– Certo, se avevano la stessa età.

– Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.

– Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.

– Non ho detto che non mi va, io – sì affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole. Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: – Margie! A scuola!

Margie guardò in su. – Non ancora, mamma.

– Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente. Margie disse a Tommy: – Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?

– Vedremo – rispose lui con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio. Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando.

Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari. Lo schermo era illuminato e stava dicendo – Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.

Margie obbedì con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata.

Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare. E i maestri erano persone…

L’insegnante meccanico stava facendo lampeggiare sullo schermo: – Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…

Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà come si divertivano!, pensò.

 

(scritto nel 1951, ri-trovato qui)

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Andrea ET Bernagozzi

    Grazie per questi contributi davvero interessanti, domande che è importante porsi. Poi si possono avere tante risposte, ma appunto se non ci si fa le domande… Il tocco asimoviano finale è tanto naturale quanto curiosamente non scontato. Mi permettete una freddura? “E dunque non chiedere mai per chi suona la campanella: suona per te” (dibbì perdonami, non sono stato capace di resistere).

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