Abbattere gli steccati

di Ignazio Sanna

Gianni Mascia è un poeta bilingue cagliaritano, che ha alle spalle una discreta esperienza artistica. Già maestro elementare, attualmente tiene laboratori di scrittura poetica in sardo e dirige la rivista di poesia «Coloris de Limbas». Oltre ad aver vinto diversi premi letterari ha pubblicato la traduzione in sardo campidanese del libro di Richard Bach «Il gabbiano Jonathan Livingston» (“Jonathan Livingston su cau”, Condaghes, 2008) e del racconto di Luis Sepulveda «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare» (“Storia de una caixedda e de sa gatu chi dd’iat imparau a bolai”, GDS, 2012). Di quest’ultimo esiste anche un audiolibro, con le voci dello stesso Mascia e dell’attore Fausto Siddi, con musiche di Davide Melis. Ecco un estratto dalla presentazione del suo «Tzacca stradoni! – Racconti della mala cagliaritana» (Condaghes, 2011): http://www.youtube.com/watch?v=0pWU8TPE_lA .

Alle ultime elezioni regionali Gianni Mascia è stato anche candidato. Cogliendo l’opportunità offerta dall’attualità gli ho rivolto qualche domanda.

 

Qual è lo spazio culturale disponibile oggi per un poeta, e per un poeta in sardo in particolare?

Lo spazio è un non luogo che si fa luogo ogni volta che riusciamo a scardinare le resistenze che dicono che la poesia non abbia mercato e che quindi non conviene pubblicarla. Credo di aver smentito ampiamente questo coro da tragedia greca avendo in ristampa la mia plaquette «A liberare luce» edita da Tindari edizioni per un premio vinto in Sicilia nel 2010 e ancor di più con il successo anche di vendite di «Coloris de Limbas», la rivista plurilinguistica aperiodica che dirigo, che nei suoi primi due numeri ufficiali (negli anni 2000 ne sono usciti una decina di numeri in semi-clandestinità) è andata ben oltre le 1000 copie. Lo spazio bisogna crearselo con la voglia di incidere su questa società dell’apparenza e volta per volta vengo ospitato da librerie, biblioteche, circoli e scuole dove mando in onda i miei laboratori e i vari reading e talvolta nelle case della gente. Lo scrivere anche in sardo è sicuramente un valore aggiunto che consente di raggiungere un folto numero di appassionati che attraverso questo registro linguistico si avvicina alla poesia in genere educando all’ascolto.

 

Qual è la sua opinione sulla complessa problematica della lingua sarda?

Credo che sia giunta l’ora di smettere i folklorismi e andare verso una lingua veicolare in direzione del bilinguismo perfetto, come peraltro avviene in Italia e altrove per altre lingue minoritarie. Per far sì che ciò avvenga è indispensabile abbandonare ogni forma di campanilismo e abbattere gli steccati costruiti negli anni da pesudo-intellettuali che ancora dibattono su quale lingua sarda. Il sardo è uno e uno solo, con le due macro-varianti logudorese e campidanese oltre alle centinaia di varianti locali. A completare il quadro abbiamo le lingue alloglotte. Credo che si debba andare verso un sardo comune soprattutto attraverso la reciproca conoscenza; in fondo la matrice delle parole nella maggior parte dei casi è comune in quanto si differenziano solo nella desinenza, come accade per esempio in ‘cani’ campidanese che diventa ‘cane’ in logudorese, ‘pani’ diventa ‘pane’ e ‘coru’ diventa coro, e potremmo fare altri mille esempi. Credo che l’esperienza della Lsc (Limba Sarda Comuna) vada portata avanti con le opportune modifiche, e che non si possa prescindere dall’arrivare a un’ortografia condivisa. In ogni caso è essenziale continuare o cominciare a parlarlo in qualsiasi situazione, e soprattutto credo che si debba far attenzione affinché i progetti finanziati dalla legge 26 (Legge Regionale sulla promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna, 15 ottobre 1997) si svolgano integralmente in sardo!

 

Cosa può dire della sua recente esperienza come candidato?

La mia è stata una candidatura di testimonianza con cui ho voluto mettere la faccia in un momento così delicato per la nostra terra, una candidatura di rottura verso quel bipolarismo marcio che ha addirittura partorito una legge elettorale criminale con una diga al 10% con l’obiettivo di spartirsi le poltrone fra consociati. Mi sono divertito in quanto non ho fatto campagna elettorale ma ho intensificato le presentazioni del mio libro «Tzacca stradoni! Racconti della mala cagliaritana», che è già di per sé è un manifesto politico in quanto parla della realtà delle classi subalterne, di quel sottoproletariato di quarant’anni fa per il quale sembra che il tempo si sia fermato in quanto, per certi versi, la forbice tra chi ha troppo e chi nulla si è negli ultimi decenni ulteriormente allargata.

 

Nella coalizione guidata da Michela Murgia è rappresentata anche l’istanza indipendentista. Cosa ne pensa?

Credo sia giunto il momento che prendiamo coscienza delle nostre potenzialità e impariamo finalmente ad alzarci da soli senza aspettare uno sguardo benevolo da parte dei vari governi centrali i quali, soprattutto per la totale assenza di senso etico, non fanno altro che pensare alle proprie clientele, complice buona parte dei parlamentari sardi che negli anni si sono seduti su quegli scranni.

 

Qual è il prossimo progetto a cui sta lavorando?

E’ la fondazione della scuola popolare di poesia di Is Mirrionis (quartiere di Cagliari, ndr) all’interno del progetto «Periferie di vita», che da un anno e mezzo a questa parte sta cercando di portare il libro dove nessuno leggerebbe mai se non stimolato nei modi dovuti e che mi ha visto, insieme ad altri compagni di viaggio, organizzare vari momenti culturali nei circoli di periferia. La scuola popolare di poesia si appresta a bandire la prima edizione del premio letterario intitolato a Emilio Lussu.

 

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