Abbiamo sete ma le dighe l’aggravano

la rassegna di notizie sulla “salute” del pianeta a cura di Alberto Castagnola (*)

Fa sempre più caldo e sappiamo perché. Gli incendi devastano territori immensi e dalle nostre parti l’estate è appena cominciata. Altrove, 160 milioni di bambini vivono in zone dove la siccità è elevata o estrema, intollerabile. Le nefaste conseguenze per la salute della terra e dei suoi abitanti, al di là dell’anonima conta dei morti, dovrebbero essere molto evidenti per tutti. Più discutibili sono invece le possibili soluzioni, anche parziali, del problema. Una delle più perseguite, perché foriera di colossali profitti, sono le dighe. Secondo la ricercatrice Ted Veldkamp, dell’Università Vrije di Amsterdam, quasi un quarto della popolazione mondiale ha avuto un accesso ridotto all’acqua per colpa dell’intervento umano, che riguarda soprattutto la costruzione di dighe che prendono l’acqua per l’irrigazione, per le città, o per la produzione di energia idroelettrica. Negli ultimi decenni, il mondo ha speso circa duemila miliardi di dollari per costruire dighe, eppure, dice Veldkamp, quest’attività ha condannato il 23% della popolazione mondiale a vivere con poca acqua. La selezione di notizie curata da Alberto Castagnola nel mese di giugno per Comune-info.

A cura di Alberto Castagnola

Introduzione

Il cambiamento climatico procede senza soste, studi e ricerche continuano a confermare le principali mutazioni in corso e pure in Italia la percezione diffusa del “grande caldo” è ormai difficilmente  contestabile, anche perché le carenze idriche impongono ormai limitazioni nei consumi in molte zone. Anche eventi estremi come gli incendi fanno ormai parte delle cronache quotidiane ma ad essi è difficile abituarsi, anche perché evitiamo accuratamente di comprendere le cause reali di questi eventi. Sono ormai parecchi gli articoli che cercano di prevedere se le scelte di Trump incideranno o meno sulla reale attuazione dell’accordo di Parigi; invece è decisamente interessante la reazione di milionari, multinazionali, città e Stati contro le sue strategie: sembra emergere un nuovo soggetto della lotta al cambiamento climatico, sempre interno al capitale ma almeno cosciente della gravità della situazione attuale. Un’altra novità riguarda lo sfruttamento delle risorse naturali del Sud del mondo da parte delle imprese minerarie e petrolifere  straniere: dalla denuncia dei danni arrecati all’erario alla concessione di nuovi permessi di estrazione o perforazione, il settore sembra vivere  senza preoccuparsi molto del clima (delle popolazioni locali non si sono mai preoccupati).  Infine, sembra che finalmente due dei tanti metalli pesanti, piombo e mercurio,  ricevano le attenzioni che si meritano per la loro estrema nocività, anche se siamo ancora lontani da una regolamentazione sicuramente efficace per tutelare salute degli esseri viventi  ed equilibri del pianeta. E poi il carbone: bene o male si comincia ad evidenziare la necessità (ancora non l’urgenza) di ridimensionare il suo ruolo nel settore energetico, anche se ancora non si parla di decidere in tempi brevi di lasciarlo definitivamente sotto terra.

 Clima ed eventi estremi

  1.  Almeno 193 persone sono morte nelle alluvioni e nelle frane causate dalle forti piogge monsoniche che hanno colpito lo Sri Lanka. Cinquecentomila persone sono state costrette a lasciare le loro case. (Internazionale n. 1207, 1 giugno 2017, pag. 98)
  2. Il passaggio del ciclone Mora sul Bangladesh, con venti fino a 135 chilometri all’ora, ha causato almeno cinque vittime e costretto 600mila persone a lasciare le loro abitazioni. Migliaia di case sono state danneggiate. (Internazionale n.1207, 1 giugno 2017, pag.98)
  3. Centinaia di operai del settore tessile sono stati ricoverati in ospedale a causa di un’ondata di caldo a Dhaka, in Bangladesh. (Internazionale n. 1207, 1 giugno 2017, pag.98)
  4. Dentro o fuori. L’eventuale conferma, da parte degli Stati Uniti, dell’adesione all’accordo di Parigi sul cambiamento climatico avrà un valore simbolico ma non un grande impatto sulle di gas serra del paese, scrive Nature Climate Change. Luke Kemp, dell’Australian national University, analizza le possibili conseguenze di un ritiro statunitense dall’accordo, annunciato dal Presidente Donald Trump in campagna elettorale. Per molti commentatori il ritiro statunitense avrebbe conseguenze devastanti per il clima, ma Kemp è convinto che gli Stati Uniti possono causare più danni dentro l’accordo che fuori. Analizzando le clausole del testo emerge infatti che pur aderendo all’accordo gli Stati Uniti potrebbero continuare a inquinare, dato che gli impegni sul taglio delle emissioni sono volontari. Un ritiro formale impedirebbe inoltre agli Stati Uniti di annacquare le regole dell’accordo. Infine, la nuova amministrazione non ha bisogno di ritirarsi dall’accordo per non rispettare gli impegni sugli aiuti internazionali. La clausola che prevede finanziamenti dei paesi ricchi a quelli poveri è stata già soddisfatta dagli Stati Uniti durante la presidenza Obama, quando cinquecento milioni di dollari sono stati depositati nel Green Climate Fund. Secondo Kemp, un ritiro degli Stati Uniti offrirebbe all’Unione Europea e alla Cina la possibilità di cooperare più a fondo nella lotta contro il cambiamento climatico, decidendo insieme le politiche ambientali. (Internazionale n.1207, 1 giugno 2017, pag.98; altre analisi su Il Manifesto del 3 giugno, pag. 6-7 )
  5. Mercurio sotto controllo. Con le ratifiche dell’Unione Europea e di sette dei suoi Stati membri, il trattato mondiale per limitare l’inquinamento da mercurio entrerà in vigore il 16 agosto. La convenzione di Minamata, dal nome della città giapponese colpita dal più grave avvelenamento da mercurio finora registrato, è stata negoziata e adottata nel 2013 da 140 paesi. Ora, con la ratifica di più di 50 nazioni, i firmatari dovranno regolamentare l’uso, il commercio, le emissioni e lo smaltimento di questo elemento tossico e dei suoi composti. (Internazionale n.1207, 1giugno 2017, pag.97).
  6. Frana sulla Highway 1, California. Una grande frana ha interessato un tratto della Highway 1, la strada panoramica che percorre gran parte della costa della California, nell’ovest degli Stati Uniti. Nella notte del 20 maggio più di un milione di tonnellate di pietre e detriti sono caduti sulla strada e precipitati in mare, pochi chilometri a nord di Monterey. La frana ha ricoperto circa cinquecento metri della Highway 1 con uno strato di detriti alto almeno dieci metri. Non è ancora chiaro per quanto tempo la strada resterà chiusa. (…) (Internazionale n.1207, 1giugno 2017, pag. 99, con foto da satellite).
  7. L’America green si ribella e trova i fondi per resistere. La protesta americana contro la decisione di Trump di abbandonare l’accordo di Parigi non si placa, anzi continua a crescere. Sono ormai 80 le città americane in 10 Stati ad aver dichiarato di continuare , come previsto, a osservare i principi di tutela dell’ambiente e limitare le emissioni inquinanti. Il numero continua a crescere e dichiarazioni continuano ad arrivare da parte di politici, manager e personaggi pubblici. (…) Michael Blomberg, imprenditore miliardario ed ex sindaco di NewYork, che per molti potrebbe candidarsi alle presidenziali del 2020, ha annunciato di star coordinando la mobilitazione di città, stati, istituzioni e imprese americane per rispettare gli obiettivi dell’accordo sul clima come se Trump non avesse mai detto nulla. Il miliardario vorrebbe anche presentare all’Onu una proposta complessiva per rispettare comunque, entro il 2025, l’obiettivo di una riduzione del 26% delle emissioni inquinanti, rispetto ai livelli del 2005: “Siamo già a metà strada e possiamo accelerare il nostro processo ulteriormente senza il supporto di Washington, ha sottolineato Bloomberg annunciando che la sua fondazione metterà i 15 milioni di dollari da destinare all’Onu per il clima, compensando così il taglio dei finanziamenti annunciato dalla Casa Bianca e sostituendo lo Stato con un’ impresa coordinata da un privato”. (…) (Il Manifesto, 4 giugno 2017, pag. 7, con altro articolo sui negazionisti)
  8. Nel mondo la Giornata dell’ambiente: Pianeta a rischio. Alluvioni in Sri Lanka con centinaia di vittime, la peggiore siccità da oltre un secolo in Sudafrica, 54 gradi il 30 maggio a Turbat in Pakistan, ( la temperatura più alta mai registrata in Asia e la quarta nel mondo). (…) (Corriere della Sera, 6 giugno 2017, pag. 21 cronache; anche Il Manifesto dello stesso giorno, pag. 7)
  9. La svolta ecologica comincia in città. (…) Nelle aree urbane del sud del mondo l’orto urbano è parte integrante del paesaggio. Nel panorama cosiddetto occidentale, l’agricoltura urbana può rappresentare una solida realtà sociale ed economica. Secondo i dati della Fao, nelle metropoli africane subsahariane almeno un quarto della produzione alimentare proviene dall’agricoltura urbana. Nella città di Montreal (Canada) il fenomeno è talmente rilevante che l’Università locale ha istituito un laboratorio di ricerca e un corso estivo. A Bruxelles , all’ombra delle sedi che ospitano le istituzioni europee, l’agricoltura urbana rappresenta un vero e proprio indotto economico che conta 500 contadini urbani e circa 4000 posti di lavoro, se fra questi includiamo il campo dell’educazione ambientale e dell’accompagnamento alla creazione di nuovi orti urbani (…) (Il Manifesto, 6 giugno 2017, pag. 7)
  10. L’acido minaccia il mare. A rischio coralli, plancton e tutta la catena alimentare. Tra i cinque grandi “mostri” che minacciano la salute del mare – acidificazione, pesca eccessiva, plastica galleggiante, aumento del livello e riscaldamento dell’acqua – l’acidificazione è quella più sottovalutata e meno conosciuta. Ma è anche la più subdola e pericolosa. Il tema della Giornata  Mondiale degli oceani, che si celebra oggi, è “i nostri oceani, il nostro futuro”. Un futuro che l’aumento dell’acidità del mare mette seriamente a rischio. L’acidificazione è provocata dall’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera. La Co2 si dissolve nell’acqua sotto forma di acido carbonico , questa fa aumentare l’acidità, (pH) dell’acqua. Negli ultimi 150 anni , il pH è sceso da 8,25 a 8,14, con un aumento dell’acidità del 30% circa, secondo uno studio di Donald Penman dell’Università della California Santa Cruz, pubblicato sulla rivista specializzata Paleocenography. Se continua così, a fine secolo gli oceani arriveranno a 7,8 pH. “L’acidificazione provoca danni lungo tutta la linea biologica marina”, spiega Sandro Fuzzi, ricercatore dell’Istituto delle scienze dell’atmosfera  (Isac-Cnr). “Plancton, coralli e molluschi sono i primi a risentirne, ma è l’intera catena alimentare a subirne, a cascata, le conseguenze”. Le barriere coralline sono già sottoposte a sbiancamento dovuto all’acidificazione e all’aumento della temperatura dell’acqua. Geraint Tarling, del British Antarctic Survey, nel 2008 è stato il primo a riscontrare il dissolvimento, avvenuto nell’oceano antartico, dei gusci di alcuni piccoli organismi,  (pteropodi) , lo stesso fenomeno è stato ora confermato davanti alle coste del Pacifico degli Stati Uniti. ”Noi crediamo che il problema dell’acidificazione sia un fatto lontano “, ha ammonito Francis Chan, dell’Oregon State University, che ha guidato lo studio pubblicato il 31 maggio su Nature Communications. “Invece si verifica adesso davanti ai nostri occhi”. Proprio come avviene qui e ora, nel Mediterraneo, l’ingestione della plastica da parte dei cetacei. Lo ha dimostrato una ricerca del Wwf, nel mar Ligure con biopsie su tessuti prelevati da circa cento esemplari di cetacei: globicefali e capodogli sono i più contaminati. (Corriere della Sera, 8 giugno 2017, pag. 25 cronache)
  11. Una persona è morta nelle alluvioni causate dalle forti piogge che hanno colpito il nord di Taiwan. Altre due persone sono morte nelle alluvioni nello Stato di Pernambuco, dove 30mila persone hanno dovuto lasciare le loro case. Gli allagamenti nel nordovest dell’Uruguay hanno costretto più di tremila persone a lasciare le loro case. (Internazionale n.1208, 9 giugno 2017, pag. 120)
  12. Duemila anni di piombo. L’inquinamento da piombo dell’ambiente è quasi del tutto opera umana e gli eventi naturali, come le eruzioni vulcaniche,  hanno un ruolo quasi nullo. Lo testimoniano i duemila anni storia stratificati in un campione estratto da un ghiacciaio delle Alpi italosvizzere. La lettura del campione di ghiaccio con tecniche di spettrometria di massa al laser ad altissima risoluzione, scrive GeoHealth, ha rivelato che tra il 1349 e il 1353 le emissioni di piombo furono quasi prossime allo zero. Il periodo coincide con una epidemia di peste nera che decimò un terzo della popolazione europea e fermò le attività delle miniere e delle fonderie.  (Internazionale ,1208, 9 giugno 2017, pag.119)
  13. Coldiretti, la protesta contro la nave del grano. Prezzi in calo del 48%, nel mirino il frumento straniero. Italmopa: importazioni necessarie. Per svuotarla, sarà necessario riempire 1600 camion. Certo, non bisognerà trebbiarla: il raccolto è stato già fatto, dall’altra parte del mondo, e trasportato in Italia con una nave che dopo 40 giorni di viaggio, è ormeggiata nel porto di Bari, con 50.000 tonnellate di grano proveniente da Vancouver, Canada. E’ il motivo per cui ieri in Puglia, è scoppiata la “guerra del grano”, con tanto di hashtag che rende più moderno uno dei lavori più antichi , quello della coltivazione della materia prima del pane. La protesta non ha viaggiato solo sui social ma anche per strada, con un migliaio di agricoltori, coordinati dalla Coldiretti, che nel primo giorno di trebbiatura si sono ritrovati al varco della Vittoria del porto di Bari. Il problema è il prezzo che nella campagna 2016-2017 ha toccato i livelli più bassi dal 2009-2010 (20,5 euro di media per quintale di grano, vale a dire il costo di due pizze, fino ai 18,7 di maggio).”Un pacco di pasta su tre  – spiega Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Puglia – contiene prodotto straniero senza che si sappia”. Il “grano giramondo”  ha contribuito a far crollare del 48% i prezzi in Italia, con perdite di 145 milioni di euro per gli agricoltori pugliesi, “senza alcun beneficio per i consumatori, perché dal grano alla pasta i prezzi aumentano di circa il 500% e dal grano al pane addirittura del 1400%.  In Canada, poi, sono usate 99 sostanze attive vietate nella Ue”. Gli industriali però non ci stanno: per Italmopa “le importazioni di grano sono indispensabili per ovviare al deficit quantitativo del raccolto nazionale rispetto al fabbisogno dell’industria”. E per Aidepi “non c’è nessun inganno nei confronti dei consumatori perché le etichette della pasta sono conformi alle normative vigenti” (…) (Corriere della Sera, 10 giugno 2017, pag.49 economia)
  14. Clima: la causa di morte di 1,7 milioni di bambini all’anno. In occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, ed in concomitanza con il G7 ambiente che si tiene in Italia in queste ore, Terre des Hommes lancia il suo rapporto sulla relazione , sempre più stretta, che lega i due fenomeni. Oltre mezzo miliardo di bambini, infatti, vivono in aree colpite da continue inondazioni, mentre quasi 160 milioni di loro in zone che soffrono in zone di siccità elevata o estrema. (…) A causa dei cambiamenti climatici già in atto, oltre 83 milioni di bambini in tutto il mondo rischiano la propria incolumità fisica ogni giorno e sono condannati ad un futuro di povertà ed esclusione sociale. L’Oms stima che il 26% dei 6,6 milioni di decessi annuali di bambini sotto i cinque anni siano collegati a condizioni e cause connesse all’ambiente.(…) (Il Manifesto, 10 giugno 2017, pag.7)
  15. Almeno 152 persone sono morte nelle frane e nelle alluvioni causate dalle forti piogge monsoniche nel sudest del Bangladesh. (Internazionale n.1209, 16 giugno 2017, pag.104)
  16. Nove persone sono morte a causa di una tempesta nella provincia del Capo Occidentale, in Sudafrica. Diecimila persone sono state costrette a lasciare le loro case. (Internazionale n.1209, 16 giugno 2017, pag. 104)
  17. SOS acqua potabile. Sono spariti 20 miliardi di metri cubi (pari al volume del lago di Como. Scorte dimezzate, servizi idrici a rischio. La Coldiretti stima un miliardo di danni. Siccità, gli effetti di caldo e turismo. Ordinanza a Roma: limitare i consumi. Stato di emergenza a Parma e Piacenza. Multe salate a chi bagna le piante. (Corriere della Sera, 23 giugno 2017, 3 e 2 cronaca)
  18. I ritardi dell’Italia sulla malattia degli ulivi. Un rapporto della Commissione Europea afferma che il governo italiano e la regione Puglia non hanno saputo frenare la diffusione della Xylella fastidiosa. Un batterio patogeno particolarmente aggressivo che sta distruggendo gli ulivi in Puglia si sta diffondendo a nord e minaccia di raggiungere il resto dell’Europa. Secondo un rapporto della Commissione europea pubblicato il 31 maggio, questo batterio continua diffondersi perché nel 2016 le autorità italiane non sono riuscite a fermare il contagio e non hanno seguito i piani di contenimento concordati con i funzionari di Bruxelles. I ricercatori pugliesi non si sono stupiti di queste critiche: da quando quattro anni fa hanno cominciato a sospettare che la malattia fosse causata dal batterio Xylella fastidiosa, i loro tentativi di impedirne la diffusione sono stati ostacolati . “Le autorità si sono mosse con lentezza, mentre bisognava agire rapidamente”, sostiene Giovanni Martelli, professore emerito di patologia vegetale alla facoltà di agraria dell’Università di Bari. Prima di essere individuato nel 2013 in Puglia, il patogeno, per il quale non esiste cura, non era mai apparso in Europa. Probabilmente è arrivato dalle Americhe, dove invece è endemico. I ricercatori avevano capito che in Puglia stava provocando il disseccamento rapido dell’ulivo (Oqds), ma le loro conclusioni sono state contestate. Nel 2015, in seguito alle proteste contro l’abbattimento di alcuni antichi alberi per contenere la malattia, la procura di Lecce ha perfino aperto un’inchiesta ipotizzando che i ricercatori stessi avessero causato l’infezione. Il rapporto della Commissione Europea elenca una serie di inadempienze delle autorità italiane: il monitoraggio sistematico del contagio è cominciato troppo tardi e ci sono stati “eccessivi rinvii” nello sradicamento delle piante infette. Il rapporto inoltre accusa le autorità nazionali e regionali di aver speso meno della metà dei dieci milioni di euro stanziati per le misure di contenimento. I dati raccolti da Nature confermano la lentezza della risposta a questa emergenza. Per quasi tutto il 2016 i laboratori italiani non hanno fatto quasi nessun test per verificare la presenza della Xylella, e questo significa che il monitoraggio era stato quasi interrotto. Le autorità italiane non hanno risposto alla richiesta di chiarimento di Nature. La Commissione europea teme che la Xylella fastidiosa pauca  – la sottospecie del batterio che ora sappiamo essere responsabile del disseccamento rapido – metta in pericolo l’intera industria olearia europea se il contagio non sarà contenuto. Ma questa non è l’unica preoccupazione di Bruxelles. I nuovi programmi di monitoraggio coordinati dalla Commissione hanno individuato altre sottospecie di Xylella in vari paesi dell’Unione. A maggio le autorità spagnole hanno reso noto che la tanto temuta Xylella fastidiosa fastidiosa, – la ausa della malattia di Pierce, che periodicamente distrugge i vigneti californiani, – era stata trovata su una vite nell’isola di Maiorca. Non è stato difficile contenere l’infezione, ma i ricercatori temono che una sottospecie ancora sconosciuta possa scatenare un’epidemia tra altri alberi da frutta. (…) (Internazionale n.1210, 23 giugno 2017, pag. 30-31, con foto e dati)
  19. L’84 % degli oggetti rinvenuti sui nostri lidi è in plastica, secondo Legambiente, il 4,4 per cento in vetro, ceramica, il 4 per cento in metallo. Sono 670 i rifiuti ogni 100 metri di spiaggia. (Io Donna, 24 giugno 2017, pag.121)
  20. Caldo record in Italia, allarme del governo: dieci città a rischio anche per chi è sano. Le temperature percepite vanno oltre i 40 gradi per dieci milioni di abitanti. (…) Rispetto alla media del periodo in alcune zone si sono registrate temperature superiori anche di otto gradi. Di per sé non ci sarebbe niente di anomalo. Tuttavia il dato si inserisce in una tendenza al rialzo negli ultimi 50 anni anche di due gradi e mezzo. Molto se si pensa che nell’800 e nel ‘900 l’aumento è stato di “appena” un grado per secolo. Corriere della Sera, 24 giugno 2017, pag. 20-21)
  21. Un villaggio nel Sichuan è stato seppellito da una frana. Almeno 100 i dispersi. Nella regione sud occidentale del Sichuan, una frana ha completamente seppellito il villaggio di Xinmo, nella contea di Mao, provocando almeno 140 dispersi. (…) Tra le cause della frana ci sarebbe la pioggia che è caduta nel regione e nell’intero paese, la Cina. La zona meridionale è quella che sarebbe stata più colpita. (…) (Il Manifesto, 25 giugno 2017, pag.8)
  22. Tropico della Padania. Giugno caldissimo e con umidità alle stelle (tasso del 90% di notte) le notti del centro nord come a Bangkok. (…) Il giugno del 2017 si candida al titolo di secondo giugno più caldo mai registrato dopo il 2003. (…) (Corriere della Sera, 28 giugno 2017, pag. 25 cronache)

 

Foreste e incendi, miniere e suolo

  1. Carbon fossile. Ora è ufficiale. Trump cestina l’accordo di Parigi sul clima e riporta gli Stati Uniti all’era dell’energia fossile. “COP 21 è una catastrofe per la nostra economia” La lobby del carbone ringrazia. Un aspetto importante nell’annuncio è che Trump ha annunciato l’apertura di discussioni per ottenere condizioni migliori. (…) Secondo l’organizzazione Climate Interactive, il ritiro degli Usa dall’accordo di Parigi si tradurrà in un aumento di 3 miliardi di tonnellate l’anno delle emissioni di gas a effetto serra, che causeranno un riscaldamento di 0,3 gradi in più dei tre gradi previsti (mentre nell’accordo di Parigi c’è l’impegna di restare sotto i più due gradi). Secondo il Giec, comitato intergovernativo per il clima, che ha preso il Nobel, questo significa che gli altri paesi dovranno aumentare i propri obiettivi del 10-15 per cento, per colmare l’effetto dell’uscita degli Stati Uniti. (Il Manifesto, 2 giugno 2017, pag. 1-3)
  2. Dall’Etiopia, vite prosciugate. Il paese africano cresce a ritmi impressionanti. Le megadighe tolgono acqua alle tribù che rischiano di scomparire. L’acqua dell’Omo scorre come gli ultimi granelli di sabbia in una clessidra per le tribù di questa valle remota nella regione etiope che circonda la capitale, Addis Abeba. C’è sempre meno acqua per loro, drenata dalle grandi dighe. Mega infrastrutture (tra già finite, e due da realizzare9 per garantire energia nel paese “Tigre d’Africa”, dalla crescita “impressionante” come l’ha definita la Banca Mondiale. Almeno 400mila nativi che vivono lungo il fiume sono in pericolo. Senz’acqua non ci può essere vita per questi popoli dell’Oromia. Per le autorità dovrebbero spostarsi in città, perdendo la loro cultura millenaria. Sembra caduto nel vuoto l’allarme lanciato da Ong come Survival International, quando l’anno scorso fu inaugurata Gibe III, la diga più imponente dell’Africa, realizzata dall’italiana Impregilo. Danilo Mauro Malatesta, fotoreporter di ritorno dall’Etiopia, ha passato un mese tra i Mursi, nella zona di Linka, dove in una riserva protetta fervono i lavori per la costruzione di un immenso zuccherificio cinese. “Non ho mai incontrato operatori umanitari, ne agenti, medici o funzionari” racconta Malatesta. Una terra di nessuno dove i nativi sono indipendenti ma sprovvisti di qualsiasi assistenza. (…) (Corriere della Sera, 3 giugno 2017, pag. 15 esteri)
  3. Oltre il carbone. Annunciando il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, il presidente Donald Trump ha espresso il suo sostegno all’industria del carbone. “espandere la produzione di carbone, aumentare i posti di lavoro legati al settore, ed eliminare i programmi federali per contrastare il cambiamento climatico sono tra le priorità di Trump da quando è al potere” scrive Climate Change. Ma il futuro del carbone è minacciato dalle altre fonti di energia, abbondanti e a basso costo, come il metano, l’eolico e il solare. “I declino della produzione di carbone negli Stati uniti è legato a sviluppi tecnologici e di mercato”, spiega Jonathan Koomey, dell’Università di Stanford.  Nel 2016, secondo l’Energy Information Administration, (Eia), la produzione di energia da carbone nel paese è diminuita del 18%, raggiungendo il valore più basso dal 1978. Questa tendenza è dovuta soprattutto al basso prezzo del gas naturale e alla domanda debole di elettricità. Nel primo trimestre del 2016 i posti di lavoro nel settore del carbone erano 74mila, contro i 374mila del solare, i 102mila dell’eolico, e gli 812mila del petrolio e del metano. Entro il 2018 chiuderanno una quarantina di caldaie a carbone di centrali per la produzione di energia elettrica. Le poche miniere in apertura forniranno carbone agli impianti siderurgici. Secondo l’Eia, la produzione di energia da carbone rimarrà quindi stabile nei prossimi anni, anche in assenza di un piano per le emissioni di gas serra. (Internazionale n.1208, 9 giugno 2017, pag.120)
  4. Via libera alla miniera. Dopo sette anni di battaglia legale, la compagnia mineraria indiana Adani ha ricevuto il via libera per la costruzione di una struttura per l’estrazione di carbone nel Queensland, nel Nord dell’Australia. Il progetto da 14 miliardi di euro prevede sei miniere a cielo aperto e tre sotterranee su una superficie di 250 chilometri quadrati ed è stato portato in tribunale dagli ambientalisti. L’area interessata dal progetto, infatti, è di fronte alla grande barriera corallina , già minacciata dal cambiamento climatico. Per chi si batte contro l’Adani, la grande quantità di carbone estratta dalla miniera contribuirà ad accelerare il riscaldamento globale , con conseguenze devastanti, scrive The Age. (Internazionale n.1208, 9 giugno 2017, pag. 30, con cartina)
  5. Il futuro “low carbon” dell’Italia. La via dell’economia “low carbon” per un paese come l’Italia rimane in assoluto una scelta vantaggiosa, cosa che non potrà non emergere oggi al G7 Ambiente di Bologna. La società di consulenza Deloitte, ad esempio, ha elaborato uno studio che mostra come un approccio “aggressivo” da parte italiana alle energie rinnovabili possa ridurre entro il 2050 le emissioni tra l’80 e il 95 per cento (come chiede l’Ue), mobilitando investimenti di 9 miliardi di euro l’anno e causando “risparmi” per minor import di petrolio e gas tra i 400 e i 600 miliardi complessivi. La sfida è ambiziosa: il trasporto passeggeri dovrebbe diventare elettrico al 100%, quello merci al 60-70%; bisognerebbe installare 9 milioni di colonnine elettriche per le ricariche; il 65% delle abitazioni dovrebbe essere ristrutturato; le caldaie tradizionali fare largo alle più efficienti pompe di calore; i contatori passare da 3 a 6 kilowatt. Troppo difficile? Forse sì, ma per un paese ambientalmente “sporco”, che deve crescere, capace di inventare tecnologie da vendere al resto del mondo, dipendente economicamente (per il 90%) e politicamente dall’energia estera, quale migliore opportunità per un reale balzo in avanti? (Corriere della Sera, 11 giugno 2017, pag. 32)
  6. Incendi a Pedrògao Grande, Portogallo. La strage di turisti e di bambini, “Nel bosco come a Pompei”. 61 vittime, oltre 60 feriti e circa 250 dispersi. (…) L’innesco pare sia arrivato da una stranezza del cielo, un fulmine a ciel sereno che ha colpito un albero. Come in tutto il Mediterraneo, la siccità di queste settimane prepara gli incendi. L’incendio si è acceso in una zona di bosco fitto le fiamme hanno corso sul terreno, consumato il tappeto di foglie secche e salite altissime lungo i tronchi degli alberi. Da lassù, a trenta metri da terra, il vento forte e caldo che batte da giorni il Portogallo strappava le scintille e le trasportava lontano, anche un chilometro più in là. (…) (Corriere della Sera, 19 giugno 2017, pag. 8,9 e 11, con molte foto; vedi anche Il Manifesto, 20 giugno 2017, pag. 8 e 9, con un articolo sulla gravità della situazione in Sardegna)
  7. Parchi traditi in nome delle royalties. In Italia, ieri alla Camera si è consumato un tradimento: è stata approvata la proposta di riforma della legge quadro del 1991 sulle aree naturali protette , una legge straordinaria che ha portato la superficie protetta del nostro paese dal2-3 per cento a oltre l’11. Dell’intero territorio e che ha messo in campo idee, professionalità, protagonismi, ha acceso entusiasmi e speranze. (…) Quali le principali criticità? Innanzi tutto il mutamento del quadro generale con l’introduzione di una visione strumentale delle aree protette : la conservazione della natura , che in tutto il pianeta costituisce il perno centrale intorno a cui tutto ruota, diventa mero strumento per realizzare altri obiettivi. Emblematico è il nuovo “piano di sistema” che ha ottenuto l’unico finanziamento di una qualche consistenza (dieci milioni di euro annui per tre anni) e che ha come obiettivo non la conservazione della biodiversità, ma il finanziamento di progetti per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e per lo sviluppo della green economy, progetti perciò che non colgono la specificità delle aree protette, ma valgono per tutto il territorio. Dirette conseguenze di questo mutamento sono la trasformazione degli enti parco nazionali in una sorta di enti locali, comunque in enti con forte impronta localistica, la dequalificazione degli organi e soprattutto del direttore, (nominato dal presidente a seguito di una semplice selezione pubblica), l’introduzione degli interessi corporativi nei consigli direttivi e per contro la sostanziale soppressione dell’approccio scientifico alla gestione che costituisca uno degli aspetti più interessanti della legge quadro. Si aggiungano: il disinteresse nei confronti delle aree marine protette, che sono un vero tesoro italiano e per le quali associazioni e opposizioni avevano richiesto “pari dignità “ con i parchi nazionali; l’introduzione delle royalties nel caso di e attività impattanti e cioè l’introduzione della logica perversa “se paghi puoi impattare” che diventa di particolare gravità nel caso delle trivellazioni; le tante omissioni. Non viene ad esempio affrontata la vera causa della progressiva burocratizzazione dei parchi nazionali che è data dall’applicazione ad essi della stessa disciplina che regola gli enti con migliaia di dipendenti. Non si chiarisce se e in che senso si possa parlare di dipendenza funzionale ora che la sorveglianza dei parchi è passata all’Arma dei Carabinieri. (…) (Il Manifesto, 21 giugno 2017, pag. 1 e 14, e altro articolo a pag. 3)
  8. Mosche in Antartide. L’Antartide rischia un’invasione di insetti e piante esotiche. Anche la mosca potrebbe presto insediarsi nel continente. Rimasto finora vergine, l’ambiente antartico sta cambiando rapidamente, soprattutto lungo le coste. La regione sta diventando più verde, grazie alla crescita dei muschi nelle aree lasciate libere dai ghiacciai in ritirata, e i muschi potrebbero offrire riparo a molti insetti non originari del continente. (…) Insomma, il continente si sta scaldando rapidamente a causa del cambiamento climatico e molti insetti potrebbero trovare le condizioni ideali per colonizzare la terraferma, minacciando forme di vita autoctone che hanno resistito per migliaia di anni. Negli ultimi sessanta anni l’Antartide si è riscaldato di circa mezzo grado ogni decennio, per un totale di circa tre gradi, conclude il Guardian. (Internazionale n. 1210, 23 giugno 2017, pag. 106)
  9. A causa del cambiamento climatico, dell’aumento delle temperature e della diminuzione della pioggia, l’Etiopia potrebbe perdere fino al 60 per cento delle aree adatte alla coltivazione del caffè. Secondo le stime, circa 15 milioni di agricoltori dipendono da questo prodotto. Per contrastare il fenomeno bisognerebbe trasferire le coltivazioni e aumentare le aree boschive, scrive Nature Plants. (Internazionale n. 1210, 23 giugno 2017, pag. 105)
  10. La soluzione giusta non sono le dighe. Invece di risolvere il problema della scarsità d’acqua, la costruzione di dighe costosissime peggiora la situazione soprattutto per chi vive a valle. Le dighe dovrebbero attingere dai fiumi e redistribuire l’acqua per contrastarne la scarsità, giusto? Non sempre. A quanto pare nella maggior parte dei casi sono proprio le dighe a causare la mancanza d’acqua, soprattutto tra le persone che vivono a valle. Secondo la ricercatrice Ted Veldkamp, dell’Università Vrije di Amsterdam, nei paesi bassi, quasi un quarto della popolazione mondiale ha avuto un accesso ridotto all’acqua per colpa dell’intervento umano . Questi interventi riguardano soprattutto la costruzione di dighe che prendono l’acqua per l’irrigazione, per le città, o per la produzione di energia idroelettrica. Volendo studiare l’impatto delle dighe sulle comunità, Veldkamp e colleghi hanno creato un modello matematico dettagliato che suddivide il mondo in quadrati di cinquanta chilometri di lato. Poi hanno usato il modello per calcolare la scarsità d’acqua tra il 1971 e il 2010, in modo da individuare gli effetti idrogeologici negativi e positivi delle dighe. Gli studiosi hanno scoperto che, nel corso degli anni, c’è stato un drastico rimescolamento delle zone con scarsità d’acqua: dalla cattura fluviale fatta dagli esseri umani ha tratto beneficio soprattutto chi vive a monte , mentre le persone a valle sono rimaste a secco. Pareri discordanti. Negli ultimi decenni il mondo ha speso circa duemila miliardi di dollari per costruire dighe, eppure Veldkamp è arrivata ad una conclusione preoccupante: quest’attività ha condannato il 23% della popolazione mondiale a vivere con poca acqua, mentre ha favorito solo il 20%. “La scarsità d’acqua aumenta velocemente in molte regioni, spiega la ricercatrice. Secondo uno studio recente, nelle zone in cui c’è poca acqua almeno un mese all’anno vivono quattro miliardi persone. Per molti esperti la responsabilità è del cambiamento climatico, che invece in questo studio è considerato uno dei fattori meno incisivi. Tra i grandi corsi d’acqua colpiti ci sono il Fiume Giallo n nell’arida Cina settentrionale; il Gange , dove le dighe a monte , nel tratto indiano, mettono a rischio la sussistenza a valle; in Bangladesh; l’Eufrate, dove le dighe turche provocano siccità in Iraq; e il Colorado, dove i prelievi statunitensi lasciano poca acqua al Messico. (…) Secondo lo studio, gli effetti peggiori della presenza delle dighe si registrano nei mesi in cui la pressione sulle riserve idriche è massima. Per Velkamp, inoltre, in media le dighe prolungano i periodi di carenza d’acqua. (…) (Internazionale n, 1210, 23 giugno 2017, pag. 104)
  11. La riserva di Donana. Incendio nel sud della Spagna , parco nazionale a rischio. Almeno mille persone evacuate, e una importantissima riserva naturale minacciata dalle fiammi. E’ il bilancio di un grosso incendio nella Spagna meridionale. Il fuoco è divampato sabato notte lungo la costa Sud iberica e poi il fronte dell’incendio si è spostato verso est raggiungendo la Riserva naturale Donana, uno dei più importanti siti naturali spagnoli, protetto dall’Unesco dal 1994. La riserva protegge un territorio di 107.000 ettari considerato strategico per il mix di ecosistemi che ospita e per la fauna, compreso un quinto dei quattrocento esemplari di lince iberica scampati all’estinzione. (Corriere della Sera, 26 giugno 2017, pag.26  cronache)
  12. Troppo cemento consuma l’umanità. (…) Spiega l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che dal novembre 2015 al maggio 2016 l’Italia avrebbe consumato (in sei mesi!) altri 5000 ettari di territorio. Per capirci: tre metri quadri al secondo. Quasi 260.000 al giorno. Tra le regioni più ingorde di cemento, riassume l’Ansa, ci sono la Lombardia, (648 ettari di nuove superfici artificiali), la Sicilia (585 ettari) e il Veneto (563). Per le province a consumare più suolo di tutte è stata quella, piccolina di Monza e della Brianza: più 22 ettari. Numeri da paura. Dicono infatti che, per quanto i dati apparentemente migliorino grazie ai nuovi sistemi di calcolo, il territorio artificiale (coperto da case, strade, parcheggi, industrie e così via) è salito al 7,64% del Paese (quasi il doppio della media europea.4,3%) pari a 23.022 chilometri quadrati: quanto Umbria, Friuli Venezia Giulia e la Liguria messi insieme. Non basta. I numeri sono terrificanti se si calcola (tolti i monti, gli isolotti, i fiumi, e insomma quei pezzi di superficie dove non si può costruire) il consumo effettivo di territorio: il 10,8%. Con le punte più alte proprio nelle regioni in cui più si continua ad edificare: 14,75 di territorio effettivamnete consumato in Veneto; 16,3% in Lomabardia, 17,3% in Campania (dove vanno tolti altri ettari avvelenati dai rifiuti tossici) e addirittura il 22,8% in Liguria. E qui arriva la domanda già riproposta nei giorni scorsi da parlamentari come Chiara Braga o Ermete Realacci, ambientalisti e organizzazioni come Il fondo Ambiente italiano, il Wwf (“solo il 30 % delle coste è rimasto nel suo stato naturale, mentre il 50% è compromesso”), Legambiente e Italia Nostra: quando arriva in porto al Senato quella benedetta legge , già passata alla Camera un anno fa, che dovrebbe fissare finalmente dei limiti al consumo di suolo? (Corriere della Sera, 28 giugno 2017, pag. 29)

Perdita di biodiversità

1.Lupi. Un’ èquipe  di ricercatori ha annunciato il ritorno di un branco di lupi in Danimarca, il primo in due secoli. (Internazionale n.1207, 1 giugno 2017, pag. 98)

  1. Pesci. Un’èquipe di ricerca ha avvistato, per la prima volta dal 1873, un esemplare di “pesce senza faccia” al largo della costa est dell’Australia. Il pesce, privo di occhi e di branchie, è lungo circa mezzo metro e vive a grandi profondità. (Internazionale n. 1208, 9 giugno 2017, pag. 120, con foto)
  2. Le sorprese della natura. Scoperte in un anno 18mila nuove specie. Alcune hanno forme da fantascienza. (…) Da Linneo in poi abbiamo classificato circa due milioni di specie, ma secondo i maggiori esperti di biodiversità dovrebbero esisterne almeno cinque volte di più, considerando le miriadi di invertebrati sconosciuti, le specie degli abissi, e il gigantesco mondo dei microrganismi. Il nostro ipotetico scienziato alieno sarebbe alquanto deluso da noi, perché una tale ignoranza sulla ricchezza della vita terrestre ci impedisce di comprendere a fondo il funzionamento delle reti ecologiche, (da cui dipendiamo) e di cogliere tutti insegnamenti preziosi della biodiversità (cioè ricerca applicata che si traduce in nuovi farmaci, materiali innovativi, tecnologie sostenibili. In secondo luogo, dobbiamo occuparcene  perché non potremo mai proteggere ciò che non conosciamo. Considerando che negli ultimi cinque secoli abbiamo soppresso circa un terzo di tutte le specie e che il ritmo di estinzione sta accelerando a dismisura anche a causa del riscaldamento climatico, giungiamo alla paradossale conclusione che stiamo distruggendo ogni anno migliaia di specie ancor prima di averle studiate e classificate. Bisogna costruire presto un inventario naturalistico universale, se non altro per sapere che cosa stiamo perdendo. (…) Dal 2008 a oggi si sono aggiunte più di 200mila  specie, ma non basta perché il tasso di scomparsa è molto più veloce. Secondo Wheeler è di mille volte superiore  rispetto al normale tasso di estinzione registrato nel record fossile prima dell’arrivo di Homo Sapiens. A suo avviso, se anche azzerassimo domattina l’impatto ecologico umano ( dovuto soprattutto a deforestazione e diffusione di specie invasive), ci vorrebbero decine di milioni di anni prima che la biodiversità possa tornare ai livelli pre-umani. Il sogno dei ricercatori adesso è fondare la “cyber tassonomia”, cioè un sistema planetario di condivisione dei dati che sfrutti le potenzialità della rete per mettere in connessione le università, i musei naturalistici e gli orti botanici di tutto il mondo al fine di stilare, un giorno, l’enciclopedia globale di tutte le specie che ancora non siamo riusciti a estinguere. Un wiki-atlante dell’esuberante diversità naturale, prima che sia troppo tardi. A quel punto, forse, potremmo presentarci ai colleghi scienziati alieni con un pizzico di consapevolezza in più. (Corriere della Sera, La Lettura, 11 giugno 2017, pag. 8 e 9; per approfondire, cfr. la proposta di protezione globale formulata da Edward O. Wilson, Metà della terra, salvare il futuro della vita, Codice edizioni, Torino, 2016)
  1. Ratti. Migliaia di ratti hanno invaso le strade dei villaggi dell’isola di Haingyi, nel sudovestdella Birmania. Gli abitanti temono che l’invasione dei roditori sia il segnale di una catastrofe naturale imminente. (Internazionale n. 1209, 16 giugno 2017, pag.104)
  2. Elefanti. Gli elefanti della Birmania sono minacciati dai bracconieri, che sempre più spesso li uccidono per venderne le zanne e altre parti del corpo in Cina. Qui alcuni organi degli elefanti sono usati nella medicina tradizionale, mentre con la pelle si producono gioielli. Questo commercio illegale è diffuso soprattutto nell’est del paese, dove sono attive varie reti criminali. Secondo il Wwf, più di venti elefanti sono stati uccisi in Birmania dall’inizio del 2017. La popolazione dei pachidermi si è quasi dimezzata nell’ultimo decennio: oggi sono tra i 1400 e i duemila esemplari, anche a causa della distruzione del loro habitat (i dati del governo sono più ottimistici, con un numero di esemplari compreso tra duemila e tremila. (Internazionale n. 1209, 16 giugno 2017, pag. 104).
  3. Foreste. Portare avanti la costruzione di 428 dighe idroelettriche progettate in Amazzonia avrebbe conseguenze devastanti per l’ambiente. Lo rivela uno studio pubblicato su Nature. Il bacino costituito dal Rio delle Amazzoni e dai suoi affluenti, il più grande del mondo, alimenta la principale concentrazione di biodiversità del pianeta, che rischierebbe di perdere sostanze nutritive indispensabili. (Internazionale n. 1210, 23 giugno 2017, pag. 105)
  4. 7. I dugonghi, mammiferi acquatici parenti dei lamantini, rischiano di scomparire in Nuova Caledonia a causa del bracconaggio. L’allarme è stato lanciato dal Wwf. (Internazionale n.1210, 23 giugno 2017, pag. 106)
  5. Gnu. La migrazione degli gnu nel Serengeti, in Kenya, incide sull’ecosistema fluviale della regione. Ogni anno, più di un milione di gnu attraversa il fiume Mara,con frequenti annegamenti di massa. Secondo uno studio pubblicato su Pnas, ogni anno circa 6250 carcasse finiscono nel fiume. Le ossa si decompongono per circa sette anni, liberando sostanze nutrienti nell’acqua. Gli altri resti sono mangiati dai pesci , entrando così nella catena alimentare che si sviluppa nel fiume, oppure da animali spazzini come gli avvoltoi. I coccodrilli consumano circa il 2 per cento delle carcasse. Secondo i ricercatori, in altre parti del mondo la fine delle migrazioni degli erbivori potrebbe aver alterato l’ecosistema dei fiumi. (Internazionale n.1210, 23 giugno 2017, pag.106)
  6. Guai per l’orso Yoghi: il grizzly di Yellowstone non è più specie protetta. Dopo 40 anni gli orsi grizzly (circa 7009 che si trovano nelle zone limitrofe del parco di Yellowstone(fra Montana, Wyoming e Idaho, non godranno più della protezione federale. Saranno i singoli stati a decidere se e come regolamentare la caccia. (…) Già sotto Obama, il Fish and Wildlife Service aveva proposto di togliere la tutela, con la presidenza Trump è ufficiale: il mitico orso Yoghi sarà al sicuro solo se resterà ben all’interno dei confini del parco. Senza il controllo federale saranno i singoli Stati a decidere la sua sorte nel Greater Yellowstone Ecosystem, ben oltre i limiti della riserva naturale. Ed è probabile che, per venire incontro agli allevatori di bestiame, ripartirà la caccia o almeno il “diritto alla difesa”. I cowboy si lamentano degli sconfinamenti dei grizzly. Peccato che i plantigradi , che hanno un raggio d’azione fino a 5mila chilometri quadrati, non sappiano legger le mappe e l’ Yellowstone non abbia fili spinati. (…) (Corriere della Sera, 25 giugno 2017, pag. 11 esteri)

Salute globale

  1. Caldo e insonnia. Il cambiamento climatico potrebbe aumentare la frequenza delle notti calde durante le quali è difficile dormire. Un aumento della temperatura di un grado, possibile entro il 2050, potrebbe raddoppiare i casi di notti insonni negli Stati Uniti, con 110 milioni di casi aggiuntivi ogni anno (già oggi un terzo degli adulti negli Stati Uniti soffre di disturbi del sonno. La situazione potrebbe essere aggravata dal fatto che, come dimostrano alcuni studi, le temperature notturne stanno aumentando più velocemente di quelle diurne. Secondo Science Advances, saranno colpite soprattutto le persone con un basso reddito e quelle che hanno più di 65 anni. Le conseguenze sanitarie potrebbero essere notevoli: l’insonnia può indebolire il sistema immunitario e causare problemi cardiovascolari, diabete e depressione. (Internazionale n.1207, 1 giugno 2017, pag. 98, con grafico)
  2. Le strade dello zika. Una serie di studi ha ricostruito la comparsa e la diffusione del virus zika nelle Americhe. L’infezione dovuta al virus produce sintomi lievi, ma se contratta durante una gravidanza può produrre danni neurologici nel neonato. Secondo i ricercatori, il virus è stato importato dalle isole del Pacifico e si è radicato nel nordest del Brasile tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, circa un anno prima dell’individuazione del primo caso , a metà del 2015. In seguito lo zika si è diffuso in tutto il paese, con una latenza di 6-12 mesi tra la comparsa del virus e l’individuazione dei casi clinici. Dal Brasile è poi passato al resto dell’America latina e, attraverso la Florida, agli Stati Uniti, dove è stato introdotto almeno quattro volte. (…) (Internazionale n.1207, 1 giugno 2017, pag. 97)
  3. Pericolo in città, tira una brutta aria. Non bisogna scrutare l’orizzonte con l’elmetto in testa per scorgere gli effetti dei cambiamenti climatici. Il clima è già cambiato e lo dicono i danni provocati in Italia dai cosiddetti fenomeni metereologici “estremi”. Alluvioni, piogge, nevicate eccezionali, periodi di siccità e ondate di calore che rendono complicata , e in alcuni casi anche letale, la permanenza nelle città. Si possono già contare i morti: dal 2010 al 2016 hanno perso la vita 145 persone a causa delle inondazioni. Solo l’ondata di calore del 2015 ha provocato 2754 decessi tra la popolazione anziana di 21 città (over 65). Nello stesso periodo sono stati 126 i comuni italiani colpiti da 242 fenomeni metereologici che hanno provocato danni al territorio e – direttamente o indirettamente – alla salute dei cittadini. Questo è il quadro fotografato dal dossier Le città alla sfida del clima realizzato da Legambiente e presentato a Roma. , insieme a un nuovo osservatorio on line che dà la possibilità di raccogliere, mappare e informare sugli eventi climatici che mettono a rischio le città italiane (cittàclima.it). Con lo sguardo rivolto agli ultimi sette anni, il rapporto registra già numeri importanti. 52 casi di allagamenti provocati da piogge intense, 98 episodi di danni provocati alle infrastrutture sempre dalle piogge, come i 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle più grandi città(19 giorni a Roma, 15 a Milano, 10 a Genova, 7 a Napoli, 5 a Torino).  Danni anche al patrimonio storico (8 episodi), 44 frane provocate da precipitazioni e trombe d’aria. E ancora: 40 esondazioni, 55 giorni di black-out elettrici (il più importante nel gennaio di quest’anno in Abruzzo, con più di 150mila abitazioni rimaste senza luce in seguito ad una nevicata. Tra le regioni più coinvolte da fenomeni estremi c’è la Sicilia. Le ondate di calore, sottolinea Legambiente, sono un fenomeno sottovalutato, che impatta non solo nei centri urbani( gli effetti nocivi per anziani e malati si verificano quando le temperature non scendono di giorno sotto i 35 gradi e di notte sotto i 25). La parola chiave a questo punto è adattamento ed è un messaggio rivolto alla politica, come sottolinea il vice presidente di Legambiente. (…) Il cambio di prospettiva si rende necessario per ribaltare una politica non più sostenibile, e non solo economicamente, lo spiega bene un altro dato significativo: l’apertura di 56 stati di emergenza provocati da frane e alluvioni è servita ad accertare danni stimati per 7,6 miliardi di euro e a verificare che lo stato ha stanziato meno del 10% della cifra necessaria (738 milioni di euro) (…), che sarebbero serviti per mettere in sicurezza il territorio e dare ossigeno alle attività produttive colpite. (…) (Il Manifesto, 1 giugno 2017, pag. 9)
  4. Dopo i Riva, a che punto è il risanamento ambientale dell’Ilva? (…) Sinora, a partire dal giugno 2013, da parte della struttura commissariale, è stato possibile fare molto poco. Delle 97 prescrizioni molte sono in fase di attuazione, altre ancora da cantierizzare, le restanti sono rimaste soltanto sulla carta con i progetti approvati o in fase di approvazione. A parte, poi, ci sono il piano di gestione delle acque e dei rifiuti. Ecco perché il miliardo sequestrato ai Riva e messo a disposizione dai commissari per l’attuazione delle prescrizioni – perché questo sarà il loro compito sino alla conclusione prevista nel 2023 – è fondamentale. A prescindere dai progetti presentati dalle due cordate. Del resto, è bastato diminuire la produzione, a partire dal settembre 2012, spegnere le cokerie più inquinanti, gestire con maggiore oculatezza i parchi minerali, rispettare le prime prescrizioni in tema di gestione degli impianti più pericolosi per l’ambiente e la salute di operai e cittadini, per non sforare più i limiti previsti dalla legge sul Pm10 e il cancerogeno benzo(a)pirene come invece accaduto sistematicamente sino a luglio 2012. E’ chiaro però che tutto questo non basta. I lavori più importanti, che devono ancora essere svolti, vedranno la copertura  dei parchi minerali (il cui progetto è stato approvato ma prima si dovrà provvedere alla bonifica dei terreni), il rifacimento delle cokerie, i lavori all’altoforno 5 , il più grande d’Europa, che da solo provvede al 45% della produzione del siderurgico. Così come i lavori per le acciaierie da dove ancora fuoriescono i famosi “slopping” , nubi rossastre che si disperdono nell’aria in pochi secondi, o nel reparto agglomerato, da dove per anni è uscita gran parte della diossina che ha avvelenato i terreni. (…) (Il Manifesto, 1 giugno 2017, pag.5)
  5. La rivoluzione dei gabinetti. Le autorità cinesi hanno installato o ristrutturato più di 52mila gabinetti pubblici dal 2015 alla fine di aprile di quest’anno. Lo scrive l’agenzia Xinhua, che riporta i numeri della “rivoluzione delle toilette” lanciata due anni fa. Un documento dell’ente nazionale per il turismo aggiunge che, entro la fine del 2017, i gabinetti nuovi o resi praticabili saranno 71mila, ben oltre l’obiettivo La campagna si è resa necessaria perché i bagni pubblici, specialmente nei siti frequentati dai turisti, godevano di pessima reputazione, con gabinetti all’aperto adiacenti a porcili o baracche fatiscenti nelle zone rurali. Inoltre a Shanghai ha aperto in secondo gabinetto pubblico senza distinzione di sesso. (Internazionale n. 1207, 1 giugno 2017, pag. 31)
  6. Morbillo, casi raddoppiati in un mese. Il Lazio “maglia nera” tra le regioni. Alla fine di maggio i pazienti ammalati erano 828, un terzo di tutti quelli italiani.  (Corriere della Sera, 2 giugno 2017, pag. 2 cronaca di Roma; un articolo del 3 giugno sottolinea che l’89% dei malati non era vaccinato)
  7. I prezzi tossici dei nuovi rimedi anti tumore. Gli americani la chiamano “financial toxicity”, tossicità finanziaria. È quella delle cure anti cancro, che stanno raggiungendo costi altissimi soprattutto negli Usa dove i pazienti devono stipulare assicurazioni private per l’assistenza sanitaria, ma devono anche contribuire di tasca propria alle spese. E molti finiscono in bancarotta Ma questo nuovo “effetto collaterale” della medicina sta comparendo anche da noi e riguarda sia il sistema sanitario nazionale, sia i singoli cittadini, che pure hanno accesso gratuito alle terapie, come avvertono gli specialisti riuniti all’Asco, il congresso annale della Società Americana di oncologia medica, che raccoglie in questi giorni a Chicago oltre 30mila specialisti da ogni parte del mondo. Nel nostro paese la spesa per le cure oncologiche , nel 2016, è stata di 4,6 miliardi di euro, con un incremento del 5,8 per cento  negli ultimi cinque anni, ma potrebbe arrivare fino al 17 per cento nel 2018. E’ una sfida per il nostro sistema sanitario, che, almeno per i farmaci innovativi (si parla di trattamenti che la ricerca sforna in continuazione: ne sono stati lanciati 70 negli ultimi sei anni, e il loro costo annuale può arrivare fino a 100mila euro. Può contare su un contributo, stanziato dal governo, di 500 milioni all’anno per tre anni. Ma si pone comunque un problema di sostenibilità nel prossimo futuro. Poi ci sono i conti che deve fare il paziente. “Già oggi molti malati, con redditi bassi oppure anziani – commenta il presidente dell’Associazione italiana degli oncologi medici, Carmine Pinto – sperimentano i contraccolpi economici dovuti alla malattia. Legati, per esempio, a spostamenti verso i centri di cura, alla necessità di assistenza, a problemi sul piano lavorativo o addirittura alla perdita del lavoro. E secondo una ricerca condotta all’Istituto Tumori Pascale di Napoli, chi ha già problemi economici alla diagnosi, li vedrà peggiorare  e ha un rischio di mortalità nei mesi e negli anni successivi aumentato del 20%”. (Corriere della Sera, 3 giugno 2017, pag. 39 economia)
  8. Yemen in guerra, dilaga il colera: grave epidemia. Sono almeno 180 i morti per l’epidemia di colera che colpisce lo Yemen da tre settimane. Lo riferisce il ministero della salute del governo di Sanaa, secondo il quale i casi registrati sono undicimila dal 27 aprile. Circa un terzo dei casi sospetti, 5500 e di morte 29, si registra nella capitale Sanaa, controllata dai ribelli Houti. L’epidemia si è estesa in 65 comuni di 15 province, dove vivono circa tre milioni di persone. (…) (Corriere della Sera, 3 giugno 2017, pag. 13 esteri)
  9. Il massacro dei nativi in Brasile. Il 30 aprile in Brasile un gruppo di allevatori armati di fucili e coltelli ha attaccato un insediamento di circa 400 famiglie di indigeni gamela, nello Stato di Maranhao. Secondo gli attivisti del consiglio Missionario Indigeno sono state ferite 22 persone, fra cui tre bambini. Molte avevano i polsi tagliati e ferite d’arma da fuoco sulla schiena. Il ministero della giustizia ha annunciato che avrebbe indagato “sull’incidente tra i piccoli coltivatori e una presunta popolazione indigena” (pochi minuti dopo la parola “presunta” è stata rimossa). Non è un episodio isolato. E’ il terzo attacco contro la comunità gamela in tre anni, in un contesto di aggressioni continue contro i nativi brasiliani. Ogni settimana arrivano notizie di nuove atrocità commesse contro gli indigeni in zone remote del paese, ma ormai niente sembra turbare la nostra società. Nemmeno la scoperta, che alcune settimane fa un bambino manchineri di un anno è stato ucciso con un colpo di fucile alla testa. Dal 2007 in Brasile sono stati uccisi 833 nativi e 351 si sono suicidati. Sono cifre superiori alla media nazionale, il tasso di mortalità infantile è il doppio della media. Secondo l’ultimo censimento, nel paese vivono circa 900mila nativi. Quando i coloni portoghesi arrivarono nel 1500, la popolazione indigena contava tra i cinque e i tre milioni di persone. (…) (Internazionale n. 1208, 9 giugno 2017, pag. 42)
  10. Sanità, 22,5 miliardi di sprechi. Prestazioni inutili, frodi, costi standard, burocrazia: ogni 10 euro se ne potrebbero risparmiare 2. Roma, su una spesa annua di 112,5 miliardi si potrebbe  intervenire su sei capitoli, dal taglio delle prestazioni inutili alla lotta alle frodi, dall’estensione dei costi standard negli acquisti a una organizzazione efficiente della prevenzione.(…) Contemporaneamente è aumentata la spesa privata. “Un quadro inquietante emerge dal confronto con i paesi del G7, dove l’Italia è il fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma seconda per spesa “out of pocket”, testimonianza inequivocabile che la politica si è progressivamente sbarazzata di una consistente  quota di spasa pubblica, scaricandola sui cittadini senza preoccuparsi di rinforzare in alcun modo la spesa privata intermediata (fondi sanitari integrativi). Su circa 35 miliardi di spesa privata all’anno, infatti, oltre trenta sono sostenuti direttamente dalle famiglie “ con una spesa pro capite annua di oltre 500 euro e solo 4,5 intermediati da fondi e assicurazioni. Nessuna sorpresa quindi, se i cittadini che hanno rinviato o rinunciato alle cure per difficoltà economiche siano aumentati da 9 milioni nel 2012 a 11 nel 2016. (…)Il rapporto individua sei categorie di spreco: 1) “Sovrautilizzo” (6,75 miliardi di euro di spreco): farmaci, esami, ricoveri e interventi inutili. 2) “frodi e abusi”,(4,95 miliardi) corruzione diffusa nel sistema delle forniture  e delle convenzioni con i privati; uso improprio dei fondi per la ricerca;  appalti truccati; varianti di prezzo in corso d’opera;  furto di farmaci e altre forniture durante la distribuzione e lo stoccaggio; cattiva gestione del patrimonio immobiliare; false esenzioni dal ticket; utilizzo di strutture pubbliche a fini privati; schede di dimissione  ospedaliere falsificate per gonfiare i rimborsi; dirottamento dei pazienti verso strutture private. 3) “Costi eccessivi” (2,25 miliardi) perché in molti casi non vengono applicati i costi standard, dai farmaci alle protesi, dalle apparecchiature alle pulizie. 4) “Sotto utilizzo” (3,38 miliardi) cioè mancata prevenzione con esami cure einterventi che eviterebbero successive spese. 5) “Complessità amministrative” (2,48 miliardi) : eccesso di burocrazia, , gestione non informatizzata delle sale operatorie. 6) “inadeguato coordinamento” (2,7 miliardi): duplicazioni nelle prestazioni, lunghe file d’attesa, mancata presa in carico post-dimissione.  (Corriere della Sera, 12 giugno 2017, pag. 22-23 con tabelle e grafici)

    NEW ORLEANS, UOMO GRASSO OBESO (Mimmo Carulli, – 1993-01-31) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

  11. Gli obesi raddoppiano. Secondo nuove stime pubblicate sul New England Journal of Medicine, nel mondo il 5% dei bambini e il 12 per centodegli adulti sono obesi. Lo studio ha analizzato i dati di quasi 68 milioni di persone in 195 paesi tra il 1980 e il2015, trovando che la diffusione dell’obesità è raddoppiata. In alcuni paesi a medio reddito , cone Cina, Brasile e Indonesia, l’obesità giovanile è triplicata, mentre nei paesi sviluppatisi osserva una tendenza alla stabilità (Internazionale 1209, 16 giugno 2017, pag. 103)
  12. Pipistrelli contagiosi. I pipistrelli sono serbatoi di virus che potrebbero diffondere malattie ancora sconosciute tra gli esseri umani. L’epidemia di sars in Asia del 2000 e quella di mers nella penisola Arabica nel 2012 sono state provocate da coronavirus provenienti da popolazioni di pipistrelli. Uno studio condotto in Asia, Africa e nelle Americhe dimostra che questi animali ospitanomolti altri virus dello stesso gruppo. Secondo Virus Evolution, quasi il 10 per cento dei pipistrelli ospita un corona virus. (Internazionale n. 1209, 16 giugno 2017, pag.103)
  13. Verso la fine della vita. La morte è inevitabile. Ma è possibile renderla dignitosa e indolore dando più spazio alle cure palliative. E fornendo assistenza psicologica ai pazienti e ai loro familiari. (Internazionale n. 1209, 16 giugno 2017, pag. 42-49)
  14. Il tempo della cura è agire senza fretta. Creare un rapporto con il paziente serve a spiegare che certi problemi non hanno una soluzione veloce. ( il Manifesto, 18 giugno 2017, pag. 10; per approfondire i principi di “Slow Medicine” cfr. ”Le parole della medicina che cambia. Un dizionario critico”, Il Pensiero Scientifico editore )
  15. Torna la poliomielite in Siria dove vaccinarsi è un sogno impossibile. (…) L’Oms segnala per l’ennesima volta il dramma dei bambini non vaccinati nella Siria in guerra. Almeno 17 nelle regioni orientali sono paralizzati a causa della poliomielite. Altri 200 sono infettati dal virus che continua a diffondersi. Motivo il caos del conflitto che infuria dal 2011: i bombardamenti criminali e sistematici di cliniche e ospedali, l’assassinio programmato  di medici, infermieri e farmacisti  hanno impedito la somministrazione su larga scala del vaccino. Così, malattie che anche in Siria erano scomparse da decenni stanno tornando a colpire. (…) (Corriere della Sera, 22 giugno 2017, pag.26)
  16. Bambina muore per il morbillo. I medici: “Non era vaccinata”. Roma, aveva una rara malattia genetica, ma poteva essere salvata. (Corriere della Sera, 29 giugno 2017, pag. 19 cronache; con dati sulla copertura vaccinale)
  17. Semi, olio e farina, la canapa in tavola. Presente nei ricettari del Quattrocento, coltivata in tutta Italia e poi abbandonata, ora, grazie a una legge, questa pianta è rientrata in cucina. (…) I semi della cannabis sativa sono oggi molto apprezzati per i loro pregi nutrizionali tanto da essere annoverati tra i cosiddetti “super food” gli alimenti che hanno un contenuto di nutrienti superiore alla media. Sono infatti una fonte di omega 3 e omega 6, di proteine, di vitamine e di amminoacidi essenziali. Ciò che differenzia la cannabis – che da tempo è sul banco degli accusati a proposito di legalizzazione delle droghe leggere – da quella tornata alla ribalta per essere considerata una risorsa alimentare, sostenibile e rinnovabile, è il quantitativo di tetraidrocannabinolo (Thc), la sostanza psicotropa che interagisce in vari modi con il nostro organismo. Grazie a una legge entrata in vigore a gennaio 2017, coltivare varietà di canapa con un contenuto di Thc non superiore allo 0,2 per cento è diventato più semplice ed è anche incentivato.  E i semi che se ne ricavano si prestano a molteplici usi in cucina.(…) Corriere della sera, 30 giugno 2017, pag. 32, con indicazione dei produttori).
  18. Morbillo, contagiate sette persone al giorno. Record negativo , il Lazio è la regione più colpita. L’89% di chi si è ammalato non era vaccinato. (…) Novecentosettantanove per la precisione al 20 giugno (ultimo dato disponibile riferito alla settimana che va dal 12 al 18). Neanche un mese prima, il 30 maggio, il resoconto ministeriale riferiva che i casi conclamati erano 828. In tre settimane, cioè, altre 150 persone si sono ammalate, sette ogni giorno. Passando dagli 875 del 6 giugno ai 935 del giorno 13 (con una crescita rispettivamente di 47 e 60 ammalati). Quasi mille le persone affette, contro le 568 del Piemonte , le 462 della Lombardia e le 332 della Toscana , le altre tre regioni calde dal punto di vista dell’epidemia di morbillo. Che però seguono alla lontana il Lazio con circa 500 malati in meno. Quasi mille casi , che continuano ad essere i più numerosi in assoluto rispetto alle altre regioni, ma soprattutto che ammontano a un terzo dei totali registrati fino ad oggi in tutta Italia e che sono arrivati a 3074. (…) (Corriere della Sera, 30 giugno 2017, pag.3 cronaca di Roma)

 

Economia e ambiente

  1. “Le gallerie sono fatte con lo sputo”. Le frasi choc degli ingegneri del tunnel. Col di Tenda, sigilli al mega cantiere. “Continueremo così finché non muore qualcuno”. Cuneo. “Guarda che la strada prima o poi si muove e si spacca tutto” Lo sciovinismo non c’entra, almeno per questa volta. “Il problema sai qual è? Sta cedendo da un lato” “Ah, deve essere il lato dove non abbiamo fatto la fondazione”. Quando i colleghi italiani gli hanno fatto leggere i dialoghi tra l’ingegnere responsabile dei lavori e un suo dipendente, il procuratore di Nizza non ha potuto far altro che acconsentire alla richiesta di sequestro del nuovo tunnel del Colle di Tenda anche sul versante francese. Ma dopo aver ascoltato certe bestialità la prudenza non è mai troppa. E adesso la magistratura d’Oltralpe sta valutando anche la chiusura della strada a senso unico alternato, con code ai semafori anche di trenta minuti, che in attesa della fine dei lavori del raddoppio della vecchia galleria risalente alla fine dell’Ottocento, costituisce il passaggio oltralpe dalla provincia di Cuneo (…) (Corriere della Sera, 1 giugno 2017, pag. 23 cronache)
  2. Le nuove tecnologie e la fine del petrolio. Uno studio recente del Fondo Monetario Internazionale (FMI) tende a dimostrare la giustezza della vecchia affermazione dello sceicco Zaki Yamani. “L’età della pietra – disse l’ex ministro del petrolio saudita (dal 1062 al 1986) – non finì per mancanza di pietre, così l’età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio”. Saranno le innovazioni tecnologiche a dichiarare chiusa la stagione del dominio del greggio: il paper del Fmi dice che ci siamo e che la svolta sarà proprio provocata dalle innovazioni che stanno affermandosi oggi nel mondo. “Questa potrebbe essere l’ultima età del petrolio”, sostiene. Gli analisti fanno un parallelo con un secolo fa. Tra il 1915 e il 1930 la proprietà di carrozze trainate da cavalli crollò di dieci volte. Qualcosa del genere sta per succedere. Al momento, il 62% del petrolio usato nei paesi avanzati (Ocse) è per trasporto(auto, aerei, treni, navi). L’ingresso sui mercati dei motori elettrici farà quello che il motore a scoppio fece al cavallo. Le previsioni variano molto. Nel 2015, l’Opec prevedeva che nel 2040 i motori elettrici avrebbero avuto una quota di mercato pari al 6%. L’anno successivo ha alzato la stima al 22%. Il dipartimento energetico di Bloomberg  stima che nel 2020 ci saranno sulle strade 7,4 milioni di auto elettriche e che nel 2040 la loro quota sarà del 25%. Gli esperti della banca Bnp Paribas calcolano un 25% entro il 2030. Uno studio dell’Imperial College di Londra prevede un 55% di auto elettriche al 2040. A questa tendenza si aggiunge il fatto che dal 2008 il costo delle celle voltaiche , delle tecnologie del vento e delle batterie è sceso del 50%. Il che significa che il loro uso per produrre energia è più competitivo e lo sarà sempre di più. L’uso del petrolio per unità di prodotto lordo globale è crollato del 40% in modo lineare dal 1980 ad oggi. L’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede un calo continuo dell’utilizzo di greggio e carbone, sostituiti da gas e fonti alternative. Gli studiosi del Fmi concludono che il declino della benzina per il trasporto nei prossimi 10-15 anni e il calo dell’uso del greggio nell’economia faranno convergere il prezzo del petrolio verso quello del carbone entro il 2040, cioè a 15 dollari per barile. Le nuove tecnologie e la nuova domanda che generano segneranno insomma la fine dell’età del petrolio. Tutto al di là dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. (Corriere della Sera, 8 giugno 2017, pag. 27)
  3. Dove vanno a finire i kiwi italiani? Secondo i dati della Fao , gli otto maggiori produttori mondiali di kiwi sono, nell’ordine: Cina, Italia, Nuova Zelanda, Cile, Grecia, Francia, Turchia, e Iran. In italia è il Lazio la prima regione produttrice di kiwi. E così l’altra mattina, volendo acquistare un po’ di kiwi, mi sono recato in un supermercato di Colli Aniene, quartiere dove abito a Roma. Sicuro di trovare kiwi del Lazio, sfusi e a buon prezzo. Non ho trovato kiwi né sfusi né del Lazio, né a buon prezzo. Niente . La provenienza era Nuova Zelanda e il prezzo era di ben 4,28 euro al chilo. Un’esagerazione. Non li ho comprati, evidentemente. Non è giusto, mi sono detto, che io acquisti kiwi a prezzo alto e provenienti dall’estero. E mi sono recato in un altro supermercato sulla via Collatina. Eccoli, i kiwi, sfusi a buon prezzo: 2,29 al chilo. Ma non sono italiani, provengono dal Cile. Non li voglio. E così sono stato costretto ad acquistare kiwi non sfusi ma in confezioni da un chilo. Un po’ acerbi, però italiani, di Guidonia, e a prezzo vantaggioso. 1,99 al chilo. Perché non troviamo i kiwi italiani,  sfusi e in grandi quantità nei supermercati? Perché in grandi quantità e a prezzo alto si trovano solo kiwi provenienti dall’estero? I nostri kiwi dove vanno a finire, in Nuova Zelanda e in Cile? (Corriere della Sera, 8 giugno 2017, pag. 27)
  4. Corporate Usa non lascerà Parigi. Un patto tra aziende e investitori da 15.000 miliardi di dollari può annullare la decisione di Trump sul clima. (…) Bloomberg, fondatore del gruppo C40, che raggruppa le grandi metropoli a difesa del clima, e inviato speciale delle nazioni Unite per la lotta al cambiamento climatico, ha sostenuto, dopo un vertice a sorpresa all’Eliseo con il presidente francese Emmanuel Macron e la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, che “gli Usa manterranno gli impegni e rimarranno parte del processo di Parigi, attraverso una coalizione tra città, Stati e aziende”. Le dichiarazioni di Bloomberg partono da fatti concreti. Se tutti questi capi azienda – dal numero uno di Exxon Darren Woods al Ceo di Apple Tim Cook – manterranno le loro promesse, affiancati da oltre 200 investitori istituzionali, con 15mila miliardi di dollari di asset, è lecito prevedere che il ritiro degli Usa dall’accordo firmato a Parigi da 195 Stati (tutti i paesi del mondo tranne la Siria e il Nicaragua), non dovrebbe avere un grande impatto. Così come non sarebbe bastato imporre dall’alto la difesa dei carri a cavalli per impedire l’avvento dell’automobile, ora non sarà il promesso rilancio del carbone a fermare il suo declino negli Stati Uniti: ad aprile il numero dei minatori  è calato dell’8% rispetto ad un anno prima, e da gennaio è già stata annunciata la chiusura di 8 centrali a carbone, che si aggiungono ai 13.000 megawatt chiusi nel 2016. Nel frattempo, la domanda elettrica della California viene soddisfatta per un terzo dalle fonti rinnovabili, che sono destinate a crescere, per centrare l’obiettivo di riduzione del 40% delle emissioni a effetto serra entro il 2030, fissato già da tempo. (…) Corriere della Sera L’Economia, 12 giugno 2017, pag. 57)
  5. Il 13 giugno l’associazione delle aziende petrolifere del paese ha annunciato un aumento della produzione nei prossimi anni, sfidando il premier Justin Trudeau, che vuole ridurre lo sfruttamento delle sabbie bituminose per rispettare le normative ambientali. (Internazionale n. 1209, 16 giugno 2017, pag.31)
  6. Corte Usa da ragione a Chevron. La Corte Suprema Usa ha respinto il ricorso presentato dagli indigeni ecuadoriani contro la multinazionale Chevron per i danni ambientali prodotti nella selva amazzonica. I nativi chiedevano un indennizzo di 8.650 milioni di dollari. Nel 2013 la giustizia di Quito ha multato la compagnia (9500 milioni di dollari) per i disastri prodotti tra il 1964 e il 1990. L’impresa si è rivolta ai tribunali Usa che ora hanno chiuso il caso. (Il Manifesto, 21 giugno 2017, pag.9)
  7. Takata, ipotesi di fallimento. E crolla in Borsa. Il Takatagate, lo scandalo degli airbag difettosi su cui l’azienda giapponese Takata ha taciuto per anni, presenta il conto agli azionisti della società. Ieri il titolo ha sfiorato una perdita del 25% alla Borsa di Tokyo (-71% dall’inizio dell’anno) sulle voci di un annuncio di fallimento che potrebbe concretizzarsi entro il 27 giugno. La società nipponica è stata costretta a ritirare oltre 100 milioni di dispositivi montati sui veicoli dei principali produttori mondiali di auto e a patteggiare una multa di 10 miliardi di dollari con le autorità di controllo Usa. (Corriere della Sera, 22 giugno 2017, pag. 33 economia)
  8. Frode miliardaria. Una commissione d’inchiesta voluta dal presidente tanzanese John Magufuli ha stimato in 75 miliardi di euro le mancate entrate pubbliche causate da alcune frodi fiscali. I reati sono stati commessi negli ultimi vent’anni nel settore minerario. Come spiega il quotidiano tanzanese The Citizen, il rapporto della commissione attribuisce le responsabilità maggiori alle aziende straniere attive nel paese, tra cui il colosso canadese Acacia Mining, accusato di operare da anni in Tanzania senza aver mai dichiarato i suoi utili. Magufuli ha detto che convocherà l’Axacia per farle pagare i soldi che deve allo stato. (Internazionale n. 1210, 23 giugno 2017, , pag.111).
  9. La scure della Ue si abbatte su Google. Multa record di 2,42 miliardi di euro per abuso di posizione dominante. Annunciato il ricorso. (…) Sono infatti sette anni che Google è finito sotto il microscopio della Commissione europea. Dal 2010 è stato avviato un procedimento di indagine per verificare se la società di Mountain View ha operato per prevenire qualsiasi forma di competizione con i suoi servizi abusando del fatto che il motore di ricerca di Google è usato, in Europa, dal 90% degli utenti della rete. Per quanto riguarda il servizio di Shopping, le ricerche ponevano i concorrenti di Google sempre in basso. Il sospetto è che la società di Mountain View abbia modificato l’algoritmo di ricerca per favorire se stessa, con buona pace della sbandierata oggettività dei criteri valutativi del software e dall’algoritmo. L’accusa di aver manipolato Page Rank – il nome dell’algoritmo usato da Google – è un danno di immagine che Mountain View deve affrontare e contrastare velocemente, visto che sono le stesse accuse rivolte alla società di Larry page e Sergey Brin negli Stati Uniti. (…) (Il Manifesto, 28 giugno 2017, pag. 7; per approfondimenti vedi Corriere della Sera, dello stesso giorno, pag. 2 e 3)
  10. La bellezza e l’inferno. Così i conflitti ridisegnano le mappe del patrimonio d’arte. Ad Aquileia una mostra ospita reperti da Palmira, area devastata dalla guerra. Ma in tutto il mondo i beni culturali sono in pericolo. (…) Basta scorrere la Lista Rossa dell’Icom, l’International Council of Museums, per capire quanto siano vasti e capillari sia il numero che la provenienze geografiche dei beni culturali a rischio nel mondo. Nell’Africa dell’Ovest sono considerati in pericolo ( e segnalati nel database) i manoscritti di Timbuktù del 13° – 17° secolo dopo Cristo, le terrecotte di Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, dal 900 avanti Cristo al 1400. Dando per scontata la lista dei beni a rischio in Siria, Iraq e Libia, ecco Haiti che dopo il terremoto del 2010vede in bilico sia il suo patrimonio precolombiano che quello più moderno, dai fondi di carte geografiche del 18° secolo agli oggetti di culto cattolico. La lista cita la Cambogia, l’Egitto (dove prospera il mercato clandestino non solo di tesori rubati da scavi e tombe, inclusi i gioielli della 18° dinastia) il Perù, la Cina, la Colombia. (…) (Corriere della Sera, 29 giugno 2017, pag. 26-27, con foto e articoli)

Riflessioni sparse

           Alcuni testi selezionati presentano un interesse particolare per le analisi più generali relative alle politiche per il clima e l’ambiente, in particolare quelli relative alle dighe. Nell’immaginario collettivo (come pure in quello dell’economia dominante) le dighe appaiono costituire una fonte “pulita” di energia e un elemento essenziale per l’approvvigionamento di acqua in ogni stagione mentre si stanno rivelando una fonte di danni gravissimi per le popolazione  a valle del percorso dei fiumi regimentati e una causa non secondaria di conflitti tra i paesi da essi attraversati. Inoltre, più di recente, la siccità sempre più presente e la maggiore evaporazione  dei bacini, hanno fortemente inciso sul loro ruolo di fonte sicura di acqua potabile. I loro progetti, quindi, dovrebbero essere valutati con criteri completamente diversi da quelli finora adottati (ad esempio dalla Banca Mondiale), di cui dovrebbero fare parte indicatori del benessere di tutte le popolazioni coinvolte  e previsioni più approfondite sugli andamenti climatici di ogni bacino. Si tratta di metodi e criteri ancora da elaborare, ma è un lavoro da eseguire con estrema urgenza.

Analoga importanza  più generale hanno i testi del rapporto della Commissione europea sulla Xilella sugli ulivi della Puglia e quello sulla spesa sanitaria in Italia, caratterizzata da sprechi e truffe. Occorre spostare l’attenzione sui tempi e le modalità degli interventi governativi (statali e regionali), finora pochissimo efficienti quanto a risultati, ma soprattutto che creano e moltiplicano gli episodi di corruzione e di inefficacia, che potrebbero anche riflettersi su altri paesi della Comunità europea.

Inoltre  meritano una riflessione più approfondita i testi della Deloitte sul carbone in Italia e quello sull’influenza dell’evoluzione tecnologica sull’andamento a breve termine del prezzo internazionale del petrolio. Ovviamente non possono essere accettati come verità rivelata, ma suggeriscono la presenza di altri fattori, in genere di natura tecnologica, nell’andamento delle priorità attribuite a ciascuna materia prima energetica da parte delle singole imprese, e invece la possibilità che elementi come l’aumento più rapido del previsto del riscaldamento globale debbano assolutamente essere tenuti in conto anche a livello delle scelte imprenditoriali e di quelle di molti governi.  In altre parole, la transizione forse non è ancora iniziata, ma la complessa situazione globale e del pianeta potrebbe influire prima del previsto sui meccanismi economici finora considerati intoccabili.

Infine, almeno cinque o sei testi possono essere letti con molta attenzione da semplici consumatori o da attivisti impegnati sui temi del consumo critico e dell’economia alternativa e solidale, in quanto, se ben compresi, suggeriscono migliori impegni sia livello personale che familiare. Ogni richiesta di chiarimento, in particolare  su questi aspetti della rassegna, sarà accolta con piacere.

 (*) ripreso – con le foto – da “Comune Info”
Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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