Diritti civili: Uruguay all’avanguardia

di David Lifodi

In America Latina l’anno che sta per chiudersi andrà ricordato per due leggi promulgate in Uruguay all’avanguardia nel campo dei diritti civili: la depenalizzazione dell’aborto e del consumo di marijuana. Quella del presidente Pepe Mujica è stata una doppia scelta di civiltà, comunque non facile, in un continente dove le interruzioni volontarie della gravidanza sono in continua crescita, ma spesso osteggiate dalle istituzioni, e il traffico di droga (la definizione ufficiale, come si sa, riguarda sostanze di ogni tipo: dalle più nocive alle innocue) in perenne espansione. Non sorprende, però, che l’Uruguay sia stato il promotore di questa duplice svolta: il Paese nel 2004 aveva difeso la pubblicità del servizio idrico e ha sempre dimostrato una certa attenzione verso i diritti civili.

La Ley de Interrupción Voluntaria del Embarazo, entrata in vigore all’inizio del mese, offre alle donne uruguayane e a quelle straniere (da almeno un anno residenti nel Paese) la possibilità di interrompere la gravidanza nelle prime dodici settimane di gestazione, che salgono a quattordici in caso di stupro o di malformazione del feto. La legge concede alle donne l’opportunità di abortire in ospedali pubblici e cliniche private. Inoltre, non è previsto alcun limite per l’interruzione della gravidanza nel caso in cui sia a rischio la vita della donna. Successivamente, entro cinque giorni, la scelta di abortire dovrà essere confermata: l’unico obbligo, per chi vuole intraprendere questa strada, è quello di chiedere una consulta previa ad un equipe medica.  La Ley de Interrupción Voluntaria del Embarazo è stata criticata dalle organizzazioni schierate a favore di un aborto “legale, sicuro e gratuito”, poiché, a loro giudizio, si limita a “sospendere la pena”, ma non ad una depenalizzazione completa dell’aborto. In effetti,  gli aborti che non saranno condotti nel segno di questa legge e sotto la supervisione dello Stato, continueranno a essere considerati illegali, ma si tratta, in ogni caso, di un importantissimo passo avanti sia per l’Uruguay sia per l’intera America Latina. Nel 2008 l’allora presidente Tabaré Vázquez, frenteamplista come Pepe Mujica, fece le barricate fino a impedire che lo stesso progetto, condotto dal suo partito, il Frente Amplio (la coalizione di centro-sinistra), andasse in porto. Bisogna poi ricordare che, nell’intero continente, l’unico Paese a depenalizzare l’interruzione volontaria della gravidanza è Cuba. A venti anni dalla proclamazione del Día por la Despenalización del Aborto, avvenuta il 28 settembre del 1992, la legislazione è fortemente restrittiva e assai severa in Paesi quali Paraguay, El Salvador, Honduras, Cile, Guatemala, Repubblica Dominicana e Nicaragua, dove l’aborto è proibito in tutte le sue forme. Di fronte alle proteste delle destre, condotte dall’opposizione del Partido Nacional e del Partido Colorado, che sembrano intenzionati a sottoporre a referendum il progetto di legge approvato dal Senato (e a cancellarlo in caso di vittoria elettorale alle prossime elezioni), alcuni sondaggi hanno rilevato che il 63% degli uruguayani è favorevole alla Ley de Interrupción Voluntaria del Embarazo. In ogni caso, lo stesso Mujica si è dimostrato favorevole a una eventuale consultazione popolare su “una questione di coscienza”. Proprio su questo aspetto la legge stessa ha focalizzato la sua attenzione, legiferando sull’obiezione di coscienza dei medici, i quali, se contrari, saranno esentati dalle operazioni sanitarie che condurranno all’aborto, ma non potranno esimersi  dal fornire adeguate consulenze alle donne che chiederanno  informazioni sull’interruzione della gravidanza. La legge, approvata sul filo di lana al Senato con 17 voti favorevoli su 31 (ai sedici dei frenteamplistas si è aggiunto quello di Jorge Saravia, senatore dell’opposizione appartenente al Partido Nacional) intende in questo modo combattere anche il fenomeno della gravidanza fra le adolescenti, in costante crescita. Il tasso dell’ embarazo adolescente in Uruguay ha raggiunto livelli allarmanti: 60 ogni 1000 abitanti, di fronte a una media mondiale di 49 su 1000. La media latinoamericana è di 79 su 1000: leggermente più alto dell’Uruguay, tra i Paesi che possiedono, più o meno, lo stesso sviluppo medio, il tasso di El Salvador (65/1000) e Paraguay (63/1000).

Se la depenalizzazione dell’aborto ha attirato su Mujica molte critiche, altrettanto veementi sono state le contestazioni quando il presidente uruguayano  ha annunciato la creazione di un monopolio di Stato sulla produzione della marijuana per ridurre la criminalità. L’ex guerrigliero tupamaro ha scelto di promuovere un ampio dibattito sulle droghe, convinto che la strada del proibizionismo e della repressione non porti da nessuna parte e, sorprendentemente, ha trovato alleati impensabili, dal presidente guatemalteco di estrema destra Otto Pérez Molina allo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, che pure è simpatizzante dei peggiori governi reazionari del continente. Mujica ha ribadito che l’Uruguay non si trasformerà nella Mecca dei fumatori di marijuana come teme l’Onu, che ha addirittura intravisto nella legge un assist al narcotraffico. La scelta di Mujica è stata dettata dalla volontà di tenere sotto controllo il mercato della marijuana con l’obiettivo, più ambizioso, di esercitare un controllo più generale, nel tempo, sullo spaccio delle droghe e sulle rotte del narcotraffico. Fanno sorridere le obiezioni di presidenti quali il colombiano Santos o del neo insediato Enrique Peña Nieto in Messico, che hanno sempre sfruttato la pseudo-lotta al narcotraffico per la repressione interna contro le Farc e i movimenti sociali in lotta per la difesa del territorio. Il piano di Mujica prevede che la distribuzione di marijuana avrà una distribuzione mensile e avverrà solo a beneficio dei cittadini uruguayani, circa 75mila (secondo l’ultima Encuesta Nacional sobre Consumo de Drogas), che ne fanno uso, muniti di carta di identità e iscritti in un apposito registro. La marjuana sarà bandita per gli stranieri e il ricavato dalla vendita destinato in parte alla riabilitazione dei tossicodipendenti e in parte alla realizzazione di farmaci contro il cancro. Inoltre, lo Stato assumerà il controllo e la regolazione delle attività di importazione, produzione e acquisizione. Primo Paese al mondo a produrre legalmente la marijuana, l’Uruguay ha motivato la sua posizione in numerosi consessi mondiali tramite il suo ambasciatore presso l’Osa (l’ Organizzazione degli Stati Americani) Milton Romani, già responsabile della Junta Nacional de Drogas sotto il governo di Tabaré Vázquez. Julio Calzada, attuale direttore della Junta Nacional de Drogas, è convinto che la somministrazione della marijuana di Stato servirà a togliere molti potenziali clienti dalle piazze della droga, dall’assunzione e spaccio e dal narcotraffico, in crescita anche nel piccolo Paese sudamericano e sempre disponibile a ricercare nuova manodopera.

La depenalizzazione dell’aborto e quella del consumo di marijuana dimostrano che l’Uruguay può indicare la via ad altri Paesi del continente e rappresentano due scelte coraggiose anche per la stessa coalizione del Frente Amplio, composta da varie anime assai composite e non sempre necessariamente in accordo tra loro, come dimostra l’apertura alla monocoltura della soia e il mancato affossamento della Ley de Caducidad, che mantiene l’amnistia per i militari legati alla dittatura tra il 1973 e il 1985.

Redazione
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Un commento

  • ricevo da Alessandra (grazie) questo msg:

    il “‘miglior discorso del mondo”:

    E’ il discorso del Presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica, tocca i cuori con la sua semplice, inoppugnabile, coraggiosa verità. “Il presidente più povero del mondo” ha 77 anni, vive in una casa modesta, devolve il 90% del suo stipendio in beneficenza. E’ stato in carcere 14 anni come oppositore del regime.

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