Addio a Rossana Rossanda

Ricordi e riflessioni di Franco Astengo e Doriana Goracci

E’ scomparsa Rossana Rossanda: superfluo per chi osa scrivere da un angolo di lontana periferia dell’impero testimoniare della sua figura di lucida anticipatrice nel panorama storico della sinistra comunista in Italia e in campo internazionale.

Vale però la pena di riflettere sugli straordinari passaggi via via verificatisi nel corso della sua vita politica e culturale: dalle responsabilità assunte ai vertici del Pci con le segreterie di Togliatti e Longo, alla radiazione del Manifesto, alla trasformazione della rivista in quotidiano come vero e proprio “miracolo” in equilibrio fra editoria e politica nel corso dei decenni più travagliati della vicenda italiana. Senza alcuna volontà di esternazione retorica ritengo però che ancora il momento più alto di questa storia sia stato rappresentato dalla vicenda del Manifesto (gruppo politico, o tendenza o sensibilità) all’interno del Pci fino alla radiazione.

Questo giudizio mi pare avvalorato da almeno tre ragioni: la prima quella della straordinarietà di livello culturale e politico di quel gruppo; la seconda quella della forza della capacità di analisi in essere nelle argomentazioni poste nel corso dello scontro con la direzione del Pci; la terza perché quel gruppo ha rappresentato l’espressione politica più importante nell’originalità della presenza della sinistra comunista in Italia.

Rossana Rossanda è stata, con grande coraggio e livello di dimensione intellettuale, capace di rappresentare la presenza di una sinistra comunista caratterizzata all’interno del “caso italiano” fin dall’elaborazione gramsciana, a partire dall’articolo profetico «La Rivoluzione contro il Capitale» e dal congresso di Lione ’26 e poi a discendere fino alle analisi riguardanti lo sviluppo del capitalismo italiano, alle analisi relative alle dinamiche internazionali, alle riflessioni sul mutamento nelle forme della politica e sul rapporto gra questa e i vorticosi mutamenti delle categorie sociali.

Il gruppo del Manifesto è stato semplicemente (ma radicalmente) portatore di un dato di modernità nella prospettiva dello sviluppo individuandone i motivi profondi della crisi ed egualmente fu capace di reclamare una forte innovazione nella possibilità di espressione dei propri fini politici.

Ci trovavamo all’epoca dentro un quadro molto complicato, segnato dal modificarsi nell’insieme delle relazioni internazionali (guerra del Vietnam, decolonizzazione in Africa, nuova fase del bipolarismo dopo la stagione kruscioviana) e dalla ripresa delle lotte (il ’68 era trascorso, ma in Italia resisteva la contestazione con la saldatura operai-studenti, la stagione dei Consigli, la spinta verso la democratizzazione del Paese). L’origine del confronto fra Pci e le diverse espressioni di sinistra comunista e no (pensiamo a Panzieri, ai Quaderni Rossi, all’operaismo, a parti di Cgil e Psiup) si era però sviluppata nel tempo ed era maturata con gradualità: almeno dal ’62 dal convegno dell’Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano, poi con la morte di Togliatti, l’XI congresso, Praga.

L’invasione di Praga rappresentò, come molti ricorderanno, lo snodo decisivo. Per tutti gli attori in campo, Manifesto compreso, c’era da segnalare il permanere di un pesante bagaglio ideologico, anche con una qualche espressione di ingenuità nella ricerca di riferimenti diversi. Però l’oggetto del contendere era chiaro: quello della ricerca intorno a quali valori della modernità si poteva fondare un progetto alternativo.

Un progetto alternativo che indicasse un orizzonte in quel momento giudicato “maturo” rispetto a un modello di fraintendimento dell’inveramento statuale della rivoluzione avvenuta, giudicato già con grande anticipo come irriformabile.

Cercando di usare categorie gramsciane, si può affermare che il Pci, nell’occasione della radiazione del Manifesto, finì con il rinunciare a una possibilità originale di esercizio della guerra di posizione collocandosi invece, nei suoi i tratti essenziali, dentro un processo di “rivoluzione passiva”.

Un processo di “rivoluzione passiva” introiettato drammaticamente come prologo alla caduta degli anni’80 e alla sostanziale incapacità di resistere alla controffensiva dell’avversario.

Rossana invece ha resistito da allora sino alla fine ostinatamente in direzione contraria e sta in questo punto, a mio giudizio, il grande valore della sua presenza politica, culturale, morale.

 

Era il 28 aprile 1971, avevo 21 anni, quando nacque il manifesto (quotidiano) e costava 50 lire. All’epoca Rossana Rossanda aveva 46 anni: poteva essere mia madre ma la vedevamo tutti noi studenti come una ragazza. La vidi nel piazzale dell’Università a Roma, con tante e tanti altri… in una di quelle poche volte in cui ci andai, a Lettere, perchè lavoravo come commessa o come una senza contributi, a nero… Non ero una comunista ma mi sentivo (come oggi) libera di pensare e rifiutare baroni padroni e sapientoni. All’epoca avevo preso a fumare anche le Gauloises, che facevano di me una dura ahimè… Sigarette francesi, il cui slogan era Liberté Toujours (Libertà sempre) figuriamoci come ci hanno preso in giro: avrà fumato anche lei, la Rossana Rossanda? La rividi dopo decenni a una riunione molto grossa per numeri e partecipanti a Roma, intuii un’amarezza che non l’avrebbe mai lasciata: a me stava iniziando e potete immaginare come conclusi quegli anni di andazzi impegnati nella politica. Mi avvicinai per salutarla, fu estremamente dolce. Era intelligente, una dote rara che rende viva la mente di una persona. Libera di fare e disfare pensieri e fatti, è riuscita a snodare il gomitolo della vita fino in fondo.
Tornando a quel 1971, oltre al manifesto, le sigarette,il biglietto del tram che costava come quel giornale, unico nel suo genere, prendevo anche un caffè al bar, pieno zeppo di ragazze e ragazzi, e sogni.
Lei, una giornalista come tanto mi sarebbe piaciuto diventare. Lei con vicino quei compagni: belli, giuravo dentro e fuori, onesti.
Ciao Rossana

Cfr in “bottega”: L’anticapitalismo di Rossana Rossanda di Gian Marco Martignoni, ROSSANA ROSSANDA e la salvatrice BELLEZZA DEL MONDO (una lunga intervista di Antonio Gnoli), Lettera aperta a Rossana Rossanda di Mauro Antonio Miglieruolo). E questi suoi articoli – del 2015 e 2014 – ripresi da noi: L’obiettivo di travolgere Syriza, Un Workers Act per cambiare, Grecia: lezione di democrazia, Ucraina, genesi di un conflitto e L’Europa di oggi

La Bottega del Barbieri

6 commenti

  • bruno vitale

    – non condivido: troppo disgustato ancora – dopo tanti anni, ’68! – dalla retorica e non-ingenua promozione degli ‘studenti’ (in quanto tali) come attori sociali e potenzialmente rivoluzionari : “l’anno degli studenti ” – affrettato, per non perdere il vagone della retorica

    • Caro Bruno, condivido il disgusto per la retorica che ha cercato di coprire e in parte coperto il senso di quei momenti. Non posso però evitare di ricordare che il movimento di allora, con tutti i suoi limiti, ha avuto ALMENO il merito di innescare un decennio operaio di lotte purtroppo solo tredunionistiche che hanno comunque aumentato i redditi deli lavoratori e aperto spazi consistenti alla democrazia operaia. Gli anni ottanta poi hanno scritto una storia diversa, molti “contestatori” hanno cambiato casacca, ma questo è tipico di ogni fase di riflusso. A noi non dimenticare, non per fare testimonianza, ma per trasmettere l’esperienza di quegli anni ai veri rivoluzionari del futuro prossimo a venire. Che si approssima alla velocità della luice.
      Un abbraccio

  • Gian Marco Martignoni

    Leggendo Il manifesto dal 1974, naturalmente non ho perso un articolo o un libro di Rossana Rossanda, che è stata più che fondamentale per la mia formazione politica e culturale. Ricordo un suo memorabile articolo nell’estate del 1977, dove tra i libri da leggere, che aveva indicato ai giovani lettori, c’era lo straordinario ” Storia e coscienza di classe ” del filosofo ungherese Giorgy Lukacs. Allo stesso modo, finchè ne ha avuto le forze, ricordo la sua proverbiale presenza ai congressi nazionali della Cgil, ove voleva verificare dal vivo lo stato e la materialità della contraddizione capitale-lavoro. Grazie Rossana, sei stata la nostra indimenticabile maestra.

  • UNA SOCIETA’ SOCIALISTA COMPLESSA E MULTIFORME ( il titolo è mio)
    ( l’Unità 22 settembre 1963)
    Nel quadro delle manifestazioni culturali del Festival dell’Unità si è svolto ieri sera al circolo Vie Nuove un appassionato dibattito — che è stato introdotto dalla compagna Rossana Rossanda, responsabile della commissione culturale del comitato centrale del PCI sui problemi della competi zione ideologica tra socialismo e capitalismo.
    Nell’introdurre il dibattito, la compagna Rossanda ha indicato nell’unita fra cultura e politica, nei rapporti fra partito e intellettuali alcuni dei punti fondamentali dai quali è necessario partire per una ricerca teorica che porti alla comprensione delle questioni che sono al fondo e all’origine del dibattito politico e culturale che si svolge all’interno del movimento operaio internazionale. Analizzando questi rapporti nel concreto dell’esperienza storica – compiuta dal movimento operaio nei diversi periodi del proprio sviluppo, la compagna Rossanda ha sottolineato come non sempre vi sia stata una unità fra il momento teorico e la lotta politica.
    La compagna Rossanda ha posto l’accento sulla validità del metodo di analisi marxista, che, partendo proprio dalla stretta connessione fra ricerca teorica, lotta politica e impegno culturale, postula la necessita di un momento di unificazione.
    Subordinare a questa esigenza unificatrice la plurality di una ricerca teorica, delegandola forse nel timore di rompere l’unita teorica alle dirigenze dei partiti, sarebbe commettere un errore, che non porterebbe certo alla soluzione del problema — inevitabile — che nasce dalla tensione fra il crescere di una società socialista, complessa e multiforme. e la necessita di una coesione.

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