«Affermazioni volutamente esagerate»

Una recensione – in gran ritardo – a «Gentilissimo» di Maurizio Benvenuti (*)

Gentilissimo-MaurizioBenvenuti

L’idea è geniale. Il libro invece oscilla fra parti documentatissime, grintose, avvincenti e altre disordinate, approssimative, non chiarissime. Provocazioni in ogni caso. D’altro canto l’avvertenza iniziale recita: «Gli scritti raccolti nel presente volume contengono affermazioni volutamente esagerate allo scopo di impedire ogni credibilità del testo».

Un bel tipo dunque Maurizio Benvenuti, autore di «Gentilissimo» che è uscito nel 2008 da Belletti editore (310 pagine per 14 euri). Seguiamolo nelle sue mappe, nelle ricerche etimologiche, nelle verifiche storiche, nelle… provocazioni a go-go.

  «In origine la parola era sostanza. Pronunciare il nome di una cosa era come pervaderla nella sua natura». E subito dopo: «Quando si formarono le prime civiltà e avvennero i grandi movimenti dei popoli, si rese necessario tenere segreto il vero nome della propria città per usarne uno di facciata, in modo che se cadeva in mani nemiche gli invasori non potessero conquistarla pienamente pronunciandone il nome intimo». Dovessi fare un esempio sull’oggi io penserei a Derry (in Ulster) che resta per gli irlandesi il vero nome della città anche se gli invasori inglesi l’hanno ribattezzata Londonderry.

«Centinaia di Comuni italiani portano un nome diverso da quello originario. Gran parte sono stati cambiati dopo l’Unità d’Italia con il pretesto di distinguerli dagli omonimi ma anche ai giorni nostri continua questa pratica. I cambiamenti più numerosi risalgono all’uso medievale che impone agli abitati i nomi dei santi». Ma obietta Benvenuti «imporre un nome ultraterreno a un luogo, annullandone l’identità, vuol dire non riconoscerne la sacralità». Ma ci sono molti altri orrori: Grazzano Monferrato diventa Graziano Badoglio, «l’autore delle stragi di etiopi col gas e infine fascista rinnegato».

Con la formula d’uso «gentilissimo» Benvenuti scrive agli amministratori per domandar conto di sc (scelte, sciatterie, scempi) di toponomastica. Nel mirino Sassari, Longiano, Anguillara Sabazia, Tarquinia, Navelli, Mantova, Novara, Bari (che sarebbe Barì con l’accento finale), Ravenna, Firenze (a proposito di «piazza della passera») e molte altre località. Non manca Aulla che si è pregiata del cartello «1° Comune d’Italia Dedipietrizzato» con un monumento alle «Vittime di Tangentopoli» e un altro a Pantani. In grande evidenza Roma con varie lettere all’allora sindaco Veltroni, compresa una lunghissima «cronologia della Terra del Fuoco». Fra l’altro chiede conto Benvenuti di un luogo «dedicato a San Giorgio, il protettore dei soldati e dei malati di sifilide, uno dei tanti santi inventati di sana pianta».

Ai direttori dei giornali – ma anche «alle eminenze ecclesiastiche» – Benvenuti segnala le più varie oscenità geografiche, storiche, culturali: per illustrare un incendio in Arizona si pubblica una piantina dell’Amazzonia; per protestare contro l’uso di Cekia (invece che Repubblica Ceca) e ironizzare che l’Italia allora si dovrebbe chiamare Sordia; una cartina del Corno d’Africa contiene ben due «Mogadisio» (sarebbe Mogadiscio) ma entrambe fuori dal posto giusto; e così via. Quanto a «don Irto, giovane prete occhialuto e foruncoloso», Benvenuti non gli perdona di aver detto a un bambino (lui stesso?) che «qui dentro non si parla dialetto»; l’autore invece lo usa molto, anche nel libro (ma in nota ci sono le traduzioni perché il romagnolo è tosto).

Scrivendo al direttore di un Atlante stradale: «Nella metà superiore della pagina 7 rappresentante una porzione della Romagna, il territorio che conosco meglio, ho trovato almeno 150 errori».

 Le mie conoscenze non mi permettono sempre di giudicare se Benvenuti abbia ragione. E quanto-quando scherzi. Per lo più è serio: davvero le sorelle Bronte prendono il nome dalla città siciliana? (sì, ho controllato). Le isole Mauritius sono una sola? (vero, anche questo). Lo scalpo non era un’usanza dei pellerossa? (idem).

In alcuni casi il destinatario della lettera è abbastanza casuale, anche il tema a volte è solo un pretesto. Talvolta mi pare che Benvenuti metta troppa carne al fuoco, anche mescolando argomenti serissimi con battute. Il furore polemico mi pare lo porti a esagerare, per esempio negli attacchi contro la «carta di Peters». D’altronde lo aveva scritto nell’«avvertenza» e lo ripete nella «postfazione» – «la boiata come tecnica liberatoria e chiarificatrice» – ma non si tratta solo di un’«opera comica». C’è del metodo in questa pazzia… il che non implica essere sempre d’accordo con Benvenuti. Per esempio io non lo sono rispetto al modo maschiocentrico di affrontare amore, sesso e dintorni.

  (*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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