Afriche controcorrente – 1 (*)

       recensione a «Capo di Buona Speranza» scritto da Eyoum Nganguè

capoDibuonaSperanza

Conoscete «l’albero universale dello sport» dipinto nel 2001 per il famoso torneo tennistico Roland Garros dall’artista camerunense Barthélémy Toguo? No? C’avrei giurato.

Magari siete appassionate/i di fumetti e fantascienza – come me e il mio omonimo – eppure i nomi di Nawel Louerfrad e delle gemelle Ouarezki (Safia e Soumeya) non vi suonano. Tra fantascienza e realtà si aggirano i robot ma i primi due Paesi che vi vengono in mente al riguardo sono Usa e Giappone, vero? Mai nominereste Togo e Congo; e sbagliereste.

Se poi vi parlassi di un motore che funziona a pipì prrrrrrrrrrroprio non mi dareste retta.

Sul fronte della moda magari avete sentito nominare – in una bottega del commercio equo? – le «barabbos» senza sapere che le ha “inventate” l’etiope Bethlemme Tilahun Alemu.

Se cito le città più pulite al mondo pensate probabilmente a Canada o Finlandia (e avete ragione) ma il «secondo centro urbano più pulito al mondo» è Ifrane in Marocco.

Ogni volta che i media s/parlano di asteroidi killer si mescolano allarmismi, pigrizie e ignoranze ma anche le persone più informate ignorano il progetto della Nasa «sugli asteroidi potenzialmente pericolosi e sugli asteroidi killer» ha premiato tre giovani ricercatori marocchini.

E adesso il “botto” finale: l’Islam in Mauritania dà potere alle donne… Sospetto che con quest’ultima affermazione la maggioranza di chi legge codesto post ha deciso che sto proprio “pazziando”.

Mi fermo allora. Ma se voi invece volete continuare a sorprendervi sulle Afriche sconosciutissime leggete «Capo di Buona Speranza» (Emi: 144 pagine per 12 euri; ma lo trovate anche in e-book; prefazione di Ferruccio De Bortoli) scritto da Eyoum Nganguè, giornalista e antropologo camerunense nonché fondatore dell’associazione «Giornalisti africani in esilio»: è una raccolta – ampliata – dei suoi articoli usciti sul mensile «Mondo e missione» nella rubrica che si chiama appunto “capo di buona speranza” e che programmaticamente coltiva l’«afrottimismo» per ribaltare i luoghi comuni.

Aggiungo altre tracce.

I cinefili scopriranno «Africa Paradis» ma, a integrazione di ciò che scrive Nganguè, aggiungo che sullo stesso tema c’è un gran romanzo di Waberi Abdourahman (in “bottega” cfr «Gli Stati Uniti d’Africa» e…).

La storia di Marc Ona Essangui ha dell’incredibile ma è vera. Dove la lotta al tabagismo viene presa sul serio – in Senegal e Guinea, a esempio- i risultati sono eccellenti. Mentre in Gabon e in Burundi si lotta contro un razzismo molto particolare, quello che colpisce gli albini. C’è un’africana di 50 chili che trascina una slitta di 80 chili per “studiare” l’ Antartide: e se non mi credete controllate a pagina 61 e seguenti. E in Ghana, un bambino di 11 anni…

Basta o vi racconto tutto.

Fra tanti pregi, secondo me «Capo di Buona Speranza» un difetto ce l’ha. Essere «afrottimisti» non dovrebbe impedire di vedere chi incatena l’Africa (i suoi piedi ma soprattutto le sue teste e i suoi cuori): allora non capisco allora perché qui risultano innominabili parole come sfruttamento, rapina di risorse, guerre eterodirette… A mio avviso bisognerebbe parlarne, non per tornare all’afro-pessimismo o all’afro-lamento ma per muoversi in un “afro-realismo”.

In ogni caso libro assolutamente da conoscere.

(*) Essendo a volte considerato un africano “ad honorem” – lo considero un complimento bello quanto immeritato – più volte amici/amiche mi hanno chiesto «perché sappiamo così poco dell’Africa?». Ho sempre cercato di rispondere (anche qui in “bottega”) che la censura e l’ignoranza sono ben organizzate e datano da tempo – secoli di schiavismo prima, la spartizione dell’Africa a Berlino nel 1885, poi le infamie del colonialismo e i “segreti” del neocolonialismo per continuare il saccheggio – consigliando di leggere da un lato «Atena nera» di Martin Bernal per capire come gli storici europei hanno lavorato a cancellare i contributi africani alla “nostra” civiltà e dall’altro a cercare (in francese perché nulla si trova in italiano) gli scritti di Cheikh Anta Diop, filosofo, antropologo, storico, scienziato e politico senegalese e/o a recuperare in biblioteca (è esaurito) «Storia dellAfrica nera» di Joseph Ki-Zerbo.

Mi vien voglia di riproporvi un gioco, già uscito in “bottega”: guardate prima qui Un piccolo test di storia rimossa e poi qui Le risposte al test di storia rimossa per indirizzarvi poi su un bel libro – questo per fortuna in italiano c’è – ovvero «Le mie stelle nere» di Lilian Thuram (sì, l’ex calciatore) che non solo d’Africa parla ma sorprende e incanta dall’inizio alla fine.

Già non dovremmo dire “Africa”: il giornalista Ryszard Kapuscinski aveva ben spiegato che semmai dovremmo parlare di Afriche.

Bugie, stereotipi e rimozioni continuano. Così, in quest’ottica mi è sembrato utile segnalare in “bottega” insieme due libri diversissimi ma entrambi decisamente controcorrente: oggi «Capo di Buona Speranza», cioè gli articoli di Eyoum Nganguè, e domani il romanzo «Congo Inc» di In Koli Jean Bofane. Ma ci sono di sicuro altri libri importanti contro-corrente… chi mi aiuta ad allargare il discorso? (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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