Afriche, plurali e ignote

un numero speciale della rivista «Pollicino Gnus» (*)

 

Esiste una storia tradizionale, comune ai popoli africani e (con qualche variante) sud americani, presa dai vari miti sulle origini che venne anche rielaborata a suo modo da Kipling. Si parla di uno sciacallo che, accortosi del potere della sua parlantina presso i giovani babbuini e altri animali della foresta, si rasò e si acconciò diversamente le orecchie e la coda per andare in giro a spiegare che gli autori delle razzie e delle sparizioni di tanti giovani animali erano le odiose iene e altri loschi predatori nell’ombra. Le versioni a questo punto divergono. In quelle più tradizionali entrano in scena altri animali che, dopo aver dato retta allo sciacallo, tanto tempo dopo si interrogano sulla scomparsa improvvisa di migliaia di loro simili. In un’altra versione lo sciacallo si spolpa tutti i giovani babbuini, tranne uno… perché avvertito dal vecchio nonno che aveva riconosciuto l’antico predatore.

Forse questa storiella m’è tornata in mente perché mi considero un vecchio nonno ma la racconto qui perché, mentre stiamo chiudendo questo numero di «Pollicino», in molte parti del mondo gli sciacalli – forti di potenti massmedia che acconciano diversamente le orecchie e la coda – vanno in giro a parlare di pericoli: ma per fortuna ci sono loro che, per il nostro bene, faranno «operazioni di polizia», «guerre umanitarie», «guerre sante» e cose simili. Resto dell’idea che ci si può liberare degli sciacalli senza cadere in mano alle iene ma in questo momento sembra che nel posto dove abito (Absurdistan che altre/i conoscono come Europa) si ascolti solo la voce dei mercanti d’armi e degli sciacalli.

Un mio amico (del genere “meglio informato che ignorante”) anni fa mi chiese: perché dell’Africa so così poco, anzi nulla?

Tentai – con tutta la prudenza di cui, a volte, son capace – di spiegarglielo, insinuando che la colpa non fosse sua e suggerendogli alcune letture (anche il mio blog) in rete e in biblioteca; raccomandandogli di evitare la storia e la cronaca raccontata dagli sciacalli, cioè da chi ha strangolato un intero continente.

«Africa» scriveva lui e «Afriche» gli ho risposto io. Perché le Afriche sono tante ma purtroppo quasi tutte ignote o travisate.

In questo «afro-Pollicino» delle tante Afriche ne incontriamo solo tre.

Una capra, un post dall’Etiopia “felix”, una biblioteca (anzi due) ma anche disastri e speranze da Bodo Creek (Nigeria) disegnano la PRIMA SEZIONE dove si raccontano alcune fra le tantissime Afriche non stereotipate e che dunque non trovano posto nei nostri media (presunti grandi) e ahimè spesso neppure nel nostro immaginario occidental-tossico.

LA SECONDA PARTE racconta un tabù, cioè l’economia: razzismi e ignoranze da sempre si legano ai poteri e così l’immagine di un’Africa povera serve a celare che molte Afriche sono ricche e saccheggiate. Economia? Macché econo-loro. Da noi – e intendo l’Occidente o come forse bisognerebbe ribattezzarlo l’Uccidente, voce del verbo – ne parlano soprattutto gli sciacalli, travestiti da pecorelle. Qui trovate dunque le bugie di Usa, Europa e Francia, le foreste e le terre rubate ma anche la difficile speranza di un cellulare “etico” (e se non sapete cosa c’entrano i telefonini con l’Africa vuol dire che i massmedia vi hanno colonizzato proprio bene).

LA TERZA SEZIONE ci tocca da vicino in quanto indigene/i italiani: perché i buoni affari di Renzi sono pessimi per le Afriche; perché vendiamo armi ai peggiori; perché se Shell è inferno (Hell in inglese, dunque la sola differenza è una letterina, la S) anche la “nostra” Agip-Eni è – nel suo piccolo – molto prodiga di vel-Eni, misfatti e bugie oltreché profitti per chi vive del sangue africano (ma anche di quello italiano ed europeo: gli sciacalli non sono nazionalisti). Occorre aggiungere che se poi in tante/i migrano, scappano, chiedono asilo è per lo sfruttamento, le guerre, le catastrofi ambientali che il capitalismo (vecchio e nuovo) impone alle Afriche?

Tutti i post, tranne quelli firmati, sono di Donata Frigerio che molti “pollicini” conoscono. Per chi non l’ha incrociata basta dire che “la doni” è una reggiana ad honorem, veterinaria e comasca per questioni anagrafiche ma equasolidale e congolese per scelta di vita, “pessottomista” sul mondo che la circonda ma fiduciosa (beata lei) in un Aldilà. Io ho consigliato Donata nella scelta dei pezzi da pubblicare – disperandomi che fossero solo 15 invece che 37 – per esperienza giornalistica ma soprattutto per il mio amore verso la comune «Mamma Africa»

Fra le tante Afriche che mancano su questo «Pollicino» ce ne sono almeno due che io e Donata vorremmo proporvi al più presto: la prima è legata alla memoria, per rendere visibili le tante vittime africane del colonialismo italiano; la seconda riguarda l’oggi e le donne, ovvero la parte più invisibile di un continente (reso) invisibile; proprio su un “donne d’Africa” abbiamo strappato alla redazione di «Pollicino» l’impegno a un intero numero nel 2015 – fin da adesso chiediamo idee e contributi a chi ci legge – dunque molto presto. E su questo vi saluto dall’Absurdistan, provincia dell’Uccidente.

Daniele Barbieri (22 agosto)

(*) Il logo della rivista è un bimbetto che fa la cacca in un elmo militare. «Pollicino gnus» – sottotitolo «Pace, solidarietà, ambiente, convivenza» – è un mensile reggiano che da 229 numeri, quasi 20 anni, accompagna l’azione di Mag-6 (e se ancora non sapete cos’è…. sarebbe ora che vi informaste). Spiego un po’ meglio cosa c’è in questo «Pollicino» africano: un articolo di Maria G. Di Rienzo (una bella storia dall’Etiopia) ripresa dal suo bel blog; «Arriva Fairphone, lo smart etico» di Giusy Baioni; uno scritto di Maria Rita D’Orsogna sulla comunità di Bodo in Nigeria che si ribella alla “dittatura del petrolierato” (soprattutto Shell ma l’italiana Eni non è innocente); un appello – tra i firmatari Alex Zanotelli e Vittorio Agnoletto – per fermare gli Epa (Economic Partnership Agrements) fra Unione Europea e alcuni Paesi di Africa e Caraibi; una scheda (piuttosto sconvolgente) di Mawna Remarque Koutonin su «Colonizzazione continua»; l’intervento di Alex Zanotelli per spiegare che Renzi in Africa fa il portaborse di Eni e Finmeccanica; l’articolo di Antonio Mazzeo sugli elicotteri Augusta dati all’Uganda «dei diritti violati»; un appello di Action Aid su un caso di «land grabbing» in Senegal; più gli interventi di Donata Frigerio e schede sull’«impronta» dei minerali e sull’Eni in Congo Brazzaville. Senza scordare una capra… che racconta un progetto e una speranza in Kivu, il “cuore di tenebra” del saccheggiato Congo. Chi è affezionato a codesto blog ne ha già letti alcuni qui. Ma chi vuole guardarli tutti può abbonarsi a «Pollicino» (eh-eh) oppure vedere cosa recupera sul sito www.pollicinognus.it e/o contattando la redazione (pollicinognus@gmail.com ).

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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