Aids, per due voci

Il meglio del blog-bottega /82…. andando a ritroso nel tempo (*)

Red_ribbon

 Buio, una voce fuori scena: Al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire che mancasse la concatenazione. (Pausa) su questi bei fondamenti, don Ferrante non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.

 

Si accendono le luci; musica in sordina che poi svanisce; veloci scorrono immagini di pestilenze…

 

PRIMA VOCE: l’avete riconosciuto? È Manzoni, proprio “I promessi sposi”… (pausa) Era un quiz facile. Vediamo se riconoscete l’autore di quest’altra frase.

 

FUORI CAMPO: registrazione in cui Thabo Mbeki dice che in Sudafrica l’Aids non c’è.

 

PRIMA VOCE: Allora, l’avete riconosciuto? Nooo? Vi faccio vedere la foto, è Thabo Mbeki, ex presidente del Sudafrica: un bell’uomo, grande, balla benissimo…(mostra una foto)

 

SECONDA VOCE: Come lui, Mbeki, c’è in giro altra gente che dichiara: (tono da venditore ambulante) l’Aids non esiiiiiiiiste (pausa) o comunque non riguarda la gente perbene.

 

PRIMA VOCE: Sai qual era il primo nome dato all’Ai-di-esse?

 

SECONDA VOCE: No, non ricordo.

 

PRIMA VOCE: (scandisce) Wrath of God Sindrome (pausa) cioè la sindrome dell’ira di Dio. (pausa) Però era proprio all’inizio, circa 30 anni fa.

 

SECONDA VOCE: Oioioioioioioi… Ma poi queste stupidaggini che chiamavano in causa Dio non le disse più nessuno. No?.

 

PRIMA VOCE: Mica vero. (pausa) E comunque si potrebbe fare un museo con tutte le stupidaggini dette sull’Ai-di-esse…

 

SECONDA VOCE: …o su altre malattie…

 

PRIMA VOCE:  …se questo museo fosse in Italia, sulla porta si potrebbe mettere la frase di un ministro italiano. (pausa) Sai che disse? (scandire quasi parola x parola): “L’Ai-di-esse è una malattia che chi non se la va cercare non se la prende”.

 

SECONDA VOCE:  Mo va là. Ma che ministro era? Dello spettacolo? …. nel senso che faceva il clown in un circo?

 

PRIMA VOCE: Magari. Era il ministro della Sanità, si chiamava Carlo Donat Cattin. La frase era su tutti i giornali il 5 febbraio 1987 ed è diventata famosa.

 

SECONDA VOCE: Famosa, e ti credo. Però… era molti anni fa, oggi non mi pare che in giro…

 

PRIMA VOCE: (interrompendolo): Oh guarda c’è in giro ancora tanta gente che parla dell’Ai-di-esse come di una malattia dei gay… Un virus che non toccherebbe, chissà perché, gli eterosessuali.

 

SECONDA VOCE: Neanche le lesbiche però.

 

PRIMA VOCE: Dai, c’è poco da scherzare…

 

SECONDA VOCE: Guarda che non scherzo. Anche io ho sentito di recente un tipo dire: l’Aids è una punizione divina e per questo colpisce i gay. Forse era un giocatore italiano, uno famoso.

 

PRIMA VOCE: Ma questo virus non ce l’ha solo con gli omosessuali. (pausa) Ce l’ha anche con le puttane.

 

SECONDA VOCE: E con gli africani. Quel dio che dicono loro, quello della sindrome, dev’essere del Ku Klux Klan…

 

PRIMA VOCE: (interrompendolo): Guarda che il virus ce l’ha anche con… i poveri.

 

SECONDA VOCE: Ah, allora è un dio del Fondo Monetario Internazionale…

 

PRIMA VOCE: E sai chi altro colpisce questo maledetto virus?

 

SECONDA VOCE: I drogati.

 

PRIMA VOCE: Esatto. Chi manca ancora?

 

SECONDA VOCE: Mmmm, gli artisti?

 

PRIMA VOCE: (ridacchia) quelli mi sa che sono tutti gay, o almeno certa gente pensa così.

 

SECONDA VOCE: A pensarla così sono sempre quelli delle tre Kappa….

 

PRIMAVOCE: Tre kappa? ma Ke Kappa dici?

 

SECONDA VOCE: Le tre Kappa, il Ku Klux Klan.

 

PRIMA VOCE: Hai visto che il Kappa-kappa-kappa ha aperto una sezione italiana?

 

SECONDA VOCE: Non cambiare discorso. Chi manca allora? con chi ce l’ha il virus?

 

PRIMA VOCE: Con i politrasfusi.

 

SECONDA VOCE: Che c’entra? Ora sei tu a scherzare…

 

PRIMA VOCE: Ma chi scherza? (pausa) all’inizio molti presero l’Ai-di-esse con le trasfusioni…

 

SECONDA VOCE: (interrompendolo): Ma è l’Ai-di-esse o l’h-i-vu?

 

PRIMA VOCE: … insomma molte persone si infettarono con le trasfusioni. (cambio di tono) Poi qualcuno mandò una rettifica all’ufficio “punizioni divine” per informare che le trasfusioni non sono pratiche erotiche a rischio…

 

SECONDA VOCE: E’ ovvio che ci si ammalava (pausa) se si facevano trasfusioni con sangue infetto.

 

PRIMA VOCE: All’inizio fu proprio così.

 

SECONDA VOCE: Però (pausa lunga) Questa faccenda della trasmissione sessuale inquieta ancora la gente per bene… più del fatto che tanti muoiano per mancanza di farmaci contro l’Ai-di-esse. (pausa) Beh, del resto c’è chi non si preoccupa se a milioni crepano per la malaria o per la fame.

 

PRIMA VOCE: Forse muoiono perché i farmaci costano troppo per i poveri.

 

SECONDA VOCE: Ma si muore anche per mancanza di corretta informazione.

 

PRIMA VOCE: O forse perché non si è abbastanza bianchi o ricchi.

 

SECONDA VOCE: Un signore molto bianco e sempre di bianco vestito dice che il preservativo non è una difesa…

 

Riparte la musica in sordina…

 

PRIMA VOCE: (alza la mano) Fermati fratello nero.

 

SECONDA VOCE: (fra sé e sè) nero io? Fratello? O questo è daltonico oppure la mia mamma mi ha tenuto nascosto qualcosa…

 

PRIMA VOCE: (sempre con la mano alzata, molto solenne, scandendo le parole): Fratello nero. Non ci hanno invitato qui per parlare di politica… (pausa) o di religione… (pausa) o di medicina. (pausa) Siamo qui per raccontare storie.

 

SECONDA VOCE: Ah.

 

La luce centrale si spegne. Riparte piano la musica . Da fuori scena una voce DI DONNA: Caro virus, da oggi ho deciso di scriverti. Ci siamo incontrati molti anni fa. Incontrati dico, non ti ho subìto, non mi sento vittima, se mai tua complice. Da allora conviviamo. Non mi era mai successo. Tu non mi hai mai mollato, mai tradito. Anche questo non mi era mai successo, con nessun uomo.

 

Si ri-accende la luce centrale. La musica cessa di colpo.

 

PRIMA VOCE: Lo ha scritto Simona Ferraresi,

 

SECONDA VOCE: : Il libro si intitola “Come il cielo”.

 

PRIMA VOCE: Eccolo (lo mostra al pubblico). Perchè Simona era come il cielo, lo scrive lei: il cielo oggi è sereno, splende il sole, dà calore e sicurezza; domani è nuvoloso, carico di pioggia, il vento che spazza via tutto.

 

SECONDA VOCE: Era cattiva Simona, certe volte. Anzi no, era carica di pioggia, ventosa. Sentite (apre una pagina del libro). Vorrei avere una frusta grande come l’universo e frustrarvi tutti voi ricercatori, farvi lavorare giorno e notte, non sopporto l’idea che a una certa ora smettete per andare a mangiare o a dormire. Lo so che è necessario ma non lo sopporto. Bisognerebbe foste ammalati voi o qualche vostro caro per sentire questa urgenza.

 

PRIMA VOCE: (apre la sua copia) Ancora lei, sentite. Ho sempre pensato che il ministro della sanità dovrebbe essere un ammalato e che alla Pubblica istruzione dovrebbero metterci un somaro… (di fretta) che abbia voglia di apprendere però. (pausa) Voglio dire che le cose si fanno meglio se ci coinvolgono, se le viviamo.

 

SECONDA VOCE: Siamo gli appestati – scrive Simona – un cardinale ha detto che la causa dell’Ai-di-esse è aver disubbidito ai comandamenti di Dio.

 

PRIMA VOCE: Ancora lei, Simona Ferraresi, senti che domanda fa… Possibile sia un caso che l’hi-i-vu colpisca soprattutto il terzo mondo?

 

SECONDA VOCE: E poi aggiunge. (cambio di voce) Chissà se nascerà mai un virus terribile che attacca solo chi ha le carte di credito…

 

La luce centrale si spegne, riparte la musica. Voce DI DONNA. Cellophane sui divani, sui mobili, sulla tavoletta del gabinetto. Tutto impacchettato. Quando è arrivata la torta, piatto e posate erano di plastica. Solo le mie però…

 

Si accende la luce centrale. Mentre un’altra luce illumina un angolo del palcoscenico, al buio sinora. Su un piccolo tavolo ci sono molte posate e bicchieri di plastica.

 

PRIMA VOCE: Ho letto queste parole, scritte da Valentina Avon, erano su una rivista che si chiama “Diario”. Mi aveva incuriosito il… come si chiama?… il sommarione forse, quella frase lunga sopra il titolo…

 

SECONDA VOCE: (interrompendolo): mi pare che si chiami occhiello. Ma ha importanza il nome?

 

PRIMA VOCE: Sì, l’occhiello. (pausa) C’era questa frase fra virgolette, ascolta bene. (pausa) No, non credo che le cose oggi vadano molto meglio. Da un punto di vista medico certamente sì, il problema sociale però mi pare sia ancora lì tutto intero… (pausa) Poi c’è scritto: in Italia i sieropositivi sono circa centocinquantamila, ma di come vivono non si parla mai… Leggi qua (passa una fotocopia)

 

SECONDA VOCE: La ragazza che ho di fronte è sieropositiva dalla nascita e quella che descrive (il cellophane sulla torta) è una festa di compleanno. Era a casa di una compagna di classe, faceva le elementari, circa 15 anni fa. Prendeva già le medicine ma, a differenza degli adulti, non sapeva, non poteva sapere, il perchè di tutta quella plastica. (luci a intermittenza sull’angolo della plastica)

 

PRIMA VOCE: Quella che oggi è una ragazza avrebbe scoperto la verità su quella plastica e su tutto il resto…. solo quando era abbastanza adulta da leggere “un bugiardino”, come questo (lo mostra) … sai quei foglietti che stanno insieme alle medicine.

 

SECONDA VOCE: (riprende a leggere) Poco prima di entrare in ospedale, dove sono rimasta due anni, la pediatra mi spiegò qualcosa ma non ebbe la forza, o la capacità di dirmi cosa avessi davvero. Peccato che io lo sapessi già. Vivevo con i nonni, perché i miei genitori non c’erano più, prendevo le medicine da sola… Il mio primo pensiero fu: oddio, ora come faccio gli esami di terza media?

 

PRIMA VOCE: Quella bimba veniva data per spacciata. (pausa) In quell’epoca si sapeva poco: i più colpiti erano omosessuali e tossicodipendenti, le categorie a rischio…

 

SECONDA VOCE: Scrive ancora Valentina Avon: Adesso è arrivata l’influenza A, dopo gli allarmi per Sars e aviaria…

 

PRIMA VOCE: (interrompendolo) Sars? Ma cos’è? Un’auto svedese?

 

SECONDA VOCE: …ora sappiamo pure nominare certi virus tropicali (pausa) ma ancora non abbiamo imparato a maneggiare le conseguenze dell’Ai-di-esse.

 

PRIMA VOCE: Le persone sieropositive non possono entrare o transitare negli Stati Uniti… (pausa) O in Arabia Saudita.

 

SECONDA VOCE: E così accade in un’altra trentina di Paesi.

 

PRIMA VOCE: Le persone sieropositive non possono, in Italia e in altri Paesi, stipulare un’assicurazione sulla vita.

 

SECONDA VOCE: O fare un mutuo.

 

PRIMA VOCE: Anche se oggi molti sieropositivi hanno esistenze comuni, con famiglie, lavoro, figli… (pausa) Almeno nella parte del mondo in cui le terapie ci sono (pausa) Adesso la patologia è considerata cronica, come certe cardiopatie o il diabete.

 

SECONDA VOCE: (interrompendo) Aspetta, aspetta. Torna indietro. Hai detto “nella parte del mondo”…

 

PRIMA VOCE: …in cui le terapie ci sono.

 

SECONDA VOCE: Perchè in molte parti del mondo le terapie non ci sono.

 

PRIMA VOCE: Perché costano troppo.

 

SECONDA VOCE: Per esempio… non ci sono nel cuore di tenebra del mondo, in Africa.

 

La luce centrale si spegne, riparte la musica. Voce di donna. Le malattie più terribili non sono quelle ritenute solo mortali bensì quelle letteralmente disumanizzanti.

 

Si riaccende la luce centrale. La musica continua, piano.

 

PRIMA VOCE: Lo ha scritto Susan Sontag nel libro“L’ai-di-esse e le sue metafore”.

 

SECONDA VOCE: Disumanizzanti… Quella parola mi ha fatto molto pensare: le malattie più terribili oltre a essere mortali sono (pausa) disumanizzanti.

 

PRIMA VOCE: Ma questa idea di qualcosa che ci toglie la nostra umanità… non è la stessa per tutti noi.

 

SECONDA VOCE: Perché non abbiamo la stessa idea di cos’è umano.

 

PRIMA VOCE: E qui torniamo alla faccenda della malattia come punizione divina per certe persone, anzi per le “categorie a rischio” che hanno peccato…

 

SECONDA VOCE: …“categorie” di persone che non sono umane, dunque meritano di soffrire, di morire, di essere disumanizzate. (pausa) E se non sono umani come noi (pausa) allora non dobbiamo soffrire o preoccuparci per loro.

 

PRIMAVOCE: Ha scritto sempre Susan Sontag che gruppo a rischio è una categoria inventata dai burocrati. In apparenza è neutra ma fa rivivere l’antica idea di una comunità infetta, che la malattia ha giudicato.

 

SECONDA VOCE: E condannato. (pausa) Però… oggi dell’Ai-di-esse si parla meno…

 

PRIMA VOCE: se ne parla poco, pochissimo…

 

SECONDA VOCE: Forse per questo siamo convinti che certe paure, come certi pregiudizi, legati all’Ai-di-esse siano superati… (pausa) Invece no.

 

PRIMA VOCE: Così anche noi, che non crediamo al “castigo di dio”, che non crediamo a un dio cattivo, ci impegniamo poco contro la malattia ma anche poco contro l’esclusione, “la morte sociale”, che accompagna i malati. (pausa) Non combattiamo neppure contro la più orribile delle ingiustizie: che molti non possano avere cure efficaci perché… sono poveri.

 

SECONDA VOCE: Ascoltiamo ancora Susan Sontag. (cambio di voce) L’Ai-di-esse segna un punto di svolta negli atteggiamenti verso la malattia e verso la medicina, nonché verso la sessualità e l’idea di catastrofe. Prima, cioè prima dell’Ai-di-esse, la medicina veniva considerata come un’annosa campagna militare prossima alla vittoria.

 

PRIMA VOCE: Il manifestarsi di una nuova malattia epidemica ha inevitabilmente modificato la posizione della medicina. (pausa) L’arrivo dell’Ai-di-esse ha chiarito che le malattie infettive sono tutt’altro che sconfitte… e il loro elenco lungi dall’esser chiuso.

 

SECONDA VOCE: Sono parole che Susan Sontag ha scritto molti anni fa…

 

PRIMA VOCE: (di seguito) …ma valgono anche oggi, nonostante adesso esistano cure più efficaci.

 

SECONDA VOCE: Perché la morte sociale o la paura diffusa ci riguardano tutti. Sono altrettanto importanti da sconfiggere che la malattia.

 

PRIMA VOCE: Ancora lei, Susan Sontag. (cambio voce) La paura della sessualità è il nuovo registro di quell’universo di paure in cui tutti oggi vivono.

 

Si spegne la luce centrale. La musica cessa di botto. Una voce di donna (gracchiante): Erano sparite quelle malattie. E ora sono tornate. Le portano gli immigrati. Un’altra voce di donna (normale). Per colpa loro arrivano malattie che neanche conoscevamo. Sono tutti malattici gli stranieri.

 

Si riaccende la luce centrale. Pianissimo riparte la musica. Sullo schermo passano le immagini di Bolt trionfante alle Olimpiadi.

 

SECONDA VOCE: Gli untori.

 

PRIMA VOCE: Ma di chi erano quelle due voci?

 

SECONDA VOCE: Di due donne che erano in fila con me, qualche giorno fa, all’ospedale di Imola. (pausa) Sembrava gente per bene.

 

PRIMA VOCE: Già (pausa) gente per bene che però crede agli untori… come nel 1600 dei “Promessi sposi”.

 

SECONDA VOCE: Sì. O forse no. E’ solo disinformazione, sciocchezze che si dicono così, senza pensarci.

 

PRIMA VOCE: Ma la disinformazione può essere un’arma… (pausa) un’arma di distruzione di massa.

 

SECONDA VOCE: Come si blocca l’arma dell’ignoranza, come si disinnesca la miccia della disinformazione? (pausa) Forse con l’informazione.

 

PRIMA VOCE: Certo. Però è faticoso… Lo scrive anche Valentina Avon parlando dell’Nps, il Network persone sieropositive.

 

SECONDA VOCE: Cioè? Cos’è faticoso?

 

PRIMA VOCE: Faticoso dover dire a tutti del proprio stato. Faticoso spiegare ai datori di lavoro che non possono imporre il test ai propri dipendenti. Faticoso spiegare che l’h-i-vu non si trasmette schizzando sudore o spostando pomodori. Faticoso ricordare che nei rapporti sessuali occasionali il profilattico è d’obbligo.

 

SECONDA VOCE: Faticoso ma (pausa) necessario.

 

PRIMA VOCE: Non basta farlo il primo dicembre.

 

SECONDA VOCE: Faticoso ma necessario. Ogni giorno.

 

PRIMA VOCE: Non c’è una guerra da vincere o un castigo di Dio da allontanare (pausa) ma solo una malattia da sconfiggere, come altre volte nella storia.

 

SECONDA VOCE: Dobbiamo sconfiggerla senza che i più deboli subiscano la malattia tre volte invece di una: perché ammalati, perché più poveri, perché intorno a loro c’è il pregiudizio o il sospetto.

 

PRIMA VOCE: Sconfiggere la malattia, il silenzio e l’ingiustizia.

 

Sullo schermo immagini di una grande manifestazione dove si leggono cartelli contro le multinazionali che tengono alti i prezzi dei farmaci. La musica cessa.

 

SECONDA VOCE: Dobbiamo parlarne. (pausa) In tutte le lingue.

 

PRIMA VOCE: A proposito… sai che esiste una lingua universale, che tutti capiscono?

 

SECONDA VOCE: Cos’è, l’esperanto?

 

PRIMA VOCE: Macchè esperanto. (pausa) La musica. (pausa) La senti la musica?

 

SECONDA VOCE: No.

 

PRIMA VOCE: Eppure c’è sempre una musica nell’aria, (pausa) una musica così bella che anche i sordi la possono sentire. (parte in sordina la musica). Ora la senti?

 

SECONDA VOCE: – Sì, ora la sento.

 

UNA BREVE NOTA

Ho scritto questo dialogo per una manifestazione a Ferrara, appunto il 1 dicembre; in quell’occasione la prima voce era Hamid Barole Abdu e io la seconda. Chi desidera utilizzare questo testo (o rintracciare il video che in quell’occasione fu realizzato su una serata, assai lunga e articolata) me lo faccia sapere. Io non credo al diritto d’autore e i miei testi sono a disposizione di chiunque li voglia utilizzare del tutto o in parte, purchè non a fini di lucro e citando l’autore o l’autrice. (db)

(*) Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” – che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog – recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché 10mila articoli (avete letto bene: 10 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… all’incirca di 5 anni fa: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – noi lo speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *