Aiuti aiuti delle mie brame

chi è il più buono del reame? – articoli di Bernardo Severgnini e Pierpaolo Brovedani, con un discorso di Ivan Illich

L’Africa ha bisogno di aiuto? – Bernardo Severgnini

Timeo danaos et dona ferentes

(Temo i greci anche quando portano doni)

Virgilio, Eneide II, 49 

Nel mondo occidentale si sente parlare molto spesso dell’Africa come di un continente “da aiutare”; lo si sente dire da chiunque, alla tv come dal panettiere sotto casa, sui social come al cinema, e sempre con le migliori intenzioni. Lo stereotipo di una popolazione sfortunata e cronicamente bisognosa di aiuto è scolpito nel marmo del nostro immaginario collettivo e accompagna le più diffuse narrazioni sul continente nero. “Aiutiamo l’Africa”, come se l’Africa fosse un territorio dimenticato da Dio, o peggio un territorio contro cui Dio si accanisce con disastri naturali, siccità e carestie, per darci la possibilità di esibire la nostra carità. “Aiutiamo l’Africa”, come se gli africani fossero dei cugini retrogradi che non ce la fanno da soli, perché sono troppo arretrati, troppo ignoranti, troppo incivili per stare al passo con i tempi. Come se fossero una specie inferiore e sfortunata, che dobbiamo accudire, prendere sotto braccio e a cui dobbiamo insegnare come si sta al mondo.

Questa concezione dell’Africa e degli africani diffusa in occidente è un retaggio coloniale dal quale fatichiamo a divincolarci, anche perché raffigura un quadro mentale molto funzionale agli sporchi giochi del neo-colonialismo. Entrambi gli argomenti che “giustificarono” moralmente, nell’Ottocento, la penetrazione europea in Africa, sono tuttora immutati. Da una parte il concetto di inferiorità dell’uomo nero, diffusa all’epoca, si esprime oggi con il concetto di “sottosviluppo”, grazie al quale si rendono possibili e persino eticamente virtuosi i più brutali saccheggi delle risorse africane spacciati per “investimenti per lo sviluppo”. Dall’altra, la “missione civilizzatrice” di cui gli europei si sentivano cristianamente investiti nell’Ottocento, quella di educare i selvaggi e battezzare gli infedeli per aiutarli ad uscire dalla loro condizione di inferiorità antropologica, si traduce oggi nel concetto di “beneficenza” e di “aiuti umanitari”, ma anche in slogan molto mediatici come “black lives matter” o “porti aperti”, utili ad appagare il nostro senso di pietas verso una popolazione che si presume la necessiti.

Tutta questa retorica serviva allora ed è utilizzata oggi per coprire il massacro sistematico del continente africano, ottenuto nell’Ottocento attraverso le armi e mantenuto fino ad oggi attraverso sistemi sempre più sofisticati, subdoli e distruttivi.  La de-colonizzazione (anni ’50 – ’60 del Novecento) ha portato i paesi africani a un’indipendenza che è soltanto sulla carta, mentre un neo-colonialismo sempre più ingombrante permette di fatto alle grandi potenze mondiali di controllare la politica, l’economia e la società africana come e meglio di prima. L’indipendenza della maggior parte di questi paesi non è stata conquistata, ma è stata “gentilmente” concessa dai colonizzatori, i quali hanno fatto in modo che fosse comunque possibile preservare il proprio controllo senza nemmeno l’assillo di dover mantenere tutto un apparato burocratico in loco.

L’Africa oggi rimane un continente diviso (da quei confini che gli stessi colonizzatori avevano disegnato) e senza prospettive. Viene mantenuta in uno stato di “sottosviluppo” in modo da impedire che emerga come possibile competitor per il mercato globale e che resti terra di conquista per i più svariati interessi dell’economia occidentale (e cinese, saudita, turca, ecc…). Il controllo avviene in vari modi, che passano tutti attraverso la corruzione della classe politica.

Tra le pratiche più diffuse vi è il land grabbing, cioè l’accaparramento della terra e delle risorse attraverso la corruzione dei governi africani. L’esempio più eclatante, forse, è quello che vide coinvolte nel 2011 Eni e Shell nel più enorme scandalo di corruzione della storia: oltre un miliardo di Euro di tangenti furono versate, secondo l’accusa (il processo, naturalmente, è ancora in corso) nelle casse di una società controllata da esponenti del governo nigeriano, mentre allo Stato restarono solo le briciole. Questa operazione servì per ottenere la licenza per lo sfruttamento di un vastissimo bacino petrolifero nigeriano.

Ma questo è solo un esempio che rimanda a una prassi ben consolidata, che colloca le classi dirigenti africane ai primi posti mondiali per livello di corruzione. Inutile aggiungere che per ogni soggetto che viene corrotto, c’è qualcuno che corrompe. Ma quando la corruzione non funziona, perché magari ci si imbatte in un governo fatto da persone oneste e meno compiacenti, si passa a maniere più forti. Ne sa qualcosa il presidente Thomas Sankara, che fu ucciso nel 1987 dopo aver annunciato all’Onu che la sua Burkina Faso non sarebbe stata svenduta alle multinazionali. O si passa a maniere ancora più forti, come il finanziamento di guerre civili allo scopo di destituire un governo e insediarne un altro con il quale sia più facile fare affari. Oppure mantenendo di fatto una situazione di instabilità cronica (Congo, Libia, Somalia, ecc…) che consenta l’accaparramento di materie prime a prezzi stracciati acquistandole sottobanco da mafiosi locali, miliziani, bande armate (armate dall’occidente) e quant’altro. Le maniere forti, come farebbe un qualsiasi stupratore. L’Africa è una donna di cui tutti abusano senza pietà.

Anche il commercio è un formidabile fattore di neo-colonialismo. Conquistare i mercati africani non è mai stato così facile, perché la globalizzazione ha travolto l’Africa mostrando i suoi effetti più iniqui. Il commercio internazionale, (s)regolato dai principi di quel bellissimo eufemismo chiamato “mercato libero”, non è improntato al rispetto reciproco e alla cooperazione, ma è determinato da puri e semplici rapporti di forza, secondo le leggi della jungla. Grazie al mercato libero, e grazie alle sovvenzioni dell’UE, le grandi multinazionali occidentali possono operare il dumping commerciale e conquistare i mercati africani applicando prezzi bassi alle proprie merci per battere la concorrenza dei prodotti locali. Questo provoca maggiori profitti per le multinazionali, e il fallimento dei produttori africani. Applicare dei dazi sulle merci straniere potrebbe consentire ai paesi africani di proteggersi da questi assalti commerciali, ma si tratta di paesi che appartengono alla Wto e i loro capi di Stato hanno sottoscritto trattati, come i vergognosi accordi di Cotonou del 2000, con i quali si impegnano a rispettare le leggi del libero mercato e quindi a non alzare i dazi sulle merci in entrata. Quei governi che hanno decretato, in questo modo, il sacrificio dei propri paesi sull’altare delle multinazionali, sono gli stessi che garantiscono il rispetto dei vincoli derivanti dal debito pubblico che i loro paesi hanno contratto con la Banca Mondiale, l’Fmi e altre banche internazionali, cosa che, oltre a far confluire sempre più risorse nelle mani dei creditori, mantiene questi Stati nell’impossibilità di garantire anche solo un minimo di welfare ai propri cittadini. E così l’Africa arranca, aggrappata alle rimesse dei suoi emigrati o chiedendo l’elemosina internazionale, che proviene dagli aiuti umanitari, cioè dall’iniziativa di fondazioni i cui benefattori sono spesso gli stessi che hanno costruito i propri imperi sfruttando l’Africa. Il famoso filantro-capitalismo sapientemente descritto da Vandana Shiva. La beneficenza come cavallo di Troia.

Nonostante questi “aiuti” internazionali, e nonostante i generosi quanto velleitari propositi dell’Agenda 2030, la fame è tornata ad aumentare nel continente. In questo momento una persona su cinque in Africa sta soffrendo la fame. 257 milioni di persone nel 2019 secondo l’ONU, 34 milioni in più dell’anno precedente. Il land grabbing sottrae ogni giorno risorse e terra ai contadini africani. Chi viene risparmiato dall’esproprio della terra, rischia comunque di perdere i propri raccolti per mancanza di acqua, che serve per irrigare le adiacenti piantagioni di caffè, cacao, biocarburanti ecc… destinate all’esportazione. O perché le stesse piantagioni, alimentate a fertilizzanti chimici e protette da glifosato, hanno contaminato i terreni della regione sui quali i contadini praticavano la loro agricoltura di sussistenza. O perché le operazioni di estrazione di petrolio, coltan, diamanti ecc… hanno inondato le falde di agenti tossici. O perché il governo ha accettato di “smaltire” nel proprio territorio i rifiuti in eccesso di qualche paese “civile”. Eccetera eccetera…

Tutto questo serve a sostenere lo stile di vita del “Nord del mondo”. Uno stile di vita finalizzato all’appagamento di una serie sempre più vasta di bisogni materiali artificiali, che richiedono insostenibili sacrifici al pianeta al solo scopo di estendere il business di poche grandi aziende. Uno stile di vita che si basa su una rapina globale organizzata.  Se davvero dovessimo pagare la benzina per il suo reale valore, oggi probabilmente costerebbe più di 10€ al litro, cosa che bloccherebbe completamente la nostra economia, molto più che il più restrittivo lockdown. Se dovessimo pagare una tazzina di caffè per il suo giusto valore, i bar sarebbero già stati chiusi perché senza clienti molto prima di finire in zona rossa. Se dovessimo pagare pc, tablet e smartphone per il loro reale valore, potremmo dire addio allo smart working. Non potremmo nemmeno comprare mascherine, fare tamponi e vaccini, perché il loro costo sarebbe insostenibile per il nostro sistema sanitario.

È importante ricordare che il consumismo, così tenacemente promosso dai media e dai politici, si poggia sullo sfruttamento di sempre più ampie aree del pianeta, e che per sostenere questo stile di vita stiamo sottraendo risorse non solo a chi verrà qui dopo di noi, ma anche a chi è già fra noi oggi in altre parti del mondo. Non potremmo mantenere il nostro attuale sistema economico altrimenti. Questo sistema per sopravvivere ha bisogno di utilizzare risorse che appartengono ad altri.

I problemi dell’Africa, che sono i principali problemi dell’umanità, sono fame, miseria, migrazioni internazionali, sfruttamento del lavoro, corruzione, guerra, dittatura, catastrofi ambientali. E sono tutti collegati da un unico filo conduttore, il consumismo, in nome del quale avviene il saccheggio delle risorse. Il consumismo come effetto necessario del sistema capitalista e come ragione del libero mercato. La narrazione secondo cui questo sistema avrebbe portato nel mondo democrazia, libertà, pace e ricchezza è falsa: ha solo esternalizzato dittatura, schiavitù, guerra e povertà. Per appagare i bisogni indotti di una minoranza di persone, massacra le restanti e l’ambiente. Porta la catastrofe al di fuori del nostro campo visivo, in modo che possiamo credere di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Il mondo sarebbe molto migliore, invece, se l’iniziativa economica fosse sottratta alle grinfie delle multinazionali. Nelle società “opulente” si rende sempre più necessaria una diversa organizzazione economica e produttiva, che renda possibile il benessere senza dover per forza rapinare le risorse di altri. E per realizzare un obiettivo del genere, il sistema economico non potrà più essere basato sull’accumulazione, ma sulla condivisione. Non più sul consumo sfrenato, ma sulla gestione razionale. La crescita dei consumi non può più rappresentare il pilastro su cui si mantiene il sistema, ma occorre sganciare l’economia dalle logiche del profitto, che hanno generato il consumismo e di esso si alimentano. Spezzando questo circolo vizioso si renderà possibile non solo una maggiore equità sociale, ma anche un ridimensionamento del fabbisogno di materie prime, rendendo possibile anche sostenere il loro costo reale, pagarle il giusto prezzo, senza dover distruggere mezzo mondo per recuperarle gratis.

Ecco perché una decrescita economica controllata a livello globale non può che portare giovamento all’Africa: diminuire il consumo di merci ridurrebbe la necessità di sfruttare il continente e lascerebbe le migliori risorse a disposizione delle popolazioni locali; inoltre, l’allentamento della presa da parte delle multinazionali favorirebbe lo sviluppo di processi democratici al posto di corruzione, guerre e dittature, e questo porterebbe al miglioramento delle condizioni di vita a tutti gli effetti. Ma questo sarà possibile solo se l’iniziativa economica passerà dalle mani dei grandi gruppi industriali e finanziari, che agiscono per il proprio profitto, a quelle della concertazione democratica, che agisce nell’interesse collettivo. E solo se la popolazione si renderà conto che la strada per curare questo pianeta malato passa attraverso il ridimensionamento dei consumi e degli sprechi.

Una parte del mondo sta consumando al di sopra delle proprie necessità e al di sopra di ogni logica di civiltà, e questo trionfo dell’ingordigia è possibile solo attraverso il furto di risorse altrui. Nella nostra società, a partire dal carrello della spesa di ognuno di noi fino alle scelte macro-economiche dei nostri governi, devono tornare di moda i valori della sobrietà, della condivisione e del consumo razionale. La mentalità consumista ha già svelato i suoi tragici effetti sul pianeta e sulle persone, e non sarà certo con la beneficenza che si riuscirà a rimediare. La macchina della cooperazione internazionale è infatti una soluzione di facciata che non risolve i problemi e offende la dignità dei popoli africani. L’Africa non ha bisogno di nessun aiuto, ha solo bisogno di essere lasciata in pace.

da qui

Pornografia della povertà: sette motivi per dire NO – Pierpaolo Brovedani

In questo periodo natalizio e di lockdown siamo continuamente bombardati da spot “umanitari”. Spesso però le ONLUS, per colpire lo spettatore, utilizzano immagini di pietismo e orrore, di persone, in particolare di bambini, in condizioni molto gravi. Queste immagini suscitano in noi dei sentimenti molto forti e… danno un risultato migliore nella raccolta fondi. Deborah Small e Nicole Verrocchi dell’Università della Pennsylvania hanno dimostrato che le emozioni negative attivano una maggior predisposizione a donare e quindi sono più efficaci nel chiedere e ottenere soldi (il termine inglese crowdfunding è più elegante).

 

Media delle donazioni in base alle espressioni facciali delle immagini
(Small e Verrocchi, 2009)

Molte organizzazioni approfittano di questo aspetto e utilizzano spesso immagini che potremmo definire poco etiche e morali.
 Ci sono dentro quasi tutte: da Save the Children (la più spregiudicata a mio giudizio) a Medici Senza Frontiere, senza escludere Emergency e nemmeno l’istituzionale UNICEF.

Questo tipo di immagini sono state definite «pornografia della povertà» o «pornografia dello sviluppo». Secondo Matt Collin con questo termine si intende «qualsiasi tipo di media, sia in forma scritta, fotografia o filmato, che sfrutta le condizioni dei poveri, al fine di generare la simpatia necessaria tra il pubblico per vendere più giornali, aumentare le donazioni o il sostegno a una data causa. La pornografia della povertà è tipicamente associata a persone di colore, di solito africani poveri e bambini, immagini o descrizioni di persone che soffrono, sono malnutrite o impotenti. Lo stereotipo della pornografia della povertà è il bambino africano con pancia gonfia, lo sguardo fisso verso la telecamera, in attesa di essere salvato».

Non riporto qui, per coerenza, quelle immagini che, peraltro, sono agevolmente rintracciabili sui siti delle organizzazioni citate. Vi invito a guardarle e forse vi convincerete che questo tipo di campagne pubblicitarie vanno rifiutate e denunciate. Vi offro sette motivi (almeno) per farlo.

  1. Viene violata la Carta di Treviso, un protocollo approvato nel 1990 dall’Ordine dei Giornalisti, dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dal Telefono Azzurro, che nell’aggiornamento del 1995 afferma che «nel caso di bambini malati, feriti o disabili, occorre porre particolare attenzione nella diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento della persona».
  2. Vengono violate le Linee guida per la Raccolta dei fondi (maggio 2010) prodotte dall’Agenzia per il Terzo Settore in cui si afferma che «nei materiali promozionali finalizzati alla raccolta di fondi, le organizzazioni devono […] evitare l’uso di immagini e testi lesivi della dignità della persona, che potrebbero offendere anche solo una parte dei destinatari, […] e discriminatori o denigratori in riferimento a razza, sesso, età, religione […]. Prudenza e attenzione nei casi di utilizzo di immagini forti e potenzialmente scioccanti».
  3. La violazione di pronunciamenti simili sarebbe lunga, ma bastano questi due esempi per condannare l’uso delle foto e dei video veicolati da molte ONLUS. Si spera, ma non è certo, che ci sia stato un consenso informato da parte dei genitori in ottemperanza alla privacy. Soprattutto bisognerebbe verificare se gli esercenti la potestà genitoriali dei minori esibiti avessero dato il nulla osta in piena consapevolezza e senza condizionamenti ambientali. Difficile crederlo.
  4. Probabilmente se le immagini riguardassero un bambino bianco le regole etiche verrebbero maggiormente rispettate. Invece il bambino dalla pelle nera viene visto e catalogato con criteri culturali ben radicati, che risalgono al colonialismo e al razzismo diffuso e che inducono automaticamente la nostra mente all’equazione: Africa vuol dire tutti poveri e disgraziati. Queste immagini consolidano quindi uno stereotipo invece di abbattere le barriere che si sono innalzate.
  5. La continua somministrazione di queste immagini rischia al contrario di creare assuefazione (se non un vero e proprio rifiuto). Constatare che la situazione non è cambiata in così tanti anni può far pensare che gli aiuti non arrivino e che le ONLUS non servano a nulla. Il blog Africa is a Country si occupa proprio del fatto che queste immagini non siano di aiuto all’eliminazione della povertà, anzi, la pornografia della povertà non farebbe altro che rafforzare uno stato di apatia nei paesi occidentali.
  6. La corsa al video o all’immagine più sensazionalistica corrisponde esattamente alla logica del sistema pubblicitario di una società di mercato. Nel 2015 Mazzola e Trovato, con un memorabile editoriale sulla rivista Africa, criticarono ferocemente Save the Children per aver diffuso il video di un bambino denutrito (John, di due anni). Alle loro critiche l’ONLUS rispose che «lo spot ci ha consentito di acquisire più di 14.000 donatori regolari». Il fine giustifica i mezzi? Certo, se si entra nella logica di ottenere più soldi possibili in una società caratterizzata dal “capitalismo compassionevole”.
  7. Per dovere di rendicontazione verso i propri finanziatori molte ONLUS si prendono meriti dei progressi fatti, anche se marginali. Le loro campagne consolidano nell’opinione pubblica la convinzione che gli aiuti umanitari abbiano un ruolo centrale nella sopravvivenza del Terzo mondo e quindi che i paesi poveri dipendano proprio da queste sottoscrizioni caritatevoli. È un’idea fuorviante, sappiamo che non è così: altri sono i dati di fatto. Ad esempio il fatto che l’1% della popolazione mondiale possieda il 50% della ricchezza; il fatto che le spese militari, oltre a essere un pozzo senza fondo, contribuiscano a morte, devastazione, migrazioni e povertà; il fatto che il saccheggio ambientale provochi desertificazione dei territori e morte per fame. Ebbene, sono questi i fatti che dovrebbero spingere l’opinione pubblica verso una diversa presa di coscienza, la richiesta presso i propri governi di cambiamenti radicali, in altre parole spingere tutte e tutti verso una mobilitazione politica contro la guerra, in difesa dell’ambiente e per un’ equa redistribuzione della ricchezza.

 

Bibliografia

* AFRICA IS A COUNTRY (blog): africasacountry.com

* Agenzia per le Onlus, Linee Guida per la Raccolta dei Fondi, maggio 2010, p. 24

* Francesca Brunello, La fotografia nelle attività delle Onlus, Tesi in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali (Università Ca’ Foscari di Venezia, Anno Accademico 2016-2017)

* CARTA DI TREVISO in: http://www.odg.it/content/da‐oggi-°‐%C3%A8‐vigore-il-testo-unico-dei-doveri-del-giornalista

* Matt Collin, What is ‘poverty porn’ and why does it matter for development?, in Aid Thoughts, luglio 2009

* Pier Maria Mazzola, Marco Trovato, Fame di spot, editoriale Africa, n. 3, 28 aprile 2015

* Deborah Small, Nicole VerroCchi, The face of Need: Facial Emotion. Expression on Charity Advertisement, in Journal of Marketing Research, vol. XLVI, dicembre 2009

da qui

QUI una lettera di Ivan Illich ai volontari

La Bottega del Barbieri

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