Alberto Masala, outsider della poesia: «soffro…

… per la mia Isola senza dignità»

Intervista di Francesca Mulas (*)

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«Sono addolorato e preoccupato. Le forze intellettuali migliori continuano ad andarsene da una terra priva di prospettive. La situazione peggiora a tutti i livelli: economico, politico, sociale. Senza pensiero non si procede, e la Sardegna ha espulso la gran parte di chi pensa. Per sempre e senza lasciare speranze di coltivare progetti di ritorno». Alberto Masala, poeta e scrittore logudorese, da più di quarant’anni ha lasciato l’Isola per vivere a Bologna e viaggiare dovunque il suo lavoro, la sua ispirazione lo portino. Eppure la Sardegna gli è rimasta nel cuore, con tutto il suo carico di delusione e sofferenza: i suoi libri sono conosciuti e tradotti in tutto il mondo (l’ultimo, «Alphabet of Streets», è uscito negli Stati Uniti pochi giorni fa), è stato amico dei poeti della Beat Generation, ha viaggiato per convegni, letture e performance, ha fondato teatri, rassegne, festival in Italia e all’estero; la sua scrittura sarà addirittura al centro di una discussione al Trinity College di Dublino a cura di una ricercatrice di Oxford, ma in Sardegna la sua opera è se non sconosciuta quanto meno sottovalutata.

La sua patria è il mondo intero ma non dimentica la città che gli ha dato i natali, Ozieri, la sua terra, la sua lingua con cui ancora parla e scrive. E qui come nel resto del mondo la sua penna è sempre sinonimo di resistenza, di lotta a soprusi, prevaricazioni e violenze, di antifascismo e ribellione contro tutti i poteri autoritari. Come «Taliban, 32 precetti per le donne afghane», antologia di poesie sui divieti imposti alle donne afghane nata nel 2001 per raccogliere fondi da destinare a Rawa, l’associazione rivoluzionaria delle donne in Afghanistan: un progetto ancora in divenire, considerato che dopo l’Italia il libro è arrivato in Francia e America ed è stato più volte ristampato.
Un libro di resistenza è anche
«Alfabeto di strade», raccolta di poesie pubblicata dalla casa editrice nuorese Il maestrale nel 2009, appena arrivato anche nelle librerie statunitensi nell’edizione curata da Jack Hirschman e con la traduzione di Jonathan Richman.

Coincidenza curiosa: «Alphabet of streets» è uscito nello stesso giorno in cui è stata proclamata la vittoria di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America.
«Per me è un piccolo messaggio di resistenza a quel lato arrogante e razzista dell’America che oggi viene ancora una volta trasportata in una dimensione estremamente pericolosa per il mondo intero. E non solo per l’America, vale lo stesso per l’Italia: la resistenza è sempre conoscenza e cultura. È il mio terzo libro pubblicato in America, dopo “
Taliban” e “In the executioner’s house”: sembrerà poco, ma hanno lasciato segni e sono ancora vivi.

Parlando di novità, nelle librerie italiane è appena arrivato «La formula esatta della rivoluzione» per la casa editrice Istos: un lavoro a tre mani con la trama di Marcello Fois, le illustrazioni di Otto Gabos e la sua scrittura. Ce lo racconta?
«Il libro è pubblicato all’interno di una collana dal titolo “Rivoluzioni” diretta da Teresa Porcella e parla della rivoluzione scientifica di Lavoisier vista da un dodicenne attraverso la Rivoluzione Francese. Ho lavorato facendo una ricerca storica: gli avvenimenti che narro sono d’invenzione ma riferimenti, personaggi e luoghi corrispondono alla Storia vera. È destinato ai ragazzi fra 9 e 13 anni e pensato per raccontare le rivoluzioni che hanno cambiato il mondo, senza annoiarli. Ho in programma altri tre libri, per editori diversi: la raccolta di filastrocche “
Piangete, bambini!” stupendamente illustrata da Daniela Pareschi, “Nella nassa”, traduzione del grande poeta tuareg Hawad, voce della resistenza di un popolo che sta subendo un genocidio sotto gli occhi complici del mondo, e “Bushido”, un’ opera musicale di 10 compositori per l’esecuzione di Marco Colonna su cd accompagnata dal mio libretto in Haiku».

Torniamo agli Stati Uniti: ha frequentato gli scrittori della Beat Generation come William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Benn Posset, ha tradotto in italiano molti di loro e conosciuto il mondo degli intellettuali statunitensi. Ora che Trump è diventato presidente cosa succederà alla cultura negli States?
«Ci sarà una scrematura. Chi ‘tiene’ continuerà ad agire in modo sempre più radicale. Gli altri scompariranno o, se utili al sistema, saranno inglobati. Succede così in tutto il mondo: in condizioni di distopia, l’arte si perfeziona ed esprime con più forza e questo fenomeno, di cui siamo stati forti anticipatori, oggi si estende all’Italia intera. Sono più preoccupato per la Turchia, un’altra delle mie patrie, dove gli intellettuali vanno in galera o sono uccisi».

Lei ha trascorso quarant’anni della sua vita lontano dalla Sardegna. Si sente uno straniero nella sua patria?
«Sì, la Sardegna non mi vuole, non ha mai avuto bisogno di me. Ma nemmeno di quelli migliori di me. In Italia, intellettualmente, sono solo. Sardo, diverso, imprendibile, mai complice dei sistemi, senza derivazioni o debiti con la cultura locale. All’estero sono invece uno che viene valutato per la propria produzione intellettuale e non per agganci coi poteri. Forse perché lì sono veramente straniero, anche se di casa. San Francisco, Toulouse, Berlino, Istanbul… sono casa mia non meno di Bologna o Cagliari».

A proposito di casa e confini: a Buddusò un centro destinato a ospitare migranti è stato distrutto giorni fa da da una bomba, è il quarto episodio di violenza verso il sistema di accoglienza in pochi mesi. Da cittadino del mondo e viaggiatore eterno cosa crede possiamo fare per arginare quest’odio?
«È un triste segnale di decadenza. E se trent’anni fa l’ignoranza si limitava a essere ignorante e l’argine culturale era sufficientemente robusto, oggi ha passato gli argini e dilaga pericolosamente. Assistiamo all’erosione sistematica del sistema culturale, all’abbassamento generalizzato del valore della cultura. Un fenomeno di cui istituzioni e media sono i principali responsabili. La superficialità è diventata metodo e parametro, sdoganando grossolanità che hanno preso coraggio e legittimazione politica. Così in tutta Italia. La Sardegna è trainata dall’onda. Possiamo solo resistere. Amaramente».

Molta sofferenza nel vedere una gente disposta ad accogliere ogni disastro ambientale, ogni umiliante sottomissione, ogni arrogante invasività, ogni occupazione, ogni espropriazione, in nome di una sopravvivenza subordinata, remissiva, e senza alcun futuro”: lei lo ha detto pochi mesi fa in una intervista sul blog «PesaSardegna».
«È così, mi fa soffrire vedere che alla Sardegna nell’ultimo secolo è stata sottratta la dignità. Un esempio per tutti? Le basi militari. Oggi a Teulada sono diventati quasi tutti pescatori per raccattare l’elemosina di uno Stato che compra il silenzio e la connivenza degli abitanti. È come una pensione d’invalidità psicologica. Non reagiranno mai e vivranno tacendo (finché dura) … Sta per succedere la stessa cosa anche a Capo Frasca. Che futuro avranno i loro figli? E che modello formativo davanti a una tale vigliaccheria? La trasformazione della servitù (militare) in servilismo è il passaggio per svuotare definitivamente la Sardegna e farne un territorio finalizzato al peggio. È una forma di genocidio. Si perde la dignità di popolo. Una terra annichilita, senza coscienza né capacità di reazione».

(la foto è di Alec Cani ed è stata scattata a Cagliari all’interno del festival Marina Café Noir 2013)

(*) l’intervista di Francesca Mulas è ripresa da www.sardiniapost.it. Qui in “bottega” trovate tanti post di e su Alberto Masala: per esempio La poesia non asfaltata di Alberto Masala di Sandro Sardella e un mia intervista: Alberto Masala, un poeta nell’Iraq non pacificato. Dei quattro nuovi libri, citati nell’intervista, si riparlerà presto. Io mi candido a recensire «La formula esatta della rivoluzione» anche perché il chimico, biologo e filosofo Lavoisier mi ha sempre affascinato; intanto se volete altre notizie guardate su Fahrenheit RAI Radio3, su Lettura Candita e su RadioEco al Pisa Book Festival nel sito: http://www.albertomasala.com/. Aggiungo solamente che di recente guardavo una mappa geologica d’Italia e mi sono assai stupito di non trovare Alberto Masala alla voce “vulcani attivi”. (db)

Redazione
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2 commenti

  • grazie Daniele
    quanto ai vulcani… finito un lavoro, ne devo sempre cominciare un altro –
    è solo la necessità che mi spinge: devo campare, e quello di scrivere è il mio mestiere, come è anche il tuo (che sei più attivo di me) –
    l’altra cosa che ci accomuna è che scriviamo, sì, ma sempre con una scelta di fondo che ci tiene acceso il motore dell’etica –

    buon lavoro a tutti e due
    a.

  • sandro sardella

    parole che aprono rendono vitale i ritmi della poesia di Alberto Masala ..
    il suo essere randagio .. fuori dalle congreghe dell’italietta è suo onore &
    gloria .. ma i sacerdoti della kultura gliela fanno pagare …

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