Alcune cose che so riguardo alla serie tv “The Outer Limits”

di Fabrizio “astrofilosofo” Melodia

«Non c’è nulla di rotto nel vostro televisore. Non cercate di aggiustare l’immagine. Noi stiamo controllando la trasmissione… Noi controlleremo il segnale orizzontale. Noi controlleremo il segnale verticale. Possiamo cambiare la messa a fuoco per rendere le immagini soffuse o farle diventare di una chiarezza cristallina. Per la prossima ora, e noi controlleremo tutto ciò che vedrete e sentirete… State per partecipare a una grande avventura. State per sperimentare il timore e il mistero che vi giungono dalle profondità della mente per arrivare… oltre i limiti»: così “la scatola parlante” minacciava tutti coloro che il 16 settembre 1963 avessero avuto un apparecchio televisivo sintonizzato.

Invasione aliena? Un complotto globale? Nessun telespettatore avrebbe mai potuto affermarlo con assoluta certezza, in quanto, con un espediente che avrebbe fatto invidia al George Orwell del “Grande Fratello-1984”, sullo schermo si sarebbero alternati gli effetti altalenanti di un oscilloscopio a clip smozzicate, a tratti soffuse, recanti immagini strabilianti, alcune persino sconvolgenti.

Era arrivata sugli schermi televisivi delle famiglie americane una serie degnamente ispirata dall’arcinota «Ai confini della realtà» – in originale “The Twilight Zone” – con la differenza di essere maggiormente caratterizzata verso il filone fantascientifico anziché su quello abbastanza fantasy e soprannaturale della celeberrima creatura di Rod Serling.

Completamente inedita qui in Italia, andò in onda appunto dal 16 settembre 1963 al 16 gennaio 1965, per la rete televisiva ABC. La serie si sarebbe dovuta intitolare «Please stand by» ma, dopo un potente tiramolla fra autori e produzione, il creatore della serie Leslie Stevens optò per il più efficace «The Outer Limits» cioè “Oltre i limiti”. 

Ogni episodio era preceduto dal monologo recitato dalla voce calda dell’attore Vic Perrin e si concludevano con un suo monologo: «Ora vi restituiamo il controllo del vostro apparecchio televisivo. Fino alla prossima settimana allo stesso orario, quando la voce di controllo vi porterà – Oltre i Limiti».

Oltre al bravo ed eclettico Leslie Stevens, autore e creatore della serie, fra gli scrittori si possono annoverare nientemeno che lo sceneggiatore del film «Psycho» di Alfred Hitchcock, ovvero il talentuoso e prolifico Joseph Stefano, il quale fu autore della maggior parte degli episodi della prima stagione. L’ultimo episodio della prima stagione – intitolato «The chamaleon» – fu invece scritto da Robert Towne, futuro vincitore dell’Oscar alla migliore sceneggiatura per il film «Chinatown». Nella seconda stagione ecco il “ragazzo terribile” della fantascienza cioè Harlan Hellison, il quale scrisse quelli che sono considerati all’unaninità i migliori episodi di tutta la serie ovvero «The demon with the glass hand» e «Soldier», che sarebbe stato plagiato da James Cameron per il suo film «Terminator». Infatti Ellison, vista la pellicola di Cameron, non ci pensò due volte a muovergli causa per plagio, vincendola e ottenendo un cospicuo risarcimento.

All’inizio «The Outer Limits» oscillò fra episodi di stampo horror e di fantascienza mentre con la seconda stagione puntò decisamente verso la science fiction, facendo sparire le creature mostruose e spaventose, soprattutto dopo l’abbandono di Joseph Stefano, il quale aveva fortemente voluto inserire “un po’ di mostri” per generare emozioni forti che s’imprimessero a fondo nei telespettatori.

Nella prima stagione più fantascientifici furono «The Hundred Days of the Dragon» e «The Borderland». Invece nella seconda stagione le “creature” tornarono in «Keeper of the Purple Twilight», in «The Duplicate Man» e in «The Probe». Altri mostri comparirono verso la conclusione della stagione negli episodi «Counterweight», «The Invisible Enemy» e «Cold Hands, Warm Heart».

La creatura in «The Architects of Fear» – cioè il mostruoso Allen Leighton “modificato” – fu giudicato da alcune stazioni locali affiliate alla ABC così raccapricciante da indurle a trasmettere una schermata nera durante le sue apparizioni nell’episodio (di fatto censurando la maggior parte del finale della storia). In altre parti degli Stati Uniti le scene furono trasmesse solo dopo un certo orario, in altre ancora non furono trasmesse affatto: così scrivono Aleksandr Mickovic, Marcello Rossi e Nicola Vianello nel primo volume («Dalle origini agli anni ’60») della erudita e ponderosa «Enciclopedia della fantascienza in TV» edita da Fanucci.

Per la serie furono utilizzate molte tecniche prettamente di stampo cinematografico, garantendo una resa ben superiore alla media, persino della blasonata «Ai confini della realtà» e della meno famosa ma altrettanto valida «Scienza e fantasia», di cui mi riservo di parlare in un altro post bottegardo. Infatti luci, camera e montaggio usati nella serie sono associabili a quelle in uso nei film noir o nel cinema espressionista (per esempio nell’episodio «Corpus Earthling»). Questi tratti sono spesso attribuiti all’influenza di Conrad Hall, che vinse tre premi Oscar (e molte nomination) per il suo lavoro cinematografico, oltre a svariati riconoscimenti in ambito televisivo.

Le varie creature che comparirono nella prima stagione e la maggior parte degli arredi scenici furono sviluppati da un gruppo non coordinato di persone, organizzato sotto il nome di Project Unlimited. Membri del progetto furono Wah Chang, Gene Warren e Jim Danforth. I trucchi erano eseguiti da Fred B. Phillips assieme a John Chambers.

Le musiche della prima stagione furono prodotte da Dominic Frontiere, diviso tra questo lavoro e quello di produttore esecutivo; la seconda stagione include anche le musiche di Harry Lubin.

«The Outer limits» – come «Ai confini della realtà» – era caratterizzata da una forte impronta filosofica e metafisica, oltre che dalla comunanza con la voce narrante ad ogni inizio e fine episodio.

Secondo gli autori della sopracitata enciclopedia, «le storie di “The Twilight Zone” presentavano spesso elementi fiabeschi e bizzarri (come il viaggio nel tempo di Buster Keaton nell’episodio “Once Upon a Time”) o ironici, con soluzioni finali impensabili o straordinarie (come nell’episodio “The Arrival”). “The Outer Limits” invece era caratterizzato da storie più lineari, piene di azione e suspense, che spesso affrontavano il tema dello scontro dell’animo umano contro forze oscure interne o esterne alla nostra esistenza, come nell’episodio del rapimento alieno “A Feasibility Study”, o la storia di possessione aliena “The Invisibles”. Inoltre “The Outer Limits” era ricordato per i tratti malinconici e ruvidi di alcuni episodi (specialmente quelli diretti da Byron Haskin e Gerd Oswald, o quelli con la fotografia di Conrad Hall) mentre “The Twilight Zone” tendeva a essere girato in modo più convenzionale, sebbene in entrambe le serie ci siano molte eccezioni a quanto detto».

La prima stagione di «The Outer Limits» registrò un vero e proprio record di ascolti, con un’accoglienza presso il grande pubblico senza precedenti. Si raccontano aneddoti a bizzeffe, come quello dei lavoratori che si portavano dietro il televisore per poter seguire le puntate.

Joseph Stefano comunque lasciò la serie proprio con la fine della prima stagione, in quanto ritenne che «The Outer Limits» sarebbe stato fortemente penalizzato dallo spostamento di palinsesto dal lunedì al sabato sera, scontrandosi con altri programmi televisivi maggiormente conosciuti e seguiti.

La previsione puntualmente si avverò e la seconda stagione della serie fu troncata a metà.

Eppure andò oltre i limiti della propria programmazione: basti pensare alle pesanti influenze che ebbe sulla serie originale di «Star Trek», soprattutto per il creatore degli esploratori dell’infinito, il buon Gene Roddenbery che nella serie «The outer limits» ebbe modo di “farsi le ossa” rimandone talmente segnato da battersi con le emittenti televisive per creare una serie tv fantascientifica e “filosofica”.

Molti elementi di «The Outer Limits» migrarono come per osmosi verso «Star Trek»: il microbo bestia dell’episodio «The Probe» venne utilizzato come Horta nella puntata «The Devil in the Dark», ed era mosso dallo stesso attore, Janos Prohaska. La tempesta ionica vista nell’episodio «The Mutant» di «The Outer Limits» (un raggio proiettore che luccicava attraverso il liquido in un contenitore con brillantina sospesa) venne utilizzato come il celeberrimo effetto di teletrasporto di «Star Trek». E ancora: la maschera scura utilizzata in «The Duplicate Man» fu ripresa dal Dr. Leighton nell’episodio «The Conscience of the King». La creatura di «The Duplicate Man» e quella di «Second Chance» riapparvero brevemente nell’episodio pilota di «Star Trek», imprigionati in alcune gabbie vicine a quella del capitano Christopher Pike. E anche il trucco per le orecchie a punta utilizzato per l’attore David McCallum nell’episodio «The sixth finger» fu riutilizzato nella serie «Star Trek» per il trucco vulcaniano di Leonard Nimoy, come ricorda il figlio Adam Nimoy nel documentario che ha realizzato in omaggio al padre e che venne presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2016.

Molti celebri attori “trekkiani” avevano preso parte a «The Outer Limits», primo fra tutti William Shatner: il noto capitano Kirk comparve infatti nell’episodio «Cold Hands, Warm Heart» come un astronauta al lavoro sul pianeta Vulcano. Altri che successivamente sarebbero entrati a far parte del cast regolare di «Star Trek» furono Grace Lee Whitney (episodio «Controlled Experiment») che interpretava l’assistente Janice Rand) e James Doohan (in «Expanding Human») che sarebbe diventato il mitico ingegnere spaziale Montgomery “Scotty” Scott.

Stephen King, grande fan di «The Outer Limits», definì la serie come «il miglior programma nel suo genere ad essere mai trasmesso su una rete televisiva» e la serie ottenne negli anni un alto numero di repliche su vari palinsesti.

Nel 1995 ne è stato prodotto il reboot «Oltre i limiti», trasmesso dal 1995 al 1999 sul canale Showtime e in seguito su Syfy fino alla sua cancellazione nel 2002.

Una serie sicuramente da recuperare e da vedere per il pubblico italiano, un piccolo gioiello da scoprire e da godere nelle molteplici sfumature metafisiche della fantascienza.

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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