Aldo Braibanti: come fu creato un mostro

La scheda di Wikipink e un ricordo personale di db… mentre esce il film di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese

SCHEDA (a cura di Giovanni Dell’Orto) ripresa  da www.wikipink.org

Aldo Braibanti (Fiorenzuola d’Arda, Piacenza 23 settembre 1922 – Castell’Arquato, 6 aprile 2014) è stato un artista italiano. Intellettuale “a tutto tondo”, nella sua vita si è occupato di poesia, arte, cinema, politica, teatro e letteratura.

Laureato in filosofia teoretica, prese parte alla Resistenza partigiana a Firenze (subendo torture e sevizie ad opera dei nazi-fascisti) ed aderì al Partito Comunista Italiano, di cui divenne membro del comitato centrale. Tra il 1946 ed il 1947 fu tra gli organizzatori del Festival mondiale della gioventù ma nel 1948 abbandonò la politica attiva, dimettendosi da tutti i suoi incarichi.

Studioso di mirmecologia e autore di ceramiche e di collages, ha tenuto mostre a Firenze, Oslo, Faenza, Messina, Milano e Roma, dove attualmente risiede. Sceneggiatore dei film Pochi stracci di sole, Il pianeta di fronte e Colloqui con un chicco di riso, nel 1960 pubblicò i quattro volumi de “Il Circo” (raccolta di poesie e saggi) e nello stesso anno da alla luce l’opera “Guida per esposizione“.

Traduttore del diario di Cristoforo Colombo, nel 1969 diede alle stampe l’antologia “Le prigioni di Stato” mentre negli anni Settanta diventa autore e regista teatrale di numerose commedie tra cui Bandi di virulentia, Laboratorio dell’Anticrate, L’altra ferita, Il Mercatino e Theatri epistola. Autore e conduttore di numerosi programmi radiofonici, nel 1979 pubblica l’opera Object trouvé mentre successivamente collabora con la rivista milanese “Legenda”.

Altre sue opere letterarie di un certo valore furono Impresa dei prolegomeni acratici (1988) e Un giallo o mille (1998). Nel 2000 decise di dare vita al lungometraggio Quasi niente, un’edizione completa delle poesie dal 1940 al 1999.

Nel 2005, a causa delle pessime condizioni fisiche in cui Braibanti versava, alcuni parlamentari dell’Unione (tra cui Franco Grillini e Giovanna Melandri) proposero di assegnargli un vitalizio in base alla legge Bacchelli.

Il “caso Braibanti”: processo per plagio

Copertina di: Il processo Braibanti di Gabriele Ferluga.

 

Omosessuale dichiarato, Braibanti trascorse l’estate del 1960 a Como in compagnia di Piercarlo Toscani, un elettricista 19enne. Due anni dopo, quando ormai risiedeva nella Capitale, visse invece insieme al 18enne Giovanni Sanfratello, che aveva conosciuto quattro anni prima: il giovane aveva abbandonato la famiglia (cattolica e tradizionalista) in quanto i genitori aveva intenzione di farlo interdire per le sue frequentazioni di sinistra e con ambienti artistici.

Nel 1964 Ippolito Sanfratello, padre di Giovanni, denunciò Braibanti per plagio: in pratica, secondo l’accusa, i due ragazzi erano stati soggiogati dall’intellettuale, che li aveva ridotti a una sorta di “schiavitù mentale”.

Braibanti nella sua difesa fece notare che i ragazzi avevano deciso di seguirlo autonomamente e da adulti: durante il processo, Sanfratello avvalorò questa tesi, mentre Toscani depose contro di lui. Al termine delle udienze, nel 1968, l’imputato venne condannato a nove anni di reclusione, successivamente ridotti a sei ed infine a quattro (due gli vennero condonati in quanto ex partigiano).

La condanna suscitò ampia eco in tutta Italia, e a favore di Braibanti si mobilitarono numerosi intellettuali, fra i quali Alberto Moravia e Umberto Eco. Il processo rivelò infatti rapidamente la sua natura politica, proponendosi come l’estremo tentativo del vecchio ordine sociale (lo stesso che aveva già usato il tema dell’omosessualità nel caso dei balletti verdi), per imporre i propri valori contro la marea montante del Sessantotto. In effetti, a differenza di quanto è avvenuto in altre nazioni, nella storia italiana l’omosessualità è stata usata giudiziariamente per fini politici esclusivamente in questi due casi.

Braibanti fu scelto come “capro espiatorio” in quanto al tempo stesso comunista ed ex partigiano, ma anche omosessuale, in un periodo in cui l’omosessualità era giudicata “indifendibile” (in quando “degenerazione piccoloborghese”) anche e soprattutto tra le file della sinistra. La sua era quindi, dal punto di vista propagandistico, una figura “indifendibile”, utile per dimostrare che i comunisti stavano corrompendo la gioventù italiana e i valori famigliari tradizionali.
Va inoltre notato che la controversa legge sul plagio, introdotta nel codice penale durante il periodo fascista, portò nel dopoguerra ad una condanna in questo unico caso e fu successivamente abolita, senza essere più stata applicata, grazie all’infuocato dibattito scatenato dalla sua condanna, con sentenza della Corte costituzionale n. 96 del 08/06/1981.

Né esisteva ancora in Italia un movimento di liberazione omosessuale che potesse fare di questo processo un caso emblematico. Dalle colonne di “Tempo Illustrato”, Pier Paolo Pasolini fece notare che:

« Una delle cause della condanna al processo è la debolezza del Braibanti, nel senso che egli non aveva valori precostituiti, un aggancio a un sistema di vita, ad un modello culturale»

Lo stesso Braibanti non si è mai considerato parte del movimento gay.

In un’intervista, Braibanti disse che non si considerava una vittima e che, tra gli intellettuali di sinistra, gli era stata vicina in quei momenti soprattutto Elsa Morante.
Nella stessa intervista, riguardo alla nascita del movimento gay, egli dichiarò inoltre:

« Non farò mai il militante omosessuale, ma non mi piace dare un giudizio. Però penso che i movimenti gay e gli altri di questo tipo siano molto importanti, hanno la funzione di preparare molte persone che altrimenti sarebbero incapaci di inserirsi nella militanza, a sentirsi pari a coloro che credono di essere già pari e di poter combattere per la rivoluzione»

Sul suo caso al Teatro Nuovo di Napoli, dal 20 al 25 marzo 2012 è stato messo in scena su testi di Massimiliano Palmese, Il caso Braibanti, per la regia di Giuseppe Marini.

Un ricordo personale, leggendo «Il caso Braibanti» di Virginia Finzi Ghisi

di db

Non avevo ancora 20 anni quando il 14 luglio 1968 la Corte d’assise di Roma «in nome del popolo italiano» condannò Braibanti: 9 anni di carcere nella prima condanna per «plagio» della storia italiana. Rammento che il reato di plagio mentale, ovvero l’articolo 603 del Codice penale, fu dichiarato incostituzionale con la sentenza 96 dell’8 giugno 1981.

Non ricordo se – o quanto – seguii allora il processo sui giornali. Ma so per certo – ho ancora la copia con i miei appunti – che rimasi choccato nel gennaio 1969 leggendo il libretto (68 pagine per 200 lire) «Il caso Braibanti ovvero un processo di famiglia» scritto da Virginia Finzi Ghisi e pubblicato da libreria Feltrinelli nei tascabili della collana “Battaglie politiche”.

Scorro le mie sottolineature dell’epoca – più altre successive (lo avrò letto almeno 4 volte) – e rimango impressionato dalla lucidità di quell’analisi e dalla mostruosità di quel processo. Dopo aver raccontato i fatti, Virginia Finzi Ghisi scrive: «Cosa c’è dietro a questa condanna? Parlare di una “macchinazione” sembra fuori posto: gli attori non sono delinquenti né “pazzi” come il povero Giovanni Sanfratello. Sono tutte persone a posto, campioni – potremmo dire – di ogni settore di normalità perfetta: una madre piena di sollecitudine; un padre responsabile; un fratello che studia alla Cattolica. Essi inoltre non si presentano soli al processo: la loro sanità è comprovata da diversi psichiatri […] Quasi tutti i loro testimoni sono pii religiosi. Dunque, se non nasce da malvagità o da follia, questo è un processo intentato dalla sana rappresentanza della normalità, da un saldo spirito religioso […] e da una ferma convinzione religiosa».

Dietro i 5 personaggi chiave – «madre, padre, fratello, prete, Presidente» – ecco «l’obiettività della scienza». Su questi 5 simbolici protagonisti Virginia Finzi Ghisi ha costruito un ragionare che a me impressiona ancora oggi per sintesi e lucidità. Per questo più volte negli anni successivi pensai – di certo con Riccardo Mancini ma forse anche con altre persone (Valeria se ci sei… fatti sentire) – che sarebbe stato importante fare un documentario da far girare all’interno del movimento contro le istituzioni totali. Se frugassi bene nei cassetti medi e altrui forse troverei anche gli appunti per un testo “in difesa di Braibanti e contro la famiglia del capitalismo”. Che era l’idea di fondo del libretto di Virginia Finzi Ghisi: «La difesa di Braibanti sta in un nuovo processo. Il processo intentato da una famiglia deve diventare il processo alla famiglia e ai suoi alleati in funzione del sistema, come presa di coscienza dei meccanismi e delle strutture dell’alienazione». Quel processo alla famiglia in parte si farà negli anni successivi; basta andare a rileggere «Contro la famiglia» pubblicato da Marcello Baraghini per Stampa Alternativa e ricordare i tanti processi che subì il manuale e l’allegato poster «Toccarsi è bello». Eccoli qui sotto: magari ri-vederli facilita i ricordi chi chi allora c’era.

I materiali del processo a Braibanti si prestano a confermare la mostruosità di quella pretesa normalità e oggettività sempre invocata. Per fare una sola citazione nelle 9 regole che vengono imposte a Giovanni Sanfratello per uscire dal manicomio si legge persino: «evitare libri che non abbiano almeno 100 anni, esclusi quelli a carattere scolastico». E aveva ragione, ancora una volta, Virginia Finzi Ghisi a sottolineare come se qualcuno già nel ’68 dava per vinta la battaglia «contro la concezione autoritaria della famiglia, i pregiudizi, i “tabù”, il clericalismo, la deformazione del sesso nei ruoli del’uomo-maschio e della donna-femmina» più volte si sarà dovuto ricredere. La lotta è continuata e non è finita. Perfino le conquiste più importanti (in testa la legge contro i manicomi ispirata da Franco Basaglia) sono a rischio: ogni giorno lo vediamo – se vogliamo scrutare dietro le ingannevoli vetrine di una legge 180 poco voluta e ancor meno applicata – nella pratica, anche se magari in pochi hanno la faccia di rimpiangere ad alta voce i “bei tempi” dell’elettrochoc e delle istituzioni totali, non sottoposte a controlli e leggi.

Ma questo è un altro discorso che ci proietta nell’oggi e nel domani prossimo. Fa piacere che esca il film «Il caso Braibanti» di Carmen Giardina e Massimiiliano Palmese: vedi qui Il caso Braibanti al Pesaro Film Festival | il manifesto la presentazione di Alessandra Vanzi e qui Aldo Braibanti, capro espiatorio delle lotte del ’68 | il manifesto l’ articolo di Silvana Silvestri. Ne riparleremo.

In “bottega” cfr Scor-data: 14 luglio 1968 (di Francesco Masala, con preziosi link) sulla condanna di Aldo Braibanti; se non sapete cos’era Stampa Alternativa negli anni ’70 date un’occhiata qui: Baraghini mostro, Baraghini eroe

La scheda di wikipink su Aldo Braibanti indica come data di nascita il 23 settembre ma altrove si trova il 17 settembre.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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