Alessandro Taddei: «Al Quds (che altri chiamano Gerusalemme)»

Il meglio del blog-bottega /110…. andando a ritroso nel tempo (*)

Cigola la porta per entrare a Gerusalemme.

Non è come una porta di casa, piuttosto un girello di ferro fatto apposta per far passare tre persone alla volta.

Si accalcano le persone al check-point, c’è una fila sempre più numerosa, voci su voci. Qualcuno passa per un giorno solo, ci sono donne che guardano per terra e uomini che si appoggiano alle sbarre laterali fatte perchè tutti si muovano in fila, come gli animali. In fila al check-point 23 persone da Jenin, città al nord della West Bank, aspettano di poter passare, qualcuno per la prima volta, uomini, donne e bambini che hanno ottenuto il permesso di 12 ore per entrare dentro ad Al Quds, Gerusalemme. La scusa per riuscire a farli arrivare è un concerto che si tiene al Teatro Nazionale di Gerusalemme Est il 17 marzo: via con le pratiche, le burocrazie, le corse folli in auto per recuperare le foto di tutte le famiglie palestinesi che devono arrivare a Gerusalemme , passaporti, carte d’identità e tutto quello che serve per farli uscire fuori, il resto è poesia. E’ vedere una donna che entra per la prima volta dentro la propria città rubata, è vederla respirare gli odori e chiudere gli occhi per qualche secondo, confondendo il volto dietro il velo e gli occhiali con un’emozione che non lascia spazio alle parole. E’quello che più serve oggi alle persone, uscire e vedere coi propri occhi, tornare ad avere la forza per sognare un futuro, loro e dei propri figli, uscire dal circolo delle dinamiche politiche ideali sociali globali umanitarie e post conflittuali che stanno massacrando e togliendo l’ultimo filo d’aria di questo e altri popoli.

La politica del business e le parole povere sono i nuovi codici per condurre l’occupazione. La vita viene dimenticata in Palestina, le persone diventano numeri, oggetti da studio, teorie per gli ideologi ma le persone hanno bisogno di camminare e uscire fuori, per vedere, conoscere e cominciare a capire da soli. Uscire fuori da Jenin per 23 persone ha significato prima di tutto uscire dalla propria casa, dalla propria strada e dalla propria città. Poi ha rappresentato il significato del gioco e del sorriso, gioco perché chi ha permesso di farli uscire lo ha fatto giocando, per il giusto gusto di veder uscire persone, sorriso perché è la gioia la cosa più forte che è arrivata quel giorno. I sorrisi e le gioia hanno rotto per un momento il cerchio. Chiedere loro cosa significa arrivare a Gerusalemme è come chiedere ad un bambino cosa pensa del regalo desiderato e che ha appena ricevuto. La risposta è scontata, sono gli stati d’animo che cambiano dopo. Come dice un amico palestinese, arrivare a Gerusalemme e poter entrare dentro alla città contesa, e’ un sogno, un sogno anche ideale che risolleva le speranze per questa gente. Oggi abituati che i sogni devono creare soldi e buoni affari, buone cucine con piastrelle firmate, sembra naif pensare alla gente che sogna di uscire da una città per arrivare ad un’altra. Ma realmente nell’immaginario di questa gente oggi si e’ aperta un porta che permette loro di sognare ad essere più liberi. Una libertà che porta le persone a credere che ancora c’e’ spazio per immaginare un futuro diverso da quello che oggi ci prospetta questa società globale con il suo noioso nichilismo costante.

Ho rivisto questa gente a Jenin 5 giorni dopo il loro arrivo a Gerusalemme, ora hanno volti più belli e sorridono e parlano tra loro, non solo all’interno della famiglia ma anche fuori da essa. E’ più importante per un palestinese riprendere la possibilità di camminare su tutta la propria terra che portarlo fuori da essa.

Il recinto in cui ogni palestinese di West Bank vive è prima di tutto una gabbia per il pensiero e un blocco per lo stimolo dell’immaginazione. Non si può chiedere a chi sta chiuso cosa immagina, perché la risposta è condizionata dal limite della vista. Piuttosto porsi la questione dell’uscire fuori dovrebbe essere la prerogativa dei tanti che pensano a creare progetti per il popolo palestinese. Fare uscire la gente che vive chiusa prepara il terreno alla comprensione delle cose e quindi alla rivolta dell’esistente, perché il cambiamento viene creduto possibile e finalmente compreso anche da chi non gode di privilegi.

Il check-point da cui sono usciti i 23 palestinesi è un terminal con la selezione all’ingresso. I palestinesi aspettano al check-point di Qalandia. Dietro un vetro blindato i militari israeliani controllano i passaporti e i permessi, muri e misure antibomba e nessuna ragione di guardare alle persone per quello che sono. I soldati hanno solo un unico pensiero, salvare Israele dal pericolo arabo, così gli viene insegnato a scuola, dalla loro stessa società e dalla tradizione. Difendersi. Sono alieni questi israeliani? Piuttosto simili a noi occidentali, anzi direi la fotocopia del nostro modello societario, trapiantato in vicino oriente. Chi ha il permesso entra gli altri restano nel recinto. Che è una terra, che forse domani sarà lo stato che sicuramente non è la Palestina ma un lembo di lenzuolo rosicato da mille trattati e mille parole in cui c’è ancora spazio per immaginare nuove strade di resistenza.

Il resto sono le persone che restano, vivono e respirano, come in molte parti del mondo. Le similitudini tra le persone danno ragione al fatto che le differenze sono visibili solo se si riconoscono le uguaglianze tra le genti.

Fare uscire le persone dalla loro gabbia sia essa mentale o fisica significa regalare loro un soffio di speranza e di libertà, vedere questo con i nostri occhi significa renderci conto che la rivoluzione è possibile.

Umanamente, dentro e fuori di noi.

(*) Anche quest’anno ad agosto la “bottega” recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché circa 12mila articoli (avete letto bene: 12 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

L’IMMAGINE è di BANSKY.

Alessandro Taddei

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