Algeria e Marocco alle prese col Covid 19 (e il resto)

Un dossier con gli articoli di Karim Metref e Antonella Selva

Algeria: corona virus, mobilitazione popolare  e ritorno in forza del regime

di Karim Metref

La pandemia del Covid 19 ha colto l’Algeria mentre era in uno stato di profonda effervescenza politica da più di un anno. I poteri forti del Paese, però, non si perdono d’animo e a difetto di misure serie per combattere il contagio approfittano della “tregua sanitaria” per saldare i conti con l’opposizione e militarizzare ulteriormente il Paese.

Un servizio di controllo cittadino

Una lotta lunga un anno

Dal 22 febbraio 2019, in Algeria, ogni venerdì, e successivamente anche di martedì, una importante fetta di popolazione è uscita per le strade di tutte le principali città per protestare contro il regime in posto.

La scintilla che ha acceso il fuoco fu la ricandidatura del presidente Abdelaziz Bouteflika a un quinto mandato consecutivo. Malato, paralizzato, muto, forse nemmeno in grado di intendere e di volere, il presidente era mantenuto ufficialmente alla testa del paese da un clan di affaristi politici e imprenditori corrotti che hanno saccheggiato le ricchezze di un paese che negli ultimi due decenni ha conosciuto delle entrate colossali dalle esportazioni di idrocarburi. (Leggi qui)

Si parla di una cifra di 2000 miliardi volatilizzati tra opere faraoniche (spesso inutili) fatturate certe volte fino a 10 volte il loro valore reale, malversazioni, tangenti, sprechi e veri e propri furti.

Una economia dilaniata in profondità, tenuta in vita soltanto dalla manna degli idrocarburi, un regime autoritario, falsario e corruttore, una sanità e una scuola pubblica praticamente svuotati della loro sostanza, questo è il triste bilancio del ventennio sotto la guida di Bouteflika e del suo clan di famigliari, vicini, amici e soci in affari.

È questo bilancio disastroso che ha spinto milioni di algerini ad uscire per dire: basta. Vent’anni sono più che sufficienti. Ma poi, quando il presidente ha presentato le dimissioni, si è capito che quello non bastava. Non bastava affatto. Il regime non è costituito da un presidente e nemmeno dalla sua unica cerchia stretta. Presto la parola d’ordine è passata dal “No 5° mandato!” a “Devono andarsene tutti”. Dove tutti è inteso come tutto l’apparato politico e amministrativo nato dal partito del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) al potere dal 1962 e dei suoi satelliti, e come la fine dell’egemonia dei militari sulla vita politica ed economica del Paese. Infatti “Stato Civile e non militare” è il secondo slogan più scandito dai manifestanti.

Le prime manifestazioni. Foto dalla pagina Fb Algeria Forever.

Un anno intero di lotte senza violenza. Un anno di paziente costruzione di un percorso plurale verso un sistema di libertà e diritto. Un anno in cui sono stati raggiunti alcuni modesti risultati: partenza di Bouteflika, della sua famiglia e del suo clan dal potere; arresto dei baroni degli affari e della corruzione, alcuni dei quali erano alti responsabili politici e militari.

Ma se il regime è stato messo in serie difficoltà e ha dovuto dare segni (almeno esterni) di cambiamento, le sue fondamenta sono rimaste intatte, e il potere dei militari ne è uscito persino rafforzato.

L’arrivo della pandemia

E’ in questo clima che è arrivata la crisi sanitaria del Covid 19. Prima solo sotto forma di echi lontani, poi sempre più vicini. Verso fine febbraio, un italiano, che lavora negli impianti petroliferi del Sahara. Subito messo in quarantena. Ma poi il contagio ha viaggiato con cittadini algerini provenienti dalla Francia, come quel padre e figlia, venuti ad assistere a un matrimonio che prima di essere individuati hanno contaminato una famiglia intera, a Blida, una città a 60 chilometri a sud ovest di Algeri. Oggi la Città di Blida e sotto quarantena e vi si trovano la maggioranza dei casi individuati. Ma il male è presto andato fuori controllo e si è sparso in molte province.

I primi annunci di casi di contagio, sono stati colti con diffidenza dalla popolazione. Molti sospettavano una mossa del governo per cercare di imporre uno stato di emergenza sanitaria per fermare la protesta. In effetti, l’ultima manifestazione del 13 marzo, mentre i casi cominciavano ad aumentare ed era stato anche annunciato un primo decesso, è stata molto imponente. Una delle più partecipate dalle contestate elezioni presidenziali di dicembre.

Ma subito dopo la moltiplicazione dei casi ha convinto gli animatori del Hirak a chiamare a fermare le manifestazioni. Anche quelli in carcere hanno fatto uscire comunicati per chiedere di sospendere la protesta fino a tempi migliori.

Panico, autorganizzazione e repressione

Dall’incredulità, parte della popolazione è passata al panico. Come fare? Dove andare? L’Algeria è cosciente da molto tempo di avere un sistema sanitario disastrato, ma in questo caso si è reso conto dell’abisso che ha di fronte. Come affrontare questa emergenza che ha messo in ginocchia paesi con sistemi infinitamente più solidi?

Da una parte, come è successo in altre parti del mondo, il panico ha portato all’esaurimento dei soliti prodotti di disinfezione, delle mascherine e dei generi alimentari di prima necessità. Ma dall’altra sono apparse migliaia di iniziative di solidarietà autogestita.

Consiglio di sicurezza della nazione. Foto: Sito Presidenza della Repubblica Algerina.

Dal lato suo anche il regime si organizza. Ma non tanto per affrontare l’emergenza, quanto per rafforzare la sua posizione. In ogni provincia hanno instaurato una cellula di crisi composta da soli politici e militari. Niente medici né dirigenti sanitari. Le strade si riempiono di soldati. E si approfitta dell’assenza di manifestanti per arrestare o prolungare la prigionia degli oppositori.

Una giustizia contaminata

La giustizia in Algeria è sempre stata un organo del partito/clan al potere. Anche se il regime non ha sempre optato per la mano dura, ma quando si arrivava al processo, i giudici hanno da sempre condannato, con dossier vuoti e processi sbrigativi, gli oppositori a pene dettate al telefono dal potente di turno.

Dall’inizio del Hirak, molti semplici manifestanti e animatori del movimento popolare si sono visti arrestare e poi condannare con accuse abbastanza fantasiose: “Minaccia contro l’unità del paese”, per aver sventolato la bandiera amazigh, oppure “attacco al morale delle truppe”, per aver criticato il ruolo invasivo del comando dell’esercito nella politica nazionale. Ma con l’organizzazione del simulacro elettorale del 12 dicembre, ci sono state grazie presidenziali, sentenze di non luogo e leggere condanne con la condizionale per molti di loro. La pressione della strada ad ogni processo era tanta e la politica del disgelo è stata servita come un segno di miglioramento della situazione con l’arrivo del nuovo presidente (non) eletto.

Ma subito dopo l’annuncio del confinamento sanitario, la giustizia e i servizi di sicurezza hanno cambiato rotta. Approfittando della tregua dichiarata dal Hirak, nuovi arresti e condanne più pesanti sono all’ordine del giorno.

Il caso Karim Tabbou

Il caso dell’oppositore politico Karim Tabbou, il noto animatore del Hirak, arrestato 6 mesi fa e accusato di “indebolire il morale dell’esercito nazionale” per aver sostenuto sui media internazionali discorsi contrari al potere dei militari. è molto illustrativo di questa svolta autoritaria.

Karim Tabbou

Karim Tabbou in un dibattito televisivo

Karim Tabbou è un oppositore di lunga data al regime di Algeri. Avendo fatto le sue prime armi nel Fronte delle Forze Socialiste, Di Hocine Ait Ahmed, il primo partito d’opposizione alla dittatura dei colonnelli dell’Algeria post indipendenza, Karim ne è uscito per alcuni dissensi interni al vertice del partito, dopo esserne stato segretario generale dal 2006 al 2011. Nel 2013 fonda un nuovo partito, l’Unione Democratica Sociale (UDS).
Dalle sue varie posizioni di segretario generale e di parlamentare si è sempre opposto alle pratiche di politica teleguidata dai poteri forti e dai clan affaristici.

Arrestato l’11 settembre 2019 per “attacco al morale dell’esercito nazionale”, fu messo in libertà condizionale il 26 settembre, per essere ri-arrestato il giorno dopo. Dopo il secondo arresto è messo in isolamento. I suoi avvocati denunciano varie pressioni e soprusi nei suoi confronti.

L’11 marzo fu condannato a un anno di carcere di cui 6 mesi con la condizionale. Essendo rinchiuso da più di 6 mesi doveva uscire alla fine del mese di marzo.

Invece il 24 marzo, mentre tutti i militanti del Hirak, compreso lui, hanno chiamato alla tregua sanitaria è stato portato davanti al Tribunale di Sidi Mhammed, nella Capitale, in assenza dei suoi avvocati. Un processo in appello, improvvisato e tenuto anche in assenza dello stesso accusato, dopo che quest’ultimo ha avuto un malore per un picco di pressione arteriosa, mentre protestava energicamente per l’irregolarità della procedura.

Alla fine di questo processo per lo meno surreale, celebrato in assenza di qualsiasi garanzia o norma conosciuta, Tabbou è stato condannato in appello a un anno fermo di prigione, perdendo così la possibilità di uscire con la condizionale.

Stato di emergenza militare per una sfida sanitaria

La condanna irregolare di Tabbou è stata denunciata da vari organi nazionali e internazionali di difesa delle libertà e dei diritti. Ma purtroppo non è l’unico atto di prepotenza di un regime che sta approfittando della crisi sanitaria per regolare i suoi conti.

In assenza di misure sanitarie serie, le strade sono state militarizzate e lo stato di emergenza di fatto è stato decretato in tutto il paese. C’è persino un coprifuoco serale. Come se i virus fossero degli “allegri festaioli” che si spostano solo dall’ora dell’aperitivo fino all’alba.

Gli ospedali sono impreparati. Le attrezzature inesistenti. In molti casi, malati arrivati in ospedale sono scappati di nuovo per l’assenza di cure. Nonostante il coraggio e la mobilitazione del personale medico, che sta combattendo con niente, la distruzione del sistema sanitario nazionale è profonda e non può essere recuperata in pochi giorni. Ammesso che ci sia volontà politica di farlo.

Invece c’è volontà politica di chiudere la scena politica e mediatica. Ogni giorno si annunciano condanne pesanti nei confronti dell’opposizione, arresti di giornalisti e chiusura di siti internet e giornali.

Una situazione non gravissima ma preoccupante

In data 14 marzo il bilancio nel paese non è pesantissimo, ma resta preoccupante. Il totale dei casi ha raggiunto 1983 sparsi su 46 province. Cifra che sembra molto grave, detta così. Si tratta del 0,004%, su un territorio molto vasto. MA i numeri sono da prendere con le pinzette vista la totale disorganizzazione del sistema di rilevamento.

Una delle ragioni per le quali i numeri non tornano è il numero dei decessi:313. Il tasso di mortalità è quindi il più alto a livello mondiale oltre 15 %. Questo tasso altissimo di mortalità può essere spiegato in vari modi: o i malati non sono curati per niente e muoiono tutti i casi gravi. O i casi reali di contaminati sono molto più alti ma la gente non si presenta all’ospedale. Non fa il test. In ospedale arrivano solo i casi in fin di vita.

(le cifre citate sono quelle del sito ufficiale Covid 19 Algeria)

Misure di contenimento autogestite

Le misure di contenimento funzionano in qualche modo solo perché in molte zone la popolazione si è mobilitata. Rimangono a casa per scelta e molti gruppi si auto-organizzano al lavoro, all’università, per quartieri e villaggi, per disinfettare i luoghi comuni, per gestire le penurie di cibo, per fabbricare artigianalmente mascherine e gel disinfettanti e per aiutare i più bisognosi e per portare assistenza alle squadre sanitarie locali.

La popolazione algerina laddove ha capito di non avere uno Stato alle spalle. Almeno non uno Stato che si preoccupa del loro benessere e salute, ma un regime che lotta soltanto per la sua sopravvivenza. Ha deciso di fare da sé. E se si eviterà la catastrofe sarà solo per merito di queste mobilitazioni.

 

Covid 19: intanto di là dal mare…

di Antonella Selva

I confronti con gli altri Paesi si sprecano in queste settimane di lockdown, inizialmente per dimostrare quanto fossimo stati bravi: l’Italia prima della classe a prendere misure severe ma giuste per contenere il virus… Successivamente, constatando che il virus l’abbiamo contenuto in realtà meno che tutto il resto del mondo, i confronti forse servono per avere conferme che questo hara kiri autoinflitto è comunque davvero indispensabile – se lo fanno anche gli altri! – e per trovare conforto nella constatazione che chi ha scelto altre strade è stato poi costretto a cambiare per seguire la nostra. Non apriamo questa polemica, ciò che vorrei notare è quanto la mentalità coloniale, o orientalista, o – diciamolo – suprematista orienti il nostro sguardo anche in questa congiuntura. Infatti il confronto è unicamente verso gli altri Paesi europei o gli USA: il mondo “vero” e “degno” si ferma lì.

Vorremo mica metterci sullo stesso piano dell’Africa? O di certi posti per loro natura antidemocratici e canaglieschi come l’Iran o la Russia? Sì, giungono allarmi: periodicamente si legge che si aspetta l’ecatombe nei Paesi africani (la si aspetta ormai già da un po’, vuoi vedere che per una volta la sfiga colpisce più duro da noi che da loro?) e inizialmente si parlò di situazione gravissima in Iran ma poi la cosa sembra aver perso interesse.

Allora proviamo a cambiare occhiali e puntare lo sguardo su un Paese di quelli che tipicamente non contano: il Marocco, con cui abbiamo familiarità grazie alle attività dell’associazione Sopra i ponti creata da migranti marocchini a Bologna.

Il Paese ha seguìto il modello di lockdown europeo all’incirca con la tempistica della Francia. La popolazione si trova quindi chiusa in casa più o meno dal 20 marzo e contemporaneamente sono state chiuse le frontiere, mentre le scuole lo erano già da oltre una settimana. Da alcuni giorni è diventato obbligatorio l’uso della mascherina per uscire ma se non altro solo dopo che è stata avviata una massiccia produzione interna a opera dell’imponente settore tessile.

Il tentativo di mantenere attivo fino all’ultimo il turismo – voce importante della economia nazionale – ha inevitabilmente introdotto il virus nel Paese.

I primissimi casi scoperti, a fine febbraio, erano due emigrati di ritorno dall’Italia (un giovane poi guarito e una donna di 89 anni deceduta in ospedale a Casablanca) i quali erano stati isolati e tracciati appena sbarcati, prima che potessero diffondere il contagio. Ma pochi giorni dopo sono cominciate a comparire notizie di casi sporadici di turisti francesi sintomatici e poi riconosciuti positivi al virus a Marrakech e altre località turistiche. Non appena individuati erano stati messi in isolamento, ma ormai era tardi per ricostruire tutti i potenziali contatti dei giorni precedenti ed era chiaro che il personale delle strutture turistiche era stato esposto.

In questa fase è interessante notare come anche qui l’inizio della diffusione sia da ricondurre a contatti europei e non cinesi, sebbene le joint ventures, le aziende, le proprietà e gli addetti e i consulenti cinesi in Marocco siano numerosi, come del resto in tutta l’Africa.

Così le misure di contenimento si sono abbattute anche sul Marocco, con la pesantezza di un regime che non si fa troppe remore ad agire in modo autoritario: per i trasgressori la minaccia è il carcere, non la multa. Grande apprensione per la tenuta del sistema sanitario, che se da noi si è rivelato debole lì è davvero debolissimo: la quota di popolazione che gode di una copertura sanitaria completa è molto ridotta essendo l’assistenza basata su un sistema di assicurazioni private legate solo a una minoranza di contratti di lavoro pubblici o di alto livello, lasciando fuori la maggioranza della popolazione. Da qualche anno lo Stato ha esteso una minima copertura sanitaria pubblica chiamata RAMED a una più ampia fetta di popolazione (familiari di titolari di contratti di lavoro con assicurazione “debole” coltivatori diretti ecc). Ma anche la RAMED non è universale: continua a lasciare fuori tutto il settore informale, che in Marocco è estesissimo. Inoltre il sistema sanitario è centrato su pochi e disastrati ospedali pubblici nelle città e una pletora di cliniche private che – analogamente a quanto succede da noi – nei casi d’emergenza si fanno di nebbia, mentre non esiste una rete di territorio (se non per le vaccinazioni infantili e l’assistenza al parto).

La realtà delle settimane successive al lockdown tuttavia ha mostrato una progressione del contagio estremamente più lenta che non in Europa (per non parlare dell’Italia): al 12 aprile si parla di circa 1700 contagiati e poco più di un centinaio di decessi (in maggioranza anziani anche qui). La minore, in apparenza, aggressività del virus nei Paesi africani è un punto interrogativo per tutti: diversa risposta immunologica della popolazione? Clima caldo e secco sfavorevole al virus? O magari… è proprio il minor accesso agli ospedali e la quasi inesistente presenza di case di riposo per anziani – che da noi sono i principali punti di contagio – a fare la differenza?

Così il Marocco si è trovato nella paradossale situazione di fronteggiare un contraccolpo durissimo sul piano economico e sociale senza che vi fosse un reale allarme sanitario. Sembra tuttavia che la popolazione abbia risposto positivamente: l’allarme mondiale e la scarsa credibilità del sistema sanitario hanno in qualche modo supplito alla mancanza di gravità sul piano locale nell’immaginario dei cittadini. Un esempio: anche il progetto di turismo responsabile di Sopra i ponti esce massacrato dalla quarantena, tutti i viaggi di marzo e aprile, che per il Marocco sono mesi di alta stagione, sono ovviamente saltati ed è ormai chiaro che anche l’estate (come minimo) sarà ferma. Ma è curioso notare che le piccole cooperative e associazioni rurali che compongono la nostra rete diffusa di accoglienza si fossero subito espresse per cancellare cautelativamente i viaggi in programma in marzo e aprile già prima che il governo decretasse la chiusura delle frontiere, nel timore che i viaggiatori europei potessero introdurre il virus nei loro villaggi per poi abbandonare la popolazione alle conseguenze senza assistenza medica. Una simile reazione di panico e diffidenza verso i contatti con gli europei è ormai comunissima: è diventato normale sentire madri anziane e parenti malati intimare per telefono ai propri congiunti emigrati in Italia, di solito accolti e onorati come eroi, di rimanere dove sono, non muoversi per nessuna ragione, rinunciare anche al tradizionale rientro estivo e semmai affrettarsi a chiedere il rimborso dei biglietti aerei già acquistati! Chissà come saranno stati accolti i circa cento giovani emigrati clandestini in Spagna che, trovatisi senza documenti, senza lavoro, senza copertura sanitaria in un Paese flagellato dall’epidemia, hanno forzato il blocco delle frontiere in senso contrario, tentando la traversata dello stretto in gommone e sono stati avvistati nei pressi di Larache (poco a sud di Tangeri sulla costa atlantica) la settimana scorsa. La vox populi parla di tariffe che si aggirano intorno ai 6000 euro da pagare agli scafisti per passare lo stretto clandestinamente in direzione sud.

Quando infine il lockdown è arrivato, ha immediatamente dimostrato la sua odiosa natura di classe: come è stato da più parti ribadito, la quarantena non è uguale per tutti, dipende dalla disponibilità di metri quadri, balconi, cortili, computer e connessioni e dalla capacità di tenere il frigo pieno senza lavorare! Che succede quindi nella tipica situazione dei sovraffollati quartieri popolari urbani, e ho in mente per conoscenza diretta la vecchia medina di Casablanca? Decine, centinaia di migliaia, milioni di persone vivono ammassati in appartamenti piccolissimi, in molte zone senza acqua corrente in casa. Cosa rimane ai bambini, alle donne di quei quartieri se si toglie loro il vicolo, la principale area di gioco per i piccoli e di socialità per le donne? Come sopravvivono quelle famiglie, se viene tolto loro il piccolo commercio, gli ingaggi a giornata da manovale o domestica e le altre attività dell’economia informale? La risposta iniziale è stata l’esodo verso i villaggi rurali d’origine finché la mobilità è stata permessa (e anche dopo probabilmente, più o meno di nascosto) ma certo in città sono rimaste intrappolate comunque tantissime persone, i controlli si sono fatti stringenti e le autorità prefettizie – che in Marocco dispongono di funzionari decentrati nei quartieri fin dall’epoca del protettorato – hanno cominciato a distribuire autorizzazioni per uscire per i rifornimenti alimentari una volta al giorno solo ai capifamiglia.

Verificato che il governo faceva sul serio, la seconda fase dell’arrangiarsi ha riproposto un modello anch’esso già visto in Italia: la minaccia dell’assalto al supermercato. A quel punto anche il governo marocchino è arrivato alla conclusione che bisognava mettere mano al portafoglio, e subito – dalla sera alla mattina – sono stati stanziati fondi per garantire aiuti a circa 800.000 disoccupati registrati e a 6 milioni di famiglie RAMEDiste (contratti deboli e coltivatori diretti) e successivamente destinando contributi da 800 a 1200 dirham (80-120 euro circa) anche agli addetti dell’economia informale, insomma un contributo certamente basso ma universale e immediato. Qui sì che sarebbe interessante fare un confronto con quanto succede in Italia, perché in Marocco il contributo è risultato rapidamente e facilmente esigibile: sono state approntate e rilasciate in quattro e quattr’otto due app per cellulare di semplice utilizzo indirizzate alle diverse categorie per inoltrare la domanda e passare a ritirare i soldi in banca. Lo spinoso problema di identificare gli aventi diritto in una situazione in cui, benché se ne parli da anni, i “poveri” non sono mai stati censiti, è stato risolto nell’unico modo possibile in emergenza: sulla fiducia! È stato sufficiente sottoscrivere un’autocertificazione nella domanda on line e indicare il numero della propria carta d’identità per escludere richieste doppie o persone inesistenti. Successivamente si valuterà se e come fare le eventuali verifiche. Certo, sono pochi spiccioli, bastano forse per comprare la farina, però sembra siano arrivati subito a tutti quelli che li hanno chiesti. Quindi si è aperto un ampio e fumoso dibattito sulle misure fiscali straordinarie: patrimoniale sì o patrimoniale no, una tantum progressiva oppure una tantum uguale per tutti, ricorrere o meno al FMI, in quale misura e a quali condizioni – forse ci ricorda qualcosa? Nel frattempo si registra una enorme mobilitazione delle organizzazioni caritatevoli che distribuiscono pacchi alimentari in aggiunta al contributo economico statale e – almeno sulla stampa mainstream – una gara da parte delle grandi aziende per rimpinguare il fondo statale di solidarietà. Gli interventi straordinari per l’emergenza vanno ad accelerare un dibattito che stagnava da anni – in una dinamica molto “americana” – circa l’opportunità di censire i senza reddito, creare finalmente ammortizzatori sociali e potenziare il sistema sanitario pubblico. Anche il Marocco, come tutti i regimi essenzialmente neoliberisti, è stato messo di fronte a un brutale dato di realtà: o si mobilita lo Stato o il Paese va a fondo.

Le scuole, soprattutto quelle private (che in Marocco accolgono un gran numero di bambini) hanno cominciato a offrire lezioni online, quelle statali fanno un po’ come possono, ma “come possono” vale soprattutto per i bambini, perché la disponibilità di un pc e di una connessione stabile non è certo comune nei quartieri popolari, quindi un’enorme numero di scolari e studenti semplicemente è rimasto senza scuola. Un numero sicuramente molto, molto più grande che in Italia.

Poi ci sono le notizie, a ciclo continuo, che annunciano che questo o quell’altro imprenditore ha cominciato a produrre mascherine made in Morocco, che presto saranno distribuite alla popolazione, che già ci sono magazzini pieni, è questione di giorni, che una nuova start up di giovani ingegneri ha progettato un respiratore interamente marocchino, che è allo studio un innovativa app per il tracciamento dei contatti grazie a un team marocchino… Insomma l’armamentario mediatico sembra davvero riproporre un modello predefinito, con l’unica importante differenza che qui i malati e i morti sono (per il momento) pochi.

Ma andrà tutto bene, in cha Allah!

Le vignette – scelte dalla redazione – sono di Dilem e di Altan.

La Bottega del Barbieri

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