Alla mia piccola Sama – Waad Al-Kateab, Edward Watts

un film, il libro di Khaled Khalifa e un articolo di Alberto Negri su quanto accade a Idlib

miracolosamente questo documentario arriva in sala.
una ragazza riprende con la sua videocamera quello che vede ad Aleppo. 
e quello che vede è la guerra, contro Aleppo, l’assedio, le bombe, i feriti e i morti.
il marito, il padre di Sama, è un medico che lavora come e quanto si può, in ospedali di fortuna, con bombe che piovono in testa.
Waad registra e quello che vediamo è un pezzo di una guerra schifosa, dove muoiono moltissimi civili, bambini compresi.
chi ti lancia le bombe spara sul mucchio, tutto è danno collaterale.
nel film non si vedono soldati, solo sangue.
Sama, che, forse, non capisce, sorride, e diventa l’àncora a cui si aggrappano i genitori.
il film non è un libro di storia, chi cerca di uccidere te e i tuoi amici è il Diavolo, senza aggettivi.
la guerra, la distruzione, l’esodo non hanno mai fine, purtroppo.
come sempre Bertolt Brecht ha le parole giuste:

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

non perdetevelo, se riuscite a trovarlo.

https://markx7.blogspot.com/2020/02/alla-mia-piccola-sama-waad-al-kateab.html

 

Morire è un mestiere difficile – Khaled Khalifa

(Traduzione di Maria Avino)

Bulbul, Huseyn e Fatima si incontrano dopo anni per riportare il corpo del padre appena morto al cimitero di  un paesino vicino ad Aleppo, era il suo ultimo desiderio.

e i tre affrontano l’impresa, in una Siria in guerrà, attraverso innumerevoli posti di blocco e continue tangenti da pagare per passare, per fare quei 360 km. per i quali in tempo di pace ci volevano meno di cinque ore di macchina.

è un’odissea, questo ritorno a casa, dove altri morti lo aspettano.

per i tre fratelli è l’occasione di sputarsi addosso rancori mai sopiti.

lo sfondo è un paese dilaniato da una guerra senza quartiere, dove la vita al massimo vale qualche soldo, quando va bene, in una guerra che dura da anni, senza fine.

Bulbul, Huseyn e Fatima sono in viaggio, con un cadavere che sta marcendo, dentro la macchina.

buon viaggio a chi legge il libro, magari ci ricorderà che nella guerra ci sono milioni di persone, ciascuna con un nome, una storia e un impossibile futuro.

 

 

https://stanlec.blogspot.com/2020/02/morire-e-un-mestiere-difficile-khaled.html

 

Idlib non deve cadere. Al via la cacciata dei curdi – Alberto Negri

Idlib non deve cadere: gli americani stavolta sono d’accordo, e in modo mai così esplicito, con Erdogan. «La Turchia ha diritto a difendere i suoi interessi in Siria e gli Usa sostengono sempre un alleato Nato»: così ha detto anche alla tv turca Ntv James Jeffrey, inviato speciale per la Siria.

Nel triangolo Usa-Turchia-Russia per la divisione delle zone di influenza, Washington, a quanto pare, ha deciso di sparigliare inserendosi nelle crepe sempre più evidenti di quel dialogo tra Mosca e Ankara su cui sembravano reggersi le sorti di vasto un arco strategico che va dalla Siria alla Libia.

Una mossa americana da leggere in chiave anti-russa ma soprattutto anti-Iran, l’alleato storico di Assad che dopo l’uccisione in Iraq da parte degli Usa del generale Qassem Soleimani e l’avanzata dell’esercito siriano nel Nord sta rafforzando la sua presenza in appoggio al regime baathista.

A Idlib si combatte quella che potrebbe essere l’ultima grande battaglia dell’agonia siriana o la prima di un conflitto più ampio che opponendo la Turchia ad Assad, quindi a Mosca e a Teheran, si riverbera dal Medio Oriente alla Libia e oltre. Gli Stati Uniti, già presenti con le loro truppe, tornano adesso, dopo il disastroso ritiro dal Rojava in ottobre, nel cuore della partita siriana appoggiando quella Turchia che in questi anni ha giocato in maniera spericolata le sue carte, prima sostenendo la rivolta contro Assad dei Fratelli Musulmani e dei jihadisti, poi tra Mosca e l’Occidente, stringendo accordi con i russi – bellici (S-400), economici (Turkstream) e diplomatici (Astana) – quindi intervenendo militarmente con tre grandi operazioni contro i curdi (agosto 2016, gennaio 2018 e ottobre 2019), infine manovrando i jihadisti siriani per inviarli nel quadrante libico. Idlib è l’epicentro non solo di una battaglia ma anche di una crisi umanitaria di grandi dimensioni che comprende giganteschi spostamenti di popolazioni dentro e fuori la Siria e una sorta di pulizia etnica che coinvolge entrambi i fronti di guerra.

Questo è in fondo l’obiettivo ultimo del conflitto siriano: una ricomposizione demografica dove la Turchia vuole sostituire con gli arabi sunniti i curdi siriani nei territori strappati al Rojava mentre Assad intende diminuire il peso della componente sunnita maggioritaria che aveva innescato la rivolta del 2011.

L’idea di Erdogan – che «ospita» 3,5 milioni di rifugiati siriani – esposta a Trump ma anche all’Unione europea, è di ricollocare dentro al confine siriano un milione di rifugiati arabi che dovrebbero rimpiazzare i curdi. Tra questi i jihadisti armati da Ankara. La cancelliera Merkel ha già aderito alla richiesta di Erdogan di co-finanziare 10mila alloggi ma nessuno qui ha detto una parola. Ecco dove è finita la solidarietà ai curdi siriani, maggiori alleati nella lotta contro l’Isis, di un’Europa che dopo il massacro a opera dei turchi nel Rojava prometteva di imporre sanzioni ad Ankara.

E tutto questo è avvenuto mentre la Turchia ha spostato circa 2mila jihadisti dalla Siria alla Libia per sostenere Tripoli contro il generale Haftar appoggiato da Mosca. Ecco perché gli accordi sulla tregua in Libia sono fragili, benché appena sanzionati dal Consiglio di Sicurezza Onu con l’astensione proprio di Mosca. Prima della guerra nella provincia di Idlib vivevano un milione di persone, ora sono oltre tre milioni con 600 mila di profughi ammassati in campi di raccolta e tendopoli di fortuna: in questa area negli ultimi tre anni di guerra sono confluiti siriani provenienti da ogni parte del Paese e Idlib è diventata la roccaforte dell’ex fronte al Nusra affiliato ad Al Qaida, insieme ad altri gruppi ribelli che obbediscono a Erdogan.

Finora il gioco delle parti tra Putin ed Erdogan aveva retto, dopo che Mosca e Ankara erano arrivati nell’autunno del 2015 sull’orlo del conflitto per l’abbattimento di un caccia su Sukhoi. Pur di mantenere in sella Assad, la Russia era giunta ad accordi con la Turchia e per oltre due anni questa strana alleanza ha funzionato, messa alla prova anche dal ritiro americano dal Nord della Siria che aveva lasciato campo libero ai turchi per massacrare i curdi siriani. La Russia quindi è intervenuta insieme alle truppe siriane per contenere l’avanzata turca nel Rojava limitando la “fascia di sicurezza” di Ankara.

Da qualche giorno è esplosa l’escalation degli scontri tra turchi e siriani.

Putin è furibondo perché Erdogan non rispetta i patti per l’evacuazione da Idlib di ribelli e jihadisti e la riapertura delle autostrade che collegano Damasco ad Aleppo e all’area costiera. Anzi la Turchia ha inviato in queste settimane truppe e rifornimenti. Ankara è inferocita perché la truppe siriane stanno prendono di mira oltre ai ribelli anche i militari turchi. Così adesso gli americani hanno preso posizione a favore di Erdogan – che ha consegnato la pelle di Al Baghadi a Trump in cambio del Rojava – e quindi anche dei qaidisti di Idlib: alla faccia della guerra al terrorismo e dei curdi siriani che hanno combattuto l’Isis e i jihadisti.

da qui

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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