Amadori: non basta, ci vuole più sicurezza

di Davide Fabbri

A SAN VITTORE DI CESENA. I PROCLAMI DELLA DIRIGENZA. I TURNI ASSURDI DI LAVORO

Sabato 21 marzo il direttore dello stabilimento del sito produttivo Avi.Coop di San Vittore di Cesena Fabio Simoncini – della holding Amadori spa (presidente Flavio Amadori, nella foto; il vicepresidente è Denis Amadori) – è intervenuto in azienda a ringraziare i dipendenti che si stanno recando al lavoro in un periodo di emergenza sanitaria da Covid-19.

Stessa cosa ha fatto Massimo Urbinati, direttore del reparto Prodotti Speciali-Elaborati Crudi (Disosso). Hanno tenuto mini-comizi davanti agli operai del Taglio Polli, Taglio Tacchini e Prodotti Speciali. Oltre ai doverosi ringraziamenti per l’impegno profuso da parte della forza-lavoro, gli operai di Amadori sono stati equiparati al personale medico infermieristico degli ospedali.

Gli operai di Amadori – questo il succo degli interventi della dirigenza – hanno una missione molto importante da portare avanti, che è quella di sfamare gli italiani. La produzione non può essere assolutamente fermata.

Gli operai – ha detto il direttore Fabio Simoncini – sono come i medici e gli infermieri degli ospedali, che in questo momento stanno lavorando A PIENO REGIME per curare gli ammalati. Alla stessa stregua, gli operai di Amadori hanno il dovere di sfamare gli italiani.

Io credo che però si debba migliorare nettamente le condizioni di lavoro in sicurezza all’interno dei vari reparti dello stabilimento di Amadori. dove avviene la macellazione delle carni avicole (polli e tacchini) per la produzione di articoli per l’alimentazione umana, la lavorazione tagli, la preparazione di prodotti alimentari a partire da materie prime animali.

L’azienda sa perfettamente che le strade per realizzare una messa in sicurezza totale dei lavoratori sono le seguenti:

– rallentare i ritmi di lavoro in produzione: sono ancora piuttosto sostenuti, dunque occorre rallentare la produzione di carne;

– solo così facendo si potranno rispettare rigorosamente le norme di sicurezza previste nell’ultimo protocollo sottoscritto da aziende e sindacati, al fine di tutelare la salute degli operai, ma anche dei loro cari e dell’intera comunità, al fine di arginare la diffusione dell’epidemia da corona virus;

– diminuire il numero degli operai all’interno dei reparti, ridurre il flusso dei lavoratori presso ogni singolo turno di ogni reparto.

Ovviamente qualche piccolo miglioramento negli ultimi giorni, c’è stato. Qualche cautela in più è stata presa. Ma con molta lentezza. Solo piccoli passi:

  • si mangia nelle sale mensa-ristoro a debita distanza, sono stati aggiunti tavoli e panche;
  • si cerca di distanziare le persone in ingresso;
  • è stata messa una persona negli spogliatoi col compito di far defluire il passaggio degli operai dallo spogliatoio alla produzione.

Tutto ciò non basta. Non è sufficiente per l’emergenza che stiamo vivendo.

Va affrontato con serietà e determinazione il problema delle distanze di sicurezza nelle linee di produzione (soprattutto al taglio polli). Con le postazioni di lavoro attuali, le distanze interpersonali fra lavoratori sono rispettate con l’operaio che ti sta a fianco, ma difficilmente con chi ti sta davanti. Occorre collocare le operaie in postazioni di lavoro a zig-zag.

Le turnazioni dei lavoratori sono assurde. Il caso esemplare è nel Reparto Prodotti Speciali-Elaborati Crudi (Disosso). Orientativamente sono circa 45 operaie per ogni singolo turno giornaliero. Si potrà notare (pubblico qui in fondo la tabella aziendale dei turni del reparto in questione) che c’è un plateale accavallamento fra i tre turni (notte – mattino – pomeriggio) che rende vano ogni tentativo di rimanere distanti fra colleghi; partendo dagli spogliatoi, fino a scendere al marca-schede e poi inevitabilmente nei corridoi in cui si assiste a un assembramento di lavoratori. Facciamo un esempio: l’operaia del turno del mattino marca alle ore 4.52, rimane in corridoio prima di accedere al reparto, poiché all’interno vi sono ancora le operaie del turno della notte, che termina alle 4.52. Stessa identica cosa accade fra il turno del mattino e quello del pomeriggio.

Che senso ha tutto questo? E’ questo il modo di gestire l’organizzazione aziendale del personale al fine di evitare contatti fra i lavoratori?

E’ così difficile tutelare la salute dei lavoratori cercando di mettere in atto degli stacchi netti (dal punto di vista temporale) fra un turno e l’altro?

Cesena, 23 marzo 2020

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Purtroppo in un precedente grave evento non siamo riusciti venire a capo in maniera esaustiva nè delle cause dei malesseri nè dei necessari risarcimenti; siamo intervenuti “dall’esterno” senza poter contare sugli strumenti e sui poteri della vigilanza che sono della Ausl e non dei consulenti di fiducia dei lavoratori;
    ancora mi rammarico del fatto che in quella circostanza non siamo riusciti ad essere efficaci e a sostenere adeguatamente i lavoratori;
    ma ora, nel momento della crisi, chiedo: DOBBIAMO ANCORA SOPPORTARE IL LAVORO NOTTURNO?
    NOTTURNO è ANCHE QUELLO CHE COMINCIA ALLE 4.52; nel senso: ora legale corrisponde alle 3.52; a che ora l’operaio si sveglia ? Fa colazione , esce di casa , prende un mezzo…
    insomma si sveglia prima delle 4 del mattino ora solare ?
    ciò interferisce con la produzione di melatonina, ecc.
    Il lavoro notturno è classificato come probabile cancerogeno dalla IARC ;
    in un primo momento gli epidemiologi lo hanno constatato per le donne poi la evidenza (con molti organi bersaglio!) è stata evidente anche per gli uomini…
    di recente c’è stato un processo contro l’Inail a Ravenna per un infarto che il tribunale ha riconosciuto come concausato dal carico di lavoro; devo dire , da perito di parte, che i periti del giudice hanno soppesato adeguatamente anche il discorso del distress connesso all’orario di lavoro;
    SE LA CRISI DEL VIRUS FACESSE APRIRE GLI OCCHI SULLA ABOLIZIONE DEL LAVORO DI NOTTE ?

    Vito Totire

  • Gian Marco Martignoni

    Per prima cosa un plauso a Davide per l’analisi scientifica del processo lavorativo in Amadori, giacchè con i tempi che corrono non è un fatto decisamente scontato. Sarebbe interessante sapere se l’Amadori rientra tra le aziende che possono proseguire nella loro attività quotidiana, oppure se è lecito pensare che la stessa possa perlomeno essere ridotta sensibilmente. Sicuramente la Flai-Cgil di Cesena potrebbe dare alcune risposte alle pertinenti segnalazioni di Davide. Infine, Vito Totire giustamente evidenzia la problematica dei turni e del rischio cancerogeno connesso.Al di là che in quarant’anni di attività sindacale non mi era mai accaduto di verificare un cambio turno alle 4e52 della mattina, mi chiedo se la turnistica in Amadori è organizzata su tre o quattro turni giornalieri ?

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