Ammalarsi fa male?

«Ci manca(va) un Venerdì», puntata 101 (*): torna Fabrizio Melodia, l’astrofilosofo, e porta con sé Thoreau, Cioran, Susan Sontag, Weininger, Junger, Gaarder per tacere di Grey’s anatomy

Fa bene qualche volta essere malato” afferma con una certa dose d’ironia il filosofo e attivista politico Henry David Thoreau, che molti hanno potuto conoscere e apprezzare come silenzioso ma presente vate nel film “L’attimo fuggente”.

Eppure un’affermazione simile potrebbe sembrare una presa per i fondelli: come può fare bene ammalarsi? Se si è malati, non si sta bene, e si fa di tutto per guarire.

Questo andrebbe confermato dal filosofo Emil Cioran, che candidamente si mette in gioco scrivendo: “A dire il vero, non è la morte ma la malattia quello che temo, l’immensa umiliazione legata al fatto di languire nei paraggi della morte”.

Trovo geniale questa frase, ovvero languire nei paraggi della morte come se la malattia fosse un immenso oceano e il nostro corpo una nave con vistose falle e le vele distrutte, incapace di afferrare il più lieve alito di vento.

Persino un filosofo “duro” come Ernst Junger sembra uscirsene con una buona considerazione: “La salute può essere un bene. La malattia a volte può essere addirittura meglio. Le malattie sono domande, sono anche compiti, perfino onorificenze. Tutto dipende da come uno se le appunta”.

Quindi la malattia consiste semplicemente in un modo fisiologico estremamente soggettivo di prendere bene o male gli appunti oppure in un punto d’appoggio per spiccare il balzo oltre il muro della conoscenza?

Molto spesso l’essere umano si scontra con la malattia, un evento che frena la sua folle e frenetica corsa nell’immensa ruota maestra della realtà quotidiana, dove ogni cosa ne segue un’altra nell’attività produttiva della ricchezza che egli, forse, non riuscirà mai a godere pienamente.

La malattia dunque fa naufragare la nave del corpo e l’essere umano si sente emarginato dal trabiccolo della società civile, dove lavoro, pausa lavoro, ripresa del lavoro sono i tre momenti dialettici in cui il Capitale si potenzia. Come ogni cellula cancerosa, il corpo del Capitale pare escludere la Cellula Uomo Malata. Lo afferma filosofo Otto Weininger, che restituì il biglietto alla Vita a causa di una scommessa: “Malattia e solitudine sono affini. Alla minima malattia, l’uomo si sente ancora più solo di prima”.

E che dire della vecchiaia, di tutte le “malattie” che essa porta, come un vaso colmo d’acqua che si svuota goccia a goccia? Non è forse vero che nella vecchiaia la solitudine aumenta in modo esponenziale, portando le persone a emarginarsi sempre di più per non farsi vedere mentre ciondolano nelle sale d’attesa dell’Ultimo Treno?

A parte che a codesti filosofi manca forse più di qualche venerdì, si potrebbe trovare una risposta all’emarginazione dovuta alla malattia, proprio escludendo la medicina. Afferma Meredith Grey, nota dottoressa di fantasia di “Grey’s anatomy”, divertente serie tv: “L’obiettivo di ogni intervento è la piena guarigione, uscire meglio di come si è entrati. Alcuni pazienti guariscono in fretta e stanno subito bene. Per altri la guarigione è più lenta, e solo dopo mesi o persino dopo anni si rendono conto di non soffrire più. Quindi dopo ogni intervento la sfida è avere pazienza. Ma se riesci a superare le prime settimane e i mesi, se credi che guarire sia possibile, allora puoi riavere la tua vita di prima. È un grosso se”.

Nonostante tutta la conoscenza della moderna medicina, l’inghippo rimane sempre l’essere umano, una macchina biologica soggetta quindi ad altre variabili indipendenti dalla cura fisiologica del corpo.

Oppure, partendo da un’altra considerazione, è la natura umana a essere scossa profondamente dalla malattia, nella forte consapevolezza di rimanere prigioniera in una terra altra, dove toccare con mano l’effimera consistenza del nostro esistere.

A tale proposito, la scrittrice Susan Sontag getta una luce migliore: “La malattia è il lato notturno della vita” ovvero un modo per rivedere le cose dal punto di vista della notte, quando le luci sono assenti e il nostro cuore si sente senza alcun punto d’appoggio, perso nel mare delle tenebre. E’ un modo diverso di affrontare la vita e il proprio essere, un modo forse per scendere negli abissi e ritornare più forti di prima. E’ come percepire la morte con la falce spezzata: sappiamo che prima o poi la riparerà, ma per il momento siamo usciti vittoriosi dalla Stazione dell’Ultimo Treno e ci avviamo per la nostra strada, sempre a piedi, magari senza bagagli, ma ben vivi e coscienti di aver raggiunto un diverso modo di consapevolezza.

A conclusione di questo mio giocherellare con malattie, morte, e altre amenità da manicomio, ecco in aiuto l’ironia nordica dello scrittore e professore di filosofia Jostein Gaarder: tra il serio e il faceto, dice con noncuranza: “Non era triste che la maggior parte delle persone si dovesse ammalare per rendersi conto che è bello vivere?”.

(*) La rubrica dell’astrofilosofo si era interrotta subito dopo i festeggiamenti per la centesima “Cmuv” (nella puntata 99 avevo scherzato sui rischi della krptonite) e sono sicuro che qualche maligno avrà pensato – parodiando il Prevert sui reali di Francia – “che gente è questa che non sa contare oltre cento?!”. C’era un motivo dietro la pausa: Fabrizio è stato male… E guardate di cosa parla oggi? Poi c’è chi crede che la filosofia abiti nelle nuvole. [db]

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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