«Ammazzano un compagno gli sbirri del questore»

Ricordando Saverio Saltarelli

di Gianni Sartori

Fine anni sessanta, metà dei settanta. Ripercorrendo quell’intenso periodo, oltre che dai ricordi personali, vengo regolarmente travolto dal pensiero dei compagni caduti, uccisi, assassinati. Da Franco Serantini a Salvador Puig Antich, per dirne due fra i tanti. E ogni volta mi colpisce una coincidenza: molti appartenevano alla medesima condizione sociale (diciamo “proletaria” in senso lato) e alla stessa mia generazione: letteralmente, in senso anagrafico, nati tra la fine dei ’40 e i primi anni ’50. Non tutti ovviamente: Giuseppe Pinelli e Giangiacomo Feltrinelli (per dirne altri due) erano più “vecchi”.

Cos’era accaduto? Fra scolarizzazione di massa, boom economico e relativi effetti “collaterali” (emigrazione interna, accelerazione delle lotte e della presa di coscienza da parte delle classi subalterne – sia in senso economicistico che politico – oltre alla percezione diffusa a livello planetario che “le cose potevano cambiare” qui e ora…) un gran numero di giovani che in passato sarebbero passati direttamente dall’adolescenza alla condizione di schiavitù salariata – generalizzo, ovviamente – ebbero la netta sensazione che nel muro dell’esclusione sociale si aprisse una piccola (o grande?) crepa. In tanti ci buttammo in quello “spiraglio”. Alcuni a corpo morto, altri più timidamente, ma consapevoli che si trattava di ora o mai più.

Ci fu comunque un prezzo da pagare, indipendentemente dai risultati alquanto al di sotto delle aspettative, anche di quelle minime. «Sul fango della via» caddero in molti.

Da Franco Serantini (sardo e figlio di NN) a Walter Alasia, figlio di operai di Sesto San Giovanni; dal militante basco Txiki, una famiglia di immigrati nel Paese basco dall’Estremadura a Pietro Bruno, ragazzo delle borgate romane militante di Lotta Continua.

Emblematica per certi versi la storia di Saverio Saltarelli, nato a Pescasseroli nel 1947. Figlio di pastori abruzzesi, Saverio era emigrato a Milano dove, studente universitario, si manteneva con lavori saltuari come fattorino e facchino ai mercati generali. Venne ucciso a soli 23 anni da un candelotto lacrimogeno il 12 dicembre 1970 (primo anniversario della strage di Stato a Piazza Fontana) mentre manifestava per la liberazione degli anarchici ingiustamente incarcerati.

La strage di piazza Fontana, materialmente eseguita dalle canaglie neonaziste (a scelta qualcuno nel mazzo dei Franco Freda, Giovanni Ventura, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni…) manovrate dai servizi segreti – con Gladio e P2 – fornì alle classi dominanti l’occasione, da tempo cercata, per vendicarsi della paura prodotta dalle grandi lotte sociali del 1968-69, a partire dalla rivolta del 19 aprile a Valdagno. La strage di Stato di Milano (come quelle successive) doveva disarticolare il forte movimento di lotta e spianare la strada a un governo di destra, rigorosamente atlantista, sostenuto anche dal Msi o forse a un golpe. La vicenda di piazza Fontana è nota… presumo. I primi a venir colpiti furono gli anarchici: finirono in galera Pietro Valpreda e altri mentre Pino Pinelli veniva scaraventato giù da una finestra della questura di Milano il 16 dicembre, durante un “interrogatorio”.

A un anno esatto dalla strage di Stato – il 12 dicembre 1970 – varie manifestazioni si svolgono a Milano. Due autorizzate: un corteo antifranchista (è l’epoca del processo di Burgos contro i baschi) indetto dai sindacati e dai partiti PCI, PSI, persino DC e un presidio alla Statale del Movimento Studentesco della Statale (MSS) di Mario Capanna. Al corteo non autorizzato degli anarchici partecipano a titolo individuale altri militanti di sinistra (anche del Movimento studentesco e vari gruppi gruppi, compresi i marxisti-leninisti) e il gruppo internazionalista di Rivoluzione Comunista di cui faceva parte Saltarelli in quanto militante del “Comitato studentesco di agitazione rivoluzionaria”.

Gli anarchici vengono caricati duramente e ripetutamente. La polizia spara molti lacrimogeni ad altezza d’uomo. Qualcuno per sfuggire ai pestaggi tenta di rifugiarsi nell’università ma verrà bloccato dal servizio d’ordine del Movimento Studentesco. A parziale – molto parziale – giustificazione di quell’operato in stile stalinista, va ricordato che precedentemente c’era stato un tentativo di assalto all’università da parte dei neofascisti.

Colpito al cuore da un lacrimogeno ricoperto di metallo, Saverio Saltarelli muore. La polizia non aveva nemmeno esitato a fare uso di armi da fuoco (in particolare il reparto guidato da Antonio Chirivì) e si contarono almeno due feriti gravi, uno studente e un giornalista.

Paradossalmente saranno soprattutto Mario Capanna e il suo MSS a gestire la proteste per la morte di Saverio Saltarelli. Un compagno – va detto – in parte “dimenticato” nonostante una canzone di Pino Masi (*) che all’epoca in tanti intonammo nelle manifestazioni: «il 12 dicembre un anno era passato dal giorno delle bombe, della strage di Stato (…) Ammazzan Saltarelli gli sbirri del questore».

Fra i pochi che lo hanno ricordato negli ultimi tempi segnalo il giornalista Gianni Barbacetto. In un articolo su «Il fatto quotidiano» Barbacetto ha raccontato di un incontro con Lydia Franceschi, la mamma di Roberto, anch’egli ucciso (nel 1973) dalla polizia. Con onestà intellettuale, Barbacetto spiegava così la dimenticanza collettiva nei confronti di Saverio: «Non aveva alle spalle né un gruppo politico forte, né una famiglia attrezzata a comunicare. Era figlio di pastori abruzzesi Saverio e si era trasferito a Milano per studiare, prima al liceo Berchet, poi all’università. Si manteneva agli studi facendo il fattorino, il facchino all’Ortomercato e mille altri lavori».

Così andava e così va il mondo, purtroppo, anche tra compagni.

La mamma di Roberto Franceschi (quante “mamme coraggio” in queste storie!) ha dedicato la sua vita a mantenere viva la memoria del figlio e dei suoi ideali e ha espresso tristezza per questa dimenticanza nei confronti del figlio di pastori assassinato brutalmente a Milano nel 1970.

Così si espresse parlandone con Barbacetto: «Quando Roberto tornò a casa dalla manifestazione del 12 dicembre 1970 era sconvolto perché era il suo primo impatto con la violenza istituzionalizzata. Non riusciva a capire come si potessero sparare candelotti ad altezza d’uomo contro cittadini che chiedevano di conoscere la verità su una strage costata la vita a 17 persone, più quella di Giuseppe Pinelli. Seduta con lui sul suo letto, passai quasi tutta la notte a discutere. Mi è rimasto sempre molto caro, Saverio Saltarelli».

(*) potete ascoltarla qui: 12 dicembre 1970: Saverio Saltarelli è ucciso a Milano – YouTube

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Grazie Daniele. Lo abbiamo giurato che non avremmo dimenticato. “Compagno Santarelli noi ti vendicheremo…” così cantavamo pensando che la giustizia proletaria avrebbe trionfato. Eravamo giovani e generosi e come Saverio pronti a dare la vita per un mondo migliore. Abbiamo fatto quello che potevamo e sapevamo fare…non è stato sufficiente. Ancora oggi il mondo non è migliore di allora. La schiavitù e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sono la cifra della cosiddetta civiltà moderna e globale.
    Vecchi e pensionati, noi…la lotta continua

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *