Ancora su «Legami di sangue» di Octavia Butler

di db

In occasione di una nuova edizione italiana – da Sur con la traduzione di Veronica Raimodel romanzo «Legami di sangue» rispolvero questa mia recensione-riflessione del 2011 che si riferiva all’edizione Le Lettere. (db)

Nel 1852 Frederick Douglass scrive: «Che cos’è per lo schiavo il vostro Quattro luglio? E’ un giorno che più di tutti gli rivela l’ingiustizia e la crudeltà di cui è vittima». Il riferimento è ai festeggiamenti per il 4 luglio del 1796, “Dichiarazione di indipendenza” degli Stati Uniti dove, fra l’altro, si legge: «Tutti gli uomini sono creati uguali e (…) sono dotati dal loro Creatore di certi inalienabili diritti fra i quali quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità». Douglass è un afro-americano, uno “schiavo fuggiasco” come intitola le sue celebri Memorie. Se lui legge che, per l’atto fondante degli Stati Uniti, tutti gli esseri umani vengono creati uguali non può tacere: forse i neri sono stati creati da un dio minore, forse per loro quella frase non vale?

Partiamo da qui – e dalla bella post-fazione di Maria Giulia Fabi al romanzo Legami di sangue di Octavia Butler che lo ricorda – per collegarci anche al razzismo e alle sue radici attraverso una storia che ci trasporta dagli Usa del ventesimo secolo a quella dell’inizio 1800.

Il guaio” inizia il 9 giugno 1976, giorno del 26° compleanno di Dana. Un giramento di testa e poi «la casa, i libri, ogni cosa scomparve». Dana si ritrova in un luogo ignoto ma le manca il tempo di farsi domande: c’è da salvare un bimbo sconosciuto che sta affogando e lei lo fa. Arriva una donna, urlando «Rufus, piccolo» e aggredisce la salvatrice, mentre arriva un uomo che minaccia Dana con il fucile. Poi tutto scompare e la protagonista si ritrova a casa. Per il marito è difficile crederle ma d’altronde lei è sparita sotto i suoi occhi e quando “torna” è tutta coperta di fango. Dov’è andata? Come? Perché? Non ci troviamo in un mistery e dunque si può subito svelare una parte dell’enigma. A “chiamare” Dana è proprio il ragazzino; accadrà ancora perché ogni volta che Rufus è in pericolo riesce a “evocarla”.

E’ persino banale dirlo ma essere proiettati in un luogo e in un’epoca sconosciuti (ammesso che sia possibile) non è un gioco divertente per chi trova catapultato lì in mezzo. Quel che si ignora è essenziale; tutto ciò che si conosce risulta inutile. Ma per Dana la situazione è quasi catastrofica: Rufus è bianco mentre lei in quell’epoca (scoprirà poi che “il tempo di Rufus” è il 1815) viene considerata “una sporca negra”.

La prima traumatica e inspiegabile esperienza è destinata a ripetersi quasi subito. In un successivo “dislocamento” nel passato Dana trascina con sé il marito: ma anche se Kevin è un bianco il suo aiuto è assai limitato in un’epoca di schiavismo, di frustate, di figli venduti. Si può “giocare d’azzardo” contro la storia, quella con la S maiuscola? Dana e Kevin all’inizio cercano di comportarsi da «osservatori che guardano uno spettacolo». Ma l’illusione dura poco. Loro stessi – come la gente del tempo nel quale sono trascinati – finiranno «addestrati ad accettare la schiavitù», a cercare solo di salvare la pelle senza riuscire a tornare nella loro epoca? Devono vivere fra gente che non prova vergogna a stuprare una donna nera ma si vergogna all’idea di poterla amare.

Dana è sottomessa al «potere d’evocazione» di Rufus, un ragazzo sensibile che crescendo però assomiglia sempre più alla “sua gente”, convinta che i neri siano poco più (o forse meno) che bestie. Anche il padre di Rufus, l’uomo con il fucile della prima sequenza, «non era affatto un mostro. Era solo un uomo comune che a volte faceva cose mostruose che la sua società diceva essere legali e giuste». Nella storia – appunto con la S maiuscola – non solo deve arrivare la “guerra di Secessione” ma ancora sono impensabili Nat Turner, Frederik Douglass o Harriet Tubmam che guidò 300 schiavi fuggiaschi verso la libertà. Impossibile accettare che “una negra” sappia leggere, meno che mai crederla moglie di un bianco. Per Dana e Kevin non sembra esserci maniera di cambiare quella società. Anzi… «Vedi come si diventa schiavi facilmente?» è il messaggio che le persone, persino gli sguardi ripetono.

L’ambiguo legame tra Rufus e Dana – è forse un suo lontano antenato, esiste davvero un “legame di sangue”? – le offre a volte qualche opportunità di mitigare le punizioni, di influenzarlo. Ma ha un senso lottare per il piccolo privilegio di salvare qualcuno o di insegnare a leggere e scrivere a ben pochi ragazzini neri che poi resteranno comunque schiavi? Anche l’emancipata Dana, se dovrà rimanere lì, sarà destinata a diventare una «versione femminile dello zio Tom, donna spaventata e impotente»? Tutto diventa difficile: agire, scegliere, persino pensare razionalmente perché la schiavitù è anche «un lungo e lento processo di ottundimento».

Sulla trama non vale dir di più in questa sede. Octavia Butler ha osato – e saputo (non era facile) – scrivere un potente romanzo sulla schiavitù ma soprattutto un’indagine esistenziale su come vengono educati i carnefici (compresi quelli più miti, o che tali si considerano) e vittime, persino sul paradossale “senso di colpa” di queste ultime quando si ritrovano in una condizione degradante, disperata, sub-umana. Ma Legami di sangue è anche un libro su quello che del rapporto oppressori-oppressi attraversa il tempo – e qui non siamo più nella invenzione letteraria – ovvero su ciò che oggi sopravvive di catene, frustrate, umiliazioni mai risarcite (ammesso che sia possibile) neppure a parole. Non per caso Dana riesce a tornare nel suo tempo proprio il 4 luglio 1976, quando cioè gli Usa festeggiano il bi-centenario della Dichiarazione d’indipendenza dimenticando la lunga schiavitù dei neri: «è come se i tedeschi avessero cercato di fare in pochi anni quello a cui gli americani si erano dedicati per quasi duecento» è la terribile accusa che Dana rivolge al Paese nel quale vive.

Octavia Butler parla di sé e delle sue radici. Sua nonna lavorava in una piantagione di canna da zucchero, la sua situazione «non era così diversa dalla schiavitù». Scegliendo a protagonista un’afro-americana che vuol diventare scrittrice, fra un lavoro servile e un altro precario e sottopagato – ovviamente introduce un elemento biografico, anche se la trama non insiste su questo aspetto. Alla prima uscita, nel 1979, questo romanzo impressionò e dunque non sorprende che l’anno scorso sia stato ristampato (da Beacon Press) negli Usa. L’edizione italiana era invece apparsa su Urania, dunque in una collana di fantascienza, solo nell’agosto ’94 ed era praticamente passata inosservata. (*). Per fortuna l’editrice Le Lettere ora lo ripropone, in una nuova traduzione – di Silvia Gambescia – e con l’utilissima, intelligente postazione di Maria Giulia Fabi.

A spiegare perché Legami da sangue da noi apparve in una collana di fantascienza non è tanto l’appiglio dei “viaggi nel tempo” quanto che la Butler ha scritto molte opere classificabili come science fiction o fantasy. A partire dallo straordinario Ultima genesi del 1987 e ad altri romanzi (Incidente nel deserto e Ritorno alla Terra) che pure Mondadori mandò in edicola come Urania. Per chi volesse, sia pure in estrema sintesi, conoscere qualche altro titolo “italiano” della Butler – disordinatamente tradotta e pubblicata in sordina, spesso ignorando che i suoi testi erano inseriti in cicli con una precisa cronologia – si possono ricordare due romanzi da Interno Giallo (La nuova stirpe e Seme selvaggio) e poi altri da Fanucci (come La parabola dei talenti e La parabola del seminatore). Per quel che le etichette valgono – poco cioè – tutte le sue storie oscillano fra il genere utopico, o meglio distopico, con agganci nel fantasy, nella fantascienza ma con evidenti riferimenti allegorici al mondo reale. Al riguardo è interessante notare che il migliore autore italiano “di fantascienza”, cioè Valerio Evangelisti, all’estero era considerato “un grande scrittore” e basta – cioè senza etichette – anche prima che scrivesse romanzi storici ambientati in Messico, fra i pirati o nelle vicende sindacali degli Stati Uniti come quel Noi saremo tutto che in questi giorni viene finalmente ristampato in edizione economica. Vale per la Butler, per Evangelisti o per tante/i altre/i: usino certi accorgimenti della fantascienza o del “noir” o piuttosto il grimaldello del realismo, del romanzo storico stanno parlando anche del mondo in cui viviamo. Dunque che voli avanti nel futuro o indietro nel passato, Octavia Butler vuole mostrarci le ferite del razzismo. Vederle è anche un modo per guarirle. E per saperne riconoscere i segni nel presente.

Octavia Butler

Legami di sangue

Le Lettere (www.lelettere.it)

344 pagine, 18,50 euri

traduzione di Silvia Gambescia; post-fazione di Maria Giulia Fabi

(*) Correrò il rischio segnalato dalla frase “chi si loda si imbroda” ricordando che negli anni ’90 io e Riccardo Mancini segnalammo più volte l’importanza di questo romanzo e più in generale di Octavia Butler. Fa piacere che venga “riscoperta” anche in Italia da chi magari continua a inorridire – chissà perchè – di fronte alla parola fantascienza. [db]

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Questa recensione è meravigliosa. Presenta con limpidezza il lavoro e la sperimentazione di un’autrice unica, timida, incantevole, vigorosa nei contenuti, capace di capovolgere la sfortuna e di raccontarla. Un angelo della parola scritta. Le sue pagine sono cicatrici, rimarginano le ferite dell’anima e dell’ingiustizia. Ci sei mancata troppo presto, il tuo sorriso così aperto e fiero, così luminoso, brilla lassù, nell’olimpo della letteratura.

  • Una recensione davvero bellissima. Grazie Daniele e grazie che ho letto Ottavia Butler negli anni 90 grazie a te e a Riccardo. Una scrittrice importante, da conoscere. Davvero pazzesco che in Italia ancora si usino certe etichette e soprattutto che si inorridisca di fronte alla parola fantascienza.

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