Ancora sul corona virus, noi e il mondo

«In ginocchio, in piedi» di Giulio Lobina.

Il diario del “Cugino di Dizzy”, viaggiatore fra mondi…

E molti link

STIAMO IN GINOCCHIO?

di Giulio Lobina

In ginocchio stanno i siriani. Che hanno perso la casa, i figli, i genitori, i nonni, i sogni, la terra. Non noi. Noi abbiamo una casa. 

Dobbiamo semplicemente starci. Abbiamo una casa e un lavoro, o un reddito di cittadinanza. E, ancora mamma, babbo, fratelli, sorelle, amici, spose. Chi è fortunato.

In ginocchio sta chi per un tampone spende 1400 dollari, non noi. 

In ginocchio sta chi muore di denutrizione e di morbillo, non noi. 

Noi perdiamo per un periodo che finirà aperitivi e stadi. La socialità che “i social” si sono già mangiati dentro telefonini nei quali leggiamo costantemente bufale contro gli africani create dalle destre xenofobe che oggi stanno mute perché comprendono il significato della “fuga” dalle epidemie, del divieto di attracco di una Nave da crociera (non di un barcone), dello stare confinati in un territorio dove si ha paura. 

Mancherà l’andare a scuola, a teatro, in palestra, al mare, in piazza, chiesa, strada, ristorante, a passeggio… eccome se mancherà tutto questo perché siamo nati per vivere con le persone, d’ogni Paese e d’ogni colore. Senza muri. I confini noi non li vogliamo nemmeno fino al 3 aprile, immaginiamoci se potremo mai vivere in un mondo chiuso. 

Siamo nati per abbracciarci e per baciare. Per camminare insieme, mano nella mano. 

Oggi ci fermiamo. Tutta l’Italia si ferma. Rallenta. Ma no, non siamo in ginocchio.

In ginocchio sta chi, per la nostra ignoranza e superficialità viene contagiato e non ha anticorpi per proteggersi. 

In ginocchio sta chi, non ha scelta. 

Noi scegliamo ogni giorno 

di non contagiare, 

di non gravare sulla Sanità, 

di rispettare il lavoro dei Medici e di tutti gli operatori sanitari, 

delle forze di polizia, 

di chiunque incessantemente collabora per preservare la vita. 

Possiamo comportarci civilmente a lavoro e a casa. Perché siamo in grado di scegliere come comportarci. Perché ci laviamo le mani con acqua potabile, perché possiamo contattare il nostro medico, perché possiamo andare a lavoro con una autocertificazione o stare a casa finché è necessario per scongiurare una pandemia.

Morire “con il Coronavirus” è sempre morire. Un nonno ha un nome e un cognome, non è un “immuno-depresso”. Non esistono vite di serie B. Esistono comportamenti virtuosi che possono salvare molte vite. 

Io ho ancora una nonna e no, non posso nè baciarla nè abbracciarla ora perché voglio continuare a credere che ci sarà un domani in cui potrò farlo.  

Siamo sardi. E proprio noi dobbiamo essere come i pastori, che mai ho visto correre. Signori della campagna. Sanno attendere il tramonto. La pioggia. Il vento. Lenti si godono i colori e i profumi mentre tutto corre. Eppure lenti germogliano i fiori. Nove sono i mesi in cui stiamo dentro la pancia di mamma.

Siamo educati alla lentezza. Lento è il lavoro di uno scultore, di un pittore, di un chirurgo, di un maestro. Lenta è bellezza, il respiro sereno, il sospiro. 

Lento il passo dei pastori che s’accontentano di poco nei racconti degli anziani vicino al fuoco, con un pezzo di pane, di formaggio e dell’acqua.

In ginocchio stanno i siriani, al confine con la Grecia. Scarcerati dalla Turchia. A piedi oltre i confini. Soli. Orfani di padri e di figli, di madri e di figlie. 

Noi dobbiamo solo smettere di correre e iniziare a camminare. 

In piedi e speriamo, presto, di nuovo a testa alta.

#iostoacasa #iolavoro”

Anno zero CV, domenica

pagine strappate dal diario de “Il cugino di Dizzy”

       C’è qualcuno? (dal film “Il sorpasso” di Dino Risi)

Esco con calma di casa, sapendo che non la rivedrò per un po’ di tempo.

Sto per iniziare un viaggio che mi porterà lontano per qualche mese e non mi stupisce sentire un po’ di vuoto, anche se mi aspetta un lavoro, finalmente, dopo molto tempo di inattività.

Sto per attraversare l’oceano alla volta di New York il giorno dopo che l’intera Lombardia è stata dichiarata zona rossa per decreto ministeriale. Sono giorni che misuro la febbre, sto attento ad eventuale tosse e starnuti. Niente, sono pulito, almeno spero. Ma l’impressione di avere alla caviglia il campanello da lebbroso rimane.

Appena scendo per strada capisco che il rumore delle ruote del trolley disturba la quiete di una surreale domenica pomeriggio in cui moltissimi milanesi hanno accolto l’appello del sindaco a rimanere a casa. Smetto di trascinarlo e lo prendo in mano. Torna il silenzio.

Quando arrivo alla fermata della 54 mi sento addosso gli occhi di chi (pochissimi), come me, sta viaggiando per la città. Capisco che vedermi con uno zaino ed un trolley nel pieno dell’emergenza della quarantena susciti domande.

In giro per Milano tutti ci guardiamo con un po’ di sospetto da settimane: cerchiamo di capire se chi ci sta vicino tossisce, come mantenere la distanza di un metro sui mezzi e per quale ragione ogni tanto camminiamo superando persone che indossano una mascherina.

Arrivo alla Stazione Centrale, guardo il tabellone: prossimo treno per Malpensa alle 16.34. Non ce la posso fare, sono le 16.32.

Decido di prendermi il mio tempo e con calma vado a fare il biglietto.

Sono un po’ nervoso; mentre tocco lo schermo penso a quanti altri lo hanno fatto e a quanto spesso viene igienizzato.

Non mi devo toccare la faccia, gli occhi ed il naso.

Mi aspetto di trovare la polizia a fermarmi e invece nemmeno un controllo.

Salgo sul treno e parto.

Ho deciso di passare la notte nell’albergo di fronte a Malpensa perché il primo volo domani sarà alle 6.50 del mattino.

Originariamente avrei dovuto lasciare l’Italia in direzione Amsterdam e poi da lì una coincidenza per New York, ma alle 22.30 della sera prima, Delta KLM mi ha comunicato che i voli sono stati cancellati.

Alle 23 sono stato riassegnato su due voli Alitalia da Malpensa a Fiumicino e poi da lì a NY.

Il treno non è affollato, solo un paio di ragazze cinesi due file davanti a me. Sembrano in buona salute. Mi stupisco della mia paranoia e così decido di ignorare un uomo che tossisce dietro di me all’inizio della carrozza.

Arrivo a Terminal 1 ed un messaggio su Telegram mi informa che Alitalia ha cancellato tutti i voli in partenza da Malpensa.

Guardo il primo tabellone che trovo: anche il mio volo è cancellato.

Non mi sento particolarmente frustrato; nelle ultime settimane ho visto succedere cose inimmaginabili anche solo un mese fa.

Penso ad una birra per ristorare l’animo e il palato, ma prima voglio cercare di cancellare la prenotazione dell’hotel.

Trovo un dispenser con l’igienizzante per le mani di fronte alla reception. Non l’ho mai usato prima perché non amo la sensazione di umidiccio alle mani. Stavolta ne abuso e mi sento rinfrancato. 

Scambio due parole nella hall deserta con l’unica impiegata che sta lavorando e che molto gentilmente mi annulla la prenotazione anche se si trattava di una prepagata per la sera stessa. L’inimmaginabile si palesa anche qui.

Galvanizzato dalla barriera protettiva alle mani, mi addentro nello scalo.

Lì vedo più persone con le mascherine che in tutta Milano.

Mi avvicino al desk Alitalia. Anche loro non sanno cosa dire. Mi propongono un diretto per lunedì da Malpensa, è ancora Alitalia.

Poi l’operatore chiama il capo scalo che conferma che non partirà. Rassegnato, mi dice che oramai da lì partiranno solo 3 voli, surreale.

Mi faccio stampare il numero originario del biglietto per avere il rimborso e saluto.

Torno sui miei passi. Devo riprendere il treno e studiare una nuova strategia. Prendere un treno ed andare a Roma? Dormire la notte a Milano e poi cercare di raggiungere una città fuori dalla zona rossa?

Opto per tornare direttamente a Verona, la mia residenza, anche se le forze sono poche. Sul treno trovo l’immancabile passeggero con tosse sospetta un paio di file di fronte a me. Spero solo di non portare niente a casa a Verona. 

Arrivo in Centrale, guardo il tabellone. Il prossimo treno per Verona parte alle 19.43. Non ce la posso fare, sono le 19.40. Non è proprio giornata. Rimango all’interno della zona riservata ai passeggeri e chiedo quando parte il primo treno per Verona. Pago il biglietto per il regionale delle 20.25. 

Ritorna la voglia di una birra. Entro in un bar della stazione e cerco tra i giornali dove hanno messo il frigo. C’è: Nastro azzurro in lattina, a due euro e trenta.

Tentenno solo un po’ e poi mi convinco. La cassiera sta dipanando una controversia con un cliente prima di me e mi chiede di aspettare: le dico che non ho fretta. Capisce che, in questa situazione, non ho nessuna voglia di creare tensione. 

Tocca a me. Prende un panno, ci spruzza l’amuchina e lucida ben bene la lattina. Realizzo che non la berrò almeno fino a Verona; anche se assetato, mi dirigo al binario e salgo.

Carrozza vuota. Prima fermata Milano Lambrate.

Da li tutto scorre liscio.

Arrivo a Verona, trovo un tassista simpatico che mi dice che lui fa il capotreno, ma che una volta la settimana aiuta suo fratello col taxi. È scosso dal fatto che sulla tratta Verona – Milano del mattino, dopo che si è palesata l’emergenza CV invece che vedere persone che litigano per salire, ne trova solo 20 su tutto il treno.

Decido di adottare un approccio distaccato, ma so benissimo cosa sta succedendo e quali impatti ci saranno nel breve periodo.

Cerco di non mettermi nella posizione di farmi chiedere da dove arrivo: Milano, la zona rossa.

Anno zero CV, lunedì

       La libertà di andare dove voglio. (da “The Big Lebowski” di Ethan e Joel Coen)

Mi risveglio rinfrancato dopo qualche ora di sonno sul divano letto di mia madre.

Realizzo quanto la pressione psicologica di non essere più nella zona rossa si stia allentando e quanto questo abbia un impatto positivo.

La vita torna a scorrere in modo molto più normale.

Organizzo le idee e cerco di capire cosa fare. Restare in un luogo amico oppure cercare di non perdere l’obiettivo di raggiungere il lavoro tanto agognato a New York?

Alla fine la scelta da esploratore dell’ignoto prevale.

Sto leggendo da qualche giorno i libri di due alpinisti italiani che hanno tentato di scalare per primi il Nanga Parbat in inverno.

Mi immedesimo nel loro spirito di avventura.

Trovo la “finestra di bel tempo per tentare la vetta”, forse l’unica: volare su Londra e poi da lì diretto a New York.

Per un attimo mi faccio tentare dalla possibilità di rimanere in un luogo che conosco, familiare, poi compero il biglietto.

La mattina passa tra mille cose da fare.

Poi è tempo di andare all’aeroporto. Un carissimo amico si offre di accompagnarmi. È l’occasione per scambiare due chiacchiere e bere una birra insieme prima della mia partenza.

Arriviamo all’aeroporto e la scena è la stessa di Malpensa la sera prima: pochissime persone e molte mascherine.

Ma quanto le avranno pagate queste introvabili mascherine tutti questi ipocondriaci? 

Saluto il mio amico, al tempo del CV: senza un abbraccio e senza una stretta di mano.

Passo la sicurezza e mi dirigo sicuro al bar.

Quello che qui non manca è l’amuchina per igienizzarsi le mani. Oramai ne sono un consumatore abituale, non voglio cadere in crisi d’astinenza.

Aspetto che ci facciano salire e subito noto che i pochi passeggeri sono distribuiti a due file di distanza e tutti sul lato del finestrino.

Trovo il mio posto nella penultima fila, scrivo a tutti che sto per partire, entro in silenzio radio e leggo comodamente sdraiato da solo nella mia fila con 3 posti vuoti. Ci potrei fare un pisolino.

Uno dei vantaggi di questo calo di passeggeri è che tutto funziona come in business class: controlli veloci e rilassati, imbarco prioritario, comodo posto a sedere.

Atterro a London Gatwick, non lo conosco, e cerco di orientarmi per trovare una sistemazione per la notte.

Trovo una camera in uno degli hotel dell’aeroporto e mi decido per una birra.

Qualche telefonata, un po’ di Telegram, scendo e cerco la “London Pride”.

Nulla.

Torno al terminal e mi infilo dentro un ristorante che si chiama Wetherspoon; per ordinare al tavolo devi scaricare un’app sul tuo telefono e pagare con la carta di credito.

E’ il nuovo che avanza nei ristoranti ai tempi del CV? Potrebbe essere qualcosa che vedremo presto anche in Italia.

Qui, dove finalmente posso, cerco il contatto sociale.

Mi dirigo al bancone senza paura di essere allontanato ed ordino la mia birra. Bello tornare a fare cose che a Milano non facevo da tre settimane.

Poi mi accomodo, la bevo e ne ordino un’altra.

Ogni volta che sono a Londra non posso non bermi una Guinness, perché l’originale non ha niente a che fare con Guinness da distribuzione internazionale.

Alla seconda pinta sono finalmente ben rilassato ed inizio ad interagire con una signora seduta nel tavolo accanto.

Anche lei sola, anche lei nel bel mezzo del suo personale viaggio.

E’ nata ad Avignone, poi ha conosciuto un uomo (della sua vita?) e si è trasferita a Manchester.

Deve tornare a casa, in Francia, dal papà malato.

Assaporo la leggerezza della conversazione ed il fatto che non parliamo dell’altra cosa.

Torno in camera, soddisfatto e stanco. Mi metto a letto ed accendo la televisione su Rai News. Apprendo che tutta l’Italia è diventata zona rossa. Non mi stupisce.

Decido di smetterla di pensare e rilassarmi, ma suona l’allarme anti incendio e sono costretto a rivestirmi in tutta fretta, prendere i miei effetti dalla cassaforte, lasciare la camera e correre giù per le scale anti incendio. A metà della scala un addetto dell’albergo informa che è stato un falso allarme.

Ne sono contento e me ne torno in camera, indeciso se dormire vestito nel caso in cui la prossima volta l’allarme sia vero.

Anno zero CV, martedì

       2020 Fuga dal Borgo antico (“Escape from Los Angeles” di John Carpenter)

Mi sveglio alle 7 del mattino con una discreta fame.

Realizzo che la sera prima, tra una birra e l’altra, ho dimenticato di ordinare qualcosa da mangiare. Scendo e decido per la colazione non continentale: uova, fagioli, patate ed un taglio di carne salata che sembra pancetta.

Il tutto ovviamente accompagnato da una tazza piena di caffè ed un bicchiere di succo d’arancia. Io dò un tocco più mediterraneo e prendo anche una brioche che riempio con la marmellata di mirtilli. Nel corso dei miei viaggi ho conosciuto abitudini e culture diverse.

Dopo i primi approcci tutto diventa molto accogliente dentro la mia testa e quindi mangiare l’equivalente di una cena a colazione è per me un esercizio di apertura verso altre culture e abitudini.

Il mio stomaco è contento. Probabilmente sarà l’unico vero pasto della mia lunga giornata. L’imbarco è previsto alle 17.45 e l’arrivo alle 3 del mattino successivo all’aeroporto JFK, New York New York.

Torno in camera deciso a rimanerci fino a mezzogiorno, mi stendo sul letto e quasi mi addormento. Una pennichella dopo un pranzo importante non guasta. Mi sveglio un’ora più tardi e mi rimetto in contatto con chi è rimasto in Italia.

Mi dicono che lo scenario per le strade di Verona è quello del set di un film post atomico.

Nessuno esce e moltissimi negozi sono chiusi.

Accendo la televisione e scopro che British Airways ha cancellato tutti i voli da e per l’Italia.

La sera precedente sono salito sull’ultimo aereo BA che ha lasciato il paese.

Faccio finta che non mi interessi guardare indietro e penso solo al dopo, ma sono preoccupato dal fatto di non poter tornare.

Venissi bloccato a Londra che non è più parte della UE, venissi respinto dagli Stati Uniti, avessi contratto il CV.

Cosa succederebbe?

Verso mezzogiorno lascio l’albergo e mi dirigo agli imbarchi.

British Airways ha un sistema automatico per il carico dei bagagli, ma per accedervi bisogna passare il check in.

Mi viene chiesto il passaporto e la carta d’imbarco.

Io viaggio con passaporto italiano.

La signora del desk mi chiede se recentemente sono stato in Cina oppure in Iran.

Mi domando se abbia volontariamente evitato di menzionare l’Italia perché ha visto il mio passaporto oppure se sia solo questione di qualche ora per avere anche l’Italia nella black list degli Stati a rischio.

Rispondo di no, le sorrido e vado a caricare la valigia sul nastro.

Decido di non aspettare, anche se ho parecchie ore davanti a me, e mi dirigo verso i controlli di sicurezza.

Non c’è nessuno. Rispetto al volume di viaggiatori che ci sono qui normalmente, sembra la stessa scena di quando giro per Milano la settimana di ferragosto.

Oppure la stessa scena che questa mattina il mio amico mi ha descritto mentre passeggiava per il borgo di Verona dove siamo cresciuti.

Giro per il terminal alla ricerca di un posto tranquillo dove bere una birra. Lo trovo e vado al banco. Ordino la prima.

Ordino la seconda.

Non prendo in mano il telefono perché non ho voglia di interagire, ma lo lascio sul tavolo.

Lo schermo si illumina quando ricevo un’email dal sito attraverso cui ho prenotato il mio volo: aggiornamento!

Sussulto.

Mi informano che è tutto regolare e dentro i tempi stabiliti.

Fine del sussulto.

Inizio della socializzazione per ordinare la terza birra.

Con passo sicuro e spavaldo torno al banco.

La ragazza mi chiede se va tutto bene.

Una risposta compiuta richiederebbe molto più di un’ora per raccontare cosa mi sta succedendo. Un semplice si o no non darebbe giustizia alla mia avventura ai tempi del CV.

Decido di non ammorbarla e le regalo la risposta più scontata: sì, grazie!

Mentre mi spina la birra, giro lo sguardo: vedo un dispenser con dei volantini ed una foto che richiama il piacevole vizio degli inglesi di indugiare al pub dopo il lavoro.

Incuriosito ne prendo uno: Volare ubriachi è un reato – Polizia Metropolitana del Sussex.

Capisco di essere arrivato in un paese poco ospitale.

Continua

 

DUE LINK RIPRESI DA MEDICINA DEMOCRATICA

CORONAVIRUS : UN INTERVENTO VIDEO DI VITTORIO AGNOLETTO

CORONAVIRUS : AFFRONTARLA CON RAZIONALITA’ E VIGORE – INFORMAZIONI DAL DR. ALBERTO DONZELLI

DUE LINK (di Sandro Moiso e Jack Orlando) RIPRESI DA CARMILLA

https://www.carmillaonline.com/2020/03/04/sullepidemia-delle-emergenze-e-sulla-catastrofe-come-campo-del-possibile/

https://www.carmillaonline.com/2020/03/10/sullepidemia-delle-emergenze-2-prima-venne-il-carcere/

ALTRI LINK

https://www.pressenza.com/it/2020/03/per-chi-suona-la-campana-del-coronavirus/

di Olivier Turquet

 

 https://www.pressenza.com/it/2020/03/cera-una-volta-a-roma/

di Patrizia Cecconi

Covid-19, mi scrive una ragazza che si è ammalata…

Un comportamento esemplare che ha evitato di contagiare decine di persone e da cui possiamo imparare

di ROSANGELA Pesenti

 

https://thesubmarine.it/2020/03/10/posti-letto-ospedali-italiani-nuovo-coronavirus/?fbclid=IwAR2qhOvJvbWM-XS1zlihGc1BXRvKTRvS3ZnWqzE4vSzbn8jXFLfkehW2SSM

COME SEMPRE E’ PREZIOSO IL LAVORO DI “COMUNE-INFO” CHE QUOTIDIAMENTE VI RACCOMANDIAMO

LE IMMAGINI SONO RIPRESE IN RETE; LE ULTIME TRE SONO DI BENIGNO MOI (per la serie hastagasa)

La Bottega del Barbieri

6 commenti

  • Parole giuste, emozioni autentiche. Prendo lo slancio da questo frammento dell’articolo: “Siamo nati per abbracciarci e per baciare. Per camminare insieme, mano nella mano.
    Oggi ci fermiamo. Tutta l’Italia si ferma. Rallenta. Ma no, non siamo in ginocchio.”, in Giappone non fanno test, in Giappone ci deridono, la prossima settimana inizierà un evento molto sentito lì, l’hanami, le passeggiate e le feste per osservare i ciliegi in fiore. Parte della loro cultura millenaria. Fonti televisive hanno riferito proprio qualche ora fa che vietare le passeggiate tra i ciliegi in fiore per i giapponesi equivarrebbe a chiedere agli italiani di non abbracciarsi… Un paese può essere così avanti nella tecnologia, eppure così indietro? Oggi sono orgoglioso di essere italiano, oggi sono vicino alla mia famiglia, e disegno con mia moglie e mio figlio un arcobaleno sul vetro. Qui cerco la pace, e lascio un pensiero alle persone che stanno indietro, gli ultimi del mondo. Perché quelli che stanno davanti, come il Giappone, stanno prendendo decisioni incoerenti, contrarie alla loro stessa cultura e contrarie a uno spirito di fratellanza comune.

  • Corrado Seletti

    “Penso, spero, immagino – voglio immaginare, sperare e pensare”
    Che le nuove generazioni, per il “disastro” compiuto ci chiedano finalmente e definitivamente il “conto”…
    Forse “accelerando” siamo ancora in tempo…in tempo per migliorare, lasciando da parte l’egoismo, agendo sui fondamentali…Ambiente, Salute e Vita…lasciando forza di espressione e di idee alle nuove generazioni…per intanto mettiamo da parte il meglio di noi, ci servirà finita la tempesta…buttando cioè tutto il resto!
    Dobbiamo dimostrare ora, che siamo nella sofferenza, di sapere soffrire silenti assieme a loro…ai quali abbiamo “rubato” un gran bel pezzo di futuro!

  • domenico stimolo

    ANPI Palermo e coronavirus; importante intervento di Domenico Gallo

    L’ora più buia è il titolo del film di Joe Wrigh che racconta i dilemmi di Winston Churchill alle prese con la fase più drammatica della guerra, quando nel maggio del 1940 l’esercito inglese, sconfitto dai nazisti, stava per essere sopraffatto a Dunquerke.
    L’ora più buia è quella in cui è precipitato il nostro paese dopo il drammatico annuncio del Presidente del Consiglio, nella notte di mercoledì 11 marzo, di ulteriori misure restrittive, quando soltanto due giorni prima era stato esteso a tutt’Italia il regime più severo previsto per la Lombardia e le altre zone rosse del Centro-Nord.
    Non abbiamo mai vissuto una situazione simile, neanche durante le guerre che per ben due volte nel secolo scorso hanno sconvolto la nostra vita collettiva ed i destini individuali.
    E’ vero che oggi non ci dobbiamo confrontare con il carico di morte, di fame e di distruzioni proprio delle guerre, però siamo in presenza di un male che affligge l’intera comunità nazionale ed impatta sulla vita di ciascuno come negli eventi bellici. Non era mai accaduto, neanche durante l’ultima guerra che venissero chiuse tutte le scuole sul piano nazionale, che venissero chiusi tutti i bar, che venissero chiuse tutte le chiese e non si celebrasse più messa, che un regime di isolamento simile agli arresti domiciliari (con facoltà per alcuni di recarsi al lavoro) venisse imposto a tutta la popolazione italiana.
    In queste ore stiamo sperimentando la fragilità di un sistema economico sociale fondato sulla potenza della tecnologia e sulla competizione esasperata a livello globale.
    E’ chiaro che le misure draconiane (seppur necessarie) adottate possono funzionare se ci sarà una forte disciplina che può nascere soltanto da un profondo sentimento di solidarietà nazionale. In altri versanti drammatici della storia (pensiamo all’8 settembre) il popolo italiano ha saputo superare i particolarismi, le divisioni, gli egoismi individuali e trovare una straordinaria capacità di resistenza collettiva.  Anche in questo tornante della storia noi confidiamo che il popolo italiano darà prova di impegno solidale nel perseguimento del bene comune.
    Questa epidemia, come tutte le pestilenze passerà, e dopo ci troveremo di fronte alla necessità di rimboccarci le maniche e di ricostruire il tessuto economico-sociale lacerato dal virus.
    Il vero problema è la risposta che noi sapremo mettere in campo e la lezione che saremo capaci di trarre da questi eventi. L’esperienza umana ci insegna che da un male può nascere un bene, il problema è come si reagisce. Dal male assoluto della seconda guerra mondiale e della shoà, abbiamo saputo trarre il bene del ripudio della guerra, della dichiarazione universale dei diritti umani, delle nuove costituzioni democratiche. E se oggi l’orizzonte internazionale è diventato di nuovo buio ed il male della guerra è divenuto di nuovo endemico in tante parti del mondo, ciò è accaduto perché i principali attori della politica internazionale si sono completamente svincolati dal quel sistema di valori generato dalla lezione della guerra.
    Adesso, per fortuna in modo molto meno drammatico di una guerra, l’epidemia ci costringe a confrontarci con l’insostenibilità del main stream e dei miti che ci hanno reso così fragili.  A cominciare dall’illusione che si possa fare a meno di un tessuto di solidarietà sacrificandolo al predominio degli interessi particolari e che ci possano essere vie di salvezza individuali che prevalgano sul bene comune. Ha dichiarato il prof. Marcello Tavio presidente della Società degli infettivologi:” la grande lezione che ci dà già ora il coronavirus è che questa sanità si deve rinforzare. La sanità pubblica non si tocca, se non con gravi rischi per la popolazione e, come si vede, anche per l’economia. Si vada a privatizzare qualcos’altro, non la salute.”
    Il tema della sanità si incrocia con quello del dissennato progetto di dividere l’Italia in tanti staterelli, separando i vagoni del Nord dal resto del paese. Se c’è una cosa che insegna il dramma dell’epidemia di COVID-19 è che anche le Regioni “forti” sono deboli, che hanno bisogno delle Regioni del Sud, come queste hanno bisogno delle Regioni del Nord, come l’Italia intera ha bisogno del sostegno dell’Europa, perché nessuno, grande o piccolo che sia, si può salvare da solo.
    cDobbiamo guardare il mondo con occhi diversi per far si che, uscendo dall’epidemia, si possano ricomporre le fratture e ricostruire un tessuto di solidarietà recuperando il primato dei beni pubblici repubblicani sull’individualismo accecato dal profitto. Solo così potremo scrutare nella notte oltre quest’ora buia e affrontare l’interrogativo che pone il profeta Isaia: sentinella quanto resta della notte?

    di Domenico Gallo

    • Corrado Seletti

      …erano tempi diversi, ci si muoveva in bicicletta, si battevano i sentieri, di notte…bastava uno sguardo, un fischio per intendersi… c’erano le staffette…il nemico sempre in agguato, c’erano i delatori…sulla linea gotica quante battaglie, quante fughe…il nemico arrivava e bruciava paesi…MARZABOTTO, S. ANNA, IL CENTO CROCI, LA SACCA DI FORNOVO, VIANINO…la gente era con noi e noi dovevamo essere scaltri, veloci…il rapporto era immane…
      “Non tutto è andato liscio…la Resistenza però ha vinto…la Resistenza andavo a spiegarla a scuola…poi a scuola non è più stata spiegata”…anche se molti partigiani erano ancora in vita!
      …ricordo che fino al 1966 mi teneva sulle sue spalle, mi portava il 25 Aprile con sé a Milano, in Piazza Duomo la piazza era stracolma in un immenso abbraccio di gente ANCORA festante per la LIBERTÀ e la DEMOCRAZIA RICONQUISTATA!
      …si andava per cippi a deporre fiori ai caduti, si andava a ringraziare le famiglie…
      Le “RADICI” sono salde anche se I
      tempi cambiano, le trasformazioni ci modellano, gli
      eventi pure.
      Di tutto questo devo ringraziare mio Padre, Partigiano combattente, nome di battaglia Bruk.

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