Ancora sull’Uccidente, dove abito

    Il meglio del blog-bottega /102…. andando a ritroso nel tempo (*)

Apicella-GuerreEpoveri

Sono nato e vivo in quella parte del mondo che di solito viene definita Occidente ma io credo giusto chiamarla Uccidente.

Dal verbo uccidere.

La storia dell’Uccidente si è nutrita di ideali e affari, di stragi e bellezze, di armi e conquiste sociali, di solidarietà e roghi. A volte insegnavamo qualcosa al resto del mondo (concetto vago) … più spesso rubavamo, a volte imparavamo.

Dentro ogni storia – personale o collettiva – ci sono infinite possibilità. Non era scritto che l’Occidente diventasse Uccidente come non obbligatoriamente i fascismi o gli stalinismi dovevano trionfare. Nelle biforcazioni della storia la macchina militar-industriale-ideologica di Hitler poteva vincere o essere sconfitta ma c’erano anche altre opzioni: a esempio che il Terzo Reich perdesse la guerra ma che i suoi metodi, i suoi apparati, una parte delle sue idee e prassi divenissero parte della “politica” di quei Paesi che contro il nazismo avevano combattuto. La storia è complessa, piena di contraddizioni e ambiguità: se grattiamo sotto la retorica della storia ufficiale e della democrazia, sappiamo che nei di solito civili Paesi scandinavi – o negli Stati Uniti che combatterono i nazisti – contro i “diversi” furono usati (prima o in contemporanea a Hitler e poi dopo) metodi analoghi a quelli nazisti.

Accade in casa “nostra”.

E fuori?

In casa, spiegò Marx, il capitalismo cerca di presentarsi vestito, di mascherare la sua violenza; nelle colonie è nudo.

Così uno dei paradossi è che mentre l’Occidente con grande fatica e con alti costi di sangue (una lunga guerra sociale che talvolta diventò guerre civili, rivoluzioni, insurrezioni) si “civilizzava”. al suo interno (dalla mretà del 1800 abbiamo conquistato diritti che oggi ci appaiono ovvii) nelle colonie era sempre più Uccidente.

Esisteva però una speranza. Perché, per lungo tempo, una parte (non saprei dire se piccola o grande) di quei movimenti che in Occidente lottava per i diritti qui considerava normale essere alleata di chi lì – nelle “colonie” – si opponeva all’Uccidente. Per lungo tempo si vedevano le tracce di un progetto (forse vago), un istinto, una ricerca in Occidente a non voler essere Uccidente. E qualche guerra di Libia fa… in Italia si scioperava per bloccare le truppe. E tanti statunitensi manifestarono, alla fine degli anni ’60, contro il loro governo portando in mano le bandiere dei vietcong, del “nemico”.

Da tempo non è più così. Le guerre dell’Uccidente tornano a essere vantate oltre che praticate. Non c’è altro progetto per governare il mondo. Non c’è limite.

Chi pensava che almeno la tortura fosse una pagina chiusa della storia forse ricorderà che, dopo l’11 settembre, molti eleganti intellettuali dei nostri civili Paesi ci hanno spiegato che “a volte” bisogna, anzi è giusto.

Chi pensava che lo schiavismo fosse pagina chiusa non ha alcuna idea di come funzionino oggi le multinazionali.

Chi pensava che almeno la libertà di sapere fosse garantita è stato tenuto all’oscuro per anni che 4 milioni di persone erano morte in Congo e che l’Uccidente ne ha tratto profitto; o se preferite dirla in altro modo senza quei morti congolesi niente coltan e senza il coltan non avremmo potuto assicurare ai nostri figli il nuovo modello di playstation,

Chi pensava…

E chi continua a pensare … che il mondo non va male. Chissà se questo è “pensare”.

Eppure dovrebbe indurre a qualche riflessione – almeno egoistica – il sapere (se lo si vuole) che l’Uccidente sta distruggendo il pianeta intero: non più solo in potenza, cioè con le armi nucleari, ma nel concreto di una catastrofe climatica-ecologica. Di fronte a tale sfida i più certi del pericolo e i meno pessimisti potrebbero/dovrebbero sfidarsi sui dati, sugli scenari, sui progetti… invece gareggiano sul non parlarne. In senso letterale: almeno un paio di governi uccidentali hanno speso soldi per occultare i rapporti scientifici e/o per screditare i firmatari che erano poi quasi sempre “le migliori menti” in circolazione, ingaggiate appunto per dire ai governi cosa accadeva.

Nessun piano per i prossimi anni in nessun campo. Ogni tanto qualche slogan. Fortuna che – suonano le trombe – siamo nel tempo della globalizzazione perciò si studiano gli scenari complessivi. Di cosa? E ogni giorno infatti è sorpresa, emergenza, colpo di scena. Gli esperti (quelli esibiti almeno) non ne azzeccano mezza. Quelli che in Uccidente comandano pensano davvero che Mc Donald vada incoraggiata. D’altronde pensano pure che alcune bombe siano giuste e altre sbagliate. E pensano che il nucleare è sicuro … a patto che i terremoti si astengano.

Fuori e dentro.

Le “colonie” sono sempre più dentro l’Uccidente. Contro il “nuovo” nemico interno – i poveri o meglio gli impoveriti, gli sfruttati, i non produttivi, i davvero dissenzienti – l’Uccidente può tutto: con le armi o con la Borsa, con le leggi o senza leggi, con la polenta e con la Ferrari… li combatteremo.

Resistono persone e gruppi che sono contro la definitiva trasformazione dell’Occidente in Uccidente. Ho scritto “resistono” ma forse è più giusto riscrivere così: “tentano di resistere”. E ogni tanto qualcosa – nell’aria, nei cuori, nel mistero che è comunque la vita – spinge milioni di persone a trovarsi insieme per chiedere quell’altro “mondo” che è possibile (mai vi è stata tanta ricchezza da distribuire nella storia umana). Non c’è traccia però – neanche in quei brevi e magici momenti – di un progetto per fermare l’Uccidente. Vedo crescere la disperazione che resta individuale. E soprattutto verifico come in tante, in tanti non si accorgono di vivere in Uccidente. Credono ancora di essere nell’Occidente con le sue contraddizioni ma anche con le sue possibilità. Pensano che queste nostre parziali libertà (in via di smantellamento) possano essere difese anzi estese.

Siamo ciechi. Non abbiamo neppure il coraggio di contare le guerre che si susseguono. Molte/i non le chiamano neppure guerre e così credono di avere risolto il problema. Ci sono parole che non possono essere nominate: sfruttamento è una di queste.

Io vivo, lavoro, consumo in Uccidente, per l’Uccidente. Noi ogni giorno lavoriamo, chi più e chi meno, per l’Uccidente.

Io ho la libertà, in Italia, di stare con Bersani, con Berlusconi, con Fini o con Casini. O con due-tre di questi per volta. O di scegliere quest’anno uno di loro e poi, fra 11 mesi, di votarne un altro. Mi è però vietato di dire (o forse pensare) che l’Italia potrebbe risanare il territorio oppure costruire scuole, ospedali, case popolari con i soldi che spende in armi; i 4 detti prima sono concordi nel non farmelo dire. Ancora più vietato è mettersi in marcia verso la verità che Gunther Anders espresse così: “L’industria non produce armi per le guerre ma guerre per le armi”. In queste mie riflessioni citerò un solo libro e mi piacerebbe che chi sta leggendo lo recuperasse: si intitola “Dizionario critico delle nuove guerre” e Marco Deriu lo ha scritto (per la Emi). In un paio di presentazioni ricordo di avere incontrato pacifisti arrabbiati con Deriu perchè il suo discorso di fondo – la guerra è un “fatto sociale totale” e noi siamo immersi nel suo immaginario come nelle sue regole – faceva risultare vano il loro quotidiano impegno. Il libro è uscito nel 2005 ma purtroppo se ne è parlato abbastanza poco, ancor meno lo si è studiato o ripreso per nuove ricerche: che io conosca, resta l’unico testo capace di sviluppare questo discorso. Per di più lo fa dando informazioni (è costruito come un dizionario appunto, dalla A di “Abissi” alla W di “Warlords”) anziché volare sulle astrazioni. Libro cupissimo ma le ultime pagine si intitolano “per continuare a pensare”.

Smettere di pensare è quello che abbiamo fatto: su nucleare o immigrazione, sulla Borsa o sulla catena produttiva-distributiva del cibo, su Libia o sulla skuola dei nostri tempi, sulla dittatura del petrolierato o sul perchè il gangsterismo cresce nelle istituzioni democratiche, sulle banche o sulla quantità di droghe che ogni giorno le farmacie (e qualche Coop) garantiscono al ciclo lavora-consuma-crepa.

Forse qualcuna/o dirà: bel discorso e ora?

Sei braaaaaaavo Barbieri, ti sei pure salvato la coscienza (?) ma non dovresti dire a noi – e a te stesso in primo luogo – cosa c’è da fare? Se qualcosa si può ancora fare… perché se no … a chi scrivi, per che scopo?

In altra sede (i luoghi dove lavoro, vivo o studio per esempio) può essere di qualche interesse far partire una chiacchierata sulla mia – o la vostra – “impronta ecologica”, sui consumi, sulla banca qui all’angolo, sul commercio equo, su lavoro e ricchezza sociale, sulla produzione di paura, su forme del comunicare alternative al grande Fratello e ai suoi “democratici” cugini… su quel che comunque oggi pomeriggio o fra un mese potrei-potremmo fare. Perché comunque la storia non è scritta e bisogna tentare.

Però restano due terribili verità.

Io vivo, noi viviamo in Uccidente. Per ora – per ora – tutto quel che stiamo facendo conta come la cacca di un uccello. Anche se si salva una vita (ed è meraviglioso) o migliaia di vite… a livello del futuro non cambia, non serve. E così sarà finché non ci ritroveremo in tante/i con l’urgenza di smantellare l’Uccidente. Ci vuole coraggio ed organizzazione. Poi milioni di picconate potrebbero bastare.

LA VIGNETTA IN ALTO è di Vincenzo Apicella, QUELLA SOTTO di Giuliano Spagnul

Spagnul-servi

(*) Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” – che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog – recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché 10mila articoli (avete letto bene: 10 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… all’incirca di 5 anni fa: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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