Ancora un po’ di (zia) Ursula

   Qualche citazione per orientarsi, perdersi, riprendere il viaggio nei libri di Ursula Le Guin

Dalla fine di gennaio – quando Ursula Le Guin è morta – a oggi (ma anche prima) abbiamo scritto più volte di quella che in “bottega” molte/i hanno sempre considerato un’amica o una saggia (eppur matta dunque doppiamente simpatica) zia. Anche questi ultimi giorni due persone hanno chiesto alla bottega se è vero che qualcuna/o ha preparato uno spettacolo per ricordarla (no, che io sappia, però è una bella idea…. evviva, se si farà) e chiedere suoi inediti.

Purtroppo non abbiamo sotto mano inediti però… chiediamo aiuto a chi può tradurli e/o ripescarli. Intanto riproponiamo – soprattutto per chi conosce poco Ursula – una miscellanea di citazioni ripresa dal dossier pubblicato sul numero di aprile di «A rivista anarchica» che qui wq http://arivista.org/?nr=424&pag=index.htm potete scaricare per intero. [db]

«C’era un muro. […] Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava» (da «I reietti dell’altro pianeta»).

«È sempre più agevole non pensare con la propria testa. Trovare una piccola, sicura gerarchia, e accomodarsi all’interno di essa. Non cambiare nulla, non rischiare la disapprovazione, non mettere in agitazione i colleghi. È sempre più facile lasciarsi governare» (da «I reietti dell’altro pianeta»).

«Noi non possiamo venire a voi. Voi stessi non ce lo permettereste. Voi non credete nel cambiamento, nel caso, nell’evoluzione. Voi distruggereste… piuttosto di ammettere che c’è speranza. Noi non possiamo venire a voi. Noi possiamo solo aspettare che voi veniate da noi» (da «I reietti dell’altro pianeta»)

«Non potete fare la Rivoluzione. Potete soltanto essere la Rivoluzione» (da «I reietti dell’altro pianeta»).

«Piccolo Uomo uccideva tutte le cose di cui aveva paura. Tagliava ogni albero che vedeva, sparava a tutti gli animali che incontrava, faceva la guerra a tutta la gente […] E soprattutto aveva paura dell’acqua (da «Sempre la valle»).

«La gente che trasforma la vita in una guerra inizia sempre a combatterla contro persone del sesso opposto» (da «Sempre la valle»).

«In altre parole esiste l’Alieno sessuale e l’Alieno sociale e l’alieno culturale e infine l’Alieno razziale» (da “La fantascienza americana e l’Altro” in «Il linguaggio della notte»).

«L’argomento più antico a sfavore della fantascienza è allo stesso tempo il più superficiale e il più profondo: è l’affermazione che la fantascienza, come tutta la narrativa fantastica, sia un’evasione dalla realtà […]. La risposta migliore è stata data da Tolkien […] Se un soldato è fatto prigioniero dal nemico non consideriamo suo dovere evadere? Gli strozzini, gli ignoranti, gli autoritari ci hanno imprigionato tutti: se diamo valore alla libertà dell’intelletto e dell’anima, se siamo partigiani della libertà, allora è nostro chiaro dovere evadere e portare con noi quante più persone possibile». (da «Il linguaggio della notte»)

«Si mise in piedi con un gemito di disapprovazione e di sforzo; si accostò all’armadio e indossò la vestaglia. I giovani circolavano per i locali della Casa con piacevole immodestia, ma lei era troppo vecchia per farlo. Non voleva rovinare la colazione di qualcuno di loro mostrando la propria vecchiaia.” Ecco come la vecchiaia diventa saggezza, no, forse è meglio dire consapevolezza; ma, attenzione, è anche disincanto”. Lei aveva quella grande stanza tutta per sé soltanto perché era una vecchia che aveva avuto un colpo apoplettico. E forse perché era Odo. Se non fosse stata Odo ma soltanto una donna che aveva avuto un colpo apoplettico, l’avrebbe ottenuta lo stesso? Era probabile. Dopotutto chi avrebbe voluto spartire la stanza con una vecchia bavosa?… Intanto quella stanza era bella, spaziosa, soleggiata; proprio quanto ci voleva per una vecchia bavosa che aveva messo in moto una rivoluzione mondiale” (da «Il giorno prima della rivoluzione»).

«Perché era fuggito? Beh, non c’era bisogno di pensarci. Non aveva mai fatto altro in vita sua. Fuggire e nascondersi. Ma correre e arrivare da qualche parte… quella sì che era una cosa nuova» (da «La soglia»).

«Noi siamo nel mondo, non contro di esso. Non si può cercare di stare all’esterno delle cose e comandarle. C’è un solo modo: seguire la vita. Il mondo esiste, indipendentemente dal modo in cui vorremmo che fosse. Bisogna stare con esso» (da «La falce dei cieli»).

«E quante volte si può o si deve rinascere per arrivare alla verità?» (da «La città delle illusioni»).

«Voi non siete sani: non c’è un solo uomo su mille che sappia come sognare» (da «Il mondo della foresta»).

«Potremmo decentralizzare completamente industria e agricoltura. La tecnologia potrebbe servire la vita invece di servire il capitale. Ciascuno di noi potrebbe essere padrone della propria vita. L’energia è potere. Lo Stato è una macchina. Potremmo staccare il filo che dà corrente alla macchina, ora» (dal racconto «La nuova Atlantide»).

«Ciò che tu mi chiedi, mio signore, è manifestamente impossibile. Come può una persona descrivere un mondo? […] La prima lezione di Venezia quindi è la mortalità. Frainteso dai tedeschi e da altri barbari del nord […] questo messaggio assolutamente chiaro è stato interpretato, con tutta la magnifica ottusità del pensiero teutonico, intendendo che siccome Venezia è mortale più del normale è una città priva di attività sane che sopravvive come i suoi colombi parassitando i visitatori […] Questo naturalmente è falso. Ciò che è più mortale è anche più vivo. […] Quando mi sono trovato nel vuoto delle stelle e l’ho ascoltato e ne ho provato terrore, ho trovato il modo di liberarmi da questo terrore ossessivo (che Pascal menzionava sebbene non avesse mai volato su un’astronave) e di riconciliarmi con me stesso: fingo di svegliarmi piuttosto presto al mattino in una stanza d’albergo a Venezia» (in «Prima relazione dello straniero naufragato al Kadanh di Derb nell’antologia «Il diario della rosa»).

«La luce è la mano sinistra delle tenebre / E le tenebre la mano destra della luce. / Due sono uno, vita e morte / e giacciono, insieme come amanti in Kemmer, / come mani giunte, come la meta e la via» (da «La mano sinistra delle tenebre»).

«Imparare quali domande non hanno risposta e non rispondere a esse» (da «La mano sinistra delle tenebre»).

«La verità è una questione di immaginazione» (da «La mano sinistra delle tenebre»).

«Il governare attraverso il consenso, senza un capo, era piuttosto comune tra le popolazioni dei nativi americani. Gli europei invasori — tutti uomini, naturalmente — non riuscivano assolutamente a capirlo; dissero agli indiani, dovete avere un Grande Capo; non può esistere una società senza un Uomo al Vertice! Così gli indiani furono costretti a tirar fuori un qualche vecchio dei loro che era capo guerriero o maestro di danza o che aveva qualche carica, e con questi i bianchi fecero un accordo, per poi infrangerlo. Lo statuto delle donne era molto diverso a seconda dei popoli nativi; in alcune società le donne avevano l’autorità ultima, e nominavano i capi; in altre — particolarmente tra i popoli guerrieri molto ammirati dai bianchi — le donne erano trattate da serve e da beni di scambio. E tuttavia, perfino queste società erano governate per consenso e non per decreto imposto dall’alto. Attraverso la consuetudine e non attraverso la forza» (intervista di Lawrence Jarach, Leona Benten e L.D. Hobson a Ursula Le Guin in «A Rivista Anarchica» giugno 2004).

«Sono in arrivo tempi duri e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora; capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande. Abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte» (novembre 2014, discorso alla consegna del National Book Award).

«”Dove prende le sue idee, signora Le Guin?”. Dimenticando Dostoievski e leggendo a rovescio i segnali stradali, naturalmente. Dove, se no?» (in «Quelli che si allontanano da Omelas» nell’antologia «I dodici punti cardinali»).

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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