Annientare vite non sottomesse

Una recensione – in gran ritardo – a «Capaci di intendere e di volere: la detenzione in manicomio degli oppositori al fascismo» di Marco Rossi (*)

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«Suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni»: per questo la sarta Clotilde Peani che ha «frequentato sin da adolescente i circoli socialisti» all’avvento del fascismo viene rinchiusa nel manicomio criminale. Una storia purtroppo come tante.

E’ un libro necessario, importante «Capaci di intendere e di volere: la detenzione in manicomio degli oppositori al fascismo» (Zero in condotta, 2014, www.zeroincondotta.org: 92 pagine per 10 euri) di Marco Rossi. «Un filone di ricerca ancora da sviluppare» – scrive nella prefazione Luigi Balsamini – ma intanto qui Marco Rossi si incammina. Inquadra l’utilizzo del manicomio sotto dittatura mussoliniana, la sua ideologia e le sue pratiche, recuperando alla memoria – alcune in modo più particolareggiato, di altre purtroppo quasi nulla si sa – un centinaio di vite che i fascisti non ritennero degne d’essere vissute. Pazze/i? Così replica Balsamini facendo sue le parole di Jack Nicholson nel film «Qualcuno volò sul nido del cuculo»: «Credete veramente di essere pazzi? Davvero? Io invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada».

Lo schema del libro segue in parte quello del «Casellario politico centrale»: pazzi schedati come anarchici, comunisti, socialisti e repubblicani, senza partito, donne degeneri, gli antinazionali (cioè «dissennati contestatori» della propaganda bellicista). Fra i 44.540 antifascisti ufficialmente schedati «emergono almeno 473 casi di internamento psichiatrico». Ma a volte bastava una battuta contro il regime per finire al manicomio giudiziario (allora definito «criminale») anche se non si era schedati. «Significativamente dal 1931 alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il numero di internamenti nei manicomi giudiziari, riguardanti detenuti sia per reati comuni che politici, passò da 778 a 5800». Quanto ai ricoveri nei manicomi non giudiziari c’è «un costante aumento»: dai 60.306 del 1926 ai 95.984 del 1940. Poveri soprattutto. Molti non conformi allo stile di vita fascista. E dissenzienti. O donne «degeneri»: zingare, «tribadi» (lesbiche o presunte tali), chi viveva in “concubinato”, persino sospette streghe, «senza fissa dimora», ma anche Isa Dalser, «moglie rinnegata da Mussolini» la cui vicenda è stata raccontata da Marco Bellocchio nel film «Vincere» del 2009. E sulle donne sarà bene tenere presente che la rivista «Critica fascista» aveva scritto «resta provato essere il femminismo esagerato nient’altro che del chiaro e preciso antifascismo».

Alcune persone famose e molte più ignote. Nel manicomio romano di Santa Maria della Pietà passa perfino Giovanni Massarenti, per due volte sindaco di sinistra a Molinella (ne ha scritto da poco Valerio Evangelisti nel secondo romanzo della trilogia «Il sole dell’avvenire»)

Le citazioni di Lombroso – “scienziato” e “socialista” sarà bene non dimenticarlo – e di altri “illustri” studiosi sono impressionanti. Ed è proprio Lombroso a spiegare che «la repressione violenta ha il torto di insuperbire gli anarchici, di far loro credere di pesare sui destini dei popoli […] Invece l’invio in Manicomio […] sarebbe una misura più pratica […] poiché i martiri sono venerati: dei matti si ride – ed un uomo ridicolo non è mai pericoloso». C’è anche un neuro-psichiatra militare, Giovanni Marro, che inventa «uno speciale cefalometro» per misurare i crani. Ci sono le torture “scientifiche” cioè mascherate da pratiche mediche come l’elettrochoc.

Quanto alla “pazzia” (virgolette d’obbligo: diciamo un profondo star male nel vivere) ricorda Marco Rossi che durante la prima guerra mondiale in Italia furono «almeno 40mila le vittime da stress o shock bellico».

Significative pagine di storia dunque e lo scavo in un’ideologia totalitaria che oggi si ripresenta (anche in queste forme). La dedica del libro – a Carol Lobravico e a Francesco Mastrogiovanni – ci ricorda tragedie recenti (la prima nel 1970, la seconda del 2009) dove – scrive Belsamini – «i protagonisti non sono matti ma “persone libere”, risucchiate e stroncate loro malgrado da un meccanismo che annichilisce ogni tentativo di difesa». Nonostante la legge Basaglia anche il Tso – trattamento sanitario obbligatorio – continua a uccidere, come si è visto questa estate (ultimo caso Andrea Soldi a Torino). Nella postfazione Angelo Pagliaro ricorda che durante l’ultimo governo Berlusconi «in poco meno di un anno sono stati presentati ben 5 disegni di legge per la modifica della legge Basaglia». Se questo attacco diretto si è per ora allontanato, resta la preoccupazione per un subdolo, strisciante, ambiguo svuotamento della pratica quotidiana rispetto alla “teoria” delle leggi.

(*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Daniele Barbieri

    Varie persone (e lo stesso Marco Rossi) mi informano che è uscita una seconda edizione per «Capaci di intendere…» con rettifiche e aggiunte. E mi segnalano anche l’uscita del documentatissimo saggio di Matteo Petracci, «I matti del duce».

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