Another Country – Phil Ochs

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dev’essere stato in un altro paese

 

Oh, a rifle took its aim and a man fell to the ground.
He tried to stand again but everybody held him down:
A time of terror when the bullet pierced the air
I know that couldn’t happen here.
Oh, it must have been another country
Yes, it must have been another land.
That couldn’t happen in the U.S.A.
We’d never treat a man that way.

And a migrant worker sweats underneath the blazin’ sun.
He’s fallen on his knees but his work is never done.
He begs someone to listen but nobody seems to care,
And I know that couldn’t happen here.
Oh, it must have been another country
Yes, it must have been another land.
That couldn’t happen in the U.S.A.
We’d never treat a man that way.

And a man is working steady, it’s good money he receives
But he’s thrown out of work for the wrong things he believes.
He didn’t have the thoughts most everybody shares.
I know that couldn’t happen here,
So it must have been another country
Yes, it must have been another land.
That couldn’t happen in the U.S.A.
We’d never treat a man that way.

And a man is sent to prison to wait until he dies.
He fights to save his life, for years and years he tries.
Even though he changed himself he dies upon the chair.
I know that couldn’t happen here.
Oh, it must have been another country
Yes, it must have been another land.
That couldn’t happen in the U.S.A.
We’d never treat a man that way.
Oh, I know we’d never treat a man that way.

Versione italiana di Riccardo Venturi
10 febbraio 2010

UN ALTRO PAESE

Oh, un fucile ha colpito il bersaglio e un uomo è caduto a terra,
Ha cercato di rialzarsi ma tutti lo hanno trattenuto giù:
Un momento di terrore quando la pallottola è passata per l’aria,
So che questo non potrebbe succedere, qui.
Oh, dev’essere stato in un altro paese,
Sì, dev’essere stato in un altro paese,
Non potrebbe mai succedere negli USA,
Noi un uomo non lo trattiamo mai così.

E un lavoratore immigrato suda sotto il sole che picchia,
È caduto in ginocchio, ma il suo lavoro non lo fa mai nessuno.
Chiede a qualcuno di ascoltare, ma a nessuno sembra fregargliene niente,
So che questo non potrebbe succedere, qui.
Sì, dev’essere stato in un altro paese,
Non potrebbe mai succedere negli USA,
Noi un uomo non lo trattiamo mai così.

E un uomo lavora sodo, e lo pagano anche bene,
Però lo cacciano via per le cose sbagliate in cui crede.
Non aveva i pensieri condivisi dalla maggioranza,
So che questo non potrebbe succedere, qui.
Sì, dev’essere stato in un altro paese,
Non potrebbe mai succedere negli USA,
Noi un uomo non lo trattiamo mai così.

E un uomo è mandato in prigione a aspettare di morire,
Lotta per salvarsi la vita, ci tenta per anni e anni.
Anche se è cambiato del tutto, muore sulla sedia elettrica,
So che questo non potrebbe succedere, qui.
Sì, dev’essere stato in un altro paese,
Non potrebbe mai succedere negli USA,
Noi un uomo non lo trattiamo mai così.

da qui

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

4 commenti

  • Giorgio Chelidonio

    Grazie, non la conoscevo. Tento di contraccambiare con “I pity the poor immigrant” di Bob Dylan (1968):

    https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=5949&lang=it > testo

    https://www.youtube.com/watch?v=gh5QkusIjGc > ascolto (cantata da Joan Baez > sembra che quel vecchio tirchione di Bob non ne permetta l’ascolto gratuito )

    Giorgio

  • Francesco Masala

    vero, poco del primo Bob Dylan si trova,
    ma questo c’é:

  • Daniele Barbieri

    Contentissimo se qualcuna/o ha scoperto qui PHIL OCHS. Per me la sua «There But For Fortune» è stata a volte un biglietto da visita con la quale presentarmi o un inno dell’altra America quella senza la K del Ku Klux Klan, comunque un memorandum esistenziale: “solo per caso”…
    Potete ascoltarla qui: «There But For Fortune – Phil Ochs – YouTube»; ne trovate facilmente in rete il testo anche in italiano, se come ma “masticate” poco l’inglese.
    Quanto a Bob Dylan giusto due mattine fa ho ricevuto questo messaggio:
    «Auguri, Zio Bob!!!!!!
    Oggi Bob Dylan ha compiuto 75 anni.
    E’ un grandissimo artista, un autore geniale e un interprete intenso, inimitabile, carismatico come pochi altri se ne sono mai visti. Chiunque ami, fondamentalmente, la musica dal vivo, al di là di steccati e generi, lo sa bene.
    Ha fatto dischi brutti? Sì, ne ha fatti, anche bruttissimi se è per questo. E copertine orribili, e concerti anche peggio. Ma ha fatto anche dischi -e concerti- come nessun altro prima di lui. E’ storia.
    E’ sempre vissuto senza rete, ha molto improvvisato, ha giocato d’azzardo, probabilmente, come nemmeno possiamo immaginare. Ma non è mai diventato la statua di sé stesso, non è mai diventato l’impiegato della sua casa discografica, non si è mai seduto in poltrona a vivere di rendita. E di questo io lo ringrazio.
    Basterebbero già un pugno, dico solo una mezza dozzina dei suoi album, in oltre 50 anni di attività, a farne uno dei più geniali musicisti di questo secolo. Ma lui ha sfornato grandi capolavori, nel corso della sua lunga vita artistica (o meglio, delle sue varie vite artistiche), prima in continuazione o quasi, poi, pur con cadute anche vistose, almeno ogni decade. Capolavori che resteranno ha inciso negli anni Sessanta e ovviamente negli anni Settanta, con o senza la Band – grandissimo, meraviglioso, straordinario gruppo rock, indimenticabile e indimenticato. E ancora, capolavori – diversi e nuovi – ha firmato negli anni Ottanta. E poi negli anni Novanta. E nel nuovo millennio, e ancora, e ancora.
    Ho 55 anni, posso dire e so di essere un uomo molto fortunato, non mi sono mancate e non mi mancano le principali cose che fanno di una persona un essere amato e sereno –quanto lo si può essere sul piccolo, maltrattato guscio di noce che abitiamo, temo, immeritevoli. So di dover essere grato per questo, e cerco di esserlo. Ma fra le fortune e i privilegi che mi sono toccati –non ridano gli stolti né i troppo seriosi, grazie- c’è anche quello di aver visto suonare e cantare, e più volte, Bob Dylan –anche da pochi metri, vicino al palco. Non so quanti londinesi d’inizio Seicento, che mai andarono al Globe in vita loro a vedersi i lavori del Bardo, si siano poi sentiti sciocchi e meschini, da vecchi, una volta scomparso quell’inarrivabile genio.
    Io so di aver onorato questo tempo, e i talenti che ho potuto ereditare (grazie, papà e mamma, vi sia lieve la terra), anche cercando di conoscere, seguire, captare qualcosa di quel grande artista che è stato ed è Bob Dylan. Grazie, Mister Zimmerman. Buon compleanno.
    Gualtiero Via, poeta, insegnante, papà e marito, questo vuole dire, e firma, il 24 di maggio del 2016».
    Ho rispostop così a GUALTIERO, un po’ di fretta chè ero in viaggio: «grazie Gualtiero
    hai ragione: Bob è stato un grande ma negli ultimi anni è diventato, secondo me, una SPA odiosa; il che non cancella i suoi meriti… ma addolora chi lo ha amato, db».

  • Francesco Masala

    nel conto finale, comunque, Robert Zimmerman ha il segno +, senza alcun dubbio.
    grazie a Bob Dylan, che ci ha dato tanto…

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