Aspetti della Fantascienza

Aspetti della Fantascienza nel confronto con aspetti della realtà

Paesaggi alieni, paesaggi lontani, paesaggi… paesaggi di miseria, paesaggi d’opulenza, paesaggi primitivi, paesaggi ultratecnologici… Mondi, tanti Mondi differenti, Mondi accoglienti e Mondi Repellenti, Mondi vittoriosi e Mondi devastati da alieni crudeli che riducono gli autoctoni a straccioni sofferenti in continua lotta con l’esistenza.

E ancora: trappole logiche, trappole culturali, trappole temporali, trappole dimensionali, civiltà del futuro e civiltà lontane del lontano passato da gran tempo scomparse, non prima però di aver lasciato tracce poetiche della loro esistenza, tracce che il vuoto siderale sopravvenuto mantiene intatte per noi, a imperituro ricordo del loro antico splendore. E, soprattutto, l’alieno che è in noi proiettato fuori, nell’immaginario di qualcuno proveniente dalle stelle.

Tale era il panorama esotico che ammiravamo (stavo per dire: respiravamo) sfogliando i primi fascicoli di Scienza Fantastica, Urania, Romanzi di Urania, Oltre il Cielo e il pur modesto Cosmo (detto più tardi con l’aggiunta Ponzoni, dal nome dell’Editore).

Tramite essi ci illudevamo di proiettarci nel futuro, ignorando che in realtà non facevamo che tuffarci nelle nostre speranza, dentro una immagine dilatata e a volte depurata del presente. Non di tutto il presente: dei timori, delle aspettative, dei luoghi comuni del presente, che rovesciavamo sulla realtà materiale, trasfigurandola quel tanto sufficiente da permetterci di trasformarla nel suo opposto, in una realtà immateriale abbastanza distante da poter ospitare senza attriti i nostri sogni.

Molto credibili apparivano, all’interno di tale scenario, certi paesaggi allucinati di civiltà future, o di civiltà del passato, caratterizzati da penuria e un’accesa lotta per l’esistenza. Tuttavia per quanto la fantasia li ponesse nel più remoto dei possibili futuri o più dimenticato dei mondi, il lettore attento che l’avesse voluto avrebbe potuto riconoscere che non erano altro che il riflesso di una penuria recente, fosse quella dei Monti Appalacchi, o quella della dorsale Appenninica, ancora nostra, parte dei nostri ricordi (se non anche parte dell’esperienza), vera, temuta e, attraverso la lettura, anche esorcizzata. Di quella realtà gli autori avevano consapevolezza[1] e quella rappresentavano. Molto sogno, un po’ di Anticipazione (per altro frutto dei deliri vigili degli scienziati, più che degli scrittori), tanto vagheggiare e altrettanto restare con i piedi ben piantati in terra (neppure per uno scrittore di Fantascienza è facile neutralizzare la forza di gravità).

Era un Occidente ancora povero quello dell’immediato primo dopoguerra[2]. In gran parte di esso era la stessa sofferenza che sappiamo oggi essere del Terzo Mondo, e che, novanta anni dopo (cinquanta per noi del Secondo Dopoguerra), nelle valli metropolitane del Primo accenna a riprendere piede. Ma, ed ecco il punto, responsabile, insieme a me, di questo scritto, lo era con una sostanziale, decisiva differenza. Che allora l’Occidente aveva il monopolio della forza militare e più tardi dello strapotere militare (leggi Arma Zeta, oppure più pedestremente Bomba Atomica), mentre oggi questa forza è condivisa da un troppo ampio schieramento di forze: nel novero delle potenze nucleari sono entrate paesi di diffusa povertà come l’India e l’ancora più economicamente arretrato Pakistan.

La famosa arma Zeta, dunque, la magica arma risolutrice dei conflitti tra imperi galattici, non è più monopolio del Bene (un bene che si comporta molto male), ma anche di entità “poco raccomandabili”, alcune delle quali inserite persino nell’elenco degli stati canaglia (vedi Corea); o che entrano ed escono dall’elenco degli stati canaglia (sono i più canaglia di tutti a stilare l’elenco) a seconda del capriccio, delle alleanze e delle convenienze di Sua Maesta Unica Superpotenza[3].

L’arma Zeta però include il frammento di metallo necessario a farla funzionare. Nel nostro caso, caso terrestre (o terricolo, se più vi piace) non meno galattico apocalittico di quello williamsoniano, il frammento ferroso è metafora delle ancora immense riserve petrolifere del Medio Oriente; un cospicuo frammento senza il quale la vera Arma Zeta dell’Occidente, lo strapotere economico, che è funzione dello strapotere militare (senza l’uno l’altro evapora rapidamente), non può continuare a sussistere.

L’efficacia del Sistema Occidente e efficacia della sua molto poco virtuale SuperArma, protagonista principe (insieme alla figura dello scienziato pazzo) di certa fantascienza, abbisognava (e abbisogna) di un’altra componente micidiale e insostituibile per risultare efficace; una componente senza la quale né la funzione di punta del complesso economico-politico-militare USA-Europa poteva essere rafforzata; né l’assalto al petrolio poteva continuare[4]. E cioè la doppia equazione del controllo ideologico sulla forza lavoro in funzione del controllo della spesa complessiva del lavoro. Non solo per rendere possibile allo stato di guerra permanente, con il suo immenso portato di lutti, inciviltà e distruzioni, di continuare indisturbato[5]; ma anche la dislocazione altrove delle risorse nazionali, magari subito dopo aver ottenuto ingenti sussidi dallo stato. Condizione quest’ultima per effettuare il salto di qualità necessario a far diventare, tramite penetrazioni “pacifiche”, cioè economiche[6], degli Stati Periferici, il Sistema Occidente un Sistema Mondo, disponendolo per altro secondo un gerarchia alla cui sommità c’è uno speciale Impero del Bene (foriero, lo ripeto e ripeterò a oltranza, di molti mali) e un gradino appena sotto la Vecchia Europa[7].

Questo progetto è tanto bene riuscito che non solo le masse occidentali, che pur hanno pagato parte del prezzo, non si sono opposte, salvo alcune frazioni minoritarie dei lavoratori dell’industria; ma oggi, pur venendo ricacciate indietro verso condizioni di vita sempre più simili a quella che un paio di generazioni prima avevano abbandonato, hanno collaborato con la passività e in certi momenti attivamente, alla sua riuscita. E continuano a farlo nonostante che la prospettiva, vista anche l’entità della crisi che stiamo attraversando, sia di arretramento per i “ceti abbienti” e di miseria inimmaginabile fino a poco tempo fa, uno stato sempre più lontano dal modello Primo Mondo e sempre più vicino (appunto) al Terzo Mondo, per i ceti non abbienti (come pudicamente vengono chiamati i poveri).

C’è da interrogarsi allora sul perché, nonostante il retroterra di ribellioni che avevamo alle spalle (alcune parzialmente riuscite); nonostante l’accumulo di esperienza sulla reale natura delle classi dirigenti e il valore della parola dei politici, non vi sia stato alcun rifiuto a tali manovre, né elettorale né tramite sollevazioni di massa[8]. Perché infine, accampando come accampa qualcuno, l’assenza di reali alternative istituzionali e non, queste alternative non siano state create.

In merito avrei molto considerazioni da fare, diverse spiegazioni di offrire. Tutte quante però il me stesso che le elabora, respinge proprio nell’atto di elaborarle. Non si tratta di mera emotività, anche se vi è coinvolta, ma di qualcosa inerente alla mia propensione a vedere nelle situazioni i risvolti narrativi impliciti, che qui invece mi sembrano assenti; propensione che su questo punto risulta bloccata.

Mi chiedo allora, al fine di potervelo chiedere, coinvolgendo in questo modo l’inerzia di tanti, perché questa masochistica accettazione delle truffe politiche, prese per i fondelli economiche, raggiri ideologici, attraverso le quali coloro che ci dovrebbero bene amministrare, ci conducono al precipizio (e domani, probabilmente, al supplizio di nuove guerre) non produca spiegazioni né narrativa adeguata. Quali ragioni dunque sarebbero in grado di giustificare questa sorta di immaginazione sospesa? Mi chiedo in particolare se queste difficoltà nascano dal mio determinato grado di incapacità di accettazione della realtà (la realtà vera, concreta, non quella che a me piace vedere o sono stato educato a vedere: scrivere lo presuppone); oppure la realtà stessa è troppo banale (o troppo aldilà, troppo articolata) per riuscire a sollevarsi (o scendere) all’altezza di un qualsiasi racconto e ancor più racconto di fantascienza? Sono propenso a accettare questa ultima spiegazione. Il quadro conflittuale che avevano davanti gli scrittori dei primi decenni del secolo scorso era molto più semplice e facile da reinterpretare in una storia. Le stesse motivazioni che ispiravano i vari contendenti li portavano direttamente alla passione politica e da lì all’immaginazione narrativa. Al contrario oggi in cui tutto è immagine (salva la concretezza dei superprofitti), tutto parola inautentica, tutto menzogna, e prospettive radicali di cambiamento non appaiono, neppure può apparire l’amica Fantascienza, con il suo benevolo messaggio o di allarme, o consolatorio o desolato disperante.

Naturalmente si tratta di una ipotesi provvisoria, oltre che sommaria, che bisognerà riempire degli opportuni approfondimenti e modificare (o superare) tramite il confronto con altre spiegazioni, altri punti di vista.

Chi ritenesse pertanto di averne una migliore potrà non solo facilmente smentirmi opponendomi le sue personali ragioni (o, molto meglio, un esempio narrativo, anche solo abbozzato, che contenga una spiegazione credibile delle circostanze suesposte); potrà guadagnarsi la mia personale gratitudine e probabilmente quella di tutti, aprendo più (lo auspico) spiragli per la comprensione della realtà che attraversiamo, che è anche la realtà sulla e nella quale lavoriamo. Costruendo le nostre storie, mentre costruiamo la nostra vita e un pochino anche la Storia.

Sia chiaro, non mi rivolgo ai soli addetti ai lavori, ma a chiunque si interessi di Fantascienza, chiunque ne mastichi un po’ e ne conosce i meccanismi e sia in grado pertanto di intendere sanamente ciò di cui sto parlando: sto parlando del riflesso nello specchio a volte deformante della fantasia (la quale deforma per meglio esporre gli aspetti grotteschi o insopportabili o paradossali della realtà) del problema della liberazione, della realizzazione delle istanze di fondo, storiche, dell’essere umano; non dunque di bandierine rosse, verdi, azzurre, bianche o nere agitate al vento, ma della bandiera di tutti i colori della fin troppo calpestata umanità.

È una sfida che lancio. A tutti e ai fantascientisti in particolare perché e soltanto nel loro volere e nella loro capacità di andare oltre, di interessarsi ai grandi temi e di offrire (sia pur semplificate) soluzioni.

Confido che più d’uno sappia e la voglia raccogliere.

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[1] Insieme all’altra non meno pregnante, ma più interessante, frutto di popolarissime letture pregresse, e Verne, e Salgari e Welles e chi più ne ha di rammentarne, più ne rammenti!

[2] Da noi lo era anche durante il secondo dopoguerra.

[3] Non mi soffermo sulle incognite e i pericoli che questa nuova realtà, fino a poco fa tutta fantascientifica, comporta. Mi importa soffermarmi sul paradosso che, nonostante l’allargarsi della potenza economica, salvo alcuni stati gigante “che sembrano in grado di farcela”, le differenze di sistema tendano a diminuire. E mi interessano i risvolti Fantascientifici di tale paradosso.

[4] Il predominio nucleare è funzione del predominio finanziario-produttivo-commerciale. E viceversa. La crisi istituzionale di un paese non compromette i soli equilibri tra le classi, ma irreparabilmente anche la potenza militare. Cioè, gli equilibri mondiali.

[5] In assenza di una opposizione attiva e radicata nei luoghi di lavoro, l’esistenza di un’opinione contraria alla guerra, pur largamente maggioritaria, lascia il tempo che trova. Cioè produce un 80%-90% di contrari nel paese che mutano in analoghe opposte percentuali nel parlamento (90% di favorevoli). Questa la dice lunga sulla stato della nostra democrazia e sui meccanismi in genere della democrazia medesima.

[6] In realtà mero preludio alla politica dei bombardieri.

[7] In vista della costituzione di un Mondo Uno sottoposto al dominio di un unico immenso capitale, articolato in molteplici frammenti e, probabilmente, un unico “dittatotore pazzo”.

[8] Siamo al nucleo delle ragioni che hanno mosso questo scritto.

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