Avola: li ammazzarono come cani

testi di Giuseppe Astuto (sul libro di Sebastiano Burgaretta), Giorgio Morale, Vincenzo Consolo con una canzone di Dario Fo, Antonio Infantino, Enzo Del Re

«Su quella statale centoquindici, su quel terreno della Chiusa di Carlo, all’improvviso sparò e sparò la polizia contro i lavoratori scioperanti per il rispetto dei contratti, contro l’ingaggio di mano d’opera in piazza, la prepotenza dei padroni e caporali. Saltarono i muretti, corsero per la campagna dell’inverno, sotto i rami spogli, caddero morti a terra Scibilia e Sigona, caddero i feriti».

Vincenzo Consolo, «L’olivo e l’olivastro»

Avola 2 dicembre 1968

di Giorgio Morale

Da giorni ci domandavamo:

Si sciopera o no?”.

Il 2 il dilemma fu sciolto dai braccianti. Accolti da grandi applausi, fecero uscire tutti (e noi, fra spintoni e urla, fummo velocissimi). Ricordo ancora come fu tirata giù la saracinesca. Uno schianto: la scuola chiusa. Come negozi e uffici. Chissà per quanto. Senonché si sentirono invocazioni d’aiuto: il bidello era rimasto dentro. La scuola fu riaperta per farlo uscire.

Orazio propose di andare al blocco sulla statale per vedere gli scioperanti. Andammo, per curiosità. Felici di occupare la strada nella sua larghezza e di celebrare ore di inaspettata libertà chiedendo sigarette a destra e a manca.

Man mano che ci avvicinavamo al blocco la folla s’infittiva, i discorsi si facevano più accesi. Circolava l’energia che si crea quando s’incontrano tante persone, tante volontà, tanti gesti. Alcuni scioperanti erano seduti in circolo, per terra; altri erano intenti a spiegare agli automobilisti le loro ragioni. Ai lati della strada, di qua e di là dei muri di sassi, languivano i resti di fuochi notturni. Il cielo era limpido, come a benedire la vacanza, ma l’aria fredda, come a sottolineare i disagi. Le facce stanche, le barbe lunghe. Io ero colpito della padronanza con cui i braccianti tenevano la strada. Tutto si svolgeva come obbedendo a un ordine naturale: questo era possibile, dunque, per difendere un diritto.

Giovani conosciuti in paese come comunisti sembravano nel loro elemento: parlavano con cognizione, formavano crocchi. Si muovevano nella ressa secondo necessità solo a loro evidenti. Si riconoscevano dall’aspetto: larghi maglioni, lunghe sciarpe, lo sguardo e la parola pronti per tutti. Il sindaco e le autorità parlamentavano, evidenziati da un vuoto attorno.

La polizia arrivò mezz’ora dopo che io e Orazio eravamo andati via. Fra gli ulivi si scatenò la battaglia. Il vento spinse i lacrimogeni contro gli stessi poliziotti, che persero la testa: si videro circondati da mille braccianti e aprirono il fuoco.

La notizia volò di bocca in bocca. Nel pomeriggio io e Orazio, increduli che tanto fosse successo dove noi eravamo stati, ci recammo alla sede del partito comunista. Ma non fu possibile entrare. Il dolore e la rabbia formavano un muro spesso di gente fin sulla porta. Sulla strada erano rimaste pallottole e pietre. Si erano contati due morti e due chili di piombo.

L’indomani gli agrari, che da giorni disertavano le riunioni, si presentarono alla firma del contratto. Il giorno dei funerali tutta Avola si vestì a lutto. Il corteo si svolse il 4, sotto la pioggia, fra una selva di ombrelli neri.

Io pensavo ai miei nella terra di nessuno dell’emigrazione, a tante case che si svuotavano per addii sommessi, al via vai nella strada Nord Sud, agli sguardi obliqui di chi restava, che percorrevano tutti i marciapiedi, fermi sulla soglia della disoccupazione.

Pensavo alla tessera della Dc di mio padre, riposta nel cassetto delle cose che non si usano, ma non si buttano.

Se no, quando tu eri piccolo, non lo facevano lavorare” mi aveva spiegato mia madre.

Ricordai una sera che mio padre tardava più del solito: era stato pagato per affiggere manifesti della DC.

Se lo incontrano i carabinieri, lo arrestano” diceva mia madre nell’attesa. “Se lo incontrano quelli di un altro partito, lo picchiano”.

Mio padre arrivò che io già dormivo: fui svegliato dalla sua voce. Mio padre raccontò che i manifesti erano tanti: i più li aveva portati a casa. Finirono nascosti nell’ultimo cassetto dell’armadio. Per tanto tempo avevo pensato ad essi con un senso di colpa. Ne guarii quel 2 dicembre.

Tutta propaganda in meno per la DC” pensai con soddisfazione.

Sebastiano Burgaretta, I fatti di Avola (dal Saggio storico di Giuseppe Astuto)

[…] Con questo lavoro, Burgaretta ci consegna una ricostruzione precisa e articolata sull’eccidio di Avola, e in generale sulle lotte operaie e bracciantili del biennio 1968-69 avvenute in provincia di Siracusa. Certo a partire da quegli anni molti progressi sociali sono stati compiuti, molte libertà politiche sono state conquistate e poi difese, lo spazio della partecipazione popolare alla cosa pubblica è aumentato. Ma via via che questo processo duro e faticoso si apre la strada, pur fra lotte aspre e fra le insidie del ritorno al passato, è lecito interrogarsi sul significato di quelle battaglie, sugli obiettivi raggiunti e sui problemi indicati, ma che attendono una soluzione. E se è vero che la contraddizione dello sviluppo italiano degli anni Settanta e Ottanta consiste, ancora, nelle particolari condizioni del Mezzogiorno e nella forte disoccupazione, allora la riflessione su quegli eventi acquista ulteriore legittimità.

Il libro di Burgaretta risponde proprio a questa esigenza. L’autore, attraverso una ricerca scrupolosa e puntuale, ha ricostruito i drammatici giorni di Avola e il tragico epilogo. Per fare il punto sui fatti e per comprenderne la dinamica ha utilizzato tutte le fonti esistenti, dalla stampa dell’epoca agli atti parlamentari e alle interviste dei protagonisti. Burgaretta ci consegna “una memoria ordinata” (direbbe Giarrizzo) di quegli eventi, che servirà, come ha scritto l’autore, “a farli conoscere ai giovani che non sanno alcunché di quegli avvenimenti, a ricordarli a chi facilmente dimentica”. E in una fase nella quale la domanda di conoscenze storiche va via via crescendo, gli studiosi dell’Italia repubblicana troveranno in questo volume elementi utili per approfondire questo periodo così difficile della nostra storia, contrassegnato da episodi drammatici come quello di Avola, ma anche carico di sollecitazioni e tensioni della società civile che chiedeva un profondo rinnovamento politico e sociale.

La ricostruzione degli avvenimenti, dall’inizio della lotta bracciantile fino al tragico epilogo, le reazioni nel paese dopo l’eccidio, l’atteggiamento del governo e della magistratura sono i punti fondamentali attorno ai quali si articola il lavoro di Burgaretta. Sulle reazioni nel paese si è accennato. Per quel che riguarda la dinamica degli avvenimenti, dalla esposizione dell’autore appare netto che l’intervento fu voluto e che in nessun modo si può parlare di legittima difesa da parte della polizia.

Come è noto, con la lotta che i braccianti iniziano nel novembre 1968 si rivendica la parificazione delle due zone salariali in cui è divisa la provincia di Siracusa, miglioramenti economici e l’introduzione di una normativa volta a consentire nelle aziende il controllo delle applicazioni contrattuali. Mentre gli aspetti economici della vertenza non costituiscono un serio ostacolo al componimento della stessa, viceversa si manifesta subito da parte degli agrari una ostilità preconcetta sulla parte normativa, che le organizzazioni sindacali hanno concretizzato nella istituzione di commissioni comunali paritetiche e nel controllo sulla esecuzione dei contratti.

Di fronte alle resistenze degli agrari a trattare su questi punti della vertenza, lo sciopero si protrae per alcuni giorni e fino a quando il prefetto di Siracusa, dietro le pressioni del movimento sindacale e di esponenti della classe dirigente siracusana più vicina ai lavoratori, convoca di nuovo le parti. Ma per ben due volte i rappresentanti degli agrari non si presentano alle trattative. In questo clima matura la decisione dello sciopero generale del 2 dicembre e poi lo scontro alle ore 14 sulla statale 115.

Gli aspetti più interessanti di questa parte del volume sono le interviste ai testimoni. Per capire l’atteggiamento e gli umori che serpeggiano negli ambienti dell’apparato statale è opportuno far riferimento alle dichiarazioni di alcuni protagonisti di quelle vicende. “Ad un determinato momento, – afferma l’on. D’Agata – mentre trattavamo in prefettura e si stava arrivando al dunque, il prefetto fu chiamato al telefono da Roma. Non parlò davanti a noi, si allontanò e si fece passare la comunicazione dall’altra parte. Poco dopo ritornò con atteggiamento cambiato di punto in bianco: mentre prima aveva una posizione mediatrice e tendeva a far raggiungere un accordo alle parti, dopo la telefonata diventò collaterale e di sostegno alle posizioni di intransigenza degli agrari. Non ricordo se in quella riunione o in quella successiva minacciò di far intervenire i militari, non più la polizia, i militari”. Di carattere analogo è la dichiarazione del sindaco di Avola del tempo, on. Denaro, il quale era presente a quella seduta: “L’impressione che io ebbi,… quello che avvenne fu a causa di una telefonata (al prefetto) venuta dall’alto, proprio forse dal ministro Restivo, in seguito alla quale il prefetto fece allontanare dal gabinetto il colonnello dei carabinieri e il questore, cambiando tattica”.

L’atteggiamento ambiguo e ostile della prefettura e degli organismi statali verso i lavoratori verrà richiamato più volte anche nel corso del dibattito parlamentare. Il deputato comunista Antonino Piscitello, che era stato presente agli avvenimenti, nel suo intervento dirà che fin dall’1 dicembre era stata segnalata telegraficamente al ministro del Lavoro la drammatica situazione della zona e che egli “era riuscito ad avere assicurazione da parte del prefetto di Siracusa che la polizia non sarebbe intervenuta”.

Giustamente Giarrizzo rileva che “la decisione politica di cui il prefetto di Siracusa fu strumento interpretò anticipandole scelte reazionarie quali erano maturate in settori decisivi dell’apparato statale e della classe politica italiana”. E poi conclude domandandosi se la reazione di destra, e cioè le motivazioni e gli obiettivi della cosiddetta “strategia della tensione”, non vadano ricercati nelle vicende di questi mesi e nella crisi politico-sociale in atto nel paese. “La prova generale, – continua Giarrizzo – come è noto, sarebbe stata ad un anno preciso da Avola la strage di Piazza Fontana: è arbitrario proporre che le radici di quel radicalismo di destra abbiano tratto succhi ed alimento da iniziative di repressione e di scontro, proposte all’opinione pubblica come ‘errori’?” (Giarrizzo, Nota introduttiva).

Si tratta di suggerimenti e riflessioni, sui quali non si può non convenire. Ma chi voglia approfondire la storia del Mezzogiorno e della Sicilia, ed in particolare la storia delle campagne e del movimento contadino, non può non interrogarsi sul significato e sull’importanza delle lotte bracciantili del 1968, di cui i fatti di Avola assumono ormai un carattere periodizzante. In che senso queste lotte innovano rispetto alla tradizione del movimento contadino siciliano e da quale contesto economico-sociale traggono alimento?

(da Sebastiano Burgaretta, I fatti di Avola, Editrice Urso)

«AVOLA» di Enzo: testo di Dario Fo, musica di Enzo Del Re e Antonio Infantino

Avola… Avola…

Saranno stati cento, duecento, quattrocento o forse mille

Avola provincia di Siracusa

Giù, roba di terronia, braccianti cantano: «Forza compagni andiamo avanti rivoluzione trionferà».

Lungo le strade fermano camion hanno rovesciato due macchine.

Gente: basta, così non si può più andare avanti, ci strozzano

Carabinieri, poliziotti, mitra, elmetto

Buoni ragazzi, cerchiamo di ragionare Tornate a casa, sgomberate

Uno tira un candelotto fumogeno, uno della polizia calcolato male il vento un gran nuvolone di fumo va in faccia alla polizia

Tosse tosse

Ci vengono addosso

Li prende la follia

Per terra tre chili di bossoli di proiettili uno, due inchiodati per terra

arrivano le donne piangendo

arriva telegramma del ministro:

«Sentite condoglianze, spiaciuto disgrazia, stop»

Arrivano lire 500.000 a testa, 10.000 a chilo, più che il filetto

I lavoratori scioperano in tutta Italia

I sindacati hanno deciso per venti minuti di sciopero senza uscire dalla fabbrica Grazie compagni per il gesto di solidarietà Grazie…

GRAZIE a SERGIO per averci proposto questi materiali. In “bottega” abbiamo aggiunto solo le foto e il testo di Dario Fo con il link

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

3 commenti

  • CINQUANT’ANNI FA: AVOLA
    Il 2 dicembre 1968 ad Avola, in provincia di Siracusa, una manifestazione a sostegno della lotta dei braccianti per il rinnovo del contratto di lavoro finisce nel sangue: la polizia apre il fuoco e due lavoratori – Giuseppe Scibilia, di 47 anni, e Angelo Sigona, di 25 – vengono uccisi. Quarantotto i feriti, di cui due gravi.
    Un tragico episodio che sul piano storico lascia ancora un interrogativo: l’aggressione poliziesca quale ultimo strascico delle lotte bracciantili che si erano svolte nel Sud Italia a partire dagli anni’50 e che avevano avuto negli episodi di Portella della Ginestra, Melissa, Montescaglioso i loro momenti culminanti? Oppure si è trattato dall’avvio della nuova fase di repressione e di strategia della tensione destinata a contenere e soffocare l’ondata di libertà che arrivava dal ’68 che poi sarebbe diventato, in Italia, il 1969 dell’autunno caldo?
    Il dicembre 1968 rappresenta un momento di grande tensione nel Paese:sono in corso imponenti lotte sindacali e si sta spingendo molto per l’unità delle tre grandi sigle CGIL-CISL – UIL.
    Si sta formando un nuovo governo di centro sinistra presieduto da Mariano Rumor nella cui compagine assumerà l’incarico di ministro del Lavoro il socialista Giacomo Brodolini, padre dello Statuto dei Lavoratori cui si accennerà più avanti, che come primo atto del suo mandato si recherà ad Avola ad incontrare i contadini protagonisti di quelle rivendicazioni sindacali che avevano dato luogo alla dura reazione voluta dal Questore.
    Ma in quale Italia si svolsero i tragici fatti di Avola?
    Era ancora l’Italia delle “gabbie salariali”: le gabbie salariali nascono con un accordo firmato il 6 dicembre del 1945 tra industriali e organizzazioni dei lavoratori, per la parametrazione dei salari sulla base del costo della vita nei diversi luoghi. Entrate in vigore nel 1946, all’inizio furono previste solo al nord, e solo in seguito estese a tutto il paese. In origine, la divisione era in quattro zone, ciascuna con un diverso calcolo dei salari. Nel 1954 il paese intero viene diviso in 14 zone nelle quali si applicano salari diversi a seconda del costo della vita. Tra la zona in cui il salario era maggiore e quella in cui il salario era minore la distanza poteva essere anche del 29%. Nel 1961 il numero di zone fu dimezzato, si passò da 14 a 7, e la forbice tra i salari passò dal 29% al 20%. Il sistema delle gabbie salariali incontrò una progressiva e sempre più forte opposizione di sindacati e lavoratori, che le consideravano discriminatorie e poco eque. Il sistema fu abolito nel 1969 sulla spinta di forti mobilitazioni operaie. L’abolizione fu graduale e fu completata nel 1972 .
    Ed era l’Italia dove non era stato ancora approvato lo Statuto dei Lavoratori: La legge 20 maggio 1970, n. 300 – meglio conosciuta come statuto dei lavoratori – è una delle principali normative della Repubblica Italiana in tema di diritto del lavoro. Introdusse importanti e notevoli modifiche sia sul piano delle condizioni di lavoro che su quello dei rapporti fra i datori di lavoro, i lavoratori con alcune disposizioni a tutela di questi ultimi e nel campo delle rappresentanze sindacali; ad oggi di fatto costituisce, a seguito di minori integrazioni e modifiche, l’ossatura e la base di molte previsioni ordinamentali in materia di diritto del lavoro in Italia. Modernizzando finalmente il mondo del lavoro anche nel nostro Paese.
    Torniamo però a raccontare Avola, in quel giorno di dicembre 1968.
    Così, sei giorni più tardi, Rassegna Sindacale riporta l’accaduto: “L’eccidio di Avola ha destato in tutta Italia, in primo luogo, naturalmente, fra i lavoratori e le loro organizzazioni, un moto profondo di collera”. Appena informata dei gravissimi avvenimenti, la segreteria della Cgil esprime, per mezzo di un comunicato, “l’indignazione e la condanna dei lavoratori italiani per l’eccidio compiuto dalla polizia in armi contro i braccianti di Avola”.
    “Due morti e numerosi feriti gravi – scrive ancora Rassegna citando il comunicato della confederazione – sono il tragico risultato di un’aggressione della forza pubblica contro i lavoratori agricoli, in lotta unitaria per il rinnovo del contratto di lavoro nella provincia di Siracusa. Bombe lacrimogene e raffiche di mitra hanno violentemente represso una manifestazione sindacale e popolare causata dall’atteggiamento provocatorio degli agrari, i quali venerdì non si erano neppure presentati alle trattative convocate dal prefetto. La Cgil, mentre chiama i lavoratori alla protesta più larga e unitaria in Sicilia e in tutto il Paese, richiama i democratici tutti alla vigilanza contro questi metodi indegni di un Paese civile, e ripropone la necessità di un immediato disarmo della polizia e dei carabinieri in servizio di ordine pubblico e particolarmente durante le lotte di lavoro”.
    Torniamo alle fonti e riproduciamo in questa sede, senza commento, l’articolo apparso l’8 dicembre 1968 sulle colonne dell’Espresso (all’epoca ancora “formato lenzuolo”) e firmato da Mauro De Mauro: due anni dopo De Mauro sarà rapito, presumibilmente dalla mafia, e il suo corpo mai più ritrovato. Uno dei delitti più misteriosi di quel torbido periodo.
    Ecco l’articolo: per non dimenticare.
    Senza commento se non per ricordare la rabbia e la tristezza di allora che oggi si rinnova.

    I contadini uccisi ad Avola
    Volevano solo trecento lire in piu’
    di Mauro De Mauro
    Sono morti in due. Gli hanno sparato con i mitra. Protestavano per avere una paga uguale a quella dei braccianti di un paese vicino
    Avola – Al ventesimo chilometro della statale 115, quasi alle porte di Avola, non si passa più. Bisogna scendere dalla macchina e proseguire a piedi verso il grosso borgo che si intravede poco al di là della curva, quasi di fronte al mare. È difficile mantenersi in equilibrio sull’asfalto di pietre e di bossoli. È uno spettacolo desolante; si ha la precisa sensazione che qui, per diverse ore, si è svolta un’accanita battaglia. In fondo al rettilineo la strada è parzialmente ostruita dalle carcasse ancora fumanti di due automezzi della polizia dati alle fiamme. Sull’asfalto, qua e là, delle chiazze di sangue rappreso. Anche un autotreno, messo di traverso dagli operai in sciopero per bloccare la strada, è sforacchiato dai colpi e annerito dal fuoco. Proprio come una R4 e una decina di motociclette dei braccianti sui cui serbatoi i poliziotti hanno sparato per impedirgli di andarsene.
    Sono le dieci di sera di lunedì 2 dicembre. Giornalisti e fotografi, accorsi da tutta l’Italia, stanno raggiungendo un paese il cui nome resterà a lungo nella storia delle lotte sindacali italiane.
    È una prospera cittadina, a pochi chilometri da Siracusa, al centro di una ricchissima zona di orti e di agrumeti. Fino a ieri era noto come il “posto delle mandorle”, le buone, dolcissime, tenere mandorle di Avola. Da oggi non si potrà più nominare senza venir colti da un senso di sgomento e di profonda amarezza.
    Due chili di bossoli
    Giuseppe Scibilia, di quarantasette anni, era nato qui. Angelo Sigona, di ventinove, era nato a pochi chilometri di distanza, a Cassibile, il paese dove, nel settembre del ’43, il generale Castellano firmò l’armistizio per l’Italia sotto la tenda del generale Eisenhower. Ora sono tutti e due distesi nella sala mortuaria dell’ospedale civile di Siracusa. Gli hanno sparato poliziotti di ogni grado, appartenenti al battaglione mobile di Siracusa, con armi diverse: dai mitra corti in dotazione agli agenti, alle pistole calibro 9, 7.65 e 6.35 in dotazione a sottufficiali, ufficiali e funzionari di Pubblica Sicurezza. Una parte delle centinaia di bossoli raccolti poco fa sul campo di battaglia sono in possesso della Federbraccianti. Qualcuno, il deputato Antonino Piscitello, che si trovava sul posto al momento dell’eccidio, li ha anche pesati: erano più di due chili. Il piombo delle forze dell’ordine ha ridotto in fin di vita altri quattro braccianti. Uno di essi, Giorgio Garofalo, nato ad Avola trentasette anni fa, ha tredici pallottole nel ventre.
    Fa freddo. La statale 115 è in parte gelata. Ma dà un senso di gelo maggiore il doversi occupare ancora, dopo venticinque anni di lotte sindacali, di braccianti caduti sotto le raffiche della polizia. Stavano scioperando per difendere diritti e interessi elementari. Il presidente della Confagricoltura, conte Alfonso Gaetani, era in viaggio alla volta di Siracusa per contendere a questi uomini il miglioramento che reclamavano, ma la battaglia del chilometro 20 ha interrotto il suo viaggio.
    T
    Tutto cominciò dieci giorni fa, quando i braccianti agricoli aderenti alle tre maggiori organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) decisero d’intraprendere una grande azione unitaria. Si trattava di ottenere un aumento del 10 per cento sulle paghe, ma soprattutto il riconoscimento di un elementare diritto fino ad oggi negato: la parità di trattamento salariale tra addetti a uno stesso lavoro in due zone diverse di una stessa provincia. Questo infatti è un paese in cui si può ancora morire battendosi non per equiparare i salari di Avola a quelli di Milano, ma per ottenere che il bracciante di Avola abbia un salario non inferiore a quello del bracciante di Lentini. Perché la provincia di Siracusa è divisa in due zone: la zona A, che comprende i braccianti di Lentini, Carlentini e Francoforte, in cui la paga giornaliera è di 3480 lire; e la zona B, con Siracusa e i restanti comuni della provincia, in cui la paga è di 3110 lire.
    Tutto questo, nonostante che la provincia di Siracusa sia una tra le più floride della Sicilia. Florida cioè per i proprietari terrieri, che da ogni ettaro di agrumeto riescono a trarre annualmente un reddito netto che varia tra le 600 e le 800 mila lire. In realtà, il reddito medio pro capite in provincia di Siracusa è tra i più bassi d’Italia. E se la media statistica crolla a questi valori da mondo sottosviluppato, è per le condizioni di vita del bracciantato locale. Per questo già due anni fa ci furono rivendicazioni e proteste, e a Lentini una serie di gravissimi incidenti con poliziotti e carabinieri. Anche allora si trattava di un’azione sindacale originata dal rinnovo del contratto di lavoro. Ma allora c’erano stati dei feriti. Oggi si piangono i morti.
    Di fronte al rifiuto degli agrari di prendere contatto con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, il 25 novembre scorso, lunedì, 32.000 lavoratori agricoli incrociano le braccia abbandonando i “giardini” dove in questi giorni maturano gli aranci. All’azione partecipano, consapevoli dell’importanza del problema, tutti i sindaci dei paesi interessati, socialisti, democristiani, comunisti. Ma i proprietari non cedono, rifiutano l’incontro e la contrattazione, adottano ogni sorta d’espediente per prendere tempo. Così, dalle piazze dei paesi i braccianti in sciopero dilagano lungo le strade provinciali, innalzano blocchi di pietre nella speranza che le interruzioni del traffico attirino l’attenzione del governo. E infatti qualcuno si accorge delle pietre, dei blocchi delle strade, del traffico difficile: ma non del problema per il quale ci si batte. Il prefetto di Siracusa convoca il sindaco socialista di Avola e lo invita a intervenire perché i blocchi vengano rimossi e il traffico possa riprendere immediatamente. «Lei è il primo cittadino di questo paese», dice in sostanza il prefetto, «e il suo dovere è dunque quello di indossare la fascia tricolore e di raggiungere gli scioperanti per convincerli a sciogliere la manifestazione». Ma il sindaco Danaro non è affatto d’accordo. «Indosserò la fascia tricolore», risponde, «e andrò a unirmi agli scioperanti per presentarmi alla polizia e intimarle di abbandonare il paese».
    Così avviene, infatti. E così, nel primo pomeriggio di lunedì, mentre un centinaio di braccianti agricoli sono intorno a uno sbarramento di pietre eretto al 20° chilometro della statale 115, poco prima del bivio per il Lido di Avola, nove camionette cariche di agenti, per complessivi novanta uomini, arrivano da Siracusa e si arrestano di fronte al blocco intimandone lo smantellamento immediato. Sono novanta uomini col mitra in mano, il tascapane pieno di bombe lacrimogene, l’elmetto d’acciaio col sottogola abbassato. È quanto basta perché i braccianti esasperati reagiscano con un primo lancio di pietre. I poliziotti sbandano. L’ufficiale che li comanda grida un ordine secco, e una prima scarica di bombe piove sul gruppo degli scioperanti sprigionando una densa nuvola di fumo bianco. Ma il gas, invece di intossicare gli operai, investe, trasportato dal vento, gli stessi poliziotti i quali vengono contemporaneamente respinti da una seconda bordata di pietre. I piani di battaglia elaborati al tavolino dai comandanti delle forze dell’ordine sono travolti dagli avvenimenti. Da uno scontro frontale la battaglia si frantuma in una serie di piccoli episodi di violenza, uomo contro uomo, e dalla strada si trasferisce nei campi circostanti.
    Altri braccianti accorrono dal paese e dalle case coloniche vicine. Disseminati e privi di collegamento tra loro, i poliziotti rischiano di venire sopraffatti. Perdono la testa. Qualcuno comincia a sparare. In pochi secondi le grida che fino a quel momento avevano dominato il campo di battaglia vengono coperte da una serie di scariche frastornanti, ininterrotte, un inferno che soffoca il gemito dei primi feriti. Le file dei braccianti indietreggiano, gli uomini si danno alla fuga, la polizia rimane padrona del campo. Ma è una vittoria talmente amara e tragica, che le forze dell’ordine non se la sentono di presidiare il campo di battaglia. Dopo aver operato una diecina di fermi e aver smantellato il blocco stradale, gli agenti abbandonano la zona e lo stesso centro di Avola, consapevoli che la loro presenza potrebbe scatenare reazioni.
    Adesso, alle undici di sera, Avola sembra un paese di fantasmi. Dalle due del pomeriggio la vita si è fermata, i negozi hanno abbassato le saracinesche in segno di protesta e di lutto, le due sale cinematografiche hanno chiuso. Una folla immobile e muta indugia sulla piazza principale dove poco fa il sindacalista Agosta ha tenuto un comizio a nome della Federazione dei braccianti. In giro non si vede neppure una divisa. È come se l’intero paese stesse aspettando di riprender contatto con una realtà che tuttora appare incredibile. Ma il cordoglio, come del resto la destituzione del questore di Siracusa Vincenzo Politi o le deplorazioni ufficiali, evidentemente non bastano.

  • Daniele Barbieri

    I bracccianti continuano a morire in Italia per pochi euro. “CHIEDE LA PAGA PER LA SUA GIORNATA NEI CAMPI: VIENE PICCHIATO A SANGUE E RIDOTTO IN STATO SEMIVEGETATIVO”. Non è una storia italiana di 100 anni fa (o del 1968) ma quanto accaduto il 4 novembre 2007 a Guglionesi in Molise: la vittima è il trentenne tunisino Saiffadine Chaffar, morto dopo 8 anni di sofferenze. La settimana scorsa è arrivata la sentenza della Corte d’appello di Campobasso: per l’aggressore Rosario Renzetti 5 anni di reclusione per “omicidio preterintenzionale”. Cinque anni per una vita. Quanto poco valgono i braccianti, italiani o tunisini che siano.
    La vicenda è stata raccontata ieri su “IL FATTO QUOTIDIANO” da Enrico Fierro: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/uomini-e-cani-tra-pietre-e-ulivi/

  • Il 2. Dicembre 1968 ad Avola io non c’ero. L’anno dopo nel 1969 si fece in commemorazione anche un blocco stradale, ma io non c’ero. Nel 1970 io c’ero. Tre ex-P.C.I. ed io – ex fucino – avevamo fatto Lotta Continua. Gli altri mi dissero: andiamo a fare il blocco stradale ad Avola. Io ero del tutto un novellino e mi chiedevo: come facciamo in quattro a fare un blocco stradale.Siamo andati là con i nostri cartelli e le macchine si fermavano. Si discuteva.Alcuni automobilisti erano molto incazzati e volevano passare.Sono venuti compagni a darci man forte.Ma son venuti anche sindacalisti e altri del P.C.I. a dirci che questo non aveva più senso. E noi a dire che aveva senso e come! Il blocco stava e il blocco stette. Oggi mi chiedo ancora: come possono quattro giovincelli a far tutto questo. L’unica risposta che ho trovato è che l’abbiamo potuto perchè la storia era con noi.

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