Bolivia: Evo spera nel quarto mandato

In Bolivia si vota per eleggere il presidente. Morales non esprime più radicalità e soprattutto in ambito economico e ambientale sono emerse molteplici contraddizioni. Tuttavia, la riconferma del Mas (Movimiento al Socialismo) resta fortemente auspicabile di fronte ai tentativi di spallata autoritaria a cui si affidano destre e Stati uniti.

di David Lifodi

Oggi, 20 ottobre, Evo Morales punta a confermarsi alla presidenza della Bolivia. I suoi sfidanti, Oscar Ortiz e Carlos Mesa, secondo i programmi elettorali tipici di tutte le destre latinoamericane, hanno già promesso, in caso di vittoria, che allacceranno di nuovo delle ottime relazioni con Washington. Ovviamente, è auspicabile un successo di Evo Morales, ma a livello della tutela della sovranità nazionale, delle politiche ambientali e dei rapporti con la classe media, il governo del Mas (Movimiento al Socialismo) è attraversato da alcune contraddizioni non da poco che rischiano di facilitare le attività di destabilizzazione da tempo promosse dagli Stati uniti contro Palacio Quemado.

All’inizio di agosto ha sucitato grande preoccupazione l’arrivo in Bolivia di Michael OReilly, inviato da Trump in missione a La Paz per monitorare la situazione nel paese andino. Nel 2002 l’ambasciata Usa in Bolivia foraggiò e sostenne apertamente il separatismo dei dipartimenti dell’Oriente boliviano nel tentativo di balcanizzare il paese, ma le andò male, anche se il paese fu attraversato da una forte ondata di violenza che la presidenza Morales riuscì a superare.

Il principale oppositore di Morales, Carlos Mesa, è stato vicepresidente all’epoca di Sánchez de Lozada, che il 17 ottobre 2003 fu costretto dai moti popolari a scappare in fretta e furia in elicottero negli Stati uniti. Basterebbe questo a definire la statura morale del principale competitor di Evo.

Tuttavia, la destra scommette sulla questione ambientale, per quanto in maniera strumentale, per sconfiggere Evo, le cui mosse su questo terreno sono state quantomeno ambigue, a partire dalla vicenda del Tipnis (2011), il tentativo di costruire un’autostrada all’interno del Territorio Indígena Parque Isiboro Sécure, abitato da alcuni popoli indigeni.

La destra ha colto la palla al balzo la questione degli incendi nel bosco Chiquitano, la zona di transito tra il Chaco e l’Amazzonia, per incolpare Morales e il suo governo degli oltre diecimila focolai che sono divampati per oltre una settimana. Per farlo ha puntato sull’attivista ambientalista Jhanisse Vaca Daca, giovane del dipartimento separatista di Santa Cruz formatasi negli Stati uniti e ben presente sui social, dove ha lanciato l’hashtag #SOSBolivia, simile al fin troppo consociuto #SOSVenezuela. C’è da chiedersi come mai lo stesso hashtag non sia utilizzato per il regime honduregno o per il duqueuribismo in Colombia.

Accusare la coppia Morales-Linera di ecocidio, sebbene da tempo Evo abbia dichiarato per la Chíquítanía la cosiddetta “pausa ecologica” dell’intera regione, a partire dal divieto di svolgere attività agricole, sembra essere la linea della destra per scongiurare il quarto mandato di Morales. Nel frattempo, come all’epoca degli anni più violenti del separatismo cruceño, hanno ripreso a scorrazzare, soprattutto a Santa Cruz, le squadracce di picchiatori fascisti nelle quali si sono già imbattuti più di una volta i militanti del Mas, aggrediti verbalmente e fisicamente.

Sebbene Evo non rappresenti più un cambio radicale, l’ordine proveniente dagli Stati uniti è il solito già dato in altri paesi: farla finita con il Mas. Si spiega così l’intento di puntare su provocatori di professione come la giovane Jhanisse Vaca Daca, la quale descrive il Mas come un governo autoritario e accusa Morales di essere il responsabile degli incendi tramite una ong denominata Ríos de Pie, che si professa apolitica e non violenta, ma poi promuove una destabilizzazione ad ampio spettro, come segnalato da Wyatt Reed in un documentato articolo pubblicato sul sito web The Gray Zone. È proprio qui che viene segnalata l’amicizia di Jhanisse Vaca Daca con golpisti venezuelani come Leopoldo López e la sua nomina come responsabile delle “borse di studio per la libertà” da parte dell’ambigua Human Rights Foundation, a sua volta legata al Center for Applied Non-Violent Action and Strategies, che, a dispetto del nome, ha promosso e sostenuto gran parte delle cosiddette rivoluzioni colorate.

Tutto ciò basta e avanza, in maniera evidente, per sperare nella riconferma di Evo a Palacio Quemado. Tuttavia, proprio per spronare la presidenza boliviana a non arrestare la sua volontà di promuovere il cambiamento sociale e a non limitarsi ad esercitare il potere, non si può nemmeno far finta di niente di fronte alle parole della femminista Elizabeth Peredo Beltrán, attivista per la difesa dell’acqua, della terra e diritti umani che su Comune-Info lancia un duro atto d’accusa nei confronti della presidenza Morales in merito alla permissività del governo verso i prodotti transgenici, il fracking, la scommessa sull’etanolo e molto altro.

Ancora a proposito di ambiente, ha lasciato assai perplessi la volontà del governo boliviano di costruire una diga nella Reserva de la Biosfera Pilón Lajas, che potrebbe diventare una delle più grandi centrali idrolettriche dell’America latina e inondare le terre dei popoli indigeni della zona che vivono in isolamento volontario. Nel 2016 le comunità cacciarono l’impresa Geodata, ma lo scorso luglio Morales disse che di fronte al rifiuto popolare avrebbe spostato la diga da un’altra parte e ne avrebbero beneficiato altri dipartimenti, differenziandosi ben poco, in questo, da altre presidenze di segno assai diverso.

Non è l’unica contraddizione di Evo. Nell’edizione di settembre di Le monde diplomatique/il manifesto, Maëlle Mariette, si chiede se “la sinistra boliviana forse ha partorito chi la seppellirà?” Per non entrare in contrasto con il capitalismo, il Mas ha cercato di governarlo, facendo si uscire dalla povertà estrema, come il lulismo in Brasile, molte persone, ma senza riuscire a creare una forte coscienza sociale. I beneficiati potrebbero preferire, nelle urne, quella destra che intende tutelare gli interessi della classe media alla quale anche loro, ormai, appartengono. È anche qui che Carlos Mesa proverà a racimolare voti, ricalcando le orme della campagna elettorale che portò Mauricio Macri alla presidenza dell’Argentina nel 2015.

I sondaggi quantificano in circa il 30% la percentuale degli elettori che voteranno sicuramente per il Mas e altrettanti per le destre, suddivisi nei sostenitori di Mesa e in quelli di Ortiz, il candidato espressione della destra cruceña. Potrebbero sorgere dei problemi nel caso di un ballottaggio in cui le destre a quel punto si unirebbero, per questo Morales dovrà cercare di vincere con più del 10% di scarto al primo turno per evitarne un secondo che potrebbe risultare molto pericoloso. Il progetto politico del Mas non rappresenta più il cambiamento, ma la continuità e anche su questo potrebbe far leva una destra che in Bolivia, come in Venezuela e in altri paesi latinoamericani, sembra ben lontana dal riconoscersi nella democrazia.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

Un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *