Bologna: sul tentato suicidio di un agente penitenziario

di Vito Totire (*)  

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Abbiamo appreso dalla stampa dell’evento e delle attuali condizioni molto critiche dell’agente penitenziario che, per noi, è una persona anzitutto e un lavoratore.

Quanto è accaduto ci addolora. Oltre ad esprimere la speranza di un epilogo non mortale, dobbiamo fare alcune considerazioni che ci sembrano pertinenti anche se il gesto del povero agente avesse motivazioni apparentemente individuali.

  1. Non esiste in Italia un piano organico di prevenzione dei comportamenti suicidari anche se non sono mancati momenti di riflessione, programmi di lavoro locale e qualche tentativo, semi-volontaristico, di realizzare una rete di supporto alle persone che possono trovarsi in condizioni di rischio.
  2. Sulle condizioni particolari di distress psicosociale degli agenti della polizia penitenziaria, ogni sei mesi, a commento del report Ausl sule carceri di Bologna, abbiamo sempre richiamato l’attenzione non solo sulla popolazione detenuta ma anche sui lavoratori penitenziari sottolineando la loro condizione di distress cronico e indicando la necessità di abrogare il Visag e trasferire le competenze in materia di vigilanza alla Ausl; le istituzioni non ci hanno ascoltato.
  3. Nelle more di un piano organico di prevenzione e della modifica normativa delle procedure per la salute e la sicurezza dei lavoratori penitenziari ci chiediamo: come mai non è neanche stato affrontato il problema della detenzione delle armi in orario extralavorativo?
  4. Eppure la questione, già in passato, è stata foriera di lutti anche in provincia di Bologna; se l’arma è in dotazione, per ragioni di servizio, per quale motivo non viene prelevata e riconsegnata all’inizio e alla fine della giornata lavorativa? E’ un elemento su cui non si è neanche riflettuto? Intendiamoci: chi si occupa di prevenzione sa bene che una misura di questo genere non risolverebbe tutto; un programma di prevenzione organico è ben più complesso; però tutti gli osservatori concordano nel ritenere che la facile disponibilità è un elemento che rende la prevenzione molto più difficile.
  5. Se il capo della polizia qualche giorno fa ha ventilato iniziative di prevenzione ha colto una esigenza; tuttavia la criticità e gravità della situazione sono note, per fatti di cronaca e soprattutto per la lampante evidenza dei dati epidemiologici, evidentissime da decenni; in questi decenni non si è fatto quasi nulla.
  6. Ai lavoratori penitenziari devono essere riconosciuti i diritti di tutti gli altri lavoratori; sul loro stato di salute non può e non deve vigilare il cosiddetto VISAG che dipende dal ministero di Grazia e giustizia e che non può avere – e non certo per demerito dei singoli operatori che ovviamente rispettiamo – la sufficiente autonomia organizzativa per fare prevenzione; vorremmo leggere infatti la valutazione del rischio distress lavorativo prevista dall’articolo 28 del decreto 81/2008 e soprattutto vorremmo leggere che proposte sono state fatte in quanto ad azioni di miglioramento; neanche depositare l’arma sul posto di lavoro a fine turno?

Chi ha seguito, dal 2004, i nostri commenti ai reports della Ausl sulle carceri sa che la nostra attenzione al pianeta carceri pur riguardando in prima battuta le persone detenute non ha mai trascurato di denunciare la insostenibilità e la costrittività della condizione dei lavoratori. Il grave episodio di Bologna conferma la necessità di introdurre un forte cambiamento nella gestione di una istituzione (il carcere) che deve essere ricondotta a rispondere a un dettato costituzionale che tutela la salute, il diritto alla vita e a un lavoro dignitoso per tutti.

Auguri di cuore all’agente ferito.

(*) Vito Totire è medico del lavoro/psichiatra. Portavoce del circolo “Chico” Mendes e del Centro per l’alternativa alla medicina e alla psichiatria Francesco Lorusso.

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