Bukowski, Lanchester, Manzoni, Pennac, Pisa…

… Ripanti con Deffendi-Regeni e Ballerini

7 recensioni di Valerio Calzolaio

 

Charles Bukowski

«Sulla scrittura»

a cura di Abel Debritto; traduzione di Simona Viciani

Guanda

260 pagine, 18 euro

L’ubriacone libertino creativo perseverante prolifico Heinrich Karl Charles Bukowski (Andernach, Germania, 1920 – Los Angeles, 1994) era malato di solitaria scrittura, realizzò arte in varie forme narrative per oltre cinquant’anni, in racconti, romanzi, poesie, perlopiù fiction. E in tante lettere destinate a specifici reali interlocutori (spesso famosi e autorevoli) a mano nel primo decennio (quello delle sbronze) tra il 1945 e 1954, poi in genere a macchina fino al 1993, spesso accompagnate da schizzi e illustrazioni. L’epistolario non era mai stato pubblicato, più di duemila pagine di corrispondenza inedite. L’editore italiano Guanda ha garantito l’uscita di gran parte delle opere e ora presenta la traduzione delle innumerevoli missive sul tema cruciale “Sulla scrittura” (per chi cerca di essere pubblicato), una raccolta recente con editing ridotto al minimo, qualche bella foto, alcuni interessanti disegni e riproduzioni anastatiche.

 

Daniel Pennac

«La legge del sognatore»

traduzione di Yasmina Melaouah

Feltrinelli

Massiccio del Vercors. 1954. Un sognatore sogna. Vive con i genitori, ha dieci anni, forse è nato il primo gennaio, a scuola ha sentito che la luce è fatta di acqua. Di notte conversa con il compagno di classe Louis, il suo migliore amico, forse nato il giorno prima (a un millesimo di distanza) spesso ospitato a casa loro. La mamma Moune ha appeso sopra i due lettini un disegno coloratissimo di Federico Fellini, lei è costumista e aveva lavorato per molti film del regista italiano, anche allo Studio 5 di Cinecittà, lo adora. Quella notte il sognatore sogna un’inondazione di luce e di acqua, tutto sembra vero, la città viene sommersa. Quando si sveglia deve sbrigarsi perché hanno in programma un’escursione alla diga per apprendere come immergersi con le bombole e in auto racconta il sogno. Louis commenta che da grande l’amico non potrà che fare lo scrittore (effettivamente comincerà e continuerà sempre nel capanno lì costruito dal padre) mentre per sé stesso prevede il posto di personaggio (effettivamente diventerà Kamo decenni dopo). Non credono molto ai particolari che il piccolo sognatore descrive per rispondere alle domande che gli fanno, così lui decide di trascrivere da quel momento in avanti tutti i sogni che farà; non a caso la maggior parte delle sue trovate narrative sono ricordi che imparerà a trasformare in storie, restando sempre fedele alla casa del Vercors, divenuta il punto di ritrovo fisso della tribù e la cornice di alcuni suoi romanzi. Cinquant’anni dopo quel primo sogno, Louis torna a trovarlo, hanno avuto figli e nipoti, decidono di tornare alla diga dell’infanzia e di noleggiare l’attrezzatura per liberarsi della gravità dell’aria e compiere una gita subacquea come un tempo. Sotto scoprono una città sommersa. Sogno o son desto? Fa tutto parte di un sogno? Oppure è proprio la vita che è tutto un teatro?

Evviva Daniel Pennac (Casablanca, 1944). Riesce di nuovo a stupirci, affascinarci e rapirci in un’epopea onirica, fra metafore e onomatopee, con un gioco di sogni, uno nell’altro come matrioske russe, un nuovo genere letterario più misterioso e immaginifico del noir, più sincero e reale dell’autobiografia. La narrazione è in prima persona e procede attraverso 8 parti e 74 scene separate, cronologiche e di varia lunghezza, nelle quali sia gli eventi da sognatore che quelli da sveglio si integrano di finzioni e realtà, un’unica fiaba magica con il filo rosso del sostanziale omaggio a Fellini, il preferito “regista” della meraviglia e dello sbalordimento, che trascriveva e disegnava i propri sogni e ne parlava con chi di dovere. Come noto, dopo l’adolescenza a Nizza e l’incontro col cinema felliniano, negli anni settanta in un ex convento del Nord da giovane insegnante nella scuola media di sgangherati alunni spediti lì dall’istituzione scolastica a formare le cosiddette “classi differenziate”, Pennac aveva fatto largo uso del far scrivere ogni mattina i sogni della notte precedente su taccuini privati, da raccontare e dettare alla lavagna, ma da non usare nei temi. L’azzeccata copertina e la complice traduzione aiutano a sottolineare l’immaginazione letteraria. Televisione e calvados in albergo a correggere i compiti. Segnalo la fine delle grandi epidemie a pagina 60 (il virus arriverà in Italia col nuovo anno ma nessuno lo aveva riconosciuto). Nel 2019 Pennac ha avuto l’occasione per definire un progetto teatrale sulla resurrezione del suo mito grande sognatore cinematografico. Nel 2020 ricorre infatti il centenario dalla nascita (a Rimini) di Federico Fellini (con celebrazioni e mostre in tutt’Italia): 8 Oscar (14 nomination), 1 Golden Globe, 3 Bafta Awards, 19 David di Donatello, 53 Nastri d’argento, 3 festival di Venezia, 4 di Cannes, 2 di Mosca, quasi una ventina di film e altri episodi di film, film tv, co-regie. Al Piccolo Teatro di Milano il 20 gennaio vi è stata l’anteprima dello spettacolo dedicatogli da Pennac, una meraviglia! Il romanzo è uscito pochi giorni prima, ne integra l’eventuale visione, possiede una drammaturgia diversa, pur altrettanto mirabolante. La rappresentazione è stato prodotta dagli amici dalle Compagnie MIA – Il Funaro di Pistoia, adattata dallo stesso autore con regia di Clara Bauer. Speriamo circoli molto quando si potrà uscire insieme di casa (e l’emergenza della pandemia Covid-19 sarà un poco rientrata).

 

Espérance Hakuzwimana Ripanti

«E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana»

People

238 pagine, 15 euro

Italia. Fino a ora. Espérance Hakuzwimana Ripanti è nata in Ruanda nel 1991 e cresciuta in provincia di Brescia, ha studiato a Trento, dal 2015 si è trasferita a Torino per frequentare la scuola Holden, svolgere attività culturali e avviare un percorso di scrittrice. Il primo libro è un testo poetico e militante. Spiega: «c’è una narrazione sbagliata e carica d’odio che sta iniziando a rendere difficile la vita di chi, come me, in questo Paese ci è cresciuto… Si sta insinuando l’idea che l’origine o il colore di un corpo siano molto più importanti della sua dignità e della sua vita. E non è giusto, è terrificante e soprattutto non è una realtà con cui sono disposta a convivere». Così in “E poi basta” racconta le paure diffuse e cerca di trasformarle in sentimenti coinvolgenti, riflessioni aperte, emozioni letterarie, alternando brevi capitoli e missive in corsivo, frasi secche e ragionamenti argomentati, elementi e percorsi autobiografici, dialoghi e citazioni mirate.

 

Paola Deffendi e Claudio Regeni, con Alessandra Ballerini

«Giulio fa cose»

Feltrinelli

224 pagine, 16 euro

Febbraio 2016-dicembre 2019. Giulio sta facendo ancora molte belle cose. Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni (Trieste, 15 gennaio 1988 – Cairo, 3 febbraio 2016) è stato sequestrato e poi torturato e ucciso in Egitto mentre svolgeva un dottorato di ricerca per l’università di Cambridge, dove lavorava. Da quando i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi andarono prima a cercarlo poi a riprenderne le spoglie da riportare a Fiumicello, in Friuli Venezia Giulia, dove ancora vivono, ogni cosa e ogni anfratto della loro esistenza sono stati ricoperti da un velo polveroso che filtra tutto. Nulla poteva essere più lo stesso. Raccontano così ora con lucido nitore questi quattro anni. Hanno iniziato accanto alla figlia Irene (cui il libro è dedicato) e al loro straordinario avvocato Alessandra Ballerini, un nuovo percorso, faticoso e doloroso: la ricerca della verità, di tutte le verità, sugli assassini e i mandanti dell’omicidio di un ragazzo europeo di 28 anni (appena compiuti), colto e affettuoso, serio e onesto, cresciuto con valori e princìpi sani, abituato ed educato a viaggiare e ad adattarsi, al rispetto delle differenze nelle radici. Conosceva bene sei lingue, stava arrivando alla settima, e con la mamma parlava spesso su Skype in dialetto bisiaco-triestino. Al terzo anno di liceo sostenne e superò l’esame a Duino per entrare nel Collegio del Mondo Unito, 18 sedi nel mondo, scelse il New Mexico. Tornato in Europa, si laureò a Leeds, si specializzò a Cambridge, ottenne uno stage a Vienna e un tirocinio al Cairo per l’Unido, iniziò a lavorare a Oxford cominciando infine il dottorato ancora a Cambridge, nel dipartimento di Development Studies. Da lì partì per un’ultima ricerca sui sindacati egiziani. Non è più tornato vivo. Le massime autorità istituzionali egiziane sono coinvolte nella sua sparizione e nel suo omicidio; per anni hanno manovrato, depistato, occultato, in modo di impedire la verità e la giustizia che, accanto ai genitori, chiedono larga parte dell’opinione pubblica in tanti Paesi del mondo, quel “popolo giallo” che è protagonista militante del libro. Giulio continua a fare cose per il loro e il nostro tramite. Non demordiamo, nonostante gli ostacoli.

Ecco un libro che vale la pena leggere e regalare, una preghiera laica, un dolore necessario. L’amore per il figlio ha spronato i genitori a testimoniare con forza l’esigenza di scoprire i responsabili di un crimine efferato. Da oltre due anni la Procura di Roma ha documentato le responsabilità nel sequestro di almeno cinque ufficiali del National Security Agency e li ha iscritti nel registro degli indagati, ma tutto sembra essere tornato normale nei rapporti fra Italia ed Egitto, non c’è alcuna conseguenza concreta, le indagini sono a un punto morto per la mancata collaborazione del presidente Al Sisi. La morte di Giulio riguarda Paola e Claudio personalmente in modo definitivo, lo sanno bene, non potranno dimenticarlo mai e, insieme, riguarda ogni genitore che subisce ingiustizia, ogni italiano all’estero, ogni giovane che vuole lavorare in pace e autonomia ovunque nel mondo, ogni elettore che comprende la necessità di valutare con onestà intellettuale i comportamenti istituzionali e le relazioni internazionali. Molte frasi commuovono certo, l’obiettivo è comunque sempre quello di farci capire, indignare, partecipare. Scrivono: «abbiamo visto tutto il male del mondo sul suo corpo. Ma tutto il male del mondo è anche quello che è attorno a Giulio: omertà, paura, intrighi, depistaggi. Il coraggio è andare avanti, giorno dopo giorno, sapendo che esiste tutto questo». Hanno scelto una forma letteraria molto efficace, oltrepassando generi e convenzioni: la mamma Paola racconta la storia della loro famiglia e spesso mette fra virgolette riflessioni e ricordi del papà Claudio o ricostruisce a nome di entrambi, orgogliosi e rispettosi delle capacità del figlio, anche quando magari era stato «un intransigente rompiscatole»; seleziona gli argomenti trattati con cultura, i viaggi insieme (soprattutto l’ultimo, drammatico); gli incontri con i rappresentanti istituzionali pro-tempore (segnalandone sempre pregi e difetti, maggiore o minore sincera solidarietà), con le personalità religiose e culturali, con i giornalisti, con vecchi e nuovi amici, con tanti cittadini per strada o nelle assemblee; le amarezze e le angosce, in particolare la ferita del ritorno dell’ambasciatore italiano; la lista delle parole e delle associazioni di idee più spesso usate nella nuova famiglia allargata che si è creata (con la costante presenza di Alessandra, competente e magica). Spiegano come è nata l’espressione che dà il titolo al volume e si rivolgono a tutti quelli che sanno e che non hanno ancora osato parlare «perché Giulio fa cose, ma non può fare tutto lui»! Completano il libro oltre cinquanta minuziose preziose pagine sui fatti con la cronologia delle date relativi alle indagini, alle richieste e alle inchieste, abbastanza avanzate in Italia (per quanto possibile) e molto boicottate o rinviate in Egitto, con l’intero testo della lunga articolata risoluzione approvata dal Parlamento Europeo.

 

John Lanchester

«Il muro»

traduzione di Federica Aceto

Sellerio

290 pagine, 16 euro

Gran Bretagna. Forse tra poco tempo, potrebbe essere vero a breve. I cambiamenti climatici antropici hanno innalzato il livello dei mari, molte terre costiere sono sommerse. La Gran Bretagna ha costruito tutto intorno all’isola un muro lungo centinaia di chilometri. A impedire che qualcuno tenti di attraversarlo ci sono i Difensori, giovani in servizio obbligatorio con un’arma assegnata dopo un breve addestramento impartito da quelli che stavano lì prima, e che loro impartiranno ai sostituti dopo due anni. Una vitaccia al freddo: ogni volta che un Altro riesce a invadere, un Difensore viene abbandonato in mare. Arriva Joseph Kavanagh, di origini irlandesi, e narra in prima persona la sua storia a difesa del confine. John Lanchester (Amburgo, 1962) è cresciuto a Hong Kong, ha studiato in Inghilterra, ormai da tempo vive e lavora a Londra nel mondo informativo, con all’attivo cinque interessanti romanzi fra il 1996 e il 2019. In “Il Muro” affronta con disperato acume migrazioni e clima.

 

Alessandro Manzoni

«Storia della colonna infame»

con una nota finale di Leonardo Sciascia; prima edizione 1981

Sellerio

194 pagine, 12 euro

Milano. 1630. Fra il 1629 e il 1633 il Nord Italia fu colpito dalla peste. La stima è che morirono 1.100.000 persone su una popolazione di circa 4 milioni, oltre 180.000 su 250.000 nella sola città di Milano. Ne “I promessi sposi” (1827) Alessandro Manzoni manifesta l’idea di farne specifica trattazione, nel successivo saggio «Storia della colonna infame» racconta l’episodio emblematico della condanna come presunti untori del commissario di sanità Piazza e del barbiere Mora. Accusati dalla “donnicciola” Caterina Rosa, furono interrogati con tortura, condannati a torture atroci e a poi morte con il supplizio della ruota. La donna aveva visto il primo la mattina presto del 21 giugno 1630 toccare i muri con le mani; la casa del secondo fu demolita e, al suo posto, venne eretta la colonna infame. Espliciti i riferimenti al Verri, impliciti quelli all’attualità della pandemia Covid-19. Il famoso testo fu criticato da Croce e molto apprezzato da Sciascia, che ne firma la nota conclusiva.

 

Silvana Pisa

«Il gioco dei vestiti. Passione, politica e altre storie del ‘68»

prefazione di Rosa Mordenti

Bordeaux

156 pagine (più un’appendice fotografica) per14 euro

In Italia e nel mondo. Dal ’68. «Arrivo da sola a Gorizia in un buio pomeriggio di gennaio». Silvana, ragazza borghese di fresca ingenua politicizzazione, capelli lunghi e chiari, sguardo diretto, studentessa bolognese a Giurisprudenza, è andata come volontaria nell’ospedale psichiatrico diretto da Franco Basaglia, un’esperienza «irreversibile». Collettivo femminista dove si vive, maternità, sindacato, partiti, prima deputata poi senatrice, nonna, nella vita di alcune donne si tiene tutto insieme. Silvana Pisa con Il gioco dei vestiti” non scrive un’autobiografia o una storia politica. Riprende interviste, interventi, commenti di prima; aggiunge riflessioni e memorie urgenti oggi; inserisce squarci di sentimenti e foto con una cronologia ondivaga e volutamente omissiva, grande cura delle parole e degli altri. «Complessivamente, la passione per la vita l’ha vinta sulla fatica di vivere». Il gioco del titolo, sul corpo nudo e su ciò che s’indossa, iniziò in gruppo in treno decenni fa.

La Bottega del Barbieri

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