Cantare/raccontare: meglio sgrammaticati che perfetti?

17esima puntata dell’«Angelo custode» ovvero le riflessioni di ANGELO MADDALENA per il lunedì della bottega

«Secondo me, la musica più bella nasce dalle sgrammaticature e non da un’esecuzione perfetta»: Bobo Rondelli risponde così all’intervistatore che gli chiede cosa pensa dei Talent Show.
Bobo dice che lo avevano chiamato per fare il giurato a X Factor dopo che se n’era andato Morgan. Lui era stato sincero con quelli della produzione e aveva detto proprio quelle parole riportate all’inizio di questo testo, poi ha aggiunto, sempre rispondendo all’intervistatore: «non mi hanno chiamato più». Consiglio di leggere l’intervista a Rondelli qui: http://iltirreno.gelocal.it/regione/2012/09/08/news/ottavo-padiglione-e-bobo-una-sera-come-tanti-anni-fa-1.5666206 .
Ultimamente due persone a me vicine, ma nate venti anni prima, mi hanno provocato a tirar fuori il discorso riassunto nelle parole di Bobo Rondelli, con il quale condivido un percorso artistico che si ritrova ben descritto nell’intervista succitata.
Ci sono tre miei libri pubblicati recentemente in cui esprimo questa consapevolezza del mio stile espressivo.
Il primo si chiama Buenos Aires stupor tour (autoproduzioni Malanotte, mi rimangono pochissime copie): c’è una pagina con un ritratto ad acquerello che ho fatto a Facundo Sueiro, un ragazzo incontrato a Buenos Aires, il quale, mentre io dipingevo, mi disse (ho riportato tutto nel libro sotto forma di fumetto e anche per esteso): «Me gusta el tu estilo de pintar libre desparpajo como quando Maradona juegava al futbol». Rimando al libro (potrei inviare il PDF a chi lo vuole, visto che le copie cartacee sono quasi finite) per vedere tutto il gioco di rimandi che ho scritto e disegnato (a pagg. 162, 163 e 164).
All’inizio del mio libro Partire dal Trasimeno c’è un altro “manifesto” e rivendicazione di questo stile che rimanda sia all’incontro con Facundo a Buenos Aires, sia a Giufà – sapete chi è vero? – e quindi ancora di rimando all’intervista che mi ha fatto Mauro Mirci su paroledisicilia.it, che ho pubblicato alla fine del libro Un anno di frontiera (febbraio 2018, autoproduzioni Malanotte).
Tornando a Facundo Sueiro, la parola desparpajo vuol dire “disordinato, confusionario”, ma più ancora e soprattutto “spregiudicato” ma al tempo stesso efficace, “artistico”, per certi versi geniale. Per farmi capire Facundo fa l’esempio del gol di Maradona ai mondiali del 1986, durante Argentina-Inghilterra, in cui Dieguito segnò sia con i piedi che con la mano, la famosa “mano de Dios”. In tutte e due i casi, anche quando Maradona segna con i piedi, dribblando quasi tutta la squadra avversaria partendo dal centro campo, lo stile è un po’ “sporco” ma ciò nulla toglie all’efficacia e alla “poesia” di quei goal. Nel libro io dico molte altre cose, oltre alla lusinga di essere stato associato a Maradona; anche che io preferisco lo stile alla Baggio, più pulito e meno “desparpajo”. Tutto ciò mi torna in mente quando cerco di rispondere alle “provocazioni” di chi si accanisce nel chiedere a qualcuno un’impostazione rigida o classica o ragionata o con un “filo logico” ecc. E ciò mi invita a riprendere in mano cose dette e scritte, e praticate, da me e da altri, più o meno inconsapevolmente, da millenni o anche da secoli, e penso ai cantori popolari, ai cantastorie, agli artisti di strada, agli “improvvisatori” che ancora oggi, in Bobo Rondelli (e spero e credo anche in altri più o meno visibili) trovano testimonianza e cittadinanza.
«L’interprete di Cantacronache non è, in senso corrente, un cantante (questa voce richiama ormai troppo una esecuzione scolasticamente impostata), allora è meglio dire: un cantore popolare. Cioè: voce anche grezza, incolta, ma naturale, viva, familiare, umana. Essa vibra di reale passione: non la finge con il lenocinio scolastico. Indipendente dal microfono perché fede cieca (e ingenua) nel microfono vuol dire intimismo, mezze tinte, sdilinquimenti, o quanto meno artificiosi effetti speciali” (vedi pag 24 di Cantacronache, un progetto politico musicale, edizioni Paravia Scriptorium CREL, Torino). Oltre a consigliare l’ascolto e lo studio dell’esperienza dei Cantacronache, dedico questi pensieri al signore che, un po’ confusamente, mi diceva: «X Factor è un programma finto, però quelli che ci vanno sono bravi, sono preparati, si esibiscono in modo perfetto». Quando dice “finto” mi fa pensare a Ex Facto, quel capolavoro di canzone di Calogero Incandela.
E’ chiaro che se faccio riferimento a questi due miei amici o conoscenti di venti anni più grandi di me lo faccio senza intenzione polemica, o meglio voglio andare oltre la polemica e ringraziarli perché mi sollecitano a esplicitare sempre meglio le mie consapevolezze, giocosamente (col “gioco” della scrittura e della canzone) e…seriamente! La mia canzone Do Sol Fa, registrata nel cd Mistico errante, è un’altra testimonianza di questo giocare per rivendicare uno stile “povero e pazzo” o come direbbe Rondelli: «sgrammaticato e per questo più bello».
«La verità non passa attraverso il bel canto, ma attraverso una emozione che non devi raffinare»: così Giorgio Gaber a Mina, in Poetastrica (Einaudi) di Enzo Jannacci. E anche queste parole di Gaber, trovate qualche anno fa, mi sembrano attinenti al discorso. Chiudo queste dissertazioni – con interlocutori reali e immaginari, presenti e lontani – con un ricordo di anni fa che coinvolge Riccardo Massai, un regista teatrale che ha lavorato, fra l’altro, al Piccolo Teatro di Milano con Luca Ronconi, quindi non un “improvvisatore” o un qualsiasi teatrante che magari ha la sua importanza anche se poco visibile. Quello che mi disse Massai lo apprezzai a maggior ragione visto che lui viene da un percorso piuttosto accademico. Specifico che sono arrivato fin qui anche perché ho evitato di frequentare corsi di teatro e scuole varie più o meno serie di teatro o scrittura o di pittura, e insieme specifico che ho sempre avuto, man mano che procedevo nel mio percorso, una consapevolezza e una padronanza del mio stile di espressione artistica per cui quello che mi ha detto Riccardo Massai (o altri) più che rinforzarmi mi ha confermato nella possibilità e necessità di esprimermi in un certo modo.
Nel 2010 partecipai, a Siena, a una manifestazione di cui Massai era il regista, e che si realizzò anche ad Arezzo, Carrara e Firenze, nei cimiteri di queste città: 140 attori recitavano o cantavano una poesia del libro Spoon Rivers di Edgar Lee Masters. Fra gli attori c’era il grande e compianto Carlo Monni e tra i “famosi” c’era Carla Fracci. Durante una delle prove, Riccardo Massai mi disse: «sembra che tu, mentre reciti la poesia, non ricordi bene certe parole, ma poi le riafferri, e questo rende viva la tua espressività, è bello: lo fai apposta, è calcolato o davvero ti dimentichi in un certo momento e poi te ne ricordi?». Io gli dissi che è il mio stile di memorizzazione, non lo fsccio in modo “perfetto” perché se no mi sentirei meccanico. Quindi «lo faccio spontaneamente» e lui mi disse che andava bene.
Negli ultimi anni, a partire dalla spinta per scrivere la canzone Do Sol Fa (2015) e fino a pochi mesi fa, mi è capitato, almeno un paio di volte, un’esperienza “maieutica” ma un po’ aggressiva. Per la canzone Do Sol Fa, la spinta venne da un mio compaesano nato circa dieci anni prima di me, che da quando era bambino suonava la chitarra, però non ha fatto mai (o quasi) un concerto pubblico e non aveva scritto una canzone appunto fino al nostro incontro. Mi disse che era “infastidito” dal fatto che io usavo sempre gli stessi accordi per scrivere le canzoni, e che secondo lui spesso non accordavo neanche bene la chitarra, e adel genere. Una volta ci trovammo a parlarne a casa mia con calma, e lui alla fine mi disse quello che era prevedibile: «io sono invidioso di te». E poi fece un’altra cosa più bella e forse anch’essa prevedibile: mi disse che aveva scritto una canzone per un fatto doloroso che gli era successo. Lo invitai a cantarmela, perché lui ovviamente era intimidito e poi gli dissi che era molto bella.
Poco tempo fa un altro conoscente (nato pure lui dieci anni prima di me, anch’esso musicista da tempo immemore, quasi mai esibitosi pubblicamente) mi disse così: «tu non dovresti cantare perché non sai cantare, non conosci le basi tecniche del canto e della musica» e altre minchiate del genere. Io non risposi a tono ma lo ascoltai dicendo «io canto con un mio stile» e via così. Non era questo il punto, e lo sapevo. Dopo pochi minuti mi chiese scusa per quello che aveva detto, e io allora gli dissi: «ma tu perché non canti?». E lui rispose che non lo avrebbe fatto… per i motivi per cui mi sconsigliava di cantare. Ma dopo pochi minuti si mise a suonare e a cantare per la prima volta, lì al bar dove ci trovavamo, davanti a un gruppetto di amici.
Le persone che ho citato non hanno problemi di frustrazione cronica molto pesante, perché bene o male non hanno scelto di vivere con le loro produzioni musicali o letterarie. Esperienze simili mi sono capitate con coetanei o lievemente più giovani artisti o musicisti o aspiranti tali, molto frustrati, che purtroppo non si sono liberati o non si sono sbloccati: alcuni hanno frequentato corsi di teatro anche pagando migliaia di euro, e questo a volte ha aggravato la loro frustrazione. Quindi ho capito che non sempre ci si libera, e che «ciò che è semplice, non è facile». Ho sofferto molto per questi artisti o aspiranti tali frustrati e inconsapevoli e non disposti a uscire dai loro “blocchi” che a volte mi hanno chiesto scusa e a volte ho visto che son riusciti, nel tempo, a sbloccarsi almeno un po’, e di questo sono contento.
Grazie ancora a chi mi stimola per riprendere in mano le tracce del percorso che mi ha portato a vivere l’arte come ricerca di liberazione e assunzione di responsabilità individuale per dar voce anche a istanze collettive. E spero di poter pubblicare prossimamente un antologia di appunti che ho scritto negli ultimi anni, uno dei quali (del 2011) si intitola: Narrare storie e rompere catene.
ALTRI APPUNTI o più che altro citazioni
«Nella società moderna, la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l’arma nucleare. Una volta accettato questo, qualsiasi altro male è al confronto un male minore. Fin quando non ci poniamo di fronte al problema del nostro consenso all’utilizzo delle armi nucleari, ogni speranza di miglioramento generalizzato della moralità pubblica è condannata al fallimento”, (Hunthausen, arcivescovo di Seattle in Alfonso Navarra, La guerra nucleare spiegata a Greta, EMI, 2007)
«Mi interessa indagare i momenti esplosivi insurrezionali in cui prende vita l’energia accumulata nel tempo e non può essere più contenuta, neanche volendo, ma in un certo modo è guidata, canalizzata, mirata, cosciente» (ipotesi per un’un auto intervista).
«Ma serve il tuo teatro? Agli altri non lo so, spero di sì. Per me fatto così è quasi igiene quotidiana, serve a far esistere cose importanti, che non sono vicende del giorno, ma segnano la vita». Così Marco Paolini in Album, Libretto (Uno), Einaudi con dvd allegato
«Ho scoperto presto che commedia e tragedia sono la stessa cosa. Il comico è tragico, altrimenti non sarebbe comico…La pura e semplice tragicità della vita non piace a nessuno. Neanche a me. C’è sempre qualcuno che sta meglio di noi, ma anche qualcuno che sta peggio. Però sulla faccia, o attraverso la penna, o dalla voce, questo senso di tragedia traspare sempre. Il pubblico, almeno quello più attento, lo avverte»: così Enzo Jannacci.
«La verità non passa attraverso il bel canto, ma attraverso una emozione che non devi raffinare»: Giorgio Gaber a Mina, in Poetastrica (citato prima)
«Enzo Jannacci si è formato alla scuola (quella raggruppata al Derby di Milano) senza maestri e senza allievi, una scuola di amici e complici (Beppe Viola, Cochi e Renato, Boldi, Andreasi, Teocoli, Toffoli)»: ancora in Poetastrica
«Capire le trasformazioni sociali che avvengono sotto i nostri occhi, dentro di noi, nella nostra quotidianità, nei passaggi epocali, nel nostro tempo, questo per me vuol dire politica parola più parola meno»: questo concetto l’ho ripreso da Alfredo Maria Bonanno.
QUESTO APPUNTAMENTO
Mi piace il torrente – di idee, contraddizioni, pensieri, persone, incontri di viaggio, dubbi, autopromozioni, storie, provocazioni – che attraversa gli scritti di Angelo Maddalena. Così gli ho proposto un “lunedì… dell’Angelo” per aprire la settimana bottegarda. Siccome una congiura famiglia-anagrafe-fato gli ha imposto il nome di Angelo mi piace pensare che in qualche modo possa fare l’angelo custode della nuova (laica) settimana. Perciò ci rivediamo qui – scsp: salvo catastrofi sempre possibili – fra 168 ore circa che poi sarebbero 7 giorni. [db]

La Bottega del Barbieri

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