Carceri italiane, peggio che nel 1800: fra…

… rischi sanitari e illegalità istituzionali.

di Vito Totire (*) con una noticina sull’Emilia-Romagna delle “tre scimmiette”.

Carcere di Bologna: le istituzioni restano “totali” anche in corso di epidemia. Esigiamo una relazione epidemiologica da parte della Ausl bolognese (un paragrafo nella relazione periodica che abbiamo chiesto per tutto il territorio di competenza, come da richiesta via pec al DSP il 19.3.2020).

Significativa la situazione delle carceri.

Niente, neppure lacrime (più o meno sincere) per l’ondata di morti connesse, in qualche modo, alle cosiddette “sommosse”. Si continua a gestire la situazione delle carceri peggio che nell’Ottocento. All’epoca infatti durante le epidemie le carceri erano oggetto di attenzione da parte dell’ufficiale sanitario che relazionava al sindaco periodicamente. Non per filantropia ma per la consapevolezza che le carceri erano (e sono) luogo a forte rischio per l’attecchimento e la diffusione del contagio che poi diffonderebbe facilmente “fuori”.

DAL 2004 COMMENTIAMO “PEDISSEQUAMENTE” IL RAPPORTO SEMESTRALE sulle carceri DELLA AUSL DI BOLOGNA FACENDO OSSERVAZIONI, CRITICHE , PROPOSTE , ANCHE SU QUELLO CHE IL RAPPORTO DOVREBBE A NOSTRO AVVISO DIVENTARE.

DAL 2004 OGNI SEI MESI ABBIAMO DENUNCIATO “CORAM POPULO” LA SITUAZIONE DI ILLEGALITA’ E DI RISCHIO SANITARIO OTTENENDO LA PIU’ TOTALE INDIFFERENZA DELLE ISTITUZIONI PREPOSTE ALLA SALUTE PUBBLICA E ALLA GIUSTIZIA.

IN QUESTO MOMENTO, NEL CASO MALAUGURATO DI ESIGENZE DI «ISOLAMENTO FIDUCIARIO» COME POTREBBE ESSERE GESTITO, STANTE LA CONDIZIONE CRONICA E PERMANENTE DI SOVRAFFOLLAMENTO?

Di recente abbiamo chiesto accesso al progetto del nuovo padiglione carcerario per verificare i requisiti igienico-edilizi della “nuova” struttura : NESSUNA RISPOSTA !

ABBIAMO AD ALTA VOCE ASSERITO LA NECESSITA’ DI PRENDERE ATTO DI UNA INIDONEITA’ IGIENICO-EDILIZIA DEL CARCERE DI BOLOGNA CHE SCONFINA NELL’ABUSO DI MEZZI DI CORREZIONE E NELLA PRATICA DUNQUE DI TRATTAMENTI DISUMANI E ANCORA DEGRADANTI. ANCORA NESSUNA RISPOSTA.

Il 2 gennaio 2020 abbiamo chiesto alla Ausl copia del rapporto del secondo semestre 2019: SIAMO ANCORA QUI AD ATTENDERE…

Abbiamo cercato di capire se le persone recluse abbiano le stesse chances di cura per la epatite C rispetto ai soggetti esterni al carcere: muro di gomma totale…

Altrettanto muro di gomma sui suicidi e sulla efficacia (o esistenza stessa) di misure di prevenzione.

Esigiamo – nell’ambito della diffusione di dati epidemiologici ed esaustivi sulla epidemia CHE APPUNTO ABBIAMO CHIESTO AL DSP AUSL CON PEC DEL 19 MARZO – che un capitolo della relazione epidemiologica riguardi le carceri e le strutture chiuse, comprese le REMS, gli SPDC psichiatrici, le case di riposo.

La “bella indifferenza” mostrata dal governo in carica su quello che è successo a Modena e nelle carceri italiane ci induce a prendere atto ancora una volta che il livello di civiltà dei decisori politici italiani è davvero molto basso.

Anche per questo esigiamo indagini approfondite ed esaustive sui fatti che hanno seminato morti nelle prigioni e preannunciamo una denuncia che invieremo alle Procure competenti per le carceri nelle quali si sono verificati decessi.

Anche se alcuni o tutti questi decessi fossero attribuibili ad assunzione di dosi eccessive di farmaci, possiamo pensare che condurre una popolazione ristretta a livelli di esasperazione e poi rendere di fatto disponibili mezzi autolesivi sollevi tutti da ogni responsabilità? Neanche il reato di “omessa custodia” ?

In verità certe dosi e certe scorte di farmaci in carcere hanno una funzione precisa: ottundere la popolazione nella impossibilità –deliberata- di gestire percorsi di riabilitazione e cura degni di questo nome. Quei farmaci sono la polveriera interna di una situazione sempre al limite della esplosione… come le bombolette del gas disponibili non sono il segno di un rapporto di fiducia ma il modo per “tamponare” la assenza dei refettori necessari per ragioni igieniche e, appunto, inesistenti in molte carceri.

La prevenzione delle “rivolte” avrebbe avuto bisogno di particolari studi di psicologia sociale o era una esigenza intuibile per chiunque?

Come poi ha detto Rita Bernardini a Radio Carcere: se una persona ha assunto una dose elevata di farmaci la porti in un altro carcere e non in ospedale ?

Certo tutto potrebbe concludersi con assoluzioni, anzi, senza neppure la apertura di esaustivi procedimenti penali, come è regolarmente successo per i “suicidi” di Bologna ma, come dice una canzone di Fabrizio de Andrè : «anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti». Nel senso che esistono responsabilità penali ma anche sociali e politiche.

Il messaggio ovviamente non è ad personam ma è rivolto alle “istituzioni totali” che continuano a produrre morte.

Facciamo appello alle persone detenute , ai loro familiari , ai volontari e agli operatori delle carceri di avviare una iniziativa dal basso per la verità e la giustizia sugli ultimi luttuosi eventi.

(*) Vito Totire per il coordinamento del circolo Chico Mendes e del Centro Francesco Lorusso di Bologna

LE IMMAGINI – scelte dalla “bottega” e riprese da wikipedia – RIMANDANO ALLE “TRE SCIMMIETTE”. Per la verità nella tradizione giapponese originaria avevano un significato diverso ma per noi oggi sono il simbolo della paura di vedere, sentire e parlare. Per questo le tre scimmiette nella testata di questo blog hanno occhi aperti e orecchie splancate più un megafono. Chiediamo ad altri blog, a radio davvero libere, a testate alternative di riprendere le coraggiose denunce di Vito Totire (come quelle di Davide Fabbri): che l’Emilia-Romagna non divenga esempio della peggiore omertà.

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • La Bottega del Barbieri

    Riceviamo dal Comitato per la Verità e la Giustizia sulle morti nelle carceri e divulghiamo:

    Per Marco Boattini, Salvatore Cuono Piscitelli, Slim Agrebi, Artur Iuzu, Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Ante Culic, Carlo Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Ghazi Hadidi, Abdellah Rouan, morti in stato di detenzione a seguito dei disordini nelle carceri del marzo 2020

    Il Ministro della Giustizia e il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria rendano noti i luoghi e le circostanze del decesso di ciascuno dei loro risultati delle autopsie. Subito!
    EDITORIALE
    Lo stigma del tossico e la verità sospesa sulle morti di tredici detenuti
    di Stefano Vecchio, presidente Forum Droghe e Direttore Dipartimento Dipendenze ASL Napoli 1
    La rivolta nelle carceri italiane e i tredici detenuti morti in condizioni ancora tutte da chiarire, sembra che sia stata riposta nel dimenticatoio approfittando dell’emergenza e dello stato di eccezione nel quale siamo immersi.
    Non è facile trovare spiegazioni chiare sulle circostanze reali che hanno determinato le morti dolorose di quei 13 detenuti che si stavano ribellando, insieme alla moltitudine disperata dei detenuti, a causa dell’editto del Ministero della Giustizia che interrompeva senza alcuna mediazione per un lungo periodo gli incontri con i familiari e cioè l’unico contatto con gli affetti e con l’esterno che consente di reggere la situazione sofferta della detenzione. E naturalmente senza nessun tentativo di coinvolgere attivamente i detenuti nell’ informazione sui rischi per la salute e condividere l’esigenza di adottare le misure ulteriormente restrittive, informando da subito che ci sarebbe stata l’attivazione di vie di contatto alternative, con il telefono cellulare e in video, intensificandone la frequenza.
    Penso che se si fosse adottato questo semplice comportamento incentrato a una sicurezza “dolce” si sarebbero con molta probabilità evitate o fortemente limitate le rivolte e la strage collegata.
    In altri tempi come minimo si sarebbero invocate le dimissioni dei responsabili istituzionali… Invece al contrario le goffe risposte ufficiali hanno spostato tutta l’attenzione sullo stigma del detenuto violento e pericoloso e non è un caso che per le morti si utilizza il “rinforzo” dello stigma del tossicodipendente in modo ancora più goffo.
    Provo a ragionare. Si dice che i detenuti hanno “svaligiato” l’infermeria e hanno fatto incetta di psicofarmaci e metadone. Ora è vero che l’abuso di psicofarmaci è diffusissimo nelle carceri italiane e si configura come un tentativo estremo di autocura che i servizi di salute mentale stentano a governare. È probabile che la custodia degli psicofarmaci non sia particolarmente soggetta a protezioni se non quelle tipiche per i farmaci tutti, per cui i detenuti hanno potuto prelevarli senza grandi difficoltà. Ma il metadone è un farmaco stupefacente e quindi viene custodito in cassaforte e mi sembra quanto meno difficile, in un momento di casino come una rivolta, che tredici persone abbiano avuto il tempo e trovato gli strumenti per aprire una cassaforte. O il metadone non era custodito in cassaforte? Sarebbe una grave mancanza! E poi perché forzare una cassaforte per il metadone? Se, come si dice, i detenuti non erano tossicodipendenti, perché avrebbero dovuto compiere una operazione così impegnativa se avevano già a disposizione i più appetibili psicofarmaci? Il metadone non è un farmaco ricercato per sentirne l’effetto, in genere, almeno nella preparazione per via orale, unica permessa in Italia.
    Il metadone, ad esempio, in diversi casi viene acquistato nel mercato “grigio” da persone che per motivi diversi non si rivolgono ai servizi, ma prevalentemente per gestire l’astinenza, in mancanza dell’eroina. Inoltre, nei servizi per le dipendenze rivolti ai cittadini cosiddetti liberi il metadone funziona all’opposto, e cioè per evitare le overdosi da eroina, e come componente importante del recupero di funzionalità sociale.
    Certo si potrebbe obiettare che proprio perché i detenuti non erano tossicodipendenti e quindi non avevano sviluppato una tolleranza al metadone sia bastato un quantitativo anche basso per procurare una overdose. Possibile. Ma ripropongo la domanda. Che attrattiva avrebbe avuto il metadone per detenuti non tossicodipendenti? E pensiamo che i detenuti siano, in generale, così sprovveduti da usare un farmaco che si sa che è pericoloso avendo la possibilità di usare in alternativa psicofarmaci magari meglio conosciuti e gestibili?
    Gli interrogativi sono molti e l’eventuale rilievo di metaboliti del metadone dovrà essere ben documentato e in particolare riportando i dosaggi ritrovati, perché di per sé dice poco, se non si risponde a tutti gli interrogativi esposti. Certo è possibile anche l’ipotesi della intossicazione da combinazione da farmaci.
    Ma allora si dovrà spiegare come mai non si aveva a disposizione il narcan e l’anexate che evitano l’uno le morti da overdose da oppioidi e l’altro da intossicazione acuta da benzodiazepine!
    Non sono ancora disponibili i risultati delle autopsie e fidiamo sul ruolo del Garante Nazionale dei Detenuti per fare chiarezza.
    L’idea che mi sto facendo è che l’uso di categorie stigmatizzanti come “detenuto” e “tossicodipendente” sia stato rozzamente utilizzato per nascondere una realtà particolarmente grave di violenze attualmente non ancora emersa e che forse non conosceremo mai…
    Noi faremo tutto il possibile perché venga alla luce la verità e si faccia giustizia. Ma nonostante l’emergenza, questo evento doloroso ci darà un nuovo impulso a promuovere un nuovo dibattito pubblico sulla esigenza non più rinviabile per un cambio di rotta radicale nelle politiche sulle droghe e sul carcere.

    LETTERE
    L’appello della sorella di un detenuto trasferito da Modena
    Il 17 marzo la sorella di un detenuto trasferito dal carcere di Modena dopo la protesta ci ha inviato questa richiesta di aiuto. Omettiamo carcere di destinazione e nome del fratello a tutela sua e del fratello.

    Salve! Ho letto tutto quello che avete scritto e che scrivete su “il manifesto”. Sono una ragazza di 30 anni, sorella di un detenuto a Modena (sempre di anni 30) mio fratello era in quel carcere, dalla rivolta non ho più avuto sue notizie. Qualche giorno fa mio papà ha ricevuto una telefonata da un uomo presentandosi come prete che era stato da mio fratello, trasferito nel carcere di …….. Abbiamo chiamato il carcere di …… ogni giorno, chiedendo informazioni su mio fratello. Perché non è mai arrivata una telefonata (i detenuti hanno diritto a una telefonata a ogni trasferimento). Le “guardie” ci hanno detto che stavano gestendo le telefonate, che stavano facendo telefonare i detenuti un po’ al giorno, alle proprie famiglie. Dopo una settimana non era ancora arrivata nessuna telefonata e quando mio padre ha telefonato di nuovo al carcere di …… le guardie gli hanno detto che non sono tenuti a dare informazioni sul perché mio fratello non abbia ancora telefonato. Ad oggi, a due settimane dal trasferimento, non abbiamo ancora notizie di mio fratello. Non so più a chi rivolgermi. Oltretutto temo per l’incolumità di mio fratello in quanto senza un appoggio familiare possa lasciarsi andare. Temo il peggio. Spero qualcuno possa aiutarmi. Non dormo più la notte. (lettera firmata)

    Al 22 marzo questa famiglia non ha ancora nessuna notizia.
    Noi ci impegniamo a segnalare questa situazione al Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà. Perché, come non bastasse, la Regione in cui questo detenuto è stato trasferito, non ha nemmeno istituito il Garante locale!
    Sappiamo che questa non è che una delle tante situazioni in cui, a più di due settimane, viene negato a detenuti e famigliari il diritto a comunicare. Chi ha notizie e segnalazioni al riguardo può scrivere a: info@dirittiglobali.it
    PAOLO ROSSI
    L’artista, attore e regista teatrale Paolo Rossi è stato tra i primi firmatari dell’appello per la costituzione di un Comitato per ottenere verità e giustizia sulle morti in carcere.
    Ora ha voluto dedicare a questa battaglia anche un video, pubblicato assieme all’appello sul sito Diritti Globali e sulla pagina Facebook del Comitato.

    Alla stessa pagina sul sito è ancora possibile aderire all’appello e visionare l’elenco aggiornato di quanti lo hanno sinora sottoscritto.

    INTERVENTI
    Il carcere nello specchio di un’emergenza

    di Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà *

    Difficile parlare del carcere in questi giorni. Tentare di descrivere la sensazione di ‘doppia detenzione’ che pervade corridoi e stanze e che aggiunge al senso di restrizione, proprio della situazione contingente dell’essere in quel luogo, quello del nemico invisibile e intangibile che il contagio rappresenta e che potrebbe entrare in quei corridoi e in quelle stanze.

    Difficile, soprattutto perché la necessaria urgenza di approntare difese rispetto alla rapidità attuale del propagarsi della positività al Covid-19 deve coniugarsi con l’efficacia di ogni strumento che si intende predisporre: deve essere in grado di ridurre quella densità umana di cui il carcere è concreta rappresentazione. Una riduzione necessaria perché situazioni chiuse e dense, abitate da una popolazione che spesso – troppo spesso – è connotata dall’accentuata vulnerabilità sono luoghi di potenziale esplosione non solo del contagio, ma anche della rabbia e di una reazione che nella sua stessa violenza assume una connotazione autodistruttrice.

    Questi giorni hanno visto proprio gli effetti di una rabbiosa risposta a un messaggio che è entrato in modo strisciante nei luoghi di detenzione: quello del prospettarsi di una improvvisa e stretta chiusura, con blocco delle persone che entravano e uscivano dal carcere per semilibertà o accesso al lavoro esterno e drastica interruzione dei colloqui visivi e degli apporti che associazioni e cooperative offrono alla realizzazione di programmi che diano concretezza alla finalità costituzionale della pena detentiva. Un blocco annunciato a cui si contrapponeva visibilmente l’assenza di misure volte a tutelare gli ‘interni’ dal possibile contagio prodotto dagli ‘esterni’ che continuavano a entrare negli istituti per funzioni di sicurezza o di amministrazione senza alcuna misura di controllo. Questa asimmetria prospettata – prima ancora che vissuta – ha dato la sensazione plastica di una lettura esterna del mondo detentivo non soltanto come non appartenente al complessivo quadro sociale, ma come un universo carico di una morbilità intrinseca che coinvolgeva le persone ristrette e anche quelle a loro legate.

    A nessuno è sfuggito il fatto che talune proposte e qualche improvvida iniziativa locale siano andate in questa direzione prima ancora che il decreto dello scorso 8 marzo venisse emanato. Così come è stato evidente che in alcuni ambiti si sia ragionato in via analogica con la previsione del primo comma dell’articolo 41-bis, come se l’emergenza richiedesse la sospensione del trattamento. Non è sfuggito, per esempio, al Garante nazionale che un Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria già dal 24 febbraio avesse disposto la «sospensione fino al 1° marzo di ogni attività trattamentale, di natura culturale, ludico o sportiva per cui sia previsto l’accesso della comunità esterna» negli Istituti di competenza oltre che «la sospensione dei colloqui detenuti/familiari». Quasi che la comunità esterna, oltre che i congiunti delle persone detenute, fossero il solo veicolo di possibile contagio, a differenza degli operatori interni sui quali continuava a non essere eseguito alcun controllo.

    Questo pre-allarme è stato uno dei fattori che ha determinato l’insorgere della violenta protesta non appena è stato firmato il decreto che sospendeva i colloqui fino al 22 marzo e che incoraggiava fortemente il ricorso all’utilizzo di strumenti di comunicazione a distanza, oltre che incentivare in durata e numero i colloqui telefonici: in fondo una misura ridotta rispetto ai rumors precedenti, ma la tensione era già alta e la notizia di un caso di contagio nell’Istituto di Modena ha avviato la più dura e cruenta protesta degli ultimi trent’anni. Ne sono stati coinvolti quarantanove Istituti e l’esito sono stati tredici morti tra le persone detenute e quasi sessanta agenti di Polizia penitenziaria feriti, in modo non grave, e un nutrito gruppo di evasi dall’Istituto di Foggia, al momento quasi tutti riportati in carcere. Ben undici delle persone decedute erano straniere: nomi e numeri a cui è difficile associare una storia e che un po’ frettolosamente sono state archiviate come decedute a seguito di loro comportamenti. Nessun elemento vi è per sostenere ipotesi diverse da quelle fin qui formulate dalle autorità che indagano, ma colpisce la rapida dimenticanza delle loro storie – a uno mancavano solo alcune settimane prima del termine dell’esecuzione penale – il loro non essere nemmeno menzionate nel riportare gli episodi al Parlamento, il loro essere solo un numero. Tredici, ben superiore anche a eventi drammatici del passato nel periodo di insorgenze carcerarie che si connettevano con una realtà esterna in sommovimento. Oggi, nella calma esterna accentuata dalle strade deserte e da quel tempo sospeso che il ritrovarsi all’interno di un contagio di cui noi stessi siamo portatori comporta, sembrano poca cosa. Forse sembra contare di più il capire se e come la criminalità organizzata si sia inserita nelle maglie di queste proteste, perché ciò attenua la nostra responsabilità rispetto a un sistema detentivo che anche senza epidemie ci interroga sulla sua compatibilità con quanto il Costituente volle definire in termini di utilità, funzionalità e, quindi, d’intrinseca legittimità dell’esecuzione penale.

  • Daniele Barbieri

    Comunicato di Vito Totire : «Una persona già detenuta nel carcere di Bologna è morta ; occorre indagare a fondo»
    Con buona pace della privacy, che funziona in maniera molto discutibile in Italia, sappiamo quasi tutto della persona detenuta nel carcere di Bologna e deceduta con positività al coronavirus. Domani presenteremo un esposto alla Procura della Repubblica con alcuni interrogativi:
    1) della privacy abbiamo già detto; la questione è palese e per la Procura della Repubblica un nostro interrogativo sarebbe superfluo;
    2) come si è contagiatala la persona deceduta? Il suo compagno di cella, asintomatico secondo fonti di stampa, risulta in osservazione; occorrerà monitorare per saperne di più;
    3) il “contenitore” (il carcere) è in condizioni di inagibilità igienico edilizia e sanitaria che denunciamo, almeno, ogni sei mesi, contestualmente a commento del rapporto carceri della Ausl, dal 2004. Dà una idea della scarsa rispondenza delle istituzioni alle nostre sollecitazioni il fatto che abbiamo chiesto il 2 gennaio 2020 alla Ausl copia del secondo rapporto semestrale 2009 sulle carceri E NON LO ABBIAMO ANCORA RICEVUTO. Va ricordato che le celle sono progettate per una sola persona. Era possibile per il detenuto ora deceduto contare sulle misure di sicurezza che avrebbero evitato il contagio, ammesso che questo sia stato veicolato dal compagno di cella e non da qualche soggetto appartenente al personale (sanitario e non)? Si è sentito parlare infatti di operatori sanitari di Bologna positivi al coronavirus: gli operatori verosimilmente non trascorrendo 24 ore su 24 in carcere potrebbero avere importato l’agente patogeno; ma sono possibili altre ipotesi; occorre ricostruire con precisione la anamnesi eziologica e clinica del “caso”;
    4) le esigenze di isolamento oggi peggiorano la condizione di sovraffollamento già intollerabili prima. Quali iniziative si stanno mettendo in atto per concretizzare i provvedimenti di decarcerizzazione che pure le norme giuridiche in vigore consentirebbero sia per chi deve scontare pene detentive di breve durata come per chi (sospensione della pena) si trova in condizioni di rischio sanitario tali da rendere ragionevole la scarcerazione per motivi di salute e, finalmente, per motivi di prevenzione?
    5) la Procura e la Ausl, anche al fine di monitorare il peculiare ed elevato rischio legato alle condizioni fisiche di costrittività, non ritengono necessario e urgente eseguire esami per tutte le persone ristrette eventualmente col metodo “drive-trhu” (tampone effettuato in macchina: dunque nel parcheggio della Dozza) già inaugurato dal Dipartimento di sanità pubblica o con altri e più convenzionali metodiche?
    PREVEDIAMO CHE LA PROCURA DELLA REPUBBLICA APRA UNA INCHIESTA SUL DECESSO DELLA PERSONA DETENUTA E ANNUNCIAMO SIN D’ORA CHE PRESENTEREMO UNA ISTANZA DI COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE, procedura per la quale diamo mandato al nostro avvocato di fiducia.
    Infine una proposta a latere delle misure di decarcerizzazione e per concretizzare la dichiarazione di inagibilità igienico-edilizia e sanitaria della Dozza che sindaci accorti avrebbero dovuto decretare da decenni (per l’esattezza dal giorno in cui il carcere è stata aperto nel 1986).
    La proposta è: UTILIZZARE, AL FINE DI DECONGESTIONEMENTO E RISPETTO DEGLI STANDARDS MINIMI DI IGIENE, PROVVISORIAMENTE L’INTERO EX-OSPEDALE MILITARE DELL’ABBADIA.
    Ai sindaci che si sono succeduti dal 1986 a oggi, ai Magistrati di sorveglianza, ai decisori politici che non hanno mai voluto decidere niente, ai ministri di Grazia e giustizia DICIAMO: se non si fa prevenzione i nodi vengono drammaticamente al pettine in condizioni di emergenza e, in questo caso, l’intervento è più difficile, ancor più indifferibile.
    Se si fosse intervenuti prima e non con la solita prassi del “the day after” si sarebbe evitata qualche rivolta nelle carceri italiane? La domanda è retorica.
    (*) Vito Totire, medico-psichiatra, è portavoce del coordinamento circolo Chico Mendes e Centro Francesco Lorusso di Bologna

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