Carducci, Catone, Ciotti, Fontana, Vargas, Vecchietti e…

e Autori Vari

7 recensioni di Valerio Calzolaio

Giordano Vecchietti

«Generazione desaparecida. Storie di esili e ritorni di una generazione perduta nel Cile della dittatura militare»

Ventura

164 pagine, 15 euro

Cile e Italia. 1973-2019. Martedì 11 settembre 1973 alle 7 e 10 il 25enne Pepe-José sente gli elicotteri e si sveglia di soprassalto. Su richiesta esplicita del Partito, da un paio di settimane vive solo a Valparaiso, lontano dalla famiglia (genitori e tre sorelle). Ascoltando i canali radio trova solo musiche e marce militari, capisce che il golpe è iniziato, deve mettersi al sicuro, nella tasca del giaccone ha una pistola datagli da un caro compagno della scorta del Presidente. Il popolo di Unidad Popular lo aiuta, scappa. Con acume, freddezza e ironia, Giordano Vecchietti (Ancona, 1959) racconta la storia di un cileno della “Generazione desaparecida”, uno di loro, uno di noi, che combatte per le sue idee contro la violenza della Storia, «il più grave affronto alla democrazia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con un governo rovesciato, i militari al potere, le deportazioni, le sparizioni di massa, le uccisioni» (Restuccia nella Prefazione), un romanzo bello e verosimile.

 

Fred Vargas

«L’umanità in pericolo. Facciamo qualcosa subito»

traduzione di Margherita Botto

Einaudi

Ovunque. Ora. La bravissima scrittrice francese Fred Vargas sa che molti avrebbero preferito vederla sfoderare un bel poliziesco di pura evasione («più in là, ve lo prometto») purtuttavia un’implacabile necessità l’ha incalzata a scrivere freneticamente tutt’altro libro, bello denso importante aggiornato. L’esigenza è sorta dalla combinazione della sua indole da archeologa con gli effetti di un brevissimo testo sull’ecologia («Ecco, ci siamo») che pubblicò il 7 novembre 2008 e che ebbe un forte successo di critica e di pubblico: frasi riprodotte su magliette, riduzione teatrale, citazioni autorevoli in momenti topici del negoziato climatico. Sono trascorsi anni e l’auspicata svolta non è arrivata, anzi sembra allontanarsi, fra conferenze inutili e inerzie istituzionali. Così ha deciso di raccogliere quanta più documentazione possibile sia sullo stato (insostenibile) del pianeta che sulle azioni concrete in corso o possibili per evitare o ridurre i gravi pericoli che l’umanità sta correndo con l’attuale modo di produrre e consumare. La lunga escursione fra i siti di scienziati, governi, organismi multilaterali, imprese, associazioni, movimenti ha lasciato traccia in venti minute pagine di note bibliografiche finali. Il testo tratta tutti gli argomenti per descrivere i battiti contemporanei del pianeta, senza capitoli o paragrafi. L’autrice ha scelto uno stile colloquiale e un espediente letterario. Dichiara di aver connesso al computer un piccolo dispositivo dittatoriale programmabile dall’utente, il cosiddetto Censore di Scrittura Integrato (Csi). Ah, quanto servirebbe (pur diminuendo il numero di lavoratori editor)! L’unica parolina che ogni tanto interrompe il flusso di dati e spiegazioni è un Bip, ovvero l’aggeggio che con pochi acidi termini segnala le uscite dal seminato, l’abuso di tecnicismi, le notazioni autobiografiche, più o meno inopportune facezie e battute. Il Bip forse è servito all’autrice, sicuramente consente al lettore di prendere un attimo fiato rispetto alla mole di allarmi e proposte.

La splendida, fiabesca e illuminosa Fred Vargas è molto nota (anche) nel nostro Paese per romanzi polar, colti e ironici. Si tratta dell’archeozoologa Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957) dotatasi di uno pseudonimo (in comproprietà con la gemella pittrice) nelle scritture letterarie. Non sempre ne ho condiviso le incursioni sull’attualità politica (per esempio non ha fatto bene su Cesare Battisti in Francia, come ho più volte sottolineato). Questa volta, invece, appare del tutto apprezzabile e argomentata l’invettiva contro il Business as usual. Lo stile è volutamente concitato, vuole trasmetterci un quadro reale drammatico, accanto a un “che fare” motivato e concreto. Ci dà del “Noi” perché solo insieme potremo attenuare lo sconvolgimento, già avviato, che si apprestano a subire la nostra Terra e il suo mondo vivente. Noi, la Gente, opposti a “Loro”, informanti governanti, dipendenti da un modello di società produttivistica e consumistica che non vogliono o non possono modificare. Giustamente non se la prende con i pochissimi reali negazionisti (per interesse o malattia mentale) piuttosto con chi accetta incarichi di vertice e poi non prende atto del pericolo e non attua interventi di riduzione effettiva delle emissioni e degli inquinamenti. Non vuole scaricare la responsabilità di quanto è accaduto nei decenni scorsi, osserva soltanto che dobbiamo prenderci tutti noi (pure votando) la responsabilità di imporre e praticare una svolta ecologica nei comportamenti. Ineccepibile. E pieno di continui «ma»: Vargas segnala chi e in che modo manifesta un dato scientifico o una proposta operativa e subito sottolinea certificati dubbi, contraddizioni, contraltari. Per arrivare comunque a scelte di campo, opzioni, preferenze. Nel mangiare come nel vestire, nel sopravvivere come nel muoversi, nel consumare fattori abiotici come biotici. Conclude riassumendo l’elenco di scelte che devono subito compiere coloro che hanno chiesto e ottenuto di governare e la lista delle nostre più urgenti iniziative civili globali (come mangiare meno carne e boicottare chi produce male).

 

Stefano Catone

«Camminare. Lungo i confini e oltre»

People

166 pagine, 15 euro

Fra ecosistemi e spazi. A piedi, quelle volte che è capitato. Lo scrittore editore Stefano Catone (Gallarate, 1986) narra circa 35 brevi storie di persone, luoghi, fenomeni, relazioni che si possono incontrare (o reincontrare) camminando, così distinti: confini, acqua, passaggi, vette, frontiere, rifugi, rotte. Soli o in compagnia, qualcuno c’era già passato e ne ha lasciato una traccia, condivisa o conflittuale, comunque raccontabile con semplicità ed emozione, a partire dalle fughe, dalle guerre, dalle persecuzioni. Molti sono gli spunti connessi alle nostre Alpi, di ieri e di oggi, ovviamente. Ma “Camminare” aiuta a comprendere meglio anche l’unico agglomerato urbano di El Paso-Ciudad Juárez, i Balcani, le linee che i cambiamenti climatici spostano sui monti e nelle valli, toponimia e cartografia. Oggi appare difficile che possa esistere un cammino non condiviso, anche se purtroppo si continuano a costruire muri e barriere.

 

Giorgio Fontana

«Prima di noi»

Sellerio

890 pagine, 22 euro

Nordest e Milano. 1917-2012. Quasi un secolo, quattro generazioni nella storia d’Italia, dal fante Maurizio Sartori a cavallo di Caporetto al figlio Gabriele, ai nipoti, ai pronipoti di oggi. Lo sceneggiatore e docente creativo Giorgio Fontana (Saronno, 1981) prende spunto dai racconti orali, da diari e scritti del nonno Luigi (cui il libro è dedicato), friulani soldati e migrati nell’hinterland milanese, riferiti anche al bisnonno Giovanni per raccontare una densa magnifica saga familiare del Novecento “Prima di noi”, appassionati passionali cittadini resistenti, non eroi, segnati dal caos esterno, dai casi, da successi e sfortune, dagli errori, da qualche scelta. La narrazione è corale, in terza varia lungo undici periodi (con intervalli) che intrecciano i punti di vista dei singoli parenti nel peregrinare più o meno forzato dai monti alle valli, dalle campagne alle città, dai campi alle fabbriche, dal passato comune al presente incombente, emigranti e immigrati insieme, erranti.

 

Maurizio Ambrosini, Paolo Naso e Claudio Paravati (a cura di)

«Il Dio dei migranti. Pluralismo»

Il Mulino

292 pagine, 25 euro

Da qui a là, da là a qui, sempre, ovunque. Siamo mescolati, meticci. Chi studia le religioni sa che dentro spazi geografici (ecosistemi umani) si ricompongono sincronicamente antichi paesaggi e un mosaico diacronico di culture e spiritualità. Un sociologo (Ambrosini), uno scienziato politico (Naso) e un filosofo (Paravati) hanno raccolto e introdotto tre importanti ricerche recenti sugli adattamenti delle esperienze religiose ai contesti nuovi: gli iman nelle moschee italiane, gli ortodossi rumeni immigrati, i volti del cristianesimo tra immigrati milanesi. Non si tratta di riconoscere burocraticamente “Il Dio dei migranti”, non si possono mettere filtri religiosi sui migranti, eventualmente «si tratta di riconoscere Dio nei migranti» (prefazione di Alberto Melloni): «sentire la voce dei Giona scaricati da un dag in forma di gommone che chiedono una conversione di giustizia che, nei sistemi politici democratici, può e deve diventare una politica di giustizia, di fraternità, di pace».

 

Luigi Ciotti

«Droga. Storie che ci riguardano»

Edizioni GruppoAbele

112 pagine, 10 euro

Italia. Da quasi cinquant’anni, in particolare. Fin dall’inizio a Torino il Gruppo Abele disse “no” alle droghe con nettezza e intransigenza. E diede aiuto ai drogati. A quel tempo era in vigore una legge sulla droga che portava al carcere o al manicomio. Nel 1973 don Ciotti mise in piedi il “Molo 53” in via Verdi, primo spazio in Italia aperto giorno e notte, gestito insieme ad alcuni generosi medici e farmacisti contrari all’imposizione di denunciare le persone tossicodipendenti. Sulla base dell’esperienza sul campo, nel 1974 attivò la cascina Abele a Murisengo (da cui il nome del gruppo) e, nel giugno 1975, con la tenda in piazza Solferino fece partire un digiuno collettivo distribuendo materiali per proporre una via che combattesse davvero e meglio la diffusione dell’eroina nelle scuole, le morti per overdose, la criminalizzazione dei giovani tossicodipendenti. Arrivarono consensi e contatti da tutt’Italia, i Ministeri competenti furono indotti a incontrare il Gruppo Abele e altre comunità di volontari, le forze sociali e politiche si scossero, a fine anno fu approvata una legge nuova (685) che finalmente considerava il consumatore di droga una persona da aiutare, non un delinquente da incarcerare, e istituiva una rete di servizi. Molte sostanze psicoattive legali e illegali sono poi passate sotto i ponti. Il Gruppo Abele è una delle più importanti realtà di militanza per i diritti civili d’Italia e d’Europa. Il suo fondatore e animatore. don Ciotti, resta un sacerdote (la strada come parrocchia) ormai famoso nel mondo. Ora Pio Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 1945) ci consegna un testo semplice e chiaro per fare il punto sulla lotta alle droghe nel nostro paese, con comparazioni internazionali, divulgazioni scientifiche, indirizzi normativi. Partendo sempre dal vissuto delle persone, per questo è un libro da leggere, meditare e consigliare. L’obiettivo è una consapevolezza diffusa del problema in ogni ambito, per la propria vita e per i contesti sociali, senza la strumentalità di messaggi facili e di mali assoluti.

Partiamo dal sottotitolo, «storie che ci riguardano». Dopo il prologo che illustra il quadro aggiornato del problema e ribadisce di cominciare da scuole e famiglie per affrontarlo (suggerendo di continuare sempre il confronto con gli operatori e di non parificare il trattamento penale di droghe pesanti e droghe leggere), ognuno dei 13 capitoli dell’agile volumetto inizia con una o più testimonianze (solo l’ultimo, con una citazione di papa Francesco), qualcuno che racconta il proprio stretto doloroso rapporto con la tossicodipendenza, invitandoci appunto a farcene tutti carico con accoglienza, riconoscimento, corresponsabilità. Dopo uno o più casi veri narrati (di ieri e di oggi), vengono illustrati i dati ufficiali, le definizioni tecniche, i nessi istituzionali. Di droghe è meglio parlare al plurale: ognuna ha le sue proprietà, produce effetti e danni di tipo diverso, possiede differenti gradi di pericolosità, prevede specifiche modalità di assunzione, mostra circuiti di reperibilità e di spaccio spesso differenziati. E alcune sono pure legali come tabacco e alcol. Cambiano le età d’iniziazione (perlopiù precoce); internet ha accentuato le solitudini psicologiche e materiali (per le quali non siamo “educati” a ridurre il danno); la millenaria storia di usi e abusi strumentali delle sostanze psicoattive mescola medicina, religione, ricreazione, dipendenza, schiavitù; tutto sempre con tante troppe morti, non diminuite da scelte proibizionistiche e leggi repressive; chiedere tempestivamente aiuto è l’opzione decisiva, cui devono corrispondere strutture adeguate, all’assistenza non alla detenzione; la vicenda della legislazione italiana è contraddittoria e va esaminata alla luce dei numeri e dei risultati, serviva e serve educare di più e punire di meno (i singoli consumatori); il connesso problema dell’AIDS è diminuito ma non scomparso; alla radice continua a guadagnare chi gestisce il narcotraffico, industria di morte che impiega milioni di persone ma ne arricchisce poche centinaia (in connessione con gli imprenditori di potere e denaro, oltre che con chi investe sulla paura invece che sulla conoscenza); la legalizzazione di alcune sostanze (viste la permanenza di tabacco e alcol e l’invasione di quelle sintetiche) potrebbe sottrarre profitti ai traffici e aiutare dissuasione dal consumo. Conclusione: la cultura del limite non è rinuncia ma scoperta di felicità.

 

Letizia Carducci

«Villa Cozza. Parco urbano e bene comune»

Simple

154 pagine, 20 euro

Macerata. Ieri ora domani. Il centro storico del capoluogo provinciale marchigiano Macerata (circa 41.000 abitanti) è medievale, su un colle circondato da mura cinquecentesche. Intorno ha altre colline fra i crinali che declinano verso i fiumi a nord e sud. Su uno dei colli si è sviluppato un grande quartiere popolare, Santa Lucia, in prossimità dell’ospedale provinciale e del cimitero comunale. Sul punto più alto convergono alcune strutture sanitarie di cura e ricovero con (al centro) una grande bella villa antica. All’intera area l’enogastronoma (laureata in Scienze Politiche con tesi sull’Urbanistica) Letizia Carducci (San Ginesio, 1965) ha ora dedicato un interessante volume, “Villa Cozza”, distinto in quattro parti: la storia del costruito e delle connesse vicende sociali; la descrizione dei valori (anche in prospettiva) dell’ecosistema parco sempreverde; la raccolta di scritti e contributi di altri esperti; una ricca appendice di fonti, mappe, ulteriori interviste e bibliografia.

 

Redazione
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