«C’è una vita prima della morte?»

Alcune riflessioni intorno a un importantissimo libro di Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo

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Mentre finivo di leggere (per subito rileggerlo ma impugnando una pensosa matita) questa conversazione fra Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo – pubblicata da Erickson: 136 pagine per 15 euri – in rete mi sono imbattuto in una frase di Bacone: «La morte non è la più grande perdita nella vita. La perdita più grande è la parte di noi che muore mentre viviamo». Potrebbe essere un buon punto di partenza per le riflessioni (mie o altrui). Ma stavolta vi riverso un po’ di citazioni e di suggestioni, poi si vedrà.

Già il titolo «C’è una vita prima della morte?» intriga molto: è genialmente amaro ma attenzione perché quel punto interrogativo non è un trucchetto, lascia davvero aperta una speranza.

«I rischi e i costi di vivere anziché sopravvivere» come si legge nella presentazione all’edizione italiana. In viaggio con Spinoza (ma anche con Jean Paul Sartre o René Thom e se ci tenete alle contaminazioni anche con il taoismo e con una vecchia canzone di Cat Stevens) nel mondo piallato dal neoliberismo, in un presente obbligato senza passato o futuro. All’inizio Mazzeo cita Jeff Sparrow (ripreso dalla rivista «Internazionale»): «Tutto quello che temevamo con il comunismo – che avremmo perso la nostra casa, i nostri risparmi, che saremmo stati costretti a lavorare per salari da fame, senza nessuna voce in capitolo all’interno del sistema – è diventato realtà con il capitalismo». Se per comunismo “reale” si intende la versione formicaio dell’Urss sottoscrivo la frase. Ma questo concetto-choc viene spiegato ancor meglio in una perfida quanto veritiera storiella raccontata nel film «I lunedì al sole» di Fernando León de Aranoa. Mi pare che meriti una piccola digressione (per il testo vado a memoria visto che non ho il film sottomano).

Urss, 1989: Ivan e Anatoly sono due giovani, molto amici, che studiano alla scuola del partito. Poi «il socialismo» si sgretola e i due si perdono di vista. Molti anni dopo si incontrano per caso. Grandi feste. Una bevuta e poi… i ricordi. «Che cosa triste» riflette Anatoly: «ci pensi? Tutto quello che ci dicevano del socialismo era falso». Un attimo e arriva la replica di Ivan: «Terribile sì… ma amico mio, c’è una cosa ancora più triste… Tutto quello che ci dicevano del capitalismo era vero».

Torno al libro di Benasayag e Mazzeo. Difficilissimo da sintetizzare ma è uno di quei casi in cui anche l’indice è di aiuto. Ecco i titoli dei 22 capitoli: La perdita dei cicli di vita; La perdita dei legami d’amore; Senza rischio non c’è vita; La vita colonizzata dalla morte; La tecnica cancella i cicli; Bisogna che gli anziani conservino la loro dignità; La prigione non livella; Il dialogo e la scrittura; La decostruzione della vecchiaia e dell’infanzia; L’uomo modulare o «l’uomo senza qualità»; Memoria e perdita; Un’epoca senza il tragico; Giovinezza e vecchiaia: un ruolo sovradattato; L’ideologia dell’informazione; L’abbandono delle pulsioni e dei desideri nella vecchiaia; Il vecchio socialmente è malvisto; La differenza fra la vecchiaia della modernità e quella di oggi; L’animale come presenza controfobica; Il punto di capitone (ignoravo questa espressione che indica una questione tecnica interessante ovvero il «punto di cucitura del materassaio»); La paura della vecchiaia e il coraggio; La questione degli invarianti vitali: la prospettiva della sinistra; Abitare il presente.

Da subito Benasayag e Mazzeo chiariscono «la perversione di una società che nel suo disprezzo per i vecchi nasconde a fatica l’annientamento dei giovani», ai quali si ruba il presente.

«Questa sorta di presente permanente che è peraltro un presente vuoto». Oggi, nella società a una dimensione, «il domani elimina al tempo stesso l’oggi, il domani e lo ieri».

Rintraccio e “monto” alcune mie sottolineature. «Affinché la giovinezza possa esistere, bisogna che vi siano dei vecchi che non siano coglioni». Occorrono persone che sappiano resistere (alle imposizioni dell’ideologia neoliberista). Ma «tutto ciò che resiste nella società liquida, direbbe Bauman, è malvisto». Resistenza è una parola chiave. Da contrapporre alla «ideologia dominante: quella del “sempre di più” o del “tutto è possibile», ovviamente dentro le gabbie dettate dal neoliberismo. Così «l’impotenza generale va paradossalmente a braccetto con una potenza senza limiti». E io a fianco ho scritto: «La ricchezza tecno-scientifica e quella economica non sono mai state così grandi eppure tutte le strade sembrano chiuse, tranne una che si inerpica per il collasso sociale e in fondo alla quale si intravede la catastrofe ambientale finale». Si parlava anni fa nella fantascienza (tema che Benasayag e Mazzeo sfiorano più volte ma senza approfondire) di un «Medioevo prossimo venturo», ricco di tecnologie ma poverissimo di democrazia. A pensar male ci si azzecca (quasi) sempre? Aproposito del rapporto fra umani e macchine nella fantascienza – cfr pagg 63/64 – se Benasayag avesse letto Philip Dick presumo che la sua riflessione si sarebbe arricchita.

Tornando all’esser vecchi, Benasayag insiste: «C’è una differenza fondamentale fra la possibilità di una vecchiaia come ruolo antropologico dell’anziano e il fatto di diventare un vecchio come rottame, come pura negatività».

Lucidissima l’analisi dei due dialoganti (vedi soprattutto il capitolo 11) su come è cambiato il potere, sul «coltivare» la triste fantasia – di massa -«di essere liberi mentre siamo sempre più schiavi». Giusto ricordare (seppure di corsa) che «la logica dominante è quella di De Sade» e cercare di capire perché «anche nell’amore non ci si impegna più» ma ovviamente viva il Viagra perché tutto è mercato. Importanti anche gli accenni ai nuovi razzismi («la penalizzazione dei grassi») e il provocatorio auspicio che nasca una associazione dei «disabili cattivi». Dentro un’attenzione costante alla realtà dei rapporti di forza, delle classi e delle migrazioni (con scomode verità del tipo: la cosiddetta autonomia delle persone vecchie nel mondo “ricco” viene garantita dalla disponibilità di «schiavi» stranieri) però non ho trovato altrettanto approfondimento sulle questioni di genere.

Per «analizzare la realtà da un secondo o da un terzo genere di conoscenza» di nuovo ci aiuterò Spinoza. A proposito di conoscere, confesso senza pudore che non sempre tutti i riferimenti mi sono noti: quando Mazzeo accenna agli scritti di Eugenio Borgna o cita il film «Il castello» di Rod Lurie e quando Benasayag rimanda alla meccanica quantistica fatico a seguire (spero che la consapevolezza della mia ignoranza si tradurrà in uno stimolo a studiare di più).

Uno dei punti che più si presta a continuare il dialogo in altre sedi è ovviamente quello di come, perché, quando «il pensiero progressista è stato totalmente colonizzato dal neoliberismo» e/o la coscienza del limite (di noi umani dentro l’ecosistema, «misura di tutte le cose»). Come «resistere». In che modo pensare e costruire «nuovi possibili del pensiero e dell’amore». Sarebbe impossibile trovare in un libro le risposte: dobbiamo pensarci da noi (un grande noi). Già è molto che qui ci siano le domande giuste e analisi controcorrente cioè non levigate a uso del “pensiero unico”.

Avevo molto amato «L’epoca delle passioni tristi» (ne avevo scritto qui: Ancora su «L’epoca delle passioni tristi»…) di Miguel Benasayag e Gerard Schmit. Anche lì – dentro un sostanziale accordo sul modo in cui gli autori raccontano il loro lavoro e si pongono rispetto al mondo – c’era inevitabilmente qualche dubbio e minimi disaccordi. Rispetto a «C’è una vita prima della morte?» ho qualche perplessità (davvero poche e non mi pare il caso di perder tempo a raccontarle) e una “incazzatura”. E siccome delle arrabbiature è meglio liberarsi… la esplicito. Benasayag può ovviamente pensare tutto il male possibile di Fidel Castro; a me pare invece che non possa esprimersi così: «Fidel tradisce il Che consegnandolo agli americani». Quando è successo questo? Di quali prove dispone Benasayag per buttar lì un’affermazione così grave?

Liberatomi di questo nocciolo in gola, volentieri torno a lodare questo testo a quattro mani anzi a due voci. «E’ raro che un libro nasca da un dialogo» osserva Riccardo Mazzeo. Vero. E sul cammino della rarità (necessaria) sarebbe bello se queste parole servissero a nuovi dialoghi, cioè fossero collettivamente discusse – come accade in certe biblioteche o in gruppi di lettura – rompendo il tabù dell’egocentrismo. Per la sua stessa struttura «C’è una vita prima della morte?» si presta benissimo a un “lavoro di gruppo”. Un paio di volte ho sostenuto in questo blog-bottega che, in un panorama desolante, per fortuna esce ogni tanto qualche testo così importante (userei il termine “obbligatorio” se avesse una sfumatura più sorridente) da essere segnato in un elenco degli imperdibili, degli “assolutamente da approfondire” almeno per questa fase storica. Libri che non andrebbero letti in solitudine. E secondo me «C’è una vita prima della morte?» è fra questi.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Assai discutibile l’affermazione di Benasayag su Fidel. Troppo facile e soprattutto poco attento alle condizioni geopolitiche di quel popolo.

  • maria paola masala

    Caro Daniele, leggerò al più presto il libro, stimolata dal suo titolo fulminante e dalle tue riflessioni. Tu lo definisci imperdibile, io credo che tu sia imperdibile. Per il tuo coraggio, la tua curiosità, la tua grande umanità. Grazie! Maria Paola

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